08/03/2010

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

 

Il 15% non rientra dopo il secondo figlio. Solo il 46% ha un impiego, il 27% abbandona dopo il primo figlio

 

Fanno fatica a trovarlo e spesso lo pèrdono dopo il primo figlio: è un rapporto complicato quello delle donne con il lavoro, ancor più complicato quello con il non-lavoro. La ricerca di Manageritalia su dati Istat e Isfol parla chiaro: nel nostro Paese solo il 46% delle donne ha un impiego. Di queste, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa.

DIFFICOLTÀ - I motivi sono sempre gli stessi: le difficoltà a conciliare la nuova organizzazione famigliare con il lavoro, in una situazione in cui la gravidanza ha ripercussioni negative sulla carriera che, dopo la nascita di un bambino, o si ferma o addirittura regredisce. Eppure quella italiana è una delle legislazioni più all’avanguardia rispetto alla tutela della maternità: le norme ci sono, evidenziano gli addetti ai lavori, la difficoltà è tutta nell’applicarle soprattutto in quella zona grigia che non è una violazione palese delle norme sulla discriminazione: donne e mamme costrette a uno slalom impossibile tra norme, diritti e vessazioni e soprusi più o meno velati da parte dei datori di lavoro. Le donne che subiscono discriminazioni a causa della maternità non ne parlano volentieri e non sempre denunciano. La penalizzazione sarebbe talmente ricorrente da essere ritenuta la normalità dalla maggioranza delle donne che lavorano.

 

UN PROGETTO CONCRETO - A non rassegnarsi sono le donne di Manageritalia né quelle de La Casa Rosa. Insieme stanno lavorando all’iniziativa «Un fiocco in azienda»: un progetto che coinvolge lavoratrici e aziende sia sul piano della salute che sul piano del rientro al lavoro per le neo-mamme. In quelle aziende che aderiranno, le lavoratrici verranno «accompagnate», se lo vorranno, nell’esperienza della maternità e potranno avere consulenze gratuite presso La Casa Rosa, tra l’altro per prevenire la depressione post-partum. Si chiede, invece, alle aziende di mettere in atto alcuni semplici comportamenti: mantenere un contatto costante anche con le dipendenti in maternità per non farle sentire «fuori», corsi di formazione anche durante il congedo fino all’integrazione dello stipendio durante i mesi di astensione facoltativa.

Laura De Feudis

Fonte: Corriere.it


15/12/2008

Pd: sì a pensione a 65 anni per le donne se Brunetta appoggia legge su occupazione

Pd: sì a pensione a 65 anni per le donne se Brunetta appoggia legge su occupazione

Il ministro ombra delle Pari Opportunità: sì a eventuale ddl se ci sarà norma per conciliare lavoro e maternità, «la maternita' e' ancora un ostacolo all'accesso al mercato del lavoro

 

 

ROMA - Il Pd è pronto a sostenere le proposte di Renato Brunetta sull’allungamento dell’età pensionabile delle donne, a patto che il governo sostenga il disegno di legge dei Democratici a favore del’occupazione femminile.

Renato Brunetta (Eidon)
Renato Brunetta
La «sfida tutta politica e tutta a favore delle donne» viene lanciata dalla senatrice Vittoria Franco, ministro ombra delle Pari Opportunità del Pd, in una lettera aperta al ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione Renato Brunetta. «Noi del Pd sosteniamo le sue proposte sulla equiparazione dell’età pensionabile - scrive Franco - e lei sostiene il nostro progetto che prevede misure per promuovere l’occupazione femminile e favorire la conciliazione fra lavoro, maternità e carriera. Perché è proprio qui il problema, nella maternità che è ancora un ostacolo all’accesso al mercato del lavoro, alla carriera e alla realizzazione delle donne in un lavoro gratificante».

LA LETTERA - Franco scrive ancora Brunetta: «Sono d’accordo con lei quando dice che molti, soprattutto della destra per la verità, vogliono le donne "angeli del focolare", tutte cura e famiglia. Le donne oggi sono più istruite, ma più povere e più precarie degli uomini. Per le donne laureate il differenziale salariale può arrivare anche al 25% in meno. Il livello di occupazione femminile al Sud è intorno al 31%. Ma quelle stesse donne inattive rinunciano anche a fare figli perché il futuro della coppia e della famiglia è più incerto. Vogliamo partire da questi dati ministro Brunetta? - incalza Vittoria Franco - Vogliamo partire dai servizi educativi e alla persona? Lei sa bene che gli asili nido coprono poco più del 10% della popolazione infantile e che al Sud non arrivano al 2%. Tremonti finora non ha previsto un euro né per promuovere politiche attive del lavoro femminile né per proseguire nel piano per gli asili nido avviato da Prodi. E non può bastare l’investimento dei risparmi realizzati con l’equiparazione dell’età pensionabile. Ci dia qualche segnale - conclude Franco - che ci consenta di avere fiducia e per non pensare che questo Governo voglia di nuovo intrappolare le donne in una ulteriore discriminazione: più povere, più oberate di cura e pure in pensione più tardi degli uomini».


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25/09/2008

Nel Mali le «donne del karité», storia di una battaglia (vincente) al femminile

Nel Mali le «donne del karité», storia di una battaglia (vincente) al femminile

Progetto di cesvi e just italia. Corsi di formazione e attrezzature per rendere più dignitoso il lavoro nella comunità del distretto di Kati

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Burro di karité. Si chiama così la speranza di un gruppo di donne del Mali, e precisamente del distretto di Kati, nel Koulikoro. Il loro lavoro si scontra ogni giorno con l'arretratezza dei mezzi e delle tecnologie che non permette di valorizzare quella che è diventata una risorsa fondamentale per il Paese: il burro di karité appunto, un ingrediente di uso comune in cosmetologia, noto per le sue proprietà emollienti, protettive, idratanti e antiossidanti. Sono loro, le donne di Kati (soprannominate «donne di karitè») le destinatarie di un progetto di Cesvi, organizzazione umanitaria di Bergamo, e Just Italia, azienda veronese di cosmetici e prodotti naturali. Obiettivo: sostenere il lavoro e i diritti delle donne maliane attraverso percorsi di formazione, costruzione di opere, acquisto di attrezzature e materiali per un valore di 40mila euro.

«UN PICCOLO MIRACOLO» - Ad oggi nel Mali le donne raccolgono le noci a mano, ad una ad una; l’estrazione della farina e del burro avviene con sistemi rudimentali e faticosi. Il progetto punta a dar loro una formazione professionale, costruendo anche un magazzino centrale e 15 piattaforme di essiccazione, fornendo attrezzature per la lavorazione e conservazione del burro di karité: dai barili ai teli di plastica fino alla pesa e ai contenitori necessari per lo stoccaggio. Quella del karité è una storia di donne che fanno squadra, che lavorano con altre donne lottando per una migliore qualità della vita. «Il progetto è partito anche grazie alla determinazione delle donne che producono il karité - spiega Agata Romeo, responsabile Cesvi del progetto -. Le donne stesse mi hanno spiegato quale fosse la sfida: si tratta di migliorare la qualità del burro e di venderlo affinché anche le donne possano contribuire al sostentamento economico di tutta la famiglia. Donne che hanno un reddito: una specie di rivoluzione se si pensa al ruolo cui esse sono confinate nella cultura Bambara (l’etnia di maggioranza in questa parte del Mali). È una rivoluzione anche per gli uomini che consentono questa attività e che ultimamente la appoggiano esplicitamente. Quello che si sta producendo in questi villaggi è un piccolo miracolo».

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