17/10/2010

Kristina, la sexy pirata che rubava milioni in Rete

Kristina, la sexy pirata che rubava milioni in Rete

La storia - Arrestata dall'Fbi. Ricercata una complice. Ottanta nella banda. Studentessa a New York, apriva conti e dirottava soldi

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20/07/2010

Francia, ha vinto Internet: fallita legge contro i pirati

Francia, ha vinto Internet: fallita legge contro i pirati

Battaglia telematica: in Francia una norma ha imposto di tagliare l’accesso al web a chi viola i diritti d’autore. In un anno mai applicata: controllare costa troppo

 

«Obbligò tutti (..) a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della Bestia». Provate a cercare su Internet questo passaggio dell’Apocalisse biblica. Scoprirete che per i fanatici delle cospirazioni è un’indiscutibile profezia dell’avvento di un grande fratello hi tech. Il terrore di essere spiati dal potere è atavico, dalla sfera di cristallo delle fiabe (cos’era se non un occhiuta spia magica nell’epoca in cui la magia era la tecnologia più avanzata ipotizzabile?) al televisore-Grande Fratello di Orwell.

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Nell’era di internet questa ansia si è incarnata in Echelon, il sistema spionistico americano che controllerebbe ogni forma di comunicazione sul pianeta. E pazienza se le teorie persecutorie non hanno mai chiarito come mai Echelon non abbia orecchiato nulla che anticipasse l’11 settembre.

E ora arriva una nuova conferma di quanto internet, in perenne espansione come l’universo, sia incontrollabileanti: la legge francese contro la pirateria è un fiasco tombale. Quando il Parlamento di Parigi l’approvò, nel settembre 2009 mezzo mondo gridò all’allarme censura. La norma prevede in sostanza che chi viene colto per la terza volta a scaricare e condividere file coperti da copyright venga escluso dall’accesso a internet. In un anno di applicazione della legge nemmeno uno scaricatore maramaldo è stato minacciato, nessuna connessione è stata tagliata e il file-sharing di film, musica e giochi procede a gonfie vele. Eppure nello scorso giugno Hadopi, l’authority che avrebbe dovuto fare da cane da guardia della Rete, aveva ribadito di essere «tecnicamente e legalmente pronta ad agire». Ma perfino gli industriali dei videogiochi hanno frenato, quando si è parlato di costi: tenere d’occhio gli scambi on line di 100 file protetti da copyright costa 400.000 euro l’anno. Moltiplicate questa cifra per le migliaia di canzoni, film, foto, software che girano in Rete. Il risultato è che il progetto francese è irrealizzabile.

Oltretutto le perplessità legali non mancano. Naturalmente combattere la pirateria è giusto, ma la lobby dell’industria dell’intrattenimento sta tentando di far estendere il concetto di pirateria a un numero sempre più ampio di comportamenti, con effetti paradossali come la legge che in Italia ci obbliga a pagare una tassa su ogni cd-rom, dvd e memoria elettronica (incluse le chiavette Usb) dando per certo che ci conserveremo contenuti coperti da copyright. Ma se io compro un dvd e lo presto a un mio amico non è pirateria. Perché lo diventa se lo stesso film glielo passo attraverso un sistema di file sharing? I confini sono labili, e le pressioni sulla politica forti.

C’è una difficoltà tecnica e giuridica nel perseguire certi comportamenti in Rete. E la battaglia per arginare il download illegale ha il sapore delle tattiche di Fabio Massimo Cunctator, il console romano che tirava a temporeggiare: le major dell’intrattenimento prendono tempo per riposizionarsi nel nuovo mercato della distribuzione on line. E allora dov’è il Grande fratello se non si riesce nemmeno a impedire di diffondere l’ultima canzone degli U2?
La verità è che, se stiamo ai fatti, internet è ben lontano dall’essere lo strumento per applicare a tutti il biblico marchio della Bestia. Anzi, ha allargato le possibilità di comunicazione e fornito un capillare e anarchico strumento di espressione che, nel bene e nel male, ha aumentato i margini della libertà individuale.

Al punto che, un regime oppressivo come quello cinese più che usare internet per controllare i suoi cittadini, cerca di spegnere la Rete o limitarne il potere di espressione, vedi la battaglia ancora aperta con Google.
I paranoici evocatori del Grande Fratello tecnologico in Rete non lo ammetteranno mai, ma il futuro minacciato da Orwell può attendere.

Giuseppe Marino


26/09/2009

La prima città a prova di hacker

La prima città a prova di hacker

 

Dopo il Sudafrica, toccherà a Madrid, Londra e Tokyo. A Durban una rete inviolabile grazie ai codici segreti quantistici

 

Per gli hackers è cominciato un conteggio alla rovescia (forzato) che, per il momento, promette solo la fine delle loro ostilità. Grazie alla meccanica quantistica, cioè quanto di più sofisticato e, ai più difficil­mente comprensibile, che la fisica possa esprimere. La città di Durban, in Sudafrica, ha realizzato in questi mesi la prima rete cittadina «an­ti- hackers». Collegati fra loro sono gli edifici municipali di Pinetown, Westville e Cato Manor. La parola magica che la difenderà è «crittogra­fia quantistica», cioè la scienza dei codici segreti che fa ricorso alla teo­ria da cui è partita la fisica moderna. Il «padre» era Max Planck e l’annun­ciava in una conferenza a Berlino il 14 dicembre 1900. Da allora è inizia­ta una lunga storia segnata da illu­stri controversie (Einstein non ci credeva, pur avendo contribuito) e che solo di recente ha aperto la fine­stra alle prime applicazioni. Tra quelle più desiderate c’è il compu­ter quantistico che porterà una rivo­luzione che oggi nemmeno siamo in grado di valutare pienamente.

Il primo passo che sta raccoglien­do successo riguarda appunto la «Quantum Key Distribution (QKD)» realizzata inviando se­gnali su fibre ottiche. L’ultima significativa sperimentazione è stata compiuta nell’ottobre 2007 a Ginevra durante le elezioni con un collegamen­to tra la stazione di raccolta dei conteggi e il Data Center del governo. Grazie al succes­so di questo progetto pilota il Cantone di Ginevra ha deciso che la tecnologia «QKD» sarà impiega­ta in tutte le future elezioni. Ma se Durban è la prima città al mondo ad accendere una rete del genere, nel 2010 si aggiungeranno altre tre città: il governo di Tokyo complete­rà i collegamenti fra tutti i ministe­ri e pure Madrid e Londra avranno ultimato la loro prima rete metro­politana.

«Questa tecnologia proposta ne­gli anni Ottanta e sperimentata in la­boratorio negli anni Novanta, final­mente dai primi anni Duemila con­sente le prime applicazioni indu­striali — spiega Erwan Bigan della svizzera Swisscom — Ma sono anco­ra pochissime le società impegnate su questa frontiera che trova resi­stenza ad essere applicata nonostan­te gli indubbi vantaggi». Sviluppi e possibilità sono emer­si dalla Conferenza internazionale «Quantum Information Processing and Communication» tenuta per la prima volta in Italia, all’Università La Sapienza, a Roma dove queste ri­cerche erano state avviate da France­sco De Martini. Il motivo, infatti, è che presso l’ateneo è attivo un picco­lo ma agguerrito gruppo di ricerca­tori ormai di fama internazionale che lavora teoricamente e pratica­mente sull’argomento il quale deve la sua fama alla fantascienza perché utilizza i principi del teletrasporto resi celebri da Star Trek.

«Seguendo la via più semplice, manipoliamo i fotoni con le proprie­tà della fisica quantista — spiega il professor Paolo Mataloni alla guida del gruppo nel Dipartimento di fisi­ca —. Così riusciamo a costruire una rete nella quale far viaggiare in­formazione in maniera inviolabile. Tutto si basa sulla polarizzazione dei fotoni in modo random e come ciò avvenga lo sa chi invia il messag­gio e chi lo riceve, soltanto se prima ha ricevuto la chiave di interpreta­zione. Inoltre, qualsiasi tentativo di intrusione nella rete viene subito ri­conosciuto perché altera la comuni­cazione ». In Italia ci sono alcuni al­tri gruppi di ricercatori impegnati in questo campo. Nelle Università di Firenze e Pisa si fa ricorso ad un’al­tra tecnica (Bose-Einstein Conden­sation) nella quale sono protagoni­sti invece dei fotoni, delle particelle atomiche chiamate bosoni portate a temperature vicine allo zero assolu­to (meno 273 gradi centigradi). Nel­le università di Torino e Camerino si fa ricorso, come a Roma, ai fotoni e a Camerino è nata pure una start-up, una società che inizia a commercializzare i risultati.

L’obiettivo ambito rimane però il computer quantistico nel quale il bit classico viene sostituito dal Qu­bit, cioè dal «Quantum bit», il «quanto di informazione quantisti­ca » nel quale le basi del conteggio dei computer classici «zero» e «uno» si manifestano in molti modi nello stesso momentoamplificando eccezionalmente la capacità di ela­borazione.

«Nel nostro laboratorio — raccon­ta Mataloni — manipolando due fo­toni siamo arrivati ad una capacità di 6 Qubit. Ora siamo in gara per condividere un progetto di ricerca europea che entro tre anni mira a re­alizzare un microprocessore da 20 Qubit, mattone fondamentale del fu­turo computer quantistico il quale si trova oggi allo stesso livello offer­to dagli elaboratori tradizionali ne­gli anni Cinquanta». L’Europa, in questo campo, è in una posizione di primo piano a livel­lo internazionale, per nulla inferiore agli Stati Uniti o al Giappone. Se si saprà mantenere, per il Vecchio Con­tinente, dalla fisica quantistica che ha generato teoricamente potrebbe­ro emergere anche preziose applica­zioni pratiche.

Giovanni Caprara

Fonte: Corriere della Sera


21/04/2009

Violati i segreti del Pentagono: rubati i piani sul caccia del futuro

Violati i segreti del Pentagono: rubati i piani sul caccia del futuro

 

Lo rivela il wall street journal. I dati sul progetto "Joint Strike Fighter" sarebbero stati sottratti attraverso un attacco informatico

 

L'F-35 Lightning II
L'F-35 Lightning II

NEW YORK - I segreti del più costoso progetto militare statunitense sono stati "rubati" attraverso un attacco informatico. A rivelarlo è il Wall Street Journal secondo cui altro materiale sensibile, legato al sistema di distribuzione elettrica e ad altre infrastrutture Usa, è finito nelle mani di "spie" straniere.

SISTEMA DI DIFESA - Il progetto in questione - del valore di 300 miliardi di dollari - si chiama "Joint Strike Fighter": i pirati informatici sono riusciti a penetrare nel sistema e a copiare i dati relativi al design dei sistemi elettronici del super bombardiere F-35 Lightning II - l'ultimo modello di tecnologia aerospaziale - svelando dunque i potenziali sistemi di difesa dall'aereo stesso.

PRECEDENTI - Episodi analoghi sono stati segnalati anche nei mesi scorsi (l'ultima volta era toccato al sistema di controllo del traffico dell'Air Force). Stando ad alcuni ex funzionari del Pentagono dietro ai crescenti attacchi cyber-nautici ci sarebbe la Cina che negli ultimi mesi - afferma un rapporto della Difesa Usa - ha compiuto "consistenti progressi" nello sviluppo di tecniche di guerre di online. Accuse respinte da Pechino che ha bollato come «prodotto di una mentalità da Guerra Fredda» il rapporto del Pentagono.

INVESTIMENTI - Secondo il Wall Street Journal, l'amministrazione Obama potrebbe presto proporre la creazione di una figura preposta alla sicurezza del sistema informatico della Casa Bianca e aumentare gli investimenti previsti per il settore, che sotto la presidenza di George W. Bush ammontavano a 17 miliardi di dollari.


03/03/2009

E gli hacker dichiarano guerra a Facebook

E gli hacker dichiarano guerra a Facebook

 

Social network preso di mira. I pirati informatici provano a rubare i dati sensibili per insidiare il server,approfittando della fiducia degli iscritti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LONDRA - Gli hacker non risparmiano neanche Facebook: solo nell'ultima settimana il celebre social network è stato oggetto di cinque attacchi da parte dei pirati informatici. Secondo alcuni esperti, citati dalla Bbc, gli hacker stanno tentando di "rubare" i dati sensibili degli utenti utilizzandoli per insidiare il server, approfittando della fiducia e dei contatti degli iscritti. Una sorta di cavallo di Troia sotto forma di applicazione che una volta installata si riproduce sugli account dei propri amici.

APPLICAZIONI «MALIGNE» - «È stata una settimana piuttosto brutta per i social network in generale», ha affermato Rik Ferguson, capo della sicurezza della società informatica "Trend Micro". Secondo Ferguson, la scorsa settimana Facebook è stato colpito da quattro applicazioni «maligne» tra cui una nuova variante del virus "Koobface" che aveva già attaccato il social network a dicembre dell'anno scorso.