03/12/2010

La «visione distorta» dell’alleato italiano amico e sodale di Putin

La «visione distorta» dell’alleato italiano amico e sodale di Putin

WIKILEAKS/I DOCUMENTI. I dispacci sull’intreccio di affari e politica e sulla dipendenza energetica dalla Russia

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25/11/2009

Cosentino, la Camera dice no all'arresto

Cosentino, la Camera dice no all'arresto

 

Al voto l'Udc si divide. Il Pdl fa quadrato per il no. Il Pd aveva dato via libera. Respinta dalla giunta per le autorizzazioni la richiesta del tribunale di Napoli

 

Il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Emblema)
Il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Emblema)

ROMA - La giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha detto no alla richiesta di arresto nei confronti del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica.

I VOTI - La proposta del relatore Nino Lo Presti di negare l’autorizzazione al Tribunale di Napoli è infatti stata approvata con 11 voti a favore, 6 contrari e un astenuto, il radicale del Pd Maurizio Turco. Il resto dei democratici, compreso il presidente della Giunta Pierluigi Castagnetti, ha respinto la proposta del relatore aderendo quindi alla richiesta di arresto, mentre i due componenti dell’Udc hanno espresso voti diversi fra loro: Domenico Zinzi contrario all’arresto, Pierluigi Mantini favorevole così come l’Idv Federico Palomba. Bruno Cesario, campano, ex Pd, da ieri con il movimento di Francesco Rutelli, era assente.

PAROLA ALL'AULA - La delibera della Giunta ora approderà in aula entro il 10 dicembre, termine entro il quale, come da regolamento, devono essere esaminate le richieste di arresto per un deputato. L'ultima parola su Cosentino spetta dunque all'assemblea di Montecitorio. Al Senato, invece, oggi è il giorno della mozione di sfiducia contro il segretario presentata da Pd e Idv. Il vicecapogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, ha invitato la maggioranza a fare quadrato in difesa dell'esponente del governo spiegando che, diversamente, si finirebbe col creare le condizioni per colpire anche Silvio Berlusconi.

«FUMIS PERECUTIONIS» - Intanto il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchito denuncia la gravità del comportamento di politici dell’opposizione che alimentano «insulti e aggressioni» alla Giunta per le immunità della Camera per il no all’arresto di Nicola Cosentino. «E’ evidente che per Di Pietro e qualche altro - scrive Cicchitto in una nota- l’unica linea possibile è quella della manette. La maggioranza dei componenti della Giunta per le Autorizzazioni è stata di diverso parere e ha rilevato l’esistenza di un fumus persecutionis; non per questo va insultata e aggredita. C’è chi sta cercando di creare un pessimo clima nel nostro Paese. Va in questo senso anche la sollecitazione di chi a livello politico sostiene che tutto ciò che i magistrati affermano o deliberano va accettato a scatola chiusa».


11/11/2009

Il pentito e i nomi dei politici Spuntano Landolfi e Bocchino

Il pentito e i nomi dei politici Spuntano Landolfi e Bocchino

 

L'INCHIESTA - LE CARTE. L’imprenditore dei Casalesi: Cosentino è il mio padrone

 

Nicola Cosentino
Nicola Cosentino

NAPOLI - «Sappi che il mio padrone è Nicola Cosentino, e più di quello nes­suno ti poteva raccomandare... fai conto che sei già dentro». Così diceva l’im­prenditore in odore di camorra al giova­ne che aspettava l’assunzione nel con­sorzio Eco4, nato per gestire lo smalti­mento dei rifiuti nell’area casertana. E lui, Nicola Cosentino, confermava: «L’Eco4 è una mia creatura, l’Eco4 song’io ! ». È la storia di questo consorzio già al centro di altre indagini antimafia che porta il sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore del Pdl in Campa­nia, all’accusa di concorso esterno in as­sociazione camorristica, con la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla procura di Napoli al giudice per le indagini preliminari. I capi di imputazio­ne contro Cosentino sono pesanti. «Con­tribuiva, sin dagli anni Novanta, a raffor­zare vertici e attività dei gruppi camorri­sti Bidognetti e Schiavone, dai quali rice­veva puntuale sostegno elettorale». Inol­tre, negli anni avrebbe «garantito il per­manere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni pubbliche». E la richiesta di arresto viene giustifica­ta anche con «la persistenza del debito di gratitudine» che il sottosegretario avrebbe verso i clan di Casal di Principe.

Il tessuto criminale
L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia. Il ruolo centrale è quello di Gaetano Vassallo, un imprenditore legato, per sua stessa ammissione, alla cosca di Francesco Bi­dognetti. Il nome dell’esponente politi­co del Pdl Vassallo lo fa ai magistrati per la prima volta l’1 aprile del 2008, raccon­tando di un incontro tra il sottosegreta­rio e Sergio Orsi, l’imprenditore che defi­niva Cosentino «mio padrone», e che con il fratello Michele (ucciso a Casal di Principe nel giugno del 2008) gestiva l’Eco4. «Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole Cosentino e anche l’onorevole Landolfi (Mario Lan­dolfi, parlamentare e vicecoordinatore del Pdl in Campania; ndr ) aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di cin­quantamila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole Cosentino, in­contro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». In un’altra deposizione, Vassallo rife­risce quanto gli avrebbe raccontato uno degli esponenti della famiglia Bidognet­ti nel corso di un summit: «Ricordo che si fecero i nomi anche di alcuni politici nazionali. In particolare, Bidognetti Raf­faele (...) riferì che gli onorevoli Italo Bocchino (vicecapogruppo del Pdl alla Camera; ndr ), Nicola Cosentino, Genna­ro Coronella (senatore Pdl; ndr ) e Lan­dolfi facevano parte del 'nostro tessuto camorristico'».

La camorra
L’Eco4 era un’azienda che il gip defini­sce «pura espressione della criminalità organizzata». Va ricordato che si tratta di società a capitale misto, quindi anche pubblico, governata di fatto da perso­naggi detti «Zio» (soprannome di Fran­cesco Bidognetti), «Panzone» e «Gigino o’ drink» e dove aveva un ruolo anche un personaggio come Emilio Di Cateri­no (poi pentito), uno degli autori del massacro di Castelvolturno, in cui il gruppo stragista dei Casalesi uccise set­te immigrati. Nel 2002, Eco4 entra nel progetto per la realizzazione del termo­valorizzatore nella provincia di Caserta. La sede viene scelta a Santa Maria La Fossa, attraverso una procedura che pas­sa dal Commissariato straordinario per i rifiuti, all’epoca gestito da Antonio Bas­solino, il quale, chiamato a testimonia­re, «non sapeva fornire ragioni» sull’or­dinanza firmata dal suo vice Giulio Fac­chi, nome che appare più volte nelle in­tercettazioni telefoniche dei «dirigenti» di Eco4. A quel tempo, Santa Maria La Fossa non è però sotto il controllo dei Bidognetti ma degli Schiavone, il più po­tente clan dei casalesi. Quindi Vassallo, che nella società è il referente dei Bido­gnetti, viene messo da parte: «L’onore­vole Cosentino mi spiegò quali erano le ragioni della mia esclusione dal consor­zio. Mi spiegò che ormai gli interessi economici del clan dei casalesi si erano focalizzati, per quanto riguarda il tipo di attività in questione, nell’area geografi­ca controllata dagli Schiavone (...) e che pertanto il gruppo Bidognetti era stato 'fatto fuori' perché non aveva alcun po­tere su Santa Maria La Fossa. Ne deriva­va la mia estromissione. In poche parole l’onorevole Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte 'a monte' dal clan dei casalesi».

I nipoti del cardinale
Dell’Eco4 e di Cosentino parla ai giu­dici anche Michele Orsi, in una deposi­zione del giugno 2007: «Circa il 70 per cento delle assunzioni che vennero ope­rate per la Eco4 erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politi­co- elettorali, richieste da Valente (Giu­seppe Valente, presidente del consorzio; ndr ), Cosentino e Landolfi (...) Ricordo ad esempio le assunzioni di Picone Nico­la, vicesindaco di Trentola, e quella di Oliviero, consigliere di Villa Literno, en­trambe richieste dall’on. Cosentino. Sempre Cosentino ci richiese l’assunzio­ne di due nipoti del Cardinale Sepe, da noi regolarmente attuate».

Ecco l'ordinanza cautelare

 

Fulvio Bufi
Marco Imarisio

corriere.it


Giustizia, patto Berlusconi-Fini «Tempi brevi per i processi»

Giustizia, patto Berlusconi-Fini «Tempi brevi per i processi»

 

Il presidente della camera: «no alla prescrizione breve». E Bersani: niente colpi di spugna. Faccia a faccia di due ore per discutere di riforme: «Immunità, se ne parli ma non sia impunità»

 

Berlusconi e Fini in una foto d'archivio
Berlusconi e Fini

ROMA - Due ore di faccia a faccia. Per parlare di giustizia. E stabilire l'agenda del governo sulla riforma dei processi. Alla fine del colloquio con Fini, Berlusconi appare soddisfatto: «È andata bene» dice il premier. Che non aggiunge altro. Poco dopo, tocca al presidente della Camera delineare, in un'intervista a SkyTg24, i punti del patto tra i due leader del Pdl. Fini annuncia innanzitutto che nei prossimi giorni sarà presentato un disegno di legge per garantire tempi brevi per i processi. «Il premier - ha assicurato il presidente della Camera - ha garantito stanziamenti in finanziaria» per il settore della giustizia. «Si è ragionato - ha spiegato Fini - sulla possibilità di presentare un ddl per definire tempi certi entro cui si deve svolgere il processo nei suoi 3 gradi. Nei prossimi giorni sarà presentato e sarà relativo alla definizione dei tempi del processo unicamente per gli incensurati». Il tempo massimo sarà «entro sei anni». Una conferma sull'iter è arrivata poi da Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «I tecnici stanno preparando il disegno di legge sulla durata dei processi. Lo presenteremo nei prossimi giorni al Senato. Sarà un ddl della maggioranza ed io sarò fra i firmatari».

LE IMMUNITA' - Niente «prescrizione breve», però, ha precisato Fini. «Si tratta di un'ipotesi impraticabile» ha dichiarato, spiegando che l'idea è stata scartata per l'impatto che potrebbe avere su migliaia di processi. L'ex leader di An afferma poi che parlare di immunità parlamentare non è «uno scandalo». La terza carica dello Stato osserva: «Abbiamo in Italia un assetto di tipo legislativo originale. Mentre infatti i parlamentari nazionali non godono di alcuna immunità, quelli europei sì. Già questa considerazione dimostra che discutere dell'opportunità dell’immunità parlamentare non è un’ipotesi che deve destare scandalo». Tuttavia, precisa Fini, «non deve essere impunità: bisogna garantire che vi sia per il potere legislativo la possibilità che la Costituzione definisce, cioè di agire in piena autonomia senza per questo limitare il diritto del potere giudiziario di indagare e stabilire la verità dei fatti».

ELEZIONE DIRETTA DEL PREMIER - Fini annuncia poi che «tra le ipotesi di riforma c'è anche l'elezione diretta del capo dell'esecutivo, come in Francia o come era in Israele, non mi soffermerei su questi aspetti». «Non considero motivo di preoccupazione se il capo dell'esecutivo è eletto direttamente dal popolo - afferma Fini - è evidente però che ci vuole un contrappeso, ci vuole un rafforzamento del potere del Parlamento».

BERSANI E D'ALEMA - Il presidente della Camera parla anche del nuovo segretario del Pd, che secondo Berlusconi sarebbe già «partito male». «È stato eletto da poco e non si può certo giudicarlo per quello che ha detto - dice invece Fini - semmai lo si giudica per quello che farà». E la candidatura di Massimo D'Alema a "mister Pesc"? «Sarebbe per l'Italia una dimostrazione di grande prestigio a livello internazionale. D'Alema è un uomo che si rivelerebbe all'altezza di un compito molto, molto impegnativo».

«CANCELLARE I PROCESSI? NO» - Lo stesso Bersani è poi intervenuto sui temi della giustizia, spiegando che «se vogliono migliorare il servizio giustizia siamo qua a dire sì, se vogliono cancellare i processi in corso siamo qua a dire no». - «Noi abbiamo già fatto una riflessione attenta, per noi la riforma dell'immunità parlamentare non è da mettere all'ordine del giorno - ha pio precisato Bersani incontrando i giornalisti in Transatlantico a Montecitorio -. È necessario invece ridurre il numero dei parlamentari, riformare la legge elettorale e parametrare i costi della politica a quelli europei».


13/08/2009

iPhone esplode tra le mani di un ragazzino

iPhone esplode tra le mani di un ragazzino

 

Secondo caso in Francia dopo quello della scorsa settimana in Inghilterra. L'apparecchio ha prima cominciato a emettere un rumore e poi lo schermo è andato in mille pezzi

 

Un iPhone

MILANO – «Avevo fatto solo una telefonata nel corso della giornata, la batteria era stata caricata il giorno precedente, non era surriscaldato e non è caduto»: queste le dichiarazioni di una ragazzina residente ad Aix-en-Provence e protagonista, insieme al fratello, dell’esplosione del proprio iPhone.

LA CRONACA - Erano entrambi sul terrazzo, chiacchieravano, quando a un certo punto lo schermo dell’iPhone ha iniziato a incrinarsi, emettendo strani suoni. Improvvisamente il display si è riempito di crepe e un granello di vetro è entrato nell’occhio del malcapitato teenager che lo aveva impugnato, incuriosito dalle reazioni dell’oggetto. Tempestivo l’intervento della madre (per altro medico), Marie-Dominique Kolega, che ha pulito l’occhio del figlio utilizzando una soluzione fisiologica e ha poi subito contattato il colosso di Cupertino denunciando l’accaduto. Per il momento Apple nega ogni responsabilità, ma la signora Klega pare intenzionata a fare chiarezza. Anche perché Apple ha dei precedenti.

LE ALTRE ESPLOSIONI – Non si tratta del primo incidente che capita a un prodotto della mela morsicata. Recentemente Ken Stanborough, un 47enne di Liverpool, ha visto improvvisamente l’iPod della figlioletta undicenne diventare sempre più caldo per poi iniziare a fumare e, improvvisamente, scoppiare. «Fortunatamente, resomi conto dell’anomale reazioni del player digitale, ho avuto la prontezza di buttarlo lontano da me», ha dichiarato Stanborough al Times. Ma lo spavento è stato grande e l’incidente avrebbe potuto avere conseguenze molto gravi. L’inglese ha contattato subito Apple e, dopo essere stato rimbalzato da un dipartimento all’altro, si è sentito rispondere che l’azienda declinava ogni responsabilità, ma in cambio di un rigoroso silenzio avrebbe offerto un risarcimento.

QUESTIONE DI REPUTAZIONE – I due recenti episodi gettano un’ombra sull’azienda di Cupertino che, secondo una fonte di Seattle, avrebbe già al suo attivo una quindicina di incidenti simili (uno per l’iPhone e gli altri per l’iPod) che finora è riuscita, più o meno velatamente, a tacere. Un giornalista americano ha infatti ottenuto un dossier di 800 pagine della Consumer Product Safety Commission statunitense dal quale risulterebbe che le batterie di litio nasconderebbero un problema. E se agli ultimi due «scoppi» dovessero seguirne altri, per gli uffici legali della mela si preannuncerebbe un agosto molto caldo. Quasi esplosivo.


03/08/2009

Chiedono risarcimento per iPod esploso La Apple: «Solo in cambio del silenzio»

Chiedono risarcimento per iPod esploso La Apple: «Solo in cambio del silenzio»

 

Lo rivela il «times». Il caso raccontato dal britannico Ken Stanbourough: «Volevamo soltanto riavere i nostri soldi»

 

Ken Stanbourough e sua figlia Elle (Emmevi)
Ken Stanbourough e sua figlia Elle (Emmevi)

MILANO - Quando il mese scorso Ken Stanbourough, padre di famiglia inglese 47enne, ha notato che il lettore musicale iPod Touch della figlia Ellie emetteva uno strano sibilo e si surriscaldava in modo insolito, ha fatto appena in tempo a lanciarlo in giardino prima che il dispositivo esplodesse a mezz'aria. E di sicuro non immaginava che, una volta rivoltosi al produttore per il risarcimento, avrebbe ricevuto come risposta una richiesta alquanto insolita.

SILENZIO PER FAVORE - Come riferisce il quotidiano inglese The Times, di fronte al reclamo di Stanbourough la casa di Cupertino avrebbe replicato chiedendo una sorta di "patto del silenzio", ovvero una firma su un documento che più o meno recitava «vi risarciamo completamente se vi impegnate a non diffondere la notizia». Inoltre, riferisce ancora il giornale, con il documento Apple si riservava la capacità di intraprendere azioni legali contro i danneggiati nel caso in cui i termini dell'accordo fossero stati svelati.

LA LETTERA - Con la sua lettera Apple avrebbe insomma tentato di mantenere il tutto - l'accaduto e i successivi accordi - nei termini del confidenziale, chiaramente per proteggere la propria reputazione, minacciando di fatto una rivalsa nel caso in cui il risarcimento offerto fosse stato accettato e il silenzio violato. Il papà di Ellie, che ha definito la proposta di accordo come "inquietante", si è rifiutato di firmare il documento, considerandolo come una condanna a vita. «Cosa succederebbe se accettassimo e innavertitamente, un domani, ci sfuggisse di parlarne con qualcuno?». Niente da fare, quindi, per Stanbourough, che tiene a sottolineare come la sua richiesta riguardasse solamente il rimborso del prezzo di acquisto dell'iPod: «Volevavo riavere solo i nostri soldi», ha detto l'uomo.

Alessandra Carboni


24/05/2009

Il «Patto di Bagnaia» per i giornali ai ragazzi

Il «Patto di Bagnaia» per i giornali ai ragazzi

 

Osservatorio Giovani-Editori Il summit su stampa e studenti. Ceccherini: un quotidiano per ogni diciottenne

 

(Siena) — Il primo «patto di Bagnaia», come è stato subito ribattezzato, ha visto la luce sotto una pioggia di flash. E certo non è cosa da tutti i giorni assistere alla stretta di mano con cui due tra i protagonisti della politica italiana, Massimo D'Alema e Gianfranco Fini, hanno siglato insieme al presidente dell'Osservatorio Giovani-Editori Andrea Ceccherini la loro adesione al progetto del Quotidiano in Classe. «Due esponenti di parti distinte — riassume Ceccherini — sono qui a testimoniare il valore per cui leggere serve, soprattutto, a pensare. Un esercizio essenziale se vorremo fare dei giovani di oggi i lettori di domani, e dei cittadini migliori». Un ringraziamento speciale va a Paolo Bonaiuti, «per aver voluto lanciare da qui la sua proposta di un abbonamento gratuito di 6 mesi a un quotidiano ai diciottenni che ne faranno richiesta. Sono orgoglioso che se ne sia convinto sulla base della nostra esperienza, ma non penso sia giusto limitarla ai soli partecipanti al progetto; il Paese cresce solo se crescono tutti i suoi giovani». «Felice e onorato di testimoniare il valore dell'iniziativa» D'Alema, «convinto della necessità di lavorare tutti insieme» Fini. Inizia D'Alema auspicando la rottura del «fronte del male» tra «il cattivo politico, che si riabilita finendo sui giornali, e il cattivo giornalista, che pensa che le dichiarazioni siano notizie», Fini rilancia: «Spero che buona politica e buon giornalismo facciano un patto». Sfumature diverse sulla libertà di stampa, per Massimo «c'è un problema serio di equilibrio dell'informazione», per Gianfranco «se non c'è un editore puro, ci possono essere condizionamenti». Vale anche per la tv?, gli chiede Massimo Gramellini. «Certamente». Il ministro degli Esteri Franco Frattini chiede alla stampa di «fare educazione civica sui nostri valori», con approfondimenti sulla politica estera; parla di immigrazione ed Europa, rassicura il leader dell'Udc Casini (autore di un appello sul Corriere) sul caso Khodorkovsky. Che quella di ieri fosse la giornata della politica si era capito da subito, con la risposta di Giuseppe Guzzetti, presidente Acri (l'associazione delle fondazioni di origine bancaria), a una domanda di Francesco, liceale pisano: «Una legge elettorale con un parlamento nominato e non eletto è qualcosa su cui bisogna riflettere». Guzzetti parla del lavoro delle Fondazioni nelle scuole, di integrazione necessaria, di partecipazione. Sulla lavagna scrive il titolo del proprio intervento: «I giovani devono avere speranza e impegnarsi al cambiamento». Anche Giovanni Bazoli, presidente del Comitato di sorveglianza Intesa San Paolo, sceglie un titolo nella direzione di quella «politica come attività potenzialmente più nobile» le cui sirene, ammette, hanno suonato anche per lui («ma dissi di no»): «La Costituzione come fondamento della convivenza di un popolo». Perfino la tavola rotonda «dei presidenti» — Diego Della Valle (Tod's), Giuseppe Mussari (Banca Monte dei Paschi di Siena), Marco Tronchetti Provera (Pirelli) — è fitta di riferimenti ai quotidiani «distanti dalla gente perché entrano nel Palazzo»; si invocano «chiarezza e trasparenza», i valori cui si richiamano gli stessi ragazzi. Che fino all'ultimo partecipano al dibattito — anche da casa, con punte di 50.000 contatti unici su Corriere.it — attenti, irruenti e provocatori, «irriverenti come avevamo chiesto», li ringrazia Ceccherini. Il dialogo, stavolta, c'è stato davvero.

Gabriela Jacomella


24/03/2009

Quel patto scellerato ai danni di Europa 7

Quel patto scellerato ai danni di Europa 7

 

La puntata di Report e la sinistra complice del «delitto perfetto»

 

È una storia tutta italiana, quella di Italia 7 raccontata da Bernardo Iovine per Report di Milena Gabanelli (Raitre, domenica 21.30). Nel 1999 Europa 7 vince la gara per l'assegnazione delle frequenze radiotelevisive. Ma le frequenze non le vengono assegnate, così mentre le altre tv continuano a trasmettere sulle frequenze occupate o comprate sul mercato, Europa 7 resta fuori.

È la storia di un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. È la storia di un Paese che legifera non per porre delle regole (l'Inghilterra, patria del Servizio pubblico, già negli anni 50 aveva una legge per lo sviluppo delle tv commerciali) ma per ratificare l'esistente, spesso per sanare una situazione selvaggia (la «legge Mammì», 1990, e la «legge Maccanico», 1997, sono il frutto di un estenuante iter parlamentare, con un'infinità di emendamenti e di compromessi, un vero obbrobrio). È la storia di come, per ragioni politiche, si possano disattendere sentenze della Corte costituzionale e della Corte di giustizia della Comunità europea.

Solo nel 2008 a Europa 7 viene assegnato un canale analogico, sottraendolo alla Rai. A ricomporre le tappe di questa incredibile vicenda, Bernardo Iovine ha intervistato, oltre ai diretti protagonisti, Giuliano Amato, Oscar Mammì, Antonio Maccanico, Salvatore Cardinale, Fedele Confalonieri, Paolo Romani. Europa 7 non è solo vittima delle mire espansionistiche di Berlusconi ma di un patto scellerato (è la mia interpretazione) fra maggioranza e opposizione che ha come punto di svolta la nascita di Raitre, o meglio l'affido delle terza rete al Partito comunista (1987). Da quel momento la sinistra diventa complice, alla Baudrillard, del «delitto perfetto» e si castra. Del resto bastava seguire le interviste a Fedele Confalonieri (in grande spolvero, persino teorico delle buone regole dell'inchiesta) e a Vincenzo Vita per capire perché su questi temi la sinistra è così perdente.

di Aldo Grasso


16/03/2009

La Bielorussia vieta le vacanze all'estero ai ragazzi di Chernobyl

La Bielorussia vieta le vacanze all'estero ai ragazzi di Chernobyl

 

Giovanardi: patto con Minsk per non trattenerli. Nuovo caso Vika negli Usa. I volontari italiani: protocollo sui 14enni in vigore in Germania e Belgio

 

ROMA — Il disastro nucleare ha divorato il loro futuro, condannandoli a una vita breve e, spesso, già compromessa da tumore o leucemia. Ma ora Alexander Lukashenko, leader della Bielorussia considerato l'ultimo dittatore europeo, ha deciso di fare di più, rovinando anche il presente dei bambini di Chernobyl. La misura è il divieto per i maggiori di 14 anni di trascorrere vacanze all'estero. L'ha resa nota ieri il Sunday Times, evidenziando anche che il governo di Minsk ha già firmato due accordi bilaterali, con Italia e Irlanda, a garanzia del rientro in Bielorussa di ogni singolo bambino a fine vacanza.

La notizia del blocco per i ragazzi più grandi ha gettato nello scompiglio le associazioni che in estate e sotto Natale regalano piccole, fondamentali, dosi di serenità ai bimbi bielorussi. «Sarebbe gravissimo» commenta il sottosegretario con delega alla famiglia, Carlo Giovanardi «perché creerebbe una forte delusione nei bambini che magari sono già venuti in Italia, nelle famiglie che li hanno ospitati, e in quelli che aspettavano di poter avere la stessa gioia». E promette: «Credo che il governo si attiverà per scongiurare questa ipotesi. Anche perché l'Italia ha sempre improntato i rapporti con la Bielorussia alla correttezza. C'era stato solo un caso di una bambina trattenuta, ma era una iniziativa unilaterale di una singola famiglia, a fronte di tante che vanno anche là ad aiutare i bambini e i loro parenti».

Il caso era quello di Vika-Maria, bambina che aveva raccontato alla famiglia ospite le violenze subite nell'orfanotrofio bielorusso, delle quali portava i segni nel corpo e nel cuore. Invano le due "nonne" estive l'avevano nascosta per sottrarla al destino di violenze. Le forze dell'ordine l'avevano trovata e riportata a Minsk, dove ora è affidata alla famiglia che aveva già in affido il fratello. Quella fuga non era piaciuta al governo Lukashenko che aveva vietato le trasferte in Italia. C'era voluto quell'impegno a riconsegnarli tutti per superarlo. Ora il nuovo irrigidimento dopo un altro «caso Vika» negli Usa: una quattordicenne aveva tentato di restare lì. Per questo il divieto generalizzato, malgrado la ragazza sia poi tornata. Carlo Antonio Bianchi, presidente onorario della federazione Avib (Associazioni di volontariato italiane in Bielorussia) si attiva per capire: «Il nuovo ambasciatore bielorusso in Italia ci ha assicurato che non gli risulta un simile provvedimento. Se esiste probabilmente riguarda solo la Gran Bretagna».

Gian Emilio Crippa di Help for Children contatta il suo omologo in Bielorussia e aggiunge un elemento: «Secondo nostre informazioni qualificate per noi resta in vigore l'accordo che prevede il permesso di trasferte fino ai 18 anni. Ma il problema è cosa accadrà alla sua scadenza? Tutti i nuovi protocolli contengono quel divieto, sarebbe già accaduto per l'accordo con il Belgio e con la Germania. Speriamo che non avvenga. Sarebbe terribile». Olga Semionova, quindicenne condannata da un tumore al cervello spiega quanto con una domanda: «Non ho molte cose da poter attendere con ansia, perché qualcuno dovrebbe essere contro il fatto che io faccia una vacanza?»

Virginia Piccolillo