09/08/2010
Chavez respinge le credenziali del nuovo ambasciatore Us
Chavez respinge le credenziali del nuovo ambasciatore UsMartedì incontro tra il presidente venezuelano e il capo dello Stato della Colombia. Il diplomatico avrebbe pronunciato parole offensive contro il Venezuela per l'appoggio alle Farc
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07/03/2010
Rivoglio le odiate mimose
Rivoglio le odiate mimose
L’ORGOGLIO. Per dire: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più»
E se ci riprendessimo le mimose? Se domani, 8 marzo, andassimo in giro col mazzetto giallo? Non più come regalino paternalistico, da «buona festa, care cocche». Come segno di protesta riconoscibile. Magari appuntate alla borsa, o sul bavero tipo suffragette (se non ci fossero state non andremmo a votare, in effetti); o anche tra i capelli (tipo figlie dei fiori, che hanno i loro meriti; certo è più adatto alle nipotine della Summer of Love che alle nonne). Così, a chi chiede «perché hai una mimosa puzzolente sulla giacca a vento?», si potrebbe rispondere: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più». Senza timore di sembrare ridicole. Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza. La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. Anche se, dopo un anno che avrebbe demotivato Betty Friedan-Simone de Beauvoir-Emmeline Pankhurst (leader delle suffragette di cui sopra), sono in tante a liquidarlo: «No, l’8 marzo no, non siamo patetiche». Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier.
GIORNATA DELL'ORGOGLIO FEMMINILE - Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile. Con i mezzi che abbiamo; con un simbolo comprensibile, quelle mimose che per anni ci hanno mandato in bestia. Quando le trovavamo sulla scrivania, omaggio di qualche capo meno femminista di Fabrizio Corona. Quando le regalava un fidanzato fedifrago o un’amica scema. Recuperarle ed esibirle sarebbe una civile riappropriazione dello spazio pubblico. Di quello reale, non virtuale: in troppe passiamo il tempo a discuterne online, a firmare tra noi appelli sui social networks con titoli come «Io non considero normale». Sarebbe ora di mostrare l’anormalità a chi passa per strada, a chi lavora con noi, a chi pensa che un Paese di donne annientate sia normalissimo e soprattutto comodo; per i maschi. Sarebbe ora di provarci e di contarci; non perché siamo donne, perché essendo donne ci siamo stufate. Perché per smettere di sentirci annientate dovremmo prima diventare, come dicono le nostre ragazzine, «fomentate» (vogliamo che crescano con questi modelli femminili? Con questi esempi di carriere donnesche? Come potenziale merce un tanto al chilo? Meglio il fomento, o come scrivono loro, il fomentooo; e buon 8 marzo a tutte).
Maria Laura Rodotà
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02/01/2010
Ghini minacciato: «Sporco comunista»
Ghini minacciato: «Sporco comunista»
CINEMA. Telefonata anonima il 30 dicembre: l'attore intimato di «stare alla larga» da un'istituto professionale, l'Imaie
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| Massimo Ghini con Christian De Sica, protagonisti di "Natale a Beverly Hills" |
ROMA - Una telefonata minatoria ha rovinato le vacanze di fine anno di Massimo Ghini che erano partite in bellezza per i risultati al box office di Natale a Beverly Hills, il cinepanettone di cui è protagonista insieme a Christian De Sica, Sabrina Ferilli, Michelle Hunziker, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi. Ghini, che è presidente del Sai (sindacato attori italiani), ha ricevuto il 30 dicembre scorso una telefonata anonima in cui l'interlocutore, dopo averlo apostrofato «sporco comunista», gli ha intimato telefonicamente di tenersi «alla larga» dall'Imaie, l'Istituto per la tutela dei diritti degli artisti interpreti esecutori, di cui l'attore è consigliere d'amministrazione. A denunciare pubblicamente l'intimidazione ricevuta da Ghini, che arriva in un momento in cui l'Imaie è commissariato e in via di scioglimento ed è in corso in corso un'indagine, da parte della Procura della Repubblica di Roma, per presunte truffe ai danni dell'Istituto, è la Cgil.
LA QUESTIONE IMAIE - Il Sai Slc Cgil ha diffuso una nota in cui esprime «piena solidarietà al suo Presidente e richiama l'attenzione del Governo, del Mibac e del Parlamento affinchè non sottovalutino quanto di inquietante è già accaduto e sta accadendo intorno a questa vicenda». Proprio in queste settimane governo e ministero per i Beni e le Attività Culturali stanno decidendo in merito all'assetto futuro dell'Imaie. «È importante -afferma a questo proposito la Cgil- che gli Organismi governativi chiamati a definire la struttura del nuovo Istituto, in via di costituzione, ponderino attentamente ogni decisione in merito al fine di scongiurare possibili losche infiltrazioni al suo interno. Una ipotesi sciagurata che ricondurrebbe, in breve tempo, anche il nuovo soggetto nelle condizioni che hanno determinato lo scioglimento dell'Imaie».
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15/12/2009
Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»
Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»
L'ATTRICE SULL'AGGUATO IN PIAZZA DUOMO. «Ho provato anche stima per la sua fierezza»
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| Il blog di Sabina Guzzanti |
ROMA - «Sì mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico, credo per la prima volta». Lo scrive Sabina Guzzanti sul suo blog, in merito all'aggressione subita dal presidente del Consiglio in piazza Duomo a Milano.
PENA NON RICAMBIATA - L'attrice spiega di essere rimasta sconvolta «da quelle immagini e ho provato pena anche se quest'uomo è quello che ci avvelena la vita da vent'anni, anche se ha distrutto il mio paese provo pena nonostante tutto perché sono umana». Si tratta però, puntualizza, di «quella stessa pena che Berlusconi non ha provato per le centinaia di persone pestate a sangue a Genova, per le violenze che subiscono immigrati, carcerati, i manifestanti di Chiaiano manganellati». Purtroppo, aggiunge Guzzanti, «dico che la pena, la solidarietà umana che io e credo molti di voi abbiamo provato non è corrisposta. Ho detto che noi abbiamo repulsione per la violenza anche nei confronti di un uomo che la pratica che è il mandante di tanti gesti di violenza. Non ci sono dubbi per me. Non avrei voluto che accadesse, non voglio che si ripeta».
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03/12/2009
Quando Facebook rovina la vita
Quando Facebook rovina la vita
SOCIAL NETWORK. Raccontare i fatti propri sul social network può costare molto caro. Una carrellata di casi più famosi
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MILANO – Una foto inopportuna nel proprio album, un commento fuori luogo, un aggiornamento pubblicato nel momento sbagliato ed ecco che a causa della passione per Facebook ci si ritrova nei guai senza nemmeno rendersene conto. Chi possiede un account all’interno del popolare sito di amicizie e lo utilizza quotidianamente per tenere informati gli amici in merito alle proprie attività o al proprio sentire farebbe bene a prestare attenzione a ciò che dice: Facebook è uno strumento divertente, ma usarlo male può costare caro.
L’ULTIMO CASO - Lo sanno bene Tareq e Michaele Salahi, una coppia dello stato della Virginia assurta alle cronache internazionali per essersi intrufolata alla cena di Stato in onore del primo ministro indiano Manmohan Singh tenutasi alla Casa Bianca. A smascherare i due intrusi sono state proprio le foto dell’evento pubblicate da Michaele sulla propria pagina del «libro delle facce». Nelle immagini si vedono i due mentre posano sorridenti e disinvolti accanto alle varie personalità presenti alla cena, compreso il vicepresidente Joe Biden. Dalla Casa Bianca la conferma che i due non erano nella lista degli invitati; dai Servizi Segreti l’ammissione che qualcosa non ha funzionato nelle procedure di sicurezza; e dagli «amici» di Facebook della coppia una vera e propria valanga di insulti per il modo in cui i due hanno cercato i loro 15 minuti di gloria. Perché quel che è certo è che il loro gesto ha dimostrato a tutto il mondo che mettere in pericolo la sicurezza della Casa Bianca non è poi così difficile. Infatti il Presidente Obama ha ordinato un’indagine per capire come ciò sia stato possibile.
I PRECEDENTI – Quello di Tareq e Michaele è solo l’ultimo caso famoso di «uso improprio» del sito di social networking creato da Zuckerberg. Celebre il caso della 16enne inglese Kimberley Swann, licenziata per aver definito noioso il proprio lavoro in un messaggio pubblicato sul muro di Facebook, come pure quello della giovane canadese Natalie Blanchard, che a causa delle foto sorridenti pubblicate nella pagina del suo profilo si è vista revocare l’assegno di malattia che da quasi due anni riceveva dalla sua assicurazione per via di una grave depressione. È rimasta senza lavoro anche Ashley Payne, insegnante 24enne di Atlanta, colpevole di aver pubblicato delle foto in cui è ritratta mentre sorseggia un cocktail alcolico. Ha avuto la sua bella dose di umiliazione Kevin Colvin, impiegato presso la Anglo Irish Bank che, dopo aver preso una giornata di permesso dal lavoro con la scusa di problemi familiari, ha visto bene di pubblicare le foto della festa di Halloween cui ha partecipato proprio in quel giorno. Il suo capo le ha viste e le ha inoltrate a tutti i superiori. Memorabile la gaffe della mogliettina di Sir John Sawers, Lady Shelley Sawers, che proprio mentre il marito stava per essere nominato capo dei Servizi Segreti britannici ha pubblicato le foto della loro bella casa e dei loro amici, con tanto di dettagli sulle proprie abitudini, mettendo così a rischio la sicurezza del marito. Infine, per restare in casa nostra, vi è il caso del gruppo «Uccidiamo Berlusconi…», che si è guadagnato un fascicolo presso la Procura di Roma in quanto riconoscibile come «istigazione all’odio».
Alessandra Carboni
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19/10/2009
Grasso: «Con la mafia ci fu trattativa. Salvata la vita di molti ministri»
Grasso: «Con la mafia ci fu trattativa. Salvata la vita di molti ministri»
«il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista». Di Pietro: «Parole gravissime. Adesso faccia i nomi di chi ha gestito questa indecente mercificazione dello Stato»
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| Pietro Grasso (Ansa) |
MILANO - La trattativa con la mafia nei primi anni ’90 c’è stata ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo Stato. A sostenerlo è il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervistato dal Tg 3. «Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che "si sono fatti sotto" vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L’accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni», dice Grasso. Per il procuratore «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema - continua - è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato, ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze». In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».
«LA TRATTATIVA HA SALVATO LA VITA A MOLTI MINISTRI» - L'intervista in serata al Tg3 ha fatto seguito a un'altra, uscita sulla Stampa, nella quale il procuratore nazionale antimafia sosteneva che la trattativa tra Stato e mafia «ha salvato la vita a molti ministri. Anche via D'Amelio -afferma Grasso- potrebbe essere stata fatta per "riscaldare" la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo - dice il magistrato - probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Grasso, cita le carte processuali e anche di un "papellino" comparso poco tempo prima del "papello": «Potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al col. Mori che nega l'episodio, da uno strano collaboratore dei servizi che chiedeva l'abolizione dell'ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullará, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perchè irrealizzabili».
DI PIETRO: «ADESSO FACCIA I NOMI» - «Quelle di Grasso sono parole che non avremmo mai voluto ascoltare». E' di Pietro a reagire nel modo più critico alle due interviste del procuratore: «Deve fare i nomi di chi ha gestito questa indecente mercificazione dello Stato e della sua dignità». «Piero Grasso - continua Di Pietro - deve dire quali politici sono stati salvati e perché la mafia voleva ucciderli. Cosa avevano promesso i politici? Cosa hanno ottenuto? Chi sono i porta nome e porta interessi della mafia in Parlamento? Alcuni nomi li conosciamo: il primo sarebbe stato Giulio Andreotti, uomo di "esperienza" nei rapporti con la mafia, salvato dal reato di favoreggiamento per prescrizione; un altro è Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, oggi in appello con 9 anni di condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa». «Vogliamo tutti i nomi -prosegue Di Pietro- l'intera lista, per poterli allontanare dalle istituzioni e processare, oltre che per i reati più ovvi, anche per alto tradimento della Patria. Si, di questo stiamo parlando e nessuno in uno Stato ha l'autorità per poter "vendere" i suoi cittadini alla criminalita. I politici coinvolti nella trattativa con la mafia -conclude Di Pietro- vadano a dare le loro indecenti spiegazioni ai familiari di Giovanni Falcone, della moglie, Francesca Morvillo, dei tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montanaro, a quelli di Borsellino, di Agostino Catalano, di Emanuela Loi, di Vincenzo Li Muli, di Walter Eddie Cosina, di Claudio Traina».
AGNESE BORSELLINO: «MIO MARITO TEMEVA DI ESSERE SPIATO» - «Stranamente negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio». È questo un passaggio dell'intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational, da Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso assieme agli agenti della scorta nella strage di via D'Amelio. L'intervista andrà in onda lunedì alle 23.30 su RaiDue. Il castello Utveggio si trova sul monte Pellegrino e domina dall'alto la città di Palermo; secondo alcuni esperti di mafia, tra cui l'ex consulente di diverse Procure Gioacchino Genchi, sarebbe stato un punto di osservazione da parte di apparati dei servizi segreti.
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21/03/2009
Khamenei: «Gli Usa di Obama? Non c'è nessun cambiamento»
Khamenei: «Gli Usa di Obama? Non c'è nessun cambiamento»La risposta all'appello tv. La guida dell'Iran non raccoglie l'apertura del presidente americano: «Solo slogan e parole»
TEHERAN - Chi si aspettava una pronta risposta positiva dall'Iran degli ayatollah all'apertura storica di Obama è rimasto deluso. La risposta della guida suprema iraniana Ali Khamenei, il giorno dopo l'appello del presidente stattunitense sul «nuovo inizio» nelle relazioni tra Usa e Iran, non è positiva. In un discorso televisivo alla nazione, Khamenei ha ribadito che, per aver progressi, non bastano le «parole», ma servono atti concreti da parte dell'Amministrazione Usa. Se gli Stati Uniti «cambieranno, noi cambieremo il nostro atteggiamento», ha detto. E ha aggiunto che per ora non vede queste novità nella politica americana: «Usano lo slogan 'cambio', ma in pratica non si vede alcun cambiamento», ha detto Khamenei, che ha anche ricordato il comportamento degli Usa verso l'Iran sin dalla rivoluzione del 1979. Gli Stati Uniti, ha detto, «sono odiati nel mondo» e dovrebbero smetterla di «interferire negli affari interni degli altri Paesi».
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26/01/2009
TROVATA LA MEMORIA FLASH, DROGA LA METTE 'KO'
TROVATA LA MEMORIA FLASH, DROGA LA METTE 'KO'
ROMA - Numeri, parole, immagini, suoni, sono infinite le informazioni che in ogni istante entrano nel nostro cervello, solo alcune, poche, saranno selezionate per essere 'scritte' nella sua memoria principale, ma tutte passano per una "flash memory", una schedina come quelle informatiche che le trattiene per non più di un minuto e che, velocissima, (lo fa in meno di un secondo), serve a gestirle come una memoria tampone transitoria che si aggiorna istante dopo istante.
La scoperta, nei topi, è di neuroscienziati del UT Southwestern Medical Center di Dallas diretti da Don Cooper i quali si sono anche accorti che questa memoria di transizione è seriamente compromessa dall'uso di droghe e alcol. Secondo quanto riferito sulla rivista Nature Neuroscience a fare da memoria di transizione sono singole cellule disposte nella zona più evoluta del cervello, il lobo frontale.
Queste cellule riescono a trattenere le informazioni pochi ma fondamentalissimi istanti, circa un minuto in tutto; ma lo fanno molto rapidamente, la memoria tampone è quindi importantissima perché il nostro cervello impiega anche ore a fissare i ricordi. La memoria principale del cervello, insomma l"hard disk' cerebrale, è localizzata nell'ippocampo: in questa sede, quando c'é qualcosa da fissare in mente, parte una cascata di reazioni molto lunga, che si conclude con la formazione di nuove sinapsi che consolidano il ricordo. Questo processo di 'scrittura' (come sull'hard disk del pc) può richiedere anche ore, dunque è troppo lento per tener brevemente traccia di tutte le informazioni che fluiscono, istante dopo istante, nel nostro cervello. Ma gli scienziati Usa si sono accorti che singoli neuroni del lobo frontale si comportano da memoria tampone: si attivano intensamente e molto velocemente, restando eccitati però per meno di un secondo, e trattengono labili tracce di informazioni che vengono subito aggiornate, istante dopo istante.
"E' transitoria come la RAM di un computer", dice Cooper. Solo che a differenza della RAM, la Random Access Memory che serve per tirare fuori dall'hard disk i dati di memoria di cui, istante dopo istante, il processore ha bisogno per assolvere alle richieste che noi gli facciamo click dopo click, la 'flash memory del cervello non serve a richiamare alla mente vecchi ricordi gia' scritti nell'ippocampo, ma a tenere traccia di continue nuove informazioni, alcune delle quali saranno poi incise nell"hard disk' cerebrale. Infine, studiando il cervello di topolini cocainomani, gli esperti hanno anche scoperto che la memoria tampone è messa 'KO' dalle droghe. I loro prossimi studi verteranno dunque sulla ricerca dei meccanismi alla base della memoria tampone, in modo da trovare farmaci in grado di potenziarla.
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