09/06/2010
Maxi risarcimento ai nativi d'America
Maxi risarcimento ai nativi d'AmericaL'uomo bianco paga il debito (3,4 miliardi) coi pellerossa per i terreni espropriati 130 anni fa
Dopo centotrenta anni è resa giustizia agli Indiani d’America. Il Congresso degli Stati Uniti sta per approvare un provvedimento che prevede il maxirisarcimento di 3,4 miliardi di dollari per la confisca illegale di terreni avvenuta nel 1880. In quell’anno, il governo americano, sotto la presidenza di Rutherford B. Hayes, decide di iniziare una sistematica opera di smembramento delle terre, oltre 40 milioni di ettari in tutto il Paese, dove per secoli avevano vissuto le tribù della Grande Nazione.
Gli appezzamenti vennero divisi in lotti dai 30 ai 60 ettari di cui i «Nativi americani» rimasero solo proprietari nominali visto che lo Stato si riservava ogni diritto di gestione e di sfruttamento delle risorse minerarie, energetiche e naturali, ma anche delle attività imprenditoriali, dando in cambio un compenso, talvolta misero. In sostanza il governo degli Stati Uniti, non ritenendo gli indiani in grado di saper gestire le risorse dei propri territori, si è arrogato ogni diritto sulle loro terre, sottoscrivendo dei contratti di «sfruttamento» dei pozzi petroliferi in Oklahoma, ad esempio, delle attività immobiliari a Palm Springs e della costruzione di strade a Scottsdale in Arizona. Oltre 400 milioni di dollari (iniziali) all’anno vengono da allora ricavati dallo sfruttamento di quelle terre e finiscono nelle casse del Tesoro, nel conto «14X6039».
Ma mentre i forzieri del governo si riempiono sempre di più, le tasche degli indiani si svuotano. Negli ultimi cento anni infatti dagli archivi federali scompaiono i dati relativi ad almeno sedici milioni di ettari di terreno, in sostanza il governo non è più in grado di risalire ai proprietari e decide di sospendere il pagamento delle rendite. Dal 1915 a oggi vengono inoltre riscontrati una serie di illeciti nella gestione del dipartimento del Tesoro, degli Interni per gli affari degli Indiani, e del Minerals Management Service, la stessa agenzia finita nel mirino delle inchieste sul capo Bp.
Nel 1994 scatta una maxicausa legale, anche se i ministri degli Interni di Bill Clinton e di George W. Bush non vanno fino in fondo. Tanto che il giudice distrettuale Royce Lamberth che ha seguito il procedimento per oltre un decennio parla di «irresponsabilità del governo nella sua peggiore forma». Secondo le stime più recenti l’ammontare complessivo di fondi che non sono mai stati pagati agli indiani sarebbe di circa 150 miliardi di dollari, la stessa somma indicata nella causa giudiziaria oggi vicina alla conclusione.
A guidare la crociata dei «Nativi» è stata Elouise Cobell, membro della tribù dei Piedi Neri del Montana, la banchiera dalla pelle rossa fondatrice nel 1987 della prima banca nazionale che fa capo a una riserva indiana. Con un piccolo team legale guidato da uno specialista della finanza, Dennis Gingold, Elouise consente l’avvio di oltre 3600 cause giudiziarie; neppure la causa antitrust di Microsoft è stata così complessa per il governo Usa. Ma il suo percorso non è facile, il giudice Lamberth viene rimosso dal suo incarico per aver usato un linguaggio troppo duro nei confronti delle istituzioni, e il successore, James Robertson, stabilisce alcuni anni fa un risarcimento di appena 476 milioni di dollari, ben poco rispetto ai 48 miliardi richiesti dalle parti in causa. Il problema entra anche nella campagna presidenziale del 2008: l’allora candidato democratico Barack Obama, e il rivale repubblicano John McCain, promettono una rapida risoluzione.
Con la nuova amministrazione, i ministri della Giustizia, Eric Holder, e degli Interni, Ken Salazar, si muovono in questo senso e a dicembre si giunge all’accordo sui 3,4 miliardi di dollari: 1,4 miliardi saranno distribuiti agli indiani con assegni da 500 a 1500 dollari, due miliardi serviranno per l’acquisto delle terre dagli indiani stessi ai quali nel frattempo saranno restituite. Nessuno è però costretto a vendere. Ma proprio quando la Camera vota il provvedimento, il giudice Robertson annuncia le dimissioni. Sarà il successore Thomas Hogan a sovrintendere, in caso di approvazione del Senato, la maxiudienza finale, quella che dovrebbe sancire il varo della manovra di risarcimento rendendo giustizia dopo 130 anni agli Indiani d’America.
FRANCESCO SEMPRINI
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12/06/2009
Hawaii, grazie a Obama gli indigeni tornano a sostenere i loro diritti
Hawaii, grazie a Obama gli indigeni tornano a sostenere i loro diritti
Il presidente è nato e cresciuto nello isole del Pacifico. Potranno avere un proprio governo e possedimenti ma c'è già chi si prepara a una guerra giudiziaria
WASHINGTON - Grazie a Obama, che è nato e cresciuto nel loro stato, gli indigeni delle Hawai otterranno quest’anno la loro rivincita, come l'hanno ottenuta gli indiani di America. Potranno cioè avere un proprio governo, con una certa autonomia, al pari dei pellerossa, e i propri fondi e possedimenti, un tempo appartenenti alla monarchia delle grandi isole del Pacifico. Lo dichiara Neil Abercombe, il deputato delle Hawai alla Camera a Washington. Gli scorsi anni, spiega Abercombe, la Camera approvò due volte una legge in merito, ma il Senato la respinse. Per riguardo a Obama, tuttavia, questa volta anche il Senato è disposto ad approvarla: Obama è dalla parte degli aborigeni polinesiani al contrario del predecessore Bush. Sarà una doppia festa perché le Hawai divennero uno stato americano esattamente 50 anni fa.
LA CAUSA DEGLI INDIGENI - In America, gli anni scorsi risarcimenti e territori furono assegnati a molte delle 562 nazioni o tribù indiane vittime della colonizzazione. Alle Hawai, un paradiso turistico, non è mai stato possibile a causa degli enormi interessi economici in gioco. Ma nel 2005, Daniel Akaka, un senatore di estrazione indigena, presentò il progetto legge su cui il Senato voterà nei prossimi mesi. Da allora, dice Abercombe, questa causa ha trovato sempre più sostenitori. Il più potente è proprio Obama, che studiò alle Hawaii, e vi è spesso ritornato in vacanza, l’ultima volta prima dell' ingresso alla Casa Bianca, con la first lady Michelle e le figlie Malia e Shasha. I discendenti degli aborigeni polinesiani sono oltre 400 mila, di cui due terzi vivono nelle isole.
POTERI LIMITATI - Il loro governo avrà poteri limitati dovrà trattare con le autorità statali e con Washington. Ma Akaka non dubita che i veri hawaiani riceveranno lo stesso trattamento degli indiani d’America, saranno parzialmente automi, indennizzati e in possesso di terre loro sottratte. Terre preziose, grazie al continuo boom edilizio e turistico. Come accadde con i pellerossa che tornarono alle loro tribù, sostiene, molti indigeni o “natives” oggi sul continente americano rientreranno nella isola, dove la loro cultura è sempre stata protetta. Le Hawai, scoperte nel secolo XVIII dal capitano Cook, il grande navigatore inglese, furono annesse agli Stati uniti oltre un secolo fa, con la detronizzazione della loro ultima regina, e poi qualificate come territori, al pari dell’Oklahoma e di altri futuri stati americani. I grandi interessi economici si preparano a una guerra giudiziaria contro gli indigeni sui cui fondi e possedimenti cercano di mettere le mani. Sostengono che il reso della popolazione, in gran parte bianca, non può essere discriminata sulla base della razza.
Ennio Caretto
23:31 Scritto in POLITICA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: hawaii, obama, presidente, indigeni, autonomia, governo, pellerossa, indiani d'america, fondi, possedimenti, aborigeni, deputato, hawaiani | OKNOtizie |
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