16/11/2011

San Raffaele, raffica di perquisizioni. Cinque indagati, tra cui don Verzé

San Raffaele, raffica di perquisizioni. Cinque indagati, tra cui don Verzé

Nel fascicolo degli indagati cinque nomi, tra cui quello di don Verzé. La Guardia di finanza negli uffici di presidenza, nella residenza dei «Sigilli», in uffici, abitazioni e yach.

Continua...


27/10/2010

Malasanità, un caso ogni due giorni Metà delle vittime in Calabria e Sicilia

Malasanità, un caso ogni due giorni Metà delle vittime in Calabria e Sicilia

I numeri della commissione sugli errori in campo sanitario. Da aprile 2009 a metà settembre 2010 si contano 242 episodi: 163 hanno fatto registrare la morte del paziente

Continua...


12/09/2010

Quei 364 ospedali senza esperienza «Troppi rischi sotto i mille parti»

Quei 364 ospedali senza esperienza «Troppi rischi sotto i mille parti»

L'inchiesta. Che cosa non va nelle corsie italiane. I ginecologi in cima alla classifica dei medici denunciati

Continua...


08/01/2010

Scontro frontale in pieno centro Muore una ragazza di 26 anni

Scontro frontale in pieno centro Muore una ragazza di 26 anni

 

All'angolo tra corso Buenos Aires e viale Tunisia. Ci sono anche cinque feriti. Coinvolti un'auto e un furgone, forse per un «rosso» non rispettato


Auto contro furgone in corso Buenos Aires, muore una 26enne (Ansa)

 

MILANO - Una ragazza romena di 26 anni è morta e 5 persone sono rimaste ferite venerdì mattina alle 6.30 in seguito ad un gravissimo incidente stradale avvenuto in corso Buenos Aires, all'angolo con viale Tunisia, nel pieno centro di Milano. Due i mezzi rimasti coinvolti nello scontro: un'auto e un furgone. Sul posto sono intervenute sei ambulanze e i vigili del fuoco, che hanno collaborato ad estrarre i feriti dalle lamiere. L'autista del furgone, un uomo di 45 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni al Policlinico. Gli altri quattro feriti sono i ragazzi che viaggiavano sull'auto, una Bmw 320, con la ragazza che è rimasta uccisa: sono ricoverati in prognosi riservata in vari ospedali della città. Ancora da accertare la dinamica dell'incidente: il semaforo tra corso Buenos Aires e viale Tunisia funzionava, ed è probabile che uno dei due veicoli non abbia rispettato il rosso. L'auto risulta sfasciata sulla fiancata destra, il furgone sul lato anteriore. Molti dei presenti si sono fermati a scattare foto con il telefonino. La Polizia locale ha chiuso un tratto del corso, con qualche problema per il traffico.

 

(Fotogramma)

CONTRO IL MEGASTORE - Entrambe le vetture sono finite sul marciapiede di corso Buenos Aires, una delle vie principali di Milano. Il furgone, che trasportava generi alimentari, si è rovesciato ed è andato a incastrarsi contro un semaforo, mentre la Bmw ha finito la sua corsa contro la vetrina del mega-store della Puma, danneggiandola. Per le due ragazze ferite, di 24 e 26 anni, è stato necessario il trasporto al Fatebenefratelli. I due ragazzi feriti, di 22 e 33 anni, che erano seduti nei posti davanti, sono stati trasportati al Niguarda e all'ex Santa Rita. Uno è in prognosi riservata e le sue condizioni sono piuttosto gravi. L'identità della vittima, di nazionalità romena, non è stata ancora resa nota.

 

Il furgone ribaltato (Fotogramma)

(Fotogramma)

(Fotogramma)


LA TESTIMONIANZA - Un passante è stato tra i primi a prestare soccorso e ha lasciato una drammatica testimonianza «Ho subito assistito l'autista del camioncino che era fuori dell'abitacolo faccia a terra, ma non ho osato toccarlo perché c'era una pozza di sangue al livello del torace. Ha ripreso quasi subito conoscenza anche se non parlava e voleva muoversi ma l'ho tenuto fermo, l'unica cosa che ho potuto fare è coprirlo con un sacco giallo di plastica per proteggerlo dalla pioggia. Sono andato poi alla macchina, i due uomini sui sedili anteriori sembravano morti, sul sedile posteriore una donna piangeva e si lamentava, l'altra donna non si muoveva, aveva un piede con rivoli di sangue ferita forse dai vetri dei cristalli. Le portiere anteriori erano chiuse dall'interno quelle posteriori erano aperte. Poi sono arrivati i soccorsi e ovviamente non potendo fare nient'altro sono andato via. Non dimenticherò mai più questo giorno e ho letto proprio ora che la ragazza più giovane non ce l'ha fatta».

IL PRECEDENTE - Già a febbraio 2007 c'era stato un incidente nello stesso incrocio: anche in quel caso una delle vetture e ra finita contro il negozio Puma, sfasciando la vetrina e finendo dentro il negozio. Stavolta invece l'auto ha finito la sua tragica corsa contro una delle colonne portanti dell'edificio, tra una vetrina e l'altra.


07/11/2009

Sospetta influenza A: due bambini morti a Napoli a poche ore di distanza

Sospetta influenza A: due bambini morti a Napoli a poche ore di distanza

 

SONO ATTESI I RISULTATI DEL TAMPONE. Avevano, rispettivamente, quattro e otto mesi. Per entrambi si attende la conferma dell'infezione da H1/N1

 

NAPOLI - Due bambini morti a Napoli a poche ore di distanza probabilmente a causa della nuova influenza. Un piccolo di 4 mesi è deceduto nella terapia intensiva all'ospedale «Annunziata» del capoluogo campano. Il bambino era stato portato con grosse difficoltà respiratorie dai genitori in pronto soccorso alle 11 di sabato mattina; una radiografia aveva mostrato una polmonite interstiziale in atto. Il bimbo non aveva febbre ed è stato trasferito subito nel reparto di terapia intensiva neonatale, dove è stato sottoposto a ventilazione assistita e intubato. È morto alle 12. I genitori hanno autorizzato l'autopsia, che consentirà anche di capire se c'è stato un contagio da virus A H1N1.
L'altra piccola vittima è morta sabato mattina alle 10:30. Aveva otto mesi ed era ricoverata da venerdì all'ospedale Cardarelli per sospetta influenza A. La causa del decesso è una polmonite bilaterale gravissima. Ancora non sono stati resi noti i risultati del tampone a cui la bimba, giunta al Cardarelli dall'ospedale Fatebenefratelli in gravissime condizioni, era stata sottoposta ieri alle 17. Ieri il direttore sanitario del Cardarelli, Franco Paradiso, aveva detto: «Vi sono tutti i presupposti perchè la bambina sia positiva all'H1N1». La bambina era nata da parto trigemellare e già dieci giorni fa era stata ricoverata per problemi respiratori. Le sue condizioni si sono poi ulteriormente aggravate e la famiglia ne ha disposto, in accordo con i sanitari, il trasferimento nell'ospedale Cardarelli dove la piccola è stata subito ricoverata nella rianimazione polmonare e intubata. Le sue condizioni erano state definite già venerdì gravissime.

A TORINO MUORE 75ENNE - Un altro decesso per la nuova influenza a Torino, dove è deceduto uno dei quattro ricoverati all'ospedale Molinette di Torino affetti dal virus H1/N1. L'uomo, di 75 anni, era già in fase terminale per un mieloma che lo aveva colpito. Era stato ricoverato venerdì scorso in condizioni gravissime.


05/11/2009

Le regole per curare la nuova influenza

Le regole per curare la nuova influenza

 

I bambini In questo momento sono i più colpiti, la temperatura può andare oltre i 40 gradi. Antipiretici per abbassare la febbre, no agli antibiotici. Quando chiamare il medico e quando andare in ospedale

 

(Ansa)

Febbre alta, oltre i 38.5, mal di testa, dolori diffusi. Una tria­de di sintomi che lascia pochi dubbi di questi tempi: si tratta, con ogni probabilità, di influenza A. Allo­ra è meglio dimenticare il «fai da te» e chiamare il medico. Perché, se è ve­ro che la nuova influenza non è più cattiva di quella stagionale (che non è ancora arrivata), è anche vero che certe categorie di persone sono più vulnerabili all’infezione da virus H1N1 (come i bambini e i giovani) o rischiano di più le complicanze (co­me le donne in gravidanza). Non tut­ti coloro che vengono a contatto con il virus si ammalano, ma chi lo fa, nel giro di due o tre giorni, si mette a letto ed è bene che ci stia. Del resto non può fare altrimenti proprio per­ché la febbre alta (che può arrivare nei bambini fino a 40 gradi) provoca un grave malessere generale. Ecco perché è bene cercare di ridurla.

IL TERMOMETRO SALE
- «Non dimentichiamoci — dice Massimo Galli del Dipartimento di malattie infettive all’Ospedale univer­sitario Sacco di Milano — che la feb­bre è un meccanismo di difesa del­l’organismo contro l’infezione e non va combattuta in quanto tale, ma per­ché provoca spossatezza, mal di te­sta e dolori al malato e non lo fa ripo­sare bene ». L’antipiretico da preferire è il para­cetamolo. Per il resto non sono indi­cati altri farmaci, tanto meno gli anti­biotici che non funzionano contro i virus e non prevengono le infezioni batteriche. E poi valgono le solite re­gole: stare al caldo, bere molto, so­prattutto succhi di frutta, mangiare quello che ci si sente di mangiare.

ATTENZIONE AI BAMBINI
- Qualche osservazione a parte meri­tano i bambini perché, per loro, la febbre può raggiungere punte di 40 gradi e passa. «Il paracetamolo come antipiretico va bene — dice Susanna Esposito della clinica pediatrica De Marchi all’Università di Milano — e nel giro di sei ore la temperatura do­vrebbe scendere sotto i quaranta. Se non succede, è bene rivolgersi con urgenza al pediatra o andare al pron­to soccorso » . Se la febbre è accompagnata da convulsioni, è sempre opportuno chiamare il pediatra o recarsi, anche in questo caso, al pronto soccorso quando l’attacco dura più di un quar­to d’ora e riguarda non tutto il corpo, ma soltanto una parte. La Società italiana di pediatria non consiglia l’uso del ghiaccio per ridurre la temperatura del corpo, so­prattutto se applicato direttamente sulla pelle e non attraverso una bor­sa. «Vale la pena di ricordare — ag­giunge Galli — che, per prudenza, al di sotto dei 15 anni non si sommini­stra come antipiretico l’aspirina: si sospetta, infatti, che possa provoca­re la cosiddetta sindrome di Reye, ca­ratterizzata da disturbi del sistema nervoso ». Per il resto, anche per i bambini, è fondamentale bere. Non importa se non mangiano per uno o due giorni; poi si riprenderanno ed è importan­te che allora scelgano cibi sani (frut­ta, verdura, carne o pesce) e si ali­mentino in maniera regolare. Se non ci sono particolari proble­mi, la febbre, sia nei bambini che nei giovani e negli adulti, dura due o tre giorni poi comincia a calare: nel giro di una settimana, o poco più, la situa­zione si risolve. Non bisogna dimen­ticare, però, che dopo la comparsa dei sintomi si continua a eliminare virus anche per sette giorni: ecco per­ché non si deve tornare a scuola o al lavoro troppo presto, altrimenti si ri­schia di contagiare gli altri.

LA SPOSSATEZZA
- «Questa influenza — dice Galli — può lasciare, dopo la guarigione, un senso di spossatezza e di stanchezza, qualche volta anche in forma impor­tante. Anzi: è proprio questo che ci fa dire che si è trattato di vera influen­za ». Altre forme simil-influenzali, le co­siddette Ili, che sono diffuse in que­sto periodo e danno gli stessi sinto­mi con febbre elevata, vengono spes­so confuse con l’influenza A (finora sono il 50-60 per cento dei casi, ma stanno diminuendo per lasciare il po­sto all’influenza A) non provocano, infatti, questi strascichi.

LA TOSSE
- «Nei bambini — dice Esposito — dopo due o tre giorni dall’inizio della febbre può comparire tosse, soprat­tutto secca, che allarma molto le mamme. Anche negli adulti questa influenza A provoca spesso una tra­cheite non pericolosa. La tosse può persistere alcuni giorni: non c’è una cura specifica, ma è bene che il bam­bino rimanga in casa per evitare so­vrainfezioni batteriche. L’unica situa­zione che deve allarmare i genitori è la comparsa di difficoltà o di irregola­rità del respiro: è opportuno, anche in questo caso, ricorrere al pronto soccorso » .

IN GRAVIDANZA
- Le complicanze dell’influenza si manifestano di solito nelle persone che hanno già problemi di salute, ma c’è un’altra situazione, questa vol­ta fisiologica, che va guardata con cautela: la gravidanza. Le donne che aspettano un bambino, fra i 20 e i 39 anni, rappresentano circa il 30 per cento di tutti i casi di influenza A che sono finiti in ospedale, almeno se­condo i dati disponibili. E le compli­canze più frequenti sono le polmoni­ti primitive (provocate cioè dal virus dell’influenza) e quelle secondarie (da sovrapposizione batterica). In ge­nerale la comparsa di complicanze è annunciata da un crescendo di sinto­mi e, in particolare, da difficoltà di re­spiro. «Le donne si devono allarmare — spiega Alessandra Kustermann della Clinica ostetrico-ginecologica Man­giagalli di Milano — quando i sinto­mi peggiorano, soprattutto se hanno malattie concomitanti o sono obese. In questi casi il ricovero è obbligato­rio » . Per evitare le complicanze nelle donne gravide con malattie croni­che, andrebbe valutata la sommini­strazione di farmaci antivirali, ma questi ultimi funzionano bene soltan­to se assunti entro 48 ore dalla com­parsa dei sintomi di influenza. E poi non esiste una sperimentazione ade­guata su questa categoria di pazienti: la scelta, quindi, va fatta caso per ca­so. «Si tende a consigliare gli antivira­li come terapia — precisa Galli — nei casi di vera necessità, come ap­punto nei pazienti con malattie croni­che concomitanti, in quelli a rischio di complicanze e in presenza di sinto­mi respiratori importanti».

GLI ANTIVIRALI
- Il virus H1N1 è sensibile a due an­tivirali, l’oseltamivir, che è in com­presse, e lo zanamivir, che viene som­ministrato per inalazione. Quest’ulti­ma può risultare difficile nei bambi­ni e in persone con difficoltà di respi­ro, pazienti che vanno, dunque, se­guiti attentamente. «Siamo in attesa di antivirali da somministrare per iniezione — ag­giunge Galli — che potrebbero esse­re utili nei casi più gravi». Uno, il pe­ramivir, è appena stato autorizzato dalla Fda americana, l’ente di regola­zione di farmaci, per l’impiego di emergenza.

Adriana Bazzi


03/11/2009

Sicilia: ospedali pieni, morto a 4 anni

Sicilia: ospedali pieni, morto a 4 anni

 

Il calvario di Mirko da Messina a Catania dopo un incidente. Il piccolo romeno di un campo nomadi rifiutato da tre strutture. La procura apre un’inchiesta

 

MESSINA — È morto in eli­cottero mentre veniva trasferi­to a Catania perché in tutta la città di Messina non c'era un solo posto di rianimazione di­sponibile. Un calvario quello del piccolo Mirko, 4 anni, ro­meno, deceduto dopo essere stato travolto da un'auto e do­po aver peregrinato da un ospedale all'altro senza che si riuscisse a trovare un posto let­to per tentare di salvargli la vi­ta. Ora la magistratura ha aper­to un'inchiesta per stabilire quanto abbia pesato tutta quel­la perdita di tempo prezioso. «Stiamo raccogliendo elemen­ti che ci permettano di capire ­si limita a dire il procuratore di Messina Guido Lo Forte - dob­biamo innanzitutto accertare la tempistica dei soccorsi e ca­pire se eventuali ritardi hanno influito».

Sulla vicenda indaga anche la procura di Catania a cui è stata già consegnata una prima relazione del medico le­gale. «Stando a quel che ci è stato riferito - afferma il procu­ratore Enzo D'Agata - il bambi­no aveva un trauma cranico de­vastante ed è probabile che non sarebbe stato comunque possibile salvargli la vita. Tan­to che il medico legale ha esclu­so la necessità dell'autopsia. In ogni caso le indagini vanno avanti d'intesa con i colleghi di Messina». Al di là di quello che diranno gli accertamenti medi­co-legale e l'indagine della ma­gistratura resta il dato dram­matico di una città come Mes­sina in cui non si riesce a trova­re un posto letto in rianimazio­ne. «Siamo molto dispiaciuti per la morte del bambino - di­ce il direttore generale degli ospedali Papardo e Piemonte, Armando Caruso - noi stiamo attivando tutte le procedure e stiamo acquistando gli stru­menti sanitari necessari per ampliare entro un mese a otto i posti riservati in rianimazio­ne al Piemonte, che attualmen­te sono tre».

L'incidente in cui è stato coinvolto Mirko è avvenuto do­menica mattina. Il bambino è stato colpito alla testa dallo specchietto retrovisore di una Renault Twingo guidata da Giuseppina La Rocca, 54 anni, che stava attraversando un in­crocio nel cuore di Messina. Mirko viveva in un campo no­madi e quando è stato investi­to era con i genitori, ma anco­ra non si capisce se sia sfuggi­to al loro controllo e se fosse lì a chiedere l'elemosina. Sul mo­mento non sembrava nulla di grave. A bordo della stessa Twingo il bambino è stato tra­sportato all'ospedale «Piemon­te» dove si pensava di dover medicare solo un taglio alla te­sta. Ma i medici l'hanno co­munque sottoposto alla Tac che ha evidenziato il gravissi­mo trauma cranico. A quel pun­to si è reso necessario ricove­rarlo in rianimazione in attesa di decidere come procedere e si è scoperto che in tutta Messi­na non c'era un solo posto di­sponibile. Non c'era al Piemon­te: «Da tre giorni - dicono i me­dici - abbiamo il reparto pieno e non potevamo ospitare il bambino». Da lì Mirko è stato trasferito al «Papardo» che si trova dalla parte opposta della città. Ma anche qui non era li­bero nessuno degli otto posti letto. E visto che non c'era di­sponibilità neppure al Policlini­co si è deciso di trasferirlo in elicottero all'ospedale «Canniz­zaro» di Catania dove però è giunto cadavere. Al momento l'unica indagata per omicidio colposo è la donna che era alla guida dell'auto. Resta da vede­re se qualcuno verrà chiamato a rispondere per la mancanza di posti in rianimazione. «Una situazione drammatica - dice il sindaco Giuseppe Buzzanca ­- che si trascina da anni».

Alfio Sciacca


23/08/2009

L'incendio arriva alle porte di Atene. Migliaia di persone in fuga

L'incendio arriva alle porte di Atene. Migliaia di persone in fuga

 

Italia e Francia hanno inviato quattro canadair. Il perimetro del rogo è di 80 chilometri: divorati boschi e abitazioni. Evacuati ospedali e colonie di bambini

 

 

 

ATENE - Da tre giorni minaccia Atene, ora è arrivato alle porte della capitale. L'incendio, che sabato ha devastato la zona di Maratona, è a circa 200 metri dall'ingresso della città, raccontano i testimoni. Le fiamme minacciano sobborghi residenziali pochi km dalla capitale: Anosouli, Pallini, Agio Stefanos. Migliaia di persone fuggono dalle proprie case. Il perimetro del rogo è di 80 chilometri, cresciuto nella notte a causa dei forti venti: divorati boschi e abitazioni, mentre il governo ha fatto evacuare ospedali e colonie di bambini in vacanza. L'Italia ha inviato due aerei Canadair e uno è arrivato dalla Francia, in aiuto dei vigili del fuoco greci, ma finora ben poco si è potuto fare contro le fiamme alte venti metri, come quelle che si vedono sul monte Pendelis, polmone verde di Atene, un'area già colpita in passato da furiosi incendi, come quello del 2007. Lì sono stati evacuati due ospedali. Nelle comunità assediate dal fuoco gli abitanti rimasti tentano disperatamente di difendere le proprie abitazioni. Nella lotta all'incendio sono impegnati 500 vigili del fuoco e 300 militari dell'esercito e della marina, dieci aerei e otto elicotteri cisterna, oltre a centinaia di veicoli a terra.

«SITUAZIONE TRAGICA» - «La situazione non è migliorata e anzi l'area interessata dalle fiamme si è estesa, riguarda una decina di località. La situazione resta molto grave e pericolosa a causa dei forti venti» dice un portavoce dei vigili del fuoco. Non sono segnalate vittime, ma molte case, soprattutto di campagna, sono bruciate insieme a centinaia di ettari di bosco e di aree coltivate, soprattutto olivi. I sindaci dei comuni di Maratona, Dyonisos, Grammatiko hanno lanciato appelli in tv parlando di una «situazione tragica». Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in tutta la regione dell'Attica. Il premier Costas Karamanlis, che sabato ha tenuto una riunione di emergenza nel quartier generale dei vigili del fuoco, ha assicurato che «obiettivo primario è salvare le vite dei cittadini e i loro beni» e ha definito «sovrumano» lo sforzo dei pompieri che combattono da oltre trenta ore senza riposo contro le fiamme. La Protezione civile ha segnalato nelle ultime 24 ore un centinaio di incendi in tutto il Paese: la crisi peggiore dal 2007, quando morirono oltre settanta persone. Il rogo peggiore, dopo quello in Attica, è a Zante dove sono andati distrutti 400 ettari di macchia.

EQUIPAGGI ITALIANI - Il Dipartimento della Protezione civile ha dunque inviato due aerei. «Sono due Canadair CL415, capaci di rilasciare sulle fiamme 6000 litri d'acqua ad ogni lancio» spiega la Protezione civile. Decollati domenica mattina dall'aeroporto di Lametia Terme (Catanzaro) hanno raggiunto Elefsis, a nord di Atene. Inoltre sono stati inviati tre equipaggi dei Canadair, per assicurare l'operatività dei velivoli durante l'intero arco della giornata. Il team italiano potrà contare anche su tecnici e sul supporto logistico necessario a garantire la piena operatività degli aerei anfibi.


26/07/2009

Salute, conti a posto solo per 5 Regioni E al Nord Veneto e Liguria sono in rosso

Salute, conti a posto solo per 5 Regioni E al Nord Veneto e Liguria sono in rosso

 

Anche la Calabria a rischio commissario. Il disavanzo totale è di 3,9 miliardi: 3,2 al Centro Sud


ROMA — Dopo Lazio, Abruzzo, Campania e Molise, la prossima Regione a subire il commissariamento della Sanità potrebbe essere la Calabria. È quanto si ricava dal dossier informale che i tecnici del ministero del Welfare hanno elaborato per fare il punto sui sistemi sanitari regionali, sia dal punto di vista degli equilibri di bilancio sia da quello dell'efficienza delle prestazioni. Il quadro, come è già stato anticipato l'altro ieri dal governo a commento della decisione di commissariare Campania e Molise, è «devastante», in particolare per i deficit accumulati dalle Regioni del Centro-Sud, che sembrano destinati ad aggravarsi nel 2010.

Problemi anche al Nord

La spesa sanitaria, scrivono gli esperti che lavorano nel ministero guidato da Maurizio Sacconi, impegna quasi l'80% del bilancio delle Regioni e quindi la salute finanziaria delle stesse dipende dalla capacità di contenere il deficit in questo settore. Nel 2008 ben 14 Regioni (più la provincia di Trento) hanno chiuso i conti sanitari con un disavanzo strutturale. Solo 5 Regioni (più la provincia di Bolzano) in attivo: Lombardia (9,7 milioni), Friuli (6,6), Toscana (7,4), Umbria (20,1) e Marche (21,7). La classifica delle Regioni in rosso è guidata dal Lazio con 1,6 miliardi. Nelle prime posizioni troviamo poi: Campania (-554 milioni), Piemonte (-363), Sicilia (-350), Puglia (-211), Veneto (-201), Calabria (-159), Liguria (-111), Sardegna (-109), Abruzzo (-99), Molise (-80) ed Emilia Romagna (-37). Complessivamente, il disavanzo strutturale nazionale ammonta a 3,9 miliardi, dei quali 3,2 si concentrano nel Centro-Sud. Ma la cosa più preoccupante, aggiungono i tecnici, è che la spesa sale «negli ultimi anni a ritmi del 4-6%», molto più dell'inflazione. Considerando che il Fondo sanitario nazionale, che nel 2009 è stato di 102,6 miliardi, salirà nel 2010 di appena 1,3 miliardi, la situazione potrebbe appunto diventare «devastante».

Il caso Calabria

Negli ultimi dieci mesi si sono svolte numerose riunioni ai tavoli tecnici tra governo e Regioni sotto osservazione. Alla fine il giudizio è stato del tutto negativo per Molise e Campania, commissariate l'altro ieri dal consiglio dei ministri, e per la Calabria, che potrebbe presto subire la stessa sorte. Questo significa che i piani di intervento decisi dalle istituzioni regionali non sono stati ritenuti dal governo idonei a risanare i conti. In particolare, per la Calabria «risultano non coperti per il 2007 e il 2008 ben 45,89 milioni di euro». I disavanzi, si sottolinea nel rapporto, «non possono essere coperti con ulteriori manovre fiscali» di inasprimento di Irap e Irpef. Le manovre di rientro non paiono inoltre credibili, si aggiunge, a causa della «inaffidabilità dei sistemi contabili regionali e quindi dei sistemi informativi». Mancherebbe insomma un bilancio sanitario attendibile.

Due anni per i pagamenti

Sugli squilibri contabili delle Regioni sotto osservazione pesa anche il livello di indebitamento nei confronti delle aziende fornitrici delle Asl. Si tratterebbe, solo verso i fornitori di tecnologie, di 5 miliardi di euro. Il debito si accumula anche a causa dei forti ritardi con i quali le aziende vengono pagate. A livello nazionale la media è di 287 giorni, cioè nove mesi e mezzo. Ma in Molise la media è di quasi due anni (668 giorni) e così anche in Calabria (661) mentre in Campania per incassare una fattura le imprese aspettano mediamente 611 giorni. Appena un po' meno nel Lazio (478 giorni) e in Puglia (403).

Ospedali scadenti

La Calabria e la Campania, scrivono i tecnici, «hanno i case mix (indice che misura la complessità dei casi trattati) più bassi d'Italia, a riprova della scadente qualificazione tecnologica professionale (salvo lodevoli eccezioni, che ci sono) delle strutture ospedaliere». La complessità dei casi trattati nel Centro-Sud è «mediamente del 15-20% inferiore alla Lombardia e del 10% alla media nazionale». Fanno parzialmente eccezione i dati del Lazio, grazie alle strutture ospedaliere e ai policlinici universitari della capitale, e del Molise, grazie ad alcuni ospedali privati. Nelle regioni del Centro-Sud la degenza media pre-operatoria, «che evidenzia la tempestività ed efficacia della diagnosi e degli accertamenti è mediamente superiore del 20-30% al dato nazionale pari a due giorni». Inoltre, sempre in confronto ai dati del Nord, si vede «con chiarezza» nel resto del Paese «il sovradimensionamento della rete ospedaliera e i conseguenti ricoveri anche per pazienti che potrebbero essere tratti con minori costi in strutture extraospedaliere o domiciliari». Carenti, invece, le strutture di riabilitazione e quelle per i lungodegenti.

Pochi day hospital e letti per anziani

Nel Centro-Sud le prestazioni in regime ambulatoriale o di day surgery (chirurgia giornaliera) sono di un terzo inferiori a quelle effettuate nel Nord in rapporto al totale dei ricoveri. L'altra faccia di questa «iperdotazione ospedaliera generalista», dicono gli esperti, è la «gravissima carenza» di posti letto specifici per gli anziani e di strutture per l'assistenza domiciliare, che consentirebbero di curare i pazienti con minori costi. Scontato che, in conseguenza di un sistema meno efficiente, nel Mezzogiorno (con l'eccezione di Abruzzo e Molise) si registri un «indice di fuga elevato» per farsi curare a Roma o al Nord.

Enrico Marro


23/11/2008

«Staccai spina a neonato senza speranze» E la procura di Treviso apre un fascicolo

«Staccai spina a neonato senza speranze» E la procura di Treviso apre un fascicolo

Il procuratore: «Il nostro è un atto dovuto». Confessione choc di una dottoressa del Ca' Foncello. «Paziente senza speranze. Ho agito col consenso dei genitori»

 

 

 

TREVISO - Un neonato con gravissime malformazioni è sottoposto ad operazione e, a distanza di cinque giorni, non ha alcuna speranza di ripresa: la dottoressa che lo ha in cura, col consenso dei genitori, interrompe le terapie e il bimbo muore. È accaduto a Treviso, all'ospedale Cà Foncello, ed a rendere noto l'episodio è stata la stessa dottoressa durante un convegno, come riporta ilCorriere del Veneto. Ora, in merito alle dichiarazioni della dottoressa, la Procura presso il Tribunale di Treviso aprirà un fascicolo. Antonio Fojadelli, Procuratore capo di Treviso, precisa che l'apertura del fascicolo è un «atto dovuto» necessario per «rendersi conto - ha detto - di come stanno le cose». «La vicenda - ha aggiunto - va presa in considerazione per gli aspetti giuridici che la riguardano, poiché la magistratura non si occupa di etica». «È ovvio - ha concluso - che in questa fase il nostro lavoro è solo di verifica dei fatti».

I NEONATOLOGI: «GIUSTO LO STOP A TERAPIE» - A sostegno dalla scelta fatta dalla dottoressa del Cà Foncello levata di scudi tra gli esperti del settore: in questi casi non si tratta di staccare la spina, affermano gli specialisti, bensì di evitare, «doverosamente», situazioni di accanimento terapeutico. Il piccolo nato a Treviso, infatti, affermano i neonatologi, non aveva speranza di riprendersi e qualunque trattamento medico o farmacologico somministratogli sarebbe stato inutile e ne avrebbe solo prolungato l'agonia: in simili situazioni, rilevano, le stesse linee guida del settore prevedono la sospensione dei trattamenti ribadendo il «no» all'accanimento terapeutico. Chiaro, in merito, il giudizio del presidente della Società italiana di neonatologia, Claudio Fabris: «Se i trattamenti sanitari e farmacologici somministrati al neonato non portano alcun beneficio, né attuale né in prospettiva, procurandogli anzi solo delle sofferenze ulteriori, allora si configura appunto una situazione di accanimento terapeutico. In tal caso è giustificata la sospensione di terapie che risultano inutili ai fini di una ripresa vitale, prolungando solo l'agonia».