23/04/2010
Sexy, belle ma soprattutto x-elle
Sexy, belle ma soprattutto x-elleTornano le donne in carne, le signorine grandi forme, giunoniche vestali di una sensualità opulenta e morbida. Femmine forti che amano scoprirsi e non temono la taglia 46.
C’era una volta una donna felice del suo corpo. Si specchiava e ciò che vedeva era semplicemente magnifico. Fianchi larghi, vita stretta, seno prominente. Una donna sensualissima da lasciare strascichi di uomini dietro di lei.
Si amava e ringraziava Dio di essere così formosa perché il suo corpo calamitava gli uomini come api con il miele. Si vestiva esaltando il suo corpo e mettendo in risalto le sue curve da far impallidire.
Sceglieva con cura gonne strette con cinture per esaltare il punto vita. E profondi scolli, da cui si intravedeva un seno procacissimo, erano decisamente strategici. Sorrideva felice di una fisicità così evidente che la avvicinava alle Star del suo tempo ed alle Pin Up come Betty Page, Marilyn e Jane Russell tra le tante altre.
Era depositaria dell’arte della seduzione ed il suo corpo emanava un sex appeal da fare invidia a chi non era carrozzata così bene. Camminava per strada e gli uomini restavano attoniti guardando i fianchi dondolare a destra e sinistra mentre il suo passo diventava quasi strascicante e frettoloso. Si sentiva addosso gli occhi di tanti maschietti, dal vicino di casa al passante, e udiva spesso fischi di compiacimento.
I più audaci l’apostrofavano con “Sei bellissima, bambola” oppure con “Che Pupa da sballo sei!”. Apprezzamenti che davano ancor più vigore alla sua autostima ed al suo concetto di femminilità. Essere Femmina era la missione di tutte le donne di un tempo. Negli anni ’40-’50 tutte le donne erano gran Femmine e i loro corpi in carne erano prelibatezze per veri uomini. Erano fiere ed orgogliose di tante curve …pericolose!
Oggi quella stessa donna sarebbe bollata come grassa. Over Size. Plus Size. Taglia comoda. Modello calibrato. Perché è considerata troppo abbondante.
Ma vi rendete conto? Una donna normale di taglia 44-46 (come la maggior parte delle italiane) oggi è bollata come anormale, fuori forma. Ma rispetto a chi o a quale donna? Quella stra magra proposta dagli stilisti e dalla tv? Rispetto a quel modello di donna androgina che gli operatori della bellezza hanno eletto la donna normale? Bè se rispetto a quelle donne taglia 40 io sono definita fuori forma allora sono ben felice di esserlo e di difendere con le unghie la mia taglia 46 ovvero le mie curve tutte al punto giusto.
Ma il punto non è questo. Il punto è che spostando l’asse della normalità su taglie come la 40 o 42 che sono la minoranza della popolazione le altre si sentono, out, grasse, inadeguate. Come delle marziane. Guardate, additate, schernite e prese in giro. Donne depresse e complessate. Vanno nei negozi di abbigliamento e per loro non c’è nulla.
Si sentono derise dalle commesse e cresce l’insoddisfazione mista a frustrazione. Non trovano abiti che le vestrano figuriamoci vestiti che esaltino le curve. Perché il concetto dela moda di oggi è: “Sei formosa? E allora devi coprirti”. Ecco che i vestiti dei marchi per donne Over spesso sono dei sacchi in cui avvolgerci e scomparire. E’ impensabile che una donna con le curve voglia esaltarle e non coprirsi perchè sarebbe additata come grassa. E questo è assurdo (per chi detiene gli interessi dell’industria della bellezza).
Ma siamo matti? Molte donne che oggi corrono in palestra e stanno sempre a dieta sono quelle che negli anni ’50 erano orgogliose delle proprie curve.
Le stesse. Stesso corpo. Ieri amato. Oggi odiato. Odiato a tal punto che strabuzzo gli occhi quando leggo in una lettera di una ventenne queste frasi: “Ciao Simona, ho visto il tuo sito, e le tue foto sul tua profilo di Facebook, e mi hanno colpita moltissimo, innanzitutto perchè non ho mai visto foto di ragazze reali e normali, di taglia 44 / 46, e sinceramente le ho trovate divine nelle loro forme.
Non ho mai notato questo tipo di moda, forse perchè sono ossessionata dalle ragazze stile Belen Rodriguez, e non capisco la bellezza anche sotto altre forme”.
Vi rendete conto? Una ragazza di 20 anni non ha mai visto foto di donne NORMALI (tg.44-46) sui giornali e resta colpita quando le vede. Ovvio che non ha mai trovato quelle immagini pubblicate. Chiaro. I giornali NON pubblicano foto di donne normali ma solo di quelle stra-magre e chiaramente giorno dopo giorno le taglie 44-46 e oltre scompaiono dalla memoria delle persone.
Poi basta vedere alcune mie foto per ricordare il piacere delle curve. Per questo motivo ho posato in lingerie mettendo in risalto le mie rotondità e la mia taglia 46. Per dimostrare a donne e uomini che si può essere molto più felici e sexy di una donna tg 40. Che con la mia abbondanza piaccio più io che tante modelle rinsecchite. Parlo di me come esempio ma l’Italia è piena di donne armoniosamente piene di curve..
Detto questo ragionate con la vostra testa ed amatevi con i vostri chili.
L’abbondanza è un dono non un difetto COME TANTI VOGLIONO FARCI CREDERE. Solo per motivi ECONOMICI.
A nessuno frega se siete taglia 40 o 48 ma se molti vi bombardano la testa con messaggi di magrezza è SOLO PERCHE’ CI GUADAGNANO! Tantissimo…
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25/03/2010
Noi siamo XL e allora?
Noi siamo XL e allora?
Sfidano i diktat della moda e segnalano il ritorno di una silhouette morbida. Quattro modelle oversize e l’orgoglio di posare mettendo in mostra curve e rotondità
Cominciamo dando i numeri: 38 è la taglia delle modelle scelte dagli stilisti per le canoniche sfilate di prêt à porter; 40 quella che è stata attribuita alla “categoria” nostrana delle veline; la 42, invece, è quella più affine al mondo delle attrici da red carpet. Ma da monitorare perché non “sfori”. L’ideale sembra essere la 44, con tutte le sue belle curve al posto giusto. Se si passa alla 46 entriamo nel regno delle cosiddette “taglie morbide”. Definite anche “conformate” nel gergo modaiolo. Quella aborrita dalle diafane vestali del fisico esangue. Con buona pace di queste signore grissino ora “dalla 44 in su” sta diventando il nuovo canone di riferimento del mondo dell’immagine. “Every body is beautiful” squillava in copertina V Magazine n. 63. Con ritratto in bianco e nero di Gabby Sidibe, l’attrice XXL di colore protagonista del film Precious. Si trattava della Size Issue della patinatissima rivista Usa; al suo interno modelle dalle forme morbide e dolci come quelle di un bunet e un mont blanc risultavano iper glamour all’insegna di “Avanti curve”. Sette con le immagini di questo servizio fotografico conferma il potere seduttivo di donne dalle forme opulente. «La moda è tiranna, ma l’Eros segue strade e percorsi differenti, a volte imprevedibili», afferma la scrittrice Dacia Maraini (vedi box a pag. 76), riferendosi alla differenza tra un’immagine che si vuol dare come canonica e la realtà: alla maggior parte degli uomini piacciono donne in carne; il modello top model è ancorato ai maschi della “Milano da bere”.
Dello stesso parere di Maraini è Elio Fiorucci. Da designer afferma. «Una ragazza magra indossa, e nel caso delle modelle sfila, perfettamente un abito. Ecco la tirannia della moda. Trovo però un malinteso l’equazione eleganza uguale magrezza. In passerella può funzionare, nella realtà meno. Ricordiamoci la cultura italiana: donne formose, maggiorate. Come Loren, Lollobrigida, Mangano», sottolinea Fiorucci. Si illumina: «Cosa c’è di meglio di abbracciare una donna espressione di buona salute, seno prorompente e glutei torniti?». Ma saranno facili da fotografare? Il mago dell’obbiettivo Giovanni Gastel si schermisce. «Siamo innocenti », dice scherzando. «Ci danno le collezioni di abiti da fotografare. Dobbiamo scegliere delle modelle che possano indossarli. Ma il corpo femminile può essere sensuale anche se non in “taglia” sfilata»; Gastel cita un libro di immagini del fotografo Irving Penn. «Earthly Bodies. Irving Penn’s Nudes 1949- 1950 dimostra come una donna possa essere affascinante e conturbante al di là della taglia».
“RITOCCHINI” AL PHOTOSHOP - La dimostrazione che siamo di fronte a un vero cambiamento non solo estetico, ma dai contenuti sociali forti arriva da ogni parte. Il corpo femminile, ma anche maschile, non può essere solo quello che si vede riprodotto sulle campagne pubblicitarie. Gran bufera ha suscitato il “ritocco” con photoshop realizzato per la campagna del marchio Blu Label di Ralph Lauren. Protagonista la modella Filippa Hamilton, taglia 44: grazie al “ritocchino” attraverso il computer veniva assottigliata “di brutto”. Il risultato, riportava il Daily Mail, ha spinto i responsabili della celebre griffe Usa a fare le scuse pubbliche “condannando” una fotografia che dava «un’immagine molto distorta del corpo femminile». Certo le esigenze di passerella ma anche di scena a volte ri-chiedonoimpongono il cosiddetto physique du rôle. Di dicembre la querelle innescata dal regista Franco Zeffirelli in occasione della sua Traviata all’Opera di Roma, per la quale definì il soprano Daniela Dessì «una signora ben piazzata», non adatta per la sua visione del titolo verdiano. Casi estremi da showbiz-system. «La moda, lo star system in realtà sono il tramite per raccontare dei cambiamenti in atto nell’intera società. Pensiamo a Callas: opulenta, dimagrisce per emulare Hepburn», spiega l’architetto, creativo della scena e osservatore dei cambiamenti Quirino Conti. «Le donne dall’allure decorativa come Marella Agnelli oggi hanno lasciato il posto a figure che rispondono alle richieste di una “maschilità” nel senso più classico del termine. Ma il ritorno di donne opulente è legato ai cambiamenti ciclici della storia. Le forme tornite in voga oggi esorcizzano le ansie del momento», precisa Conti. Donne esangui, donne dalle forme morbide; anoressia e bulimia; dagli States giunge il grido d’allarme contro l’obesità, problema che colpisce anche il 34,2% degli italiani, specialmente maschi. «Le donne troppo magre o troppo grasse sono le più infelici», spiega il sociologo Enrico Finzi. «Quelle leggermente sovrappeso, o dalle taglie morbide (parliamo di taglie 44 e 46, ndr) sono quelle più serene. Il problema è che manca un’adeguata risposta da parte del mondo della moda. Ci sono collezioni pensate ad hoc. Ma spesso la scelta è limitata. Questo penalizza un mercato importante in cui si potrebbe investire». I dati parlano chiaro. «Si parla di un giro d’affari di 4,8 miliardi di euro annui solo in Italia», rivela Francesco Casile, ideatore di 46 52 Plusize, fiera milanese dedicata al settore taglie morbide nata nel 2006 e chiusasi nel 2008; a Parigi e Düsseldorf, trovano invece spazio So Sweet e Big is Beautiful. «Questo è il 25esimo anno di vita di Elena Mirò», dice Mauro Davico, direttore comunicazione Gruppo Miroglio nato proprio all’insegna di coniugare glamour e forme morbide. «Si sta finalmente muovendo qualcosa. Sul nostro portale www.elenamiro. com oggi le donne over 44 si confrontano e parlano. E ancora prima che la rivista Glamour Usa immortalasse Lizzi Miller con le sue rotondità senza veli era già una nostra top». Ma allora meglio essere magre o formose? «Essere una modella professionista significa investire sul proprio corpo: capacità di alimentarsi e di gestire la propria vita», dice il nutrizionista Nicola Sorrentino. «Perfetto per una modella. Ma anche per qualunque persona. Nel Nord Italia c’è più il mito della magrezza rispetto al Sud. Resta il fatto che oltre il 50% dei maschi italici preferisce le donne con le forme. Recente è anche la notizia dagli States (si tratta di ricerche dell’Harvard Medical School) che le donne formose con il lato b generoso sono più protette da alcune patologie gravi». Qualcuno ancora dica che grasso non è bello.
Gianluca Bauzano
Alessandra Minelli. Napoletana, 25 anni, neolaureata in Business Administration alla Bocconi. «Mi piacciono le mie rotondità e cerco di valorizzarle. Ho cominciato a fare la modella per rivincita. Volevo che altre donne potessero riconoscersi in modo positivo in un esempio “oversize”. Mi piace dimostrare come un fisico sinuoso possa essere femminile e sensuale. È giusto che il corpo delle donne venga rappresentato in tutte le sue svariate incarnazioni» (foto di Andrea Garuti)
Alessandra Mareschi. Ha 21 anni, è di Torino, frequenta la facoltà di Psicologia, colleziona libri di ricette. «L’attrazione fatale per la buona tavola mi ha creato qualche problema in passato. Non riuscivo a conciliare la mia immagine cicciottella con l’ideale socialmente condiviso di femminilità. Crescendo, il rapporto con il mio corpo è migliorato e oggi sto allegramente bene nella mia taglia 46. Il lavoro di modella è stato un punto di svolta che mi ha fatto sentire finalmente bella “a modo mio”, senza più il bisogno di omologarmi a un unico modello» (foto di Andrea Garuti)
Aija Barzdina. Nata a Riga, in Lettonia, il 30 agosto 1980. «Ho cominciato la carriera di modella nel circuito tradizionale. Ma le mie misure 90-60-90 non andavano bene. Le agenzie mi dicevano continuamente che dovevo dimagrire. Ma io, sotto una certa taglia, non riuscivo proprio ad andare. Poi, per caso, ho fatto un casting per un marchio di taglie conformate, Elena Mirò, e oggi sono il volto della campagna che festeggia i 25 anni dell’etichetta. Una vera soddisfazione» (foto di Andrea Garuti)
Tanya Gervasi. Ha 22 anni, è nata a Mosca, vive a Torino. «Sto benissimo nella mia taglia. Quando mi guardo allo specchio trovo che le mie forme, le mie curve, siano sensuali. Il solo problema è che a volte non riesco a trovare i jeans che mi piacciono nella mia misura. La professione di modella naturalmente aiuta ad apprezzare il proprio corpo. Ho cominciato a 13 anni e fino a un paio di anni fa era ancora un gioco. Oggi è il mio lavoro, e mi piace tantissimo» (foto di Andrea Garuti)
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07/03/2010
Rivoglio le odiate mimose
Rivoglio le odiate mimose
L’ORGOGLIO. Per dire: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più»
E se ci riprendessimo le mimose? Se domani, 8 marzo, andassimo in giro col mazzetto giallo? Non più come regalino paternalistico, da «buona festa, care cocche». Come segno di protesta riconoscibile. Magari appuntate alla borsa, o sul bavero tipo suffragette (se non ci fossero state non andremmo a votare, in effetti); o anche tra i capelli (tipo figlie dei fiori, che hanno i loro meriti; certo è più adatto alle nipotine della Summer of Love che alle nonne). Così, a chi chiede «perché hai una mimosa puzzolente sulla giacca a vento?», si potrebbe rispondere: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più». Senza timore di sembrare ridicole. Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza. La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. Anche se, dopo un anno che avrebbe demotivato Betty Friedan-Simone de Beauvoir-Emmeline Pankhurst (leader delle suffragette di cui sopra), sono in tante a liquidarlo: «No, l’8 marzo no, non siamo patetiche». Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier.
GIORNATA DELL'ORGOGLIO FEMMINILE - Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile. Con i mezzi che abbiamo; con un simbolo comprensibile, quelle mimose che per anni ci hanno mandato in bestia. Quando le trovavamo sulla scrivania, omaggio di qualche capo meno femminista di Fabrizio Corona. Quando le regalava un fidanzato fedifrago o un’amica scema. Recuperarle ed esibirle sarebbe una civile riappropriazione dello spazio pubblico. Di quello reale, non virtuale: in troppe passiamo il tempo a discuterne online, a firmare tra noi appelli sui social networks con titoli come «Io non considero normale». Sarebbe ora di mostrare l’anormalità a chi passa per strada, a chi lavora con noi, a chi pensa che un Paese di donne annientate sia normalissimo e soprattutto comodo; per i maschi. Sarebbe ora di provarci e di contarci; non perché siamo donne, perché essendo donne ci siamo stufate. Perché per smettere di sentirci annientate dovremmo prima diventare, come dicono le nostre ragazzine, «fomentate» (vogliamo che crescano con questi modelli femminili? Con questi esempi di carriere donnesche? Come potenziale merce un tanto al chilo? Meglio il fomento, o come scrivono loro, il fomentooo; e buon 8 marzo a tutte).
Maria Laura Rodotà
17:08 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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05/07/2009
Un manifesto per Milano
Un manifesto per Milano
IL DIBATTITO. I primati, le eccellenze, il ruolo nel Paese. Così l'Expo può diventare un'occasione. La città e l'orgoglio da ritrovare
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Dov'è Milano e dove sono i milanesi è una domanda ricorrente di questi tempi. Se l’è fatta il cardinale Tettamanzi e se lo chiedono in tanti, tra crisi identitarie e cupi pessimismi che portano a leggere il presente con gli occhi del passato, con qualche rimpianto e molta nostalgia. Ma anche se nei libri e nei dibattiti se ne celebra spesso la prematura scomparsa, Milano c'è.
C’è coi suoi primati, le sue eccellenze, la sanità ai vertici mondiali, le università che attraggono migliaia di studenti, i teatri, la moda, il design, la ricerca, i mille appuntamenti culturali distribuiti in un ricco calendario, ma da un po’ di tempo, è vero, a Milano non si sente più l’orgoglio, scarseggia l’entusiasmo, manca quasi la passione: è come se la città avesse perso l’amore dei suoi cittadini. I guai del traffico, l’aria inquinata, i vizi della lottizzazione, l’imbarbarimento della vita civile nascondono, e a volte oscurano, l’estrema vitalità di una metropoli che da anni cerca di ritrovarsi attorno a un grande progetto, ma poi si trova a fare i conti con le tante occasione perdute.
Oggi, in un momento difficile per tutti, si chiede di nuovo a Milano uno scatto, un sussulto, una ritrovata voglia di mettersi in gioco, come negli anni sempre evocati del miracolo economico, quando qui accadevano le cose e l’asprezza della vita era temperata dalle grandi opportunità offerte, dalla sensazione di far parte di una comunità che si riconosceva in alcuni principi, in un fortissimo senso d’appartenenza e in una straordinaria risorsa: quella della solidarietà.
Dentro la città c’è un insolito fermento creativo, una voglia di partecipazione che però si avverte solo scandagliando come palombari sociali quel mondo sommerso che fa capo a centinaia di associazioni, di circoli, di gruppi formati da giovani talenti che dialogano con il mondo globale: ci sono tanti coraggiosi ottimisti oggi a Milano che remano controcorrente nella crisi, si alleano con il mondo del volontariato, vanno alla ricerca di nuove idealità. Hanno motivazioni forti, che uniscono le ragioni del lavoro a quelle della solidarietà. Chiedono attenzione, ascolto. Misurano la città e chi la guida nelle coerenze, negli esempi positivi, nell’onestà degli atti. Ma non hanno una regia attenta, non sono connessi fra loro, e così, spesso, Milano disperde la potenzialità enorme di chi che vuole emergere con le regole della sana concorrenza, con il riconoscimento del merito e della qualità.
Forse Milano dovrebbe ogni tanto riepilogare se stessa, e dare un nome alle sue risorse, che sono tante, mettendo anche le positività davanti alle negatività, allontanando con qualche voce autorevole l’immagine di una decadenza che va contrastata, coniugando gli antichi valori con la fantasia e la creatività che si coltivano nei laboratori culturali, della scienza, dell’arte e della moda. Serve una leva, un’occasione, per resuscitare un po’ di orgoglio e di entusiasmo. Questa leva può anche essere l’Expo. Con una gestione sana e trasparente, si può mobilitare quel grande serbatoio di intelligenze che si muovono oggi senza cornice sul territorio, coinvolgendo sanità, arte, cultura, architettura, ecologia, mobilità, tecnologia, design, agricoltura. Bisogna rimuovere qualche ostacolo. Bisogna credere in qualche obiettivo. Ma si può fare: rinunciare sarebbe solo un’altra, inutile perdita d’immagine.
Bisogna spiegare a Milano cos’è Milano, ha detto un giorno Piero Bassetti. Oggi c’è questa possibilità. Milano deve ritrovarsi, tornare ad essere la città che sale, come nel dipinto-manifesto di Boccioni. E non è un caso che un altro manifesto, in questi giorni, si stia delineando dalle pagine della Cronaca del Corriere, con gli interventi di uomini e donne del mondo della cultura. Milano che ritrova il coraggio del proprio tempo è forse il primo, vero miracolo dell’Expo, la manifestazione bandiera del 2015 che fin qui ha collezionato più critiche che consensi, più paure che speranze. E questa è una novità che merita attenzione, perché riapre un cantiere lungamente interrotto: quello delle idee, del pensatoio, del merito, e offre alla città la possibilità di darsi un ruolo di indirizzo, di guida, che si alimenta con la competenza e non con la convenienza. Tocca al sindaco Moratti, adesso, al presidente Formigoni con gli Stati Generali, a chi ha un ruolo di opposizione ma ama allo stesso modo la città, trasformare l’Expo in un avvenimento capace di coinvolgere il meglio di Milano e dei suoi cittadini, per rilanciare lo spirito del fare, per far crescere, oltre al volano economico, una nuova cultura, più civica, più attenta alla qualità della vita, più attenta all’uomo.
Serviranno nuovi meccanismi di partecipazione, di controllo civico, ci vorrà una vigilanza attenta per denunciare, se servirà, l’insidia di qualche degenerazione. Ma si comincerà così ad uscire dal corto circuito della negatività, a rimuovere quel blocco psicologico che da troppo tempo impedisce a questa città di tornare a pensare in grande. Non basta un manifesto, ne servirebbero tanti. Ma si può cominciare dalla Cultura per arrivare alla Scienza, alla Ricerca, alla Meritocrazia, alla Solidarietà... E iniziare un lungo viaggio che passa attraverso la Milano che c’è, non è scomparsa e non si arrende.
12:43 Scritto in INVESTIMENTI | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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