03/11/2011

Cane sepolto vivo, salvato dopo 2 giorni

Cane sepolto vivo, salvato dopo 2 giorni

A DESENZANO. Jerry adesso sta bene. Il «padrone» è stato denunciato

Continua...


23/01/2010

Da Salerno fino a Pisa Rocky trova il suo padrone

Da Salerno fino a Pisa Rocky trova il suo padrone

 

Il pastore tedesco era stato rubato da un gruppo di nomadi. E poi adottato da una famiglia campana. E' scappato per tornare da Ibrahim che ora vive a Carrara


 

 

 

 

 

 

 

PISA - Ha percorso oltre 600 chilometri a quattro zampe per tornare dal suo padrone, da Salerno a Pisa. È arrivato arruffato, stanco e con i polpastrelli laceri e sanguinanti. È la storia di Rocky, cinque anni, un pastore tedesco preso quando era cucciolo, al canile, da Ibrahim Fwal, un siriano che vive da tempo a Carrara e che lo aveva fatto tatuare. Proprio quel simbolo indelebile che ha permesso ai due «amici» di ritrovarsi. I due, come racconta La Nazione, erano inseparabili e durante l’estate il padrone portava Rocky alla spiaggia, in motorino e con casco da bambini agganciato sotto il muso. Fu proprio in una di quelle gite, tre anni fa, che, mentre Ibrahim faceva il bagno, un gruppo di zingari lo portò via. Da allora, il siriano non ha mai smesso di cercarlo, mettendo annunci sui giornali e affiggendo volantini.

Rocky e Ibrahim
Rocky e Ibrahim

DA SALERNO A PISA - Nel frattempo, Rocky, forse abbandonato dai nomadi, era stato adottato da una famiglia di Salerno che, vista la propensione del cane a fuggire, gli aveva attaccato una targhetta al collare con nome e numero telefonico di riferimento. Due mesi fa Rocky scappa di nuovo e corre verso nord. Nei giorni scorsi, Rocky è stato trovato a Pisa da alcuni volontari: dopo aver chiamato la famiglia salernitana e aver ottenuto conferma del fatto che il cane era fuggito due mesi prima, si sono accorti del tatuaggio risalendo così al suo vero padrone: un siriano di Carrara che viene subito avvisato. A Rocky sono stati così risparmiati gli ultimi 100 chilometri di strada. Ibrahim ha le lacrime agli occhi quando sente il suo cane guaire di gioia. E finalmente i due possono abbracciarsi ancora.


24/11/2008

Rottweiller scopritore

Rottweiller scopritore

Gb, rottweiller fiuta melanoma al padrone
 
 
 

Erano 15 anni che aveva quel grosso neo sul torace, ma Chris Tuffrey, di Banbury nell’Oxfordshire (Gb), l’aveva sempre ignorato. Finchè il suo cane Beamish, di razza Rottweiler, non ha iniziato ad annusarlo e a leccarlo insistentemente, cercando anche di far avvicinare il braccio del padrone alla zona della macchiolina scura. Allora Chris si è insospettito ed è andato a farsi visitare dal medico. Diagnosi: tumore della pelle.

Oggi il melanoma è stato rimosso e l’uomo sta bene - si legge sulla Bbc News online - soprattutto grazie al suo cane. E non è la prima volta che gli animali si dimostrano sensibili e ricettivi nei confronti dei tumori: molti studi hanno confermato che i quattro zampe sono in grado di ’scovarè la malattia nelle urine dei pazienti, anche in casi in cui i test hanno dato risultato negativo.


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09/10/2008

Si cala in una cisterna e muore intossicato

Si cala in una cisterna e muore intossicato

Ucciso dalle esalazioni, come nelle tragedie di Molfetta e di Mineo. Tragico incidente sul lavoro a Parona: un operaio si è calato e non è più riemerso. In ospedale il collega che voleva aiutarlo
 
Un operaio è morto e un altro è rimasto ferito in un grave incidente che è avvenuto questa mattina intorno alle 11.30 all’Intercoating di viale della Stazione 3 a Parona, un comune in provincia di Pavia, tra Vigevano e Mortara. A quanto è possibile apprendere l’operaio dell’azienda che produce vernici, resine e diluenti, si sarebbe calato in una cisterna vuota per fare manutenzione, ma non sarebbe più riemerso.
LA CISTERNA - Il suo collega si sarebbe dunque calato per capire cosa fosse successo. Vedendo il corpo del compagno di lavoro sarebbe ritornato rapidamente in superficie, rimanendo però intossicato. Dai primi accertamenti, i due sarebbero rimasti vittime di esalazioni di azoto. Sempre secondo le prime indiscrezioni l’operaio sarebbe infatti morto per arresto cardiaco per mancanza di ossigeno. L’operaio intossicato è stato portato all’ospedale di Vigevano, dove sarebbe fuori pericolo.
MORTI BIANCHE - Il caso ricorda da vicino altre tragedie sul lavoro, sempre per colpa delle esalazioni all'interno delle cisterne. A giugno di quest'anno sei operai hanno trovato la morte sul fondo di una cisterna del depuratore di Mineo, nel Catanese. A marzo altre cinque vittime, in un'autocisterna di zolfo nella zona industriale di Molfetta. Gli incidenti sul lavoro in Italia si aggirano sull'impressionante cifra di un milione l'anno, con il risultato di più di mille vittime.


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30/09/2008

Il capo ideale? L'allenatore

Il capo ideale? L'allenatore

 

 

Il buon capo è quello che sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori riuscendo a valorizzarli, le risposte del libro-ricerca «Che capo vuoi? a cura di walter passerini e marco rotondi

 

 

 

MILANO - Conflitti, contrasti, malumori. La vita in un qualsiasi ufficio non è sempre semplice. E gran parte della responsabilità è sulle spalle di chi quell’ufficio è chiamato dirigerlo. Vale a dire il capo. Un ruolo quello del capo, che, mai come oggi è messo in discussione. Dalle aziende, dai lavoratori, dalla società.

Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori (Fotopress)
Il capo ideale è quello che, come un allenatore, (nella foto Josè Mourinho) sa tirare fuori il meglio dai propri collaboratori
Venuti meno i modelli tradizionali, non esiste più un solo modo per essere capo. Ma qual è il capo ideale e cosa deve fare un capo per essere un buon capo? A queste ed altre domande risponde il libro-ricerca “Che capo vuoi?” a cura di Walter Passerini (giornalista del Sole 24 e ideatore del Corriere Lavoro, storico supplemento del Corriere della Sera) e Marco Rotondi (ingegnere e psicologo, presidente dell’Istituto europeo di neurosistemica) edito da Guerini e Associati.

LA CRISI DEL CAPO - Il libro ha un doppio volto. Da un lato ci fa capire i perché della necessità di rimettere in discussione la figura del capo, dall’altro attraverso i risultati, di un duplice indagine sul campo, qualitativa e quantitativa, ci permette di individuare che tipo di capo vuole il dipendente. Infatti la crisi del ruolo di chi è chiamato a guidare un ufficio o un’impresa nasce dal fatto che spesso il capo non sa cosa vuol dire essere un capo. Naturalmente cerca di raggiungere gli obiettivi che gli vengono richiesti, ma non viene quasi mai valutato per ciò che è riuscito a creare: un team affiatato, buone relazioni all’interno di un ufficio, un organizzazione efficiente, la capacità di far cogliere ad ognuno dei suoi collaboratori il significato del proprio lavoro. Una valutazione che invece è tanto necessaria perché ci permetterebbe di individuare quei leader in grado di trasformare non più solo le aziende, ma anche la società e il Paese in cui viviamo. Come spiega Passerini: è giunto il momento “non di creare una classe dirigente alla ricerca di alibi, che gioca con la società al puro effetto ottico del rispecchiamento. Ma una vera classe dirigente che è diversa dall’essere ‘dirigenti’. Per questo serve più autocoscienza del ruolo, più coraggio, più consapevolezza. Il Paese ha bisogno di merito e mobilità e di liberarsi dai vecchi meccanismi del potere. Servono nuove palestre della leadership. Le imprese sapranno esserlo e diventarlo?”

LE QUALITA’ DEL BUON CAPO – Ma cosa viene richiesto dai dipendenti al proprio capo per poterlo definire un buon capo? Il libro fornisce una risposta che emerge da una duplice ricerca qualitativa e quantitativa. Premesso che una relazione felice con il proprio capo è giudicata dalla grande maggioranza degli intervistati “come elemento indispensabile per lavorare al meglio” un buon capo secondo i dipendenti deve avere innanzitutto 3 qualità:
1) Avere interesse reale per i propri collaboratori, vale a dire, da un lato saper stabilire un confronto vero con chi lavora con lui, dall’altro, saper rimanere autentico.
2) Essere in grado di mandare avanti un rapporto di fiducia reciproca.
3) Essere in grado di conferire deleghe chiare ai propri collaboratori

IL CAPO IDEALE – Accanto all’indagine qualitativa emerge però anche quella quantitativa, realizzata analizzando le risposte di oltre 190.000 dipendenti contattati via web. Dall’indagine emerge che la figura ideale di capo è per il dipendente italiano medio quella di un uomo, italiano cinquantenne. Il capo inoltre a detta dei collaboratori deve avere altre importanti caratteristiche:
1) Deve agire come un coach, vale a dire saper valorizzare il potenziale dei collaboratori
2) Deve avere un atteggiamento da team player vale a dire “orientato al raggiungimento del risultato attraverso la valorizzazione delle competenze del gruppo e la delega”.
3) Deve saper supportare la ricerca di soluzioni innovative attraverso la sintesi e la sperimentazione;
4) Deve saper valorizzare le idee dei collaboratori e dare la possibilità di lavorare in autonomia;
5) Deve essere in grado di valutare i propri collaboratori gestendo il processo di feedback e misurando i risultati portati da ognuno;
6) Deve saper stimolare il miglioramento trasferendo delle certezze;
7) Deve saper gestire i collaboratori creando spirito di squadra e appianando i conflitti;
8) Deve saper valorizzare i risultati della squadra anche verso gli altri capi.

UN CAPO DIVERSO PER DIVERSE SITUAZIONI – Ma anche se le linee guida prima tratteggiate forniscono un identikit abbastanza fedele di chi è e come deve agire un buon capo, come spiega Gianni Dell’Orto, presidente di Neusearch, nell’ultimo capitolo del libro, non esiste un capo ideale per tutte le aziende e per tutte le stagioni: “Dopo aver incontrato e intervistato almeno 13.000 capi sono giunto alla conclusione che a seconda della situazione esiste un capo che funziona meglio.Quindi le diverse situazioni esigono diversi tipi di capo”.


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