15/11/2009

Obama e la crisi: "Ora nuovi modelli" Appello per il rilascio di San Suu Kyi

Obama e la crisi: "Ora nuovi modelli" Appello per il rilascio di San Suu Kyi

 

Freno sul clima in vista di Copenaghen. Iran, l'appello con Medvedev. Il presidente americano a Singapore:«Stop alle stesse politiche di sviluppo squilibrato del passato»

 

(Reuters)
(Reuters)

SINGAPORE - Il clima, la crisi economica e la necessità di nuovi modelli di sviluppo e il nucleare: questi i temi che Barack Obama ha affrontato a Singapore, seconda tappa del tour asiatico che porterà in presidente americano anche in Cina e in Corea del Sud. A Singapore, per la prima volta, un presidente americano si è trovato nella stessa stanza con un alto responsabile della giunta birmana, il primo ministro Thein Sein. Obama ne ha approfittato per chiedere ufficialmente la liberazione immediata del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

LA CRISI - Da Tokio, tappa iniziale del tour, l'inquilino della Casa Bianca ha rivolto un invito al mondo asiatico a guardare allo sviluppo di Pechino senza paura, perché «una Cina forte serve a tutti». A Singapore il presidente americano ha partecipato al vertice dell'Apec (il forum dei 21 paesi dell'Asia-Pacifico) lanciando un semplice messaggio: le economie asiatiche non possono continuare a basare la loro spettacolare espansione sulla bramosia dei consumatori americani. Occorre creare un nuovo modello che garantisca una crescita economica equilibrata e sostenibile. Ma l'appello di Obama ai paesi asiatici ad aprire di più i loro mercati ai prodotti americani è stato preceduto da una raffica di critiche da parte di alcuni paesi Apec che mettono gli Stati Uniti sul banco degli imputati per un ritorno al protezionismo che la nuova amministrazione Usa condanna con le parole ma non con i fatti.

«NUOVI MODELLI DI CRESCITA ECONOMICA» - Il presidente Obama, che ha anticipato la partenza dal Giappone per partecipare alla cena d'apertura del summit Apec, ha promesso un cambiamento di politica verso l'Asia rispetto al suo predecessore George W. Bush: «L'era del disimpegno è finita - ha detto l'inquilino della Casa Bianca in un discorso a Tokyo - vogliamo tornare a giocare un ruolo importante» nelle attività decisionali sulla politica economica del continente. Ma il modello di crescita economica deve cambiare, ha ammonito. «Per decenni gli Stati Uniti hanno avuto uno dei mercati più aperti del mondo e questa apertura ha contribuito ad alimentare il successo di molti paesi di questa regione - ha detto Obama -. Ma la crisi economica ci ha mostrato che non possiamo continuare a perseguire le stesse politiche di sviluppo squilibrato del passato». Il nuovo modello auspicato da Obama vede le economie asiatiche più aperte ai prodotti americani cercando nello stesso tempo altri mercati per alimentare la crescita economica.

IL CLIMA - È il clima l'altro grande argomento su cui si è soffermato Obama a Singapore. Il presidente americano ha espresso il suo sostegno alla proposta del premier danese Lars Lokke Rasmussen per un accordo in due tempi sulla questione del clima: una intesa politica alla conferenza di Copenaghen del mese prossimo, seguita successivamente da una intesa legalmente vincolante. Obama, che ha partecipato alla riunione fuori programma insieme al presidente cinese Hu Jintao e agli altri leader che partecipano al vertice Apec, ha sottolineato l'importanza che la conferenza di Copenaghen «si concluda con un successo». In una colazione organizzata a margine dell'Apec, i leader, tra cui il premier danese Lars Lokke Rasmussen, che presiederà la conferenza sul clima, hanno constatato che sarà impossibile sottoscrivere a Copenaghen un nuovo trattato sul riscaldamento globale, vincolante per tutti i 192 Paesi che saranno presenti nella capitale danese, viste le profonde divergenze ancora esistenti tra i Paesi ricchi e quelli più poveri sugli indirizzi da adottare. I leader sono però consapevoli che sarà necessario trovare una intesa «politica», per rinviare le decisioni finali a una nuova conferenza che si terrà molto probabilmente a Città del Messico. Una soluzione in due tempi insomma, per scongiurare la possibilità di un fallimento a Copenaghen. I leader hanno compreso «che è irrealistico aspettarsi un accordo definitivo, vincolante per tutti» alla conferenza in Danimarca, ha spiegato Michale Froman, vice consigliere per la sicurezza nazionale Usa. Ma è «importante» che Copenaghen diventi «una tappa» verso un nuovo trattato sul clima, ha aggiunto Obama.

NUCLEARE - Il nucleare e l'Iran i temi di un incontro a margine del vertice Apec tra Obama e il presidente russo Dmitri Medvedev. «Il tempo» per risolvere la crisi con l'Iran sulla base del dialogo «sta per scadere» è la posizione dei due presidenti. Obama ha detto che «purtroppo l'Iran non è stato in grado di accettare un approccio giudicato da ognuno creativo e costruttivo». Il presidente Medvedev, seduto accanto ad Obama, ha detto che «il tempo sta per scadere» per questo tipo di approccio e non ha escluso che possano essere usati «altri mezzi». I colloqui di Ginevra, dopo un avvio promettente, sembrano già in fase di stallo.


23/06/2009

A Milano il Pdl si riprende la Provincia Bologna e Firenze, il Pd tiene i sindaci

A Milano il Pdl si riprende la Provincia Bologna e Firenze, il Pd tiene i sindaci

 

Affluenza in calo: per le provinciali ha votato il 45% degli elettori, per le comunali il 61,3%. Cazzola si congratula al telefono con Delbono. Renzi: ora si guardi all'Udc. La provincia di Venezia passa al Pdl

 

Guido Podestà festeggia la conquista della Provincia di Milano (Liverani)

MILANO - Il Partito democratico tiene nelle roccaforti rosse e non perde la guida di città come Bologna e Firenze o la provincia di Torino. Tuttavia si vede sfilare dal centrodestra la guida della provincia di Venezia e, soprattutto, di quella di Milano: il candidato del centrosinistra, Filippo Penati, ha recuperato terreno sul Pdl rispetto ai risultati del primo turno, ma questo non è stato sufficiente per mantenere la guida dell'ente, che cinque anni fa riuscì a strappare a Ombretta Colli. Il nuovo numero uno di Palazzo Isimbardi è dunque l'ex europarlamentare forzista Guido Podestà, che come primo atto dopo la proclamazione della vittoria ha scelto di dedicare il risultato ottenuto a Silvio Berlusconi.

AFFLUENZA IN PICCHIATA - Intanto dopo la chiusura delle urne si registra un primo dato certo: il drastico calo dell'affluenza, che si è attestata poco sopra il 45% alle provinciali e il 61,3% alle comunali (al primo turno l'affluenza era stata rispettivamente del 70 e del 76%). Di certo ha influito la campagna per l'astensione al referendum elettorale che non ha raggiunto il quorum del 50% dei votanti.

LE PROVINCE - Per la provincia di Milano (dove si è registrata un'affluenza del 44,95%), come detto, la vittoria è andata a Guido Podestà, candidato del centrodestra. Ma non è stato l'unico risultato positivo per il Pdl: anche la provincia di Venezia ha cambiato colore e il presidente uscente, Davide Zoggia, ha dovuto cedere il testimone alla leghista Francesca Zaccariotto. Alla Provincia di Torino, Antonino Saitta (centrosinistra) ha visto la riconferma riuscendo a vincere su Claudia Porchietto (centrodestra). Per la provincia di Parma, Vincenzo Bernazzoli (centrosininstra) conduce su Giampaolo Lavagetto. Tra gli altri dati significativi il testa a testa per la provincia di Prato, dove lo spoglio ha visto l'alternarsi in vantaggio del candidato del Pdl e quello del Pd: una vittoria del centrodestra sarebbe considerata storica.

Giovanni Galli e Matteo Renzi durante la diretta di Corriere Tv

I COMUNI - A Bologna il candidato del centrosinistra, Flavio Delbono, ha avuto la meglio sullo sfidante Alfredo Cazzola: è stato lo stesso Cazzola a riconoscere la vittoria del suo avversario con una telefonata, attorno alle 19, a spoglio ancora in corso ma con i dati ormai stabilizzati con una distanza di oltre venti punti percentuali, con la quale si congratulava con Delbono per il risultato. Impietoso però il giudizio sui cittadini bolognesi: «L'aver raggiunto e superato il quorum per i referendum - ha detto - è la prova provata che Bologna rimane una città bulgara ferma a prima del 1989». E ancora: «Non c'è proprio speranza, la maggioranza dei bolognesi sarà sempre di un'obbedienza cieca, pronta ed assoluta ai comandi del partito, anche quando si tratta di compiere delle cose insensate come quella di votare nei referendum elettorali».
A
Firenze è invece stato eletto Matteo Renzi (centrosinistra) che ha vinto su Giovanni Galli (centrodestra). «Congratulazioni a Renzi ma d'ora in avanti io sarò il suo peggior incubo» ha detto Galli intervenendo in diretta su Corriere Tv proprio al fianco del neosindaco del capoluogo toscano. «E' finita una fase della segreteria Franceschini - ha invece commentato Renzi rispondendo ad una domanda del direttore Ferruccio de Bortoli sulla costruzione di un nuovo rapporto con l'Udc -. Così com'è il Pd non vincerà le elezioni politiche, occorre il coraggio di battere nuove strade. E' proprio questo il tema del congresso del Pd».
A
Bari ha vinto il sindaco uscente Michele Emiliano, centrosinistra, sullo sfidante del centrodestra Simeone Di Cagno Abbrescia. A Padova Flavio Zanonato (centrosinistra) ha vinto la sfida con Marco Marin. Ad Ancona Fiorello Gramillano (centrosinistra) ha prevalso su Giacomo Bugaro (centrosinistra). Tra gli altri dati significativi va segnalato il passaggio al centrodestra del comune di Prato con l'elezione ormai quasi certa di Roberto Cenni.

 


08/06/2009

La Serracchiani fa il pieno in Friuli

La Serracchiani fa il pieno in Friuli

 

Con quasi 74mila preferenze supera anche Berlusconi. Il segretario locale del Pd, Zvech: «Risultato eclatante», «in questi mesi franceschini ha fatto un miracolo»

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Con le sue quasi 74mila preferenze, Debora Serracchiani, fa tirare un sospiro di sollievo al Pd. La 39enne avvocato e vice capogruppo nel Consiglio provinciale di Udine, numero tre della lista Pd nella circoscrizione Italia Nord Orientale, supera in Friuli anche i voti del capolista Pdl Silvio Berlusconi (64.286). «Mi sveglio, un occhio ai dati e... in Friuli Venezia Giulia Debora batte "papi" 73.910 a 64.286» si legge sulla pagina di Facebook della candidata. Notevole il distacco, sempre su scala regionale, anche con il capolista Pd Luigi Berlinguer, fermo a 11.244 preferenze.

RISULTATO STREPITOSO - Lei, originaria di Roma ma trapiantata a Udine, parla di risultato strepitoso. «Sono molto soddisfatta non solo nel vedere che tanti credono in me, ma anche perché in Friuli Venezia Giulia ho ottenuto 9mila preferenze in più rispetto a Silvio Berlusconi». In tutto il Nordest la Serracchiani ha finora ottenuto 101mila preferenze e mancano ancora i dati di parte del Veneto e dell'Emilia Romagna. Quanto ai programmi futuri, «aspettiamo l'ufficialità dei dati - dice Serracchiani -. Le idee per l'Europa sono tante: competitività, innovazione e ricerca». «Le forze fresche con cui affrontare le prossime sfide non mancano» commenta il deputato triestino del Pd Ettore Rosato. E il segretario del Pd friulano, Bruno Zvech: «Debora Serracchiani sarà sicuramente tra i primi candidati eletti nella circoscrizione Nord Orientale. Il dato è eclatante in sé perché, pur avendo 40mila voti in meno di lista rispetto al Pdl, Serracchiani prende migliaia di voti più di Berlusconi e il doppio di Giovanni Collino. Per cui è un risultato di proporzioni straordinarie. Quando il rinnovamento si lega alla competenza, alla passione civile, culturale e politica, i risultati si vedono».

L'INTERVENTO A ROMA - Debora Serracchiani, che sul suo sito si definisce «semplicemente democratica», è salita alla ribalta a marzo, dopo l'assemblea dei circoli democratici a Roma. In quell'occasione, da perfetta sconosciuta (anche se a livello locale è attiva da diversi anni), era salita sul palco e aveva criticato i dirigenti del partito («incapaci di avere una linea unica»), Franceschini in primis. Il quale aveva apprezzato: «Ha dimostrato grande energia, qualità, competenza. Anche se come voto mi ha dato 6-. È stata diretta anche nei miei confronti e ha fatto bene, questo rende vitale il partito». Ma adesso, a elezioni fatte, il giudizio della 39enne sul segretario è positivo: «Credo che Dario Franceschini in questi mesi abbia fatto quasi un miracolo. Mi sembra che il Pd abbia tenuto piuttosto bene, e che il Pdl non abbia sfondato. Credo che il Pdl sia stato punito perché non sta dando soluzioni, in particolare non si occupa della crisi come dovrebbe. Non so quanto abbiano pesato le vicende legate all'etica pubblica del presidente del Consiglio, però credo che più che altro inizino a pesare le mancate soluzioni del governo rispetto ai problemi del Paese».


Europee: il Pdl non sfonda, il Pd arranca

Europee: il Pdl non sfonda, il Pd arranca

 

Per le amministrative ha votato il 76,70 per cento. Ue, partecipazione al minimo storico. Crescono Idv e Lega, cala Udc. Sinistra radicale fuori da Europarlamento. Affluenza globale al 65% (estero 7%)

 

MILANO - Il Pdl cresce rispetto alle precedenti Europee ma non realizza lo sfondamento del 40% auspicato alla vigilia del voto, anzi perde rispetto alle precedenti politiche; il Pd perde consensi ma resta vicino alla soglia psicologica del 27% indicata come livello minimo di sopravvivenza. Lega Nord e Italia dei valori in netta crescita, così come l'Udc. Sinistra radicale esclusa anche dal Parlamento europeo dopo essere già scomparsa, con le elezioni politiche di un anno fa, dagli scranni di Camera e Senato. Quando mancano più di 500 sezioni da scrutinare (63.821 su 64.328 sezioni complessive in Italia e all'estero) il Pdl risulta al 35,26%, il Pd al 26,13%, la Lega al 10,20%, l'Idv al 7,99% e l'Udc al 6,51%. L'alleanza di Sinistra europea-Prc-Pdci al 3,38%, Sinistra e libertà-Verdi si è fermata al 3,12%. Entrambe le forze della sinistra radicale, dunque, non superano lo sbarramento del 4% al di sotto del quale non si conquista alcun seggio per l'Assemblea di Strasburgo e Bruxelles. Stessa sorte per i radicali, che si fermano al 2,42% e per gli autonomisti del Pda insieme a Pensionati e La Destra, al 2,22%. Tutti gli altri partiti sono sotto l'uno percento. Sulla base di questi dati, il Pdl potrebbe contare su 29 eurodeputati, il Pd su 22. La Lega potrebbe portare all’Europarlamento 8 eletti, l’Idv 7, l’Udc 5.

LE REAZIONI - Seppure con tutte le cautele del caso, nell'attesa dei risultati definitivi, le forze politiche hanno già iniziato a dare le valutazioni del caso. Mentre il Pdl cerca di minimizzare sul proprio risultato al di sotto delle aspettative, facendo notare il maggiore calo percentuale registrato dal Pd e recriminando sul forte astensionismo, nel fronte dell'opposizione va registrata la forte esultanza dell'Italia dei valori. Altamente soddisfatta la Lega, che ritiene di aver avuto consensi soprattutto per la battaglia contro i clandestini. Casini, invece, legge nel risultato del voto un rifiuto del bipartitismo da parte degli elettori. Le sinistre divise sono rimaste fuori dall'Europa. Ferrero infatti parla di una «scissione di troppo». I radicali, infine, lamentano la loro sostanziale assenza nei programmi incormativi della tv pubblica e si rendono protagonisti di una lite in diretta con Bruno Vespa durante lo speciale di Porta a Porta.

L'AFFLUENZA - Quello che è già certo è che si accentua il calo dell'affluenza alle urne. Complessivamente, su scala europea, si è raggiunto il minimo storico del 43,02%: nel 2004 la partecipazione era stata del 45,47 per cento. Ma seppure con numeri più incoraggianti, l'affluenza è in calo anche in Italia: 65,04% degli elettori alle urne (66,46% in Italia, e solo il 7,1% all'estero) rispetto al 73,9% delle europee del 2004, con un calo quindi dell'8,87% dei votanti, un record se si guarda all’affluenza media del continente, ma un primato «in negativo» per le consuetudini della penisola. Anche in questa tornata elettorale «si conferma la maggiore affluenza nelle circoscrizioni del nordovest con il 72,75%, nordest con il 71,89% e centro con il 72,13%». Lo ha detto il ministro dell'interno, Roberto Maroni, commentando dati non ancora del tutto definitivi. Si registra invece «un'affluenza più bassa nell'Italia meridionale (64,21%), molto molto bassa - ha proseguito - nell'Italia insulare (47,33% contro 64,75% delle precedenti elezioni europee)». Il ministro dell'interno ha poi sottolineato che «quest'anno per la prima volta tutti i dati sono on-line e quindi anche quelli relativi all'affluenza sono aggiornati in tempo reale e possono essere consultati da tutti».

AMMINISTRATIVE - Invece l'affluenza alle urne per il rinnovo delle amministrazioni comunali è stata del 76,70 per cento, contro il 79,33 per cento della precedente consultazione. Il dato finale del ministero dell'Interno indica un calo del numero dei votanti di -2,63 per cento.

TUTTO REGOLARE - «Le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, non ci sono stati incidenti rilevanti di nessun tipo». Lo ha detto al Viminale il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. «Anche gli scrutini procedono regolarmente», ha aggiunto. «Le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, non ci sono stati incidenti rilevanti di nessun tipo». Ai seggi, aperti dalle 7 (sabato si è votato dalle 15 alle 22), gli elettori italiani si sono recati per scegliere i 72 componenti del Parlamento europeo spettanti all'Italia, i presidenti e i consigli di 62 Province e i sindaci e di consigli di 4.281 Comuni (di cui 30 capoluogo). Per le Europee sono stati chiamati al voto in Italia oltre 49 milioni di elettori, mentre le elezioni amministrative interessano quasi 33 milioni e mezzo di elettori.

 

REAZIONI

 

LITE TRA GASPARRI E UNA CRONISTA DEll'UNITA'. La Russa: «Puniti dall'astensionismo».Il coordinatore del Pdl: «Berlusconi? In Veneto ha fatto campagna per la Lega. Ha esagerato»

 

ROMA - Il Pdl potrebbe essere stato punito dalla bassa affluenza alle urne al Sud e nelle isole e nel Veneto finisce di un punto avanti alla Lega (29,33% contro 28,38%, con la Lega però davanti in quattro province su sette: Verona, Vicenza, Treviso e Belluno). Se vengono confermati questi dati il «Pdl perde due punti rispetto alle politiche, quasi integralmente pareggiati dall'aumento della Lega. Berlusconi negli ultimi giorni ha fatto campagna per il Pdl e per la Lega, facendo anche arrabbiare i nostri in Veneto». Lo dice Ignazio La Russa a «Porta a porta». Se i dati venissero confermati, spiega il coordinatore del Pdl «bisognerebbe leggere come mai abbiamo avuto meno voti rispetto alle previsioni. La mia spiegazione arriva dalle parole del ministro dell'Interno sull'affluenza: ha votato il 67% italiani, che non è egualmente distribuito. Bene al nord e al centro, insufficiente al sud e catastrofico in Sicilia e Sardegna», dove ha votato la metà delle persone che hanno votato alle politiche. «Questo costa al Pdl due punti in percentuale», sottolinea il ministro della Difesa. «L'abbassamento generale e in particolare al sud e alle isole spiega il risultato. Il Pdl sta andando male rispetto ai sondaggi e alle previsioni, ma se si fanno i paragoni con i dati reali sono soddisfatto».

 

(Denis Verdini (Jpeg)

VERDINI - «L'astensionismo del Sud potrebbe averci punito», lo conferma anche Denis Verdini, coordinatore del Pdl commentando nella sede del Pdl a Via dell'Umiltà le proiezioni sui risultati delle elezioni europee. «I dati non sono negativi - aggiunge - ma non è quello che ci aspettavamo». A proposito del risultato della Lega, il coordinatore del Pdl aggiunge: «Questo avanzamento del Carroccio non è così eclatante. Comunque aspettiamo, i dati sono ancora parziali. Una delusione il 35%? Non parlerei di delusione, anche perché lo stacco tra governo e opposizione probabilmente crescerà». A chi gli chiede un commento sul distacco dal Pd, il coordinatore del Pdl risponde: «i dati confermano che la politica del Governo viene premiata e c'è un divario con l'opposizione. Bisogna comunque aspettare perchè le proiezioni danno dei dati differenti». Ai cronisti che gli chiedono se sia deludente non raggiungere il 40% Verdini aggiunge: «se guardiamo i dati di adesso siamo distanti ma stiamo parlando di una proiezione del 5% non è un punto di vista attendibile. Dobbiamo aspettare ancora»

GASPARRI - Anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri invita alla calma: «Aspettiamo i dati definitivi. Ma se questi fossero i dati, sarebbe una catastrofe totale del centrosinistra e qualcuno stasera dovrebbe lasciare l’incarico». Ma che serpeggia un certo nervosismo tra le file del Pdl lo conferma poi una battuta di Gasparri a una cronista de L'Unità: «Ma stia zitta, ancora con queste domande, vada a fare il funerale a Franceschini...». Intanto continua l'attesa al quartier generale del partito: a via dell'Umiltà sono riuniti il sottosegretario e portavoce del premier Paolo Bonaiuti, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno e il coordinatore nazionale del partito, Denis Verdini. La sala stampa è gremita di cronisti e telecamere in attesa che i primi esponenti del Popolo della Libertà scendano a dichiarare.

 

L'EX PM: «ORA NON BISOGNA PERDERE TEMPO». Di Pietro : raddoppiati i consensi. Il leader Idv: «Da domani siamo alternativa al governo Berlusconi che per noi resta fascista, piduista e razzista»

 

Antonio Di Pietro (Emblema)

ROMA - L'Italia dei valori raddoppia i consensi. E il suo leader Antonio Di Pietro prima esulta e poi attacca la maggioranza di governo.

IL COMMENTO - «È indubbio che il risultato indica che Italia dei Valori sta dalla parte dei cittadini perchè abbiamo raddoppiato i nostri risultati» spiega Di Pietro le prime proiezioni. «Ma io - prosegue il leader dell'Idv - mi proietto già verso il domani. Da domani non saremo più parte dell'opposizione ma della alternativa al governo Berlusconi che per noi resta fascista, piduista e razzista». L'ex pm si dice sicuro «che ci sono le condizioni per costruire l'alternativa: vedremo con quale partito e con quali uomini. Sentiamo - sottolinea Di Pietro - la responsabilità di non perdere tempo per essere i cofondatori di una nuova coalizione».

VIA IL NOME - «Italia dei Valori che ha raddoppiato i consensi rispetto alle ultime politiche e quasi quadruplicato quelli rispetto alle precedenti europee non è più un partito personale ma dimostra di essere un partito popolare pronto a costruire l'alternativa al modello di governo berlusconiano. E il 22 giugno prossimo l'esecutivo nazionale deciderà di togliere il mio nome di fondatore dal simbolo allo scopo di favorire la costruzione di un nuovo partito su base universale» conclude Di Pietro.

 

Cota: «Il voto della Lega è la vittoria della linea Maroni sui clandestini». Il viceministro Roberto Castelli: «Il risultato del voto? Nel governo non cambia niente»

Roberto Cota (Newpress)

ROMA - «Siamo soddisfatti. Dalle proiezioni emerge un dato molto positivo: il raddoppio rispetto alle precedenti elezioni europee e una crescita rispetto alle Politiche dell'anno scorso». Così il capogruppo alla Camera della Lega Nord, Roberto Cota, commenta con il quotidiano online Affaritaliani.it i primi risultati delle elezioni europee. «Questi dati corrispondono a quelli che ci arrivano attraverso i nostri militanti nei seggi. In Europa faremo un'azione decisa per il no all'ingresso della Turchia in Europa - aggiunge -, perché ha un sistema culturale e produttivo completamente diverso rispetto al nostro e perchè è un pericolo per la nostra identità. Il voto è anche un premio per l'azione di contrasto all'immigrazione clandestina e un sostegno all'operato del ministro Maroni. Anche l'Unione Europea ora dovrà muoversi in modo deciso per fermare l'immigrazione clandestina».

CASTELLI - «Il risultato del voto? Nel governo non cambia niente» ha detto il viceministro Roberto Castelli rispondendo a una domande dei giornalisti che gli chiedevano se il risultato del voto che si sta delineando possa avere degli effetti sul governo italiano. Castelli ha così ribadito il concetto espresso nel pomeriggio di domenica dal leader della Lega Umberto Bossi il quale aveva detto che all'indomani del voto non sarebbe cambiato nulla nel governo.


 

 

Casini: «Dura lezione al bipartitismo». Il leader dell'Udc: «Il governo non è in discussione, continuerà»

Pierferdinando Casini e Azzurra Caltagirone escono dal seggio elettorale Elezioni Europee (Eidon)

ROMA - «Se i risultati saranno confermati noi siamo stati premiati e il bipartitismo, che non c'è, ha avuto una dura lezione». È il commento del presidente dei deputati Udc Pier Ferdinando Casini, dopo le ultime proiezioni del voto europeo. «Quello che è successo a Lega e Idv -osserva- sta nel novero delle cose. Di Pietro ha giocato togliendo voti al Pd e la Lega è l'alleato ideale. Chi vota Lega al nord, infatti, vota per un partito di protesta e di governo. Ecco perché si è gonfiato». «Se saremo confermati -ribadisce Casini- siamo contenti perché avevamo chiesto un voto in più per capire se la nostra sfida, considerata da alcuni, e non a torto temeraria, aveva le gambe per andare avanti e se questo Partito della nazione che abbiamo in progetto di fare può avere una prospettiva futura».

FUORI DAI BLOCCHI - Per Casini, si tratta di un risultato tanto più «soddisfacente» perchè la campagna elettorale è stata fatta «senza potere locale, senza potere nazionale e in una condizione in cui il partito si trova fuori dai due blocchi». Il presidente dei deputati dell'Udc evidenzia inoltre che i dati finora disponibili mostrano che c'è «un 15% di elettori che non ha rappresentanza». Il Pd e il Pdl -fa notare- hanno il 60% e quindi non è il caso di continuare a parlare di bipartitismo. Il Pdl paga -prosegue nella sua analisi Casini- la scelta di avere individuato nella Lega un alleato privilegiato ed esclusivo. Noi abbiamo parlato di problemi reali degli italiani con serietà, costanza e in modo silenzioso. Non abbiamo parlato di veline, di gossip o di problemi giudiziari di Berlusconi ma abbiamo parlato dei problemi degli italiani«. Se i dati si confermano, «siamo stati premiati» e perciò «siamo sereni, addirittura contenti, è un dato soddisfacente». Non nasconde la sua soddisfazione il presidente dell'Udc Pierferdinando Casini che, in collegamento con Porta a Porta, richiama a una lettura politica del voto: «Il bipartitismo che non c'è, ha avuto una dura lezione». Detto questo, a giudizio dell'esponente centrista «il governo non è in discussione, continuerà».

CON IL PDL - E i rapporti con il Pdl nei prossimi mesi? «Sconti non ne facciamo a nessuno - dice il leader Udc -. È importante essere seri con gli impegni con gli elettori».

 

 

Polemica sull'informazione sulla lista Bonino data dalla Tv pubblica. Spazi in tv, lite in diretta radicali-Vespa. Cappato: «Se fosse per Porta a Porta saremmo allo 0%». Il conduttore: «Non è vero, avete avuto il 7,1% di spazi»


ROMA - I radicali sono dati nelle proiezioni al 3%, ma «fosse stato per Vespa o per Porta a porta potevamo andare tranquillamente sotto lo zero per cento». L'europarlamentare uscente Marco Cappato, in collegamento con la trasmissione di Raiuno attacca a testa bassa Bruno Vespa per lo spazio che la tv pubblica ha riservato al partito radicale in campagna elettorale.

LA REPLICA DI VESPA - Pronta la replica del conduttore, che ricorda: «I dati pubblicati indicano che nelle trasmissioni di approfondimento della Rai il partito radicale ha avuto il 7,1%. Questi sono i dati, tutto il resto sono menzogne», sottolinea Vespa. L'europarlamentare radicale replica pronto, accusando Vespa di dire «cosa false». «I dati di cui parla riguardano il periodo immediatamente successivo alle condanne dell'autorità garante», incalza Cappato. Vespa di rimando assicura di non aver ricevuto alcuna condanna dall'authority.

 

 


04/05/2009

I pirati fanno rotta verso Strasburgo

I pirati fanno rotta verso Strasburgo

 

Le major contro la diffusione di copie illegali sul web: «Ma la lotta è difficile». In Svezia, secondo i sondaggi, il Piratpartiet è al 5%. E dall'Italia parte la campagna dell'hacktivist Bottoni

 

Il logo del Partito pirata
Il logo del Partito pirata

MILANO - Nome in codice: progetto arancione. Obiettivo: "infiltrare" un hacktivist all'interno del Parlamento europeo. Un incrocio tra hacker e attivista, cioè, «che sia tecnicamente e politicamente in grado di seguire le attività legislative legate ad Internet» e alle nuove tecnologie. A poche settimane dalla discussa condanna inflitta da un tribunale di Stoccolma a "The Pirate Bay", il popolare sito di file sharing, i pirati della Rete si organizzano. E in nome delle libertà digitali si lanciano nell'arena politica. In Svezia, ad esempio, il "Piratpartiet", secondo un sondaggio del quotidiano The Local, potrebbe diventare addirittura la quarta forza del Paese, con il 5,1% delle intenzioni di voto. Ma anche i pirati italiani non se ne stanno con le mani in mano. A muoversi, in questo caso, è il loro "segretario": Alessandro Bottoni, 48 anni, leader del Partito pirata italiano, si candida alle europee (come indipendente) nelle liste di "Sinistra e libertà". Un impegno politico concreto, denominato appunto "progetto arancione", per «una Rete libera dove ciascuno possa esternare le proprie convinzioni confrontandosi liberamente, senza censura e senza vincoli, e condividendo».

COMPROMESSO - La campagna elettorale dell'hacktivist italiano si svolgerà tutta sulla Rete. Ed è proprio attraverso il suo blog, attivo da «tempi non sospetti», che Bottoni si presenta: «Convinto sostenitore dell'Open Source, per ragioni politiche e tecniche. Convinto oppositore delle aziende che sfruttano la loro posizione dominante per imporre al mercato soluzioni che vanno a danno degli utenti, Microsoft in cima alla lista». «Proprio come un hacker - ha spiegato Bottoni all'Adnkronos - mi voglio 'infiltrare' nel sistema per raccontare quel che succede sui temi che ci stanno a cuore e far viaggiare le informazioni. Naturalmente utilizzando il web». E la pirateria? «È ormai inevitabile - afferma Bottoni - riconoscere al privato cittadino il diritto di creare copie di file multimediali, siano essi film o brani musicali, e anche di distribuirle senza scopo di lucro. Ormai è chiaro che la battaglia contro il 'downloading' non può essere vinta perché i pirati troveranno sempre il modo di aggirare gli ostacoli. Lo sa anche la controparte ed è quindi saggio pensare a un compromesso. Far capire queste cose da un'aula parlamentare - sottolinea - sarebbe molto importante, anche per combattere decisioni sbagliate come quella adottata da Sarkozy di tagliare la connessione Internet a chi 'si comporta male': una misura punitiva che vuol favorire le case discografiche e di distribuzione cinematografica».

LETTERA APERTA - A proposito: proprio in Francia un gruppo di artisti che si dichiarano «da sempre» di sinistra - fra i quali la cantante Juliette Greco e l'attore Michel Piccoli - ha contestato l'atteggiamento del Partito socialista francese nei confronti della legge anti-pirateria proposta dal governo. In una 'lettera aperta', pubblicata su Le Monde, gli artisti affermano che «il diritto d'autore è un diritto dell'uomo» e chiedono perciò «regole rivolte agli operatori di telecomunicazioni» affinché cessino di «rapinare» le attività creative. Una critica alla posizione dei socialisti contro il provvedimento che prevedeva, fra l'altro, la sospensione dell'accesso al web per chi scarica illegalmente musica e film (la legge è stata respinta anche perché erano assenti molti deputati della maggioranza, ma il testo è stato già ripresentato dal governo).

COPIE PIRATA - La via francese contro la pirateria (detta anche «tre errori e sei disconnesso») è seguita attentamente oltreoceano. Il dibattito, negli Stati Uniti, si è infatti infiammato di nuovo dopo l'ultimo, eclatante caso che riguarda "X-Men Origins: Wolverine": circa un milione di utenti ha scaricato il film dalla Rete prima ancora che uscisse ufficialmente nelle sale. La pellicola è balzata ugualmente in testa ai box office con incassi record (87 milioni di dollari nel week end d'esordio nei cinema Usa), ma le major dell'intrattenimento (in questo caso la 20th Century Fox) puntano il dito contro le ingenti perdite provocate dalla pirateria. Anche perché sempre più spesso vengono diffuse online copie di qualità dei film in uscita (come nel caso di "Wolverine") o appena usciti. Sono lontani, insomma, i tempi in cui tramite il peer-to-peer si scaricavano soprattutto film registrati direttamente in sala attraverso l'uso di videocamere portatili (filmati di bassa qualità accompagnati dai commenti del pubblico e dagli scricchiolii delle poltrone). Darcy Antonellis, uno dei responsabili della Warner, ha spiegato alla Cnn che è lo stesso progresso delle nuove tecnologie ad aiutare la diffusione di copie illegali sulla Rete. Gli esperti che lavorano per l'industria dell'intrattenimento si trovano spesso disarmati di fronte alla creatività del "nemico". Tanto che la Cnn si domanda: in questi tempi digitali, la pirateria cinematografica può davvero essere fermata?

Germano Antonucci


19/04/2009

Pd e province: lo spettro del numero 15

Pd e province: lo spettro del numero 15

 

Nelle amministrative di giugno le province governate dal Pd potrebbero scendere da 50 a 15.

 

Se nelle amministrative di giugno gli elettori si comportassero come alle politiche, le province governate dal Pd scenderebbero da 50 a 15. Per carità, non facciamone un dramma. Ma il 6 e il 7 di giu­gno non si vota solo per l’Euro­pa. Di mezzo ci sono 4200 co­muni, 219 con più di 15.000 abi­tanti e 30 capoluogo, alcuni dei quali per un motivo o per l’altro importantissimi. E 64 province.

Per carità, non facciamone un dram­ma. Ma di queste 64 province oggi più di 50 sono governate dal centrosinistra, so­lo 10 dal centrodestra. E si capisce. Le ele­zioni amministrative del 2004 per il cen­trosinistra furono un trionfo, per il cen­trodestra, ancora percorso dalle divisio­ni tra Forza Italia e la Lega, un disastro. Persino al Nord. Altri tempi. Adesso, leg­giamo sull’Unità in un documentatissi­mo articolo di Andrea Carugati, nel Pd cominciano a preoccuparsi per le elezio­ni provinciali persino di più che per le elezioni europee. Perché, ragiona il re­sponsabile per gli enti locali Paolo Fonta­nelli, se a giugno gli elettori si compor­tassero come nelle politiche (e, dal pun­to di vista del Pd, c’è da temere che si comportino molto peggio), sarebbe un disastro. Al Nord, ma non soltanto al Nord. Della cinquantina di amministra­zioni provinciali attuali, al Pd ne reste­rebbero 15. Quasi tutte concentrate in quelle che una volta si chiamavano Re­gioni rosse.

Per carità, non facciamone un dram­ma. Le province sono quasi universal­mente considerate dei carrozzoni inutili: Ugo La Malfa ne chiedeva la soppressio­ne più di 40 anni fa, a maggior ragione i riformatori più coerenti si indignano og­gi perché non vengono abolite. Ma per­derne 35 o giù di lì in una botta sola per il Pd sarebbe un bel guaio lo stesso. Per­sino se nelle elezioni europee riuscisse a contenere i danni. E non solo perché ba­sterebbe la vista di Emilio Fede che in tv, quasi a simboleggiare un passaggio d’epoca, appone sulla carta d’Italia 35 bandierine del Pdl su province sin qui amministrate dal centrosinistra a gettare nella costernazione più nera militanti ed elettori.

Per carità, non facciamone un dram­ma. Però, fossimo nei dirigenti del Pd, alle preoccupazioni di Fontanelli darem­mo molto ascolto. In politica i simboli e, come si dice adesso, l’immagine conta­no, eccome. Ma qui non si tratta solo di simboli e di immagine. Ci sarà pure un motivo se quelli della Lega, che sono dei politici eminentemente pratici, al solo sentir parlare di superamento delle pro­vince reagiscono con lo stesso, efficacis­simo fuoco di sbarramento con cui han­no replicato alla proposta di accorpare il referendum sulla legge elettorale alle ele­zioni del 7 giugno. Potranno anche esse­re inutili, o peggio, le province. Ma in ter­mini di consenso e di potere sono impor­tanti. E perderne una trentina, specie per un partito che voglia essere radicato nel territorio, e che si affidi in larga misu­ra a dei professionisti della politica (tra­dizionali o di tipo nuovo in questo caso non conta), vuol dire lasciare senz’arte né parte un esercito di assessori, di elet­ti, di presidenti e di consiglieri di enti pubblici e semipubblici, di consulenti e via di questo passo, con tutte le conse­guenze del caso. Se i partiti fossero delle associazioni culturali, e gli elettori votas­sero solo per motivi d’opinione, il proble­ma non sarebbe poi così terribile. Ma le cose sono un tantino più complicate: e sarebbe il caso di ricordarselo.

Per carità, non facciamone un dram­ma. I dirigenti del Pd interpellati dal­l’Unità dichiarano di fare comunque affi­damento, oltre che sulle nuove candida­ture (auguri), sulla buona qualità degli amministratori uscenti. L’argomento è storicamente fondato, perché è grazie al­la buona amministrazione che, molto spesso, il centrosinistra nelle elezioni lo­cali è riuscito a sfangarla anche quando, sul piano politico, gli soffiava addosso un forte vento contrario. Stavolta, però, il vento contrario non è forte: è fortissi­mo. E difficilmente il Pd può pensare di potergli resistere da solo, o quasi, in no­me di una vocazione maggioritaria che, se non è più conclamata come nel recen­te passato, non è stata neanche realistica­mente archiviata. Solo nella metà delle province (e dei comuni) in cui si vota il Pd si presenta nella coalizione del 2004 e del 2006. Spesso manca all’appello Rifon­dazione comunista, talvolta l’Italia dei Valori, più raramente Sinistra e Libertà; e, quanto all’Udc, sempre dall’Unità ap­prendiamo che «al Nazareno ci si conso­la constatando che Casini correrà da so­lo in moltissime realtà, dal Piemonte al Veneto alla Puglia, togliendo voti prezio­si alla destra». Certo il Pd non poteva ve­nire a capo in poche settimane di una questione chiave per la sua identità e il suo futuro come quella delle alleanze. Ma la scelta di non scegliere gli complica terribilmente la vita. Anche nelle provin­ce. Utili o inutili che siano.

Paolo Franchi


09/01/2009

La sfida di Soru: se io vinco ripeto quel che riuscì a Prodi

La sfida di Soru: se io vinco ripeto quel che riuscì a Prodi

Il governatore chiede che il pd esalti «l'esperienza dell'ulivo». «In Sardegna si può tornare al successo e a battere Berlusconi»

 

ROMA — «La sconfitta non è per sempre». Adagio che dovrebbe suonare rassicurante per i vertici del Pd. E, certo, l'intento era quello, anche se il resto della frase, e l'autore, autorizza a una lettura più maliziosa: «Se vinciamo in Sardegna, si può tornare a vincere e a battere Silvio Berlusconi, come ha fatto Prodi due volte». Renato Soru, governatore della Sardegna, con un'intervista all'Espresso si accredita come l'uomo che può ridare fiducia al centrosinistra. E, sempre volendo trarne una lettura maliziosa, si erge contemporaneamente a futuro leader del centrosinistra per sconfiggere il Cavaliere. Dando qualche sostanza alle voci che da settimane lo vedono come il possibile uomo nuovo del Pd, pronto a uscire allo scoperto anche sul piano nazionale.

Il governatore uscente della Sardegna, dimissionario dopo una scontro interno nel Pd, attacca frontalmente Berlusconi, ignorando il suo sfidante, Ugo Cappellacci, considerato poco credibile: «Sarà uno scontro Soru-Berlusconi per interposta persona». Lo scontro comincia con un parallelo con Mussolini: «"Faccio sapere ai sardi che noi ci occupiamo amorevolmente dei problemi della loro isola". Sa di chi è questa frase? Di Benito Mussolini. Berlusconi dice la stessa cosa».

Ma sono i passaggi interni sul centrosinistra che fanno riflettere. Soru chiede al Pd «un forte segno di discontinuità», ovvero la non canditura di chi ha più di due legislature e di chi «non si riconosce nel programma». Bene il Pd, se non altro perché ha «cominciato una traversata nel deserto, strada senza ritorno ». Ma servirebbe una correzione di rotta: «Bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l'esperienza di Romano Prodi e dell'Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd». Quanto basta per entusiasmare Arturo Parisi, pronto a criticare chi, ovvero Veltroni, «ha provocato un disastro con l'illusione della solitudine: bisogna tornare all'Ulivo ». «Parole sante quelle di Soru», conferma un altro prodiano, Franco Monaco. E a giungere alle estreme conseguenze ci pensa «Il Regno», mensile dei padri dehoniani di Bologna, vicini alle posizioni prodiane, per il quale «il Pd di Veltroni e D'Alema, con corredo di ex popolari, è avviato al declino». Veltroni non commenta, anche se in largo del Nazareno si ricorda come nell'ultima Direzione sia stato lo stesso segretario a ricordare positivamente l'esperienza dell'Ulivo. Quanto a Soru, smentisce quanto scritto ieri da un quotidiano locale, secondo il quale avrebbe scoraggiato la partecipazione di Veltroni alla campagna elettorale sarda. Smentita alla quale si associa il commissario del Pd in Sardegna Achille Passoni. E infatti, Veltroni in Sardegna ci sarà, «regolarmente invitato» dal candidato ufficiale del Partito democratico.

Di parere opposto il candidato PDL che replica: "In Sardegna la sinistra ha lasciato un disastro, non avrà la riconferma". Nell'intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale, dice;


 
Ugo Cappellacci, subito dopo l’investitura Berlusconi ha sentenziato che lei sarà «il Gianni Chiodi sardo». È pronto alla sfida con Soru per la presidenza della Regione?
«Sento una grande responsabilità sulle spalle, soprattutto per la situazione in cui si trova la mia terra: 190mila disoccupati, 300mila vicini alla soglia della povertà, popolazione indebitata tanto che su uno stipendio medio di 1500 euro, 700 se ne vanno per pagare le rate dei mutui...».
 
Scenario allarmante. Ma Soru è un osso duro...
«L’analisi sugli ultimi cinque anni non l’abbiamo fatta noi ma esperti ed economisti. La sinistra non ha mantenuto gli impegni e non può pretendere di essere riconfermata».
 
Soru la attacca dicendo che lei si presenta come nuovo, ma non lo è. E che non conosce la Sardegna...
«Sono sardo al 200 per 100: genitori e nonni sardissimi. Conosco bene i problemi della mia terra a differenza di chi ha governato chiuso nel grigiore solitario delle stanze del palazzo. Mentre io riporterò al centro la famiglia, le imprese e il territorio, con i sindaci in prima linea».
 
Soru sembra snobbarla dicendo che «in Sardegna ci sarà uno scontro Soru-Berlusconi»...
«Se conterò lo diranno gli elettori e i fatti della mia azione di governo. Non ho alcun timore a raccordarmi con un governo che è e sarà amico della Sardegna. Se necessario chiederò interventi da Roma perché i miei disoccupati e i padri di famiglia in grave difficoltà possano vivere con dignità. Non mi vergognerò di chiedere aiuto al governo perché non sto chiedendo assistenza ma soltanto condizioni di pari dignità per i sardi».
 
La sinistra insinua che lei cura l’aspetto fiscale delle ville sarde di Berlusconi...
«Non curo alcun aspetto fiscale delle ville di Berlusconi. Sono solo figlio d’arte di un commercialista e ho lavorato per il gruppo Fininvest ma anche per il gruppo De Benedetti oggi, come noto, molto vicino a Soru».
 
Il modello Soru: dove ha fallito?
«Con la scusa di farsi paladino di principi di sardità ha di fatto imposto un sistema di governo centrato sul pensiero unico, sulla sua personale mono-cultura, sulla sua incommensurabile magnificenza di monarca illuminato. Deve vedere e controllare tutto lui, gli altri non contano nulla. Un modo dispotico di governare, inqualificabile per una moderna democrazia. Eppoi non sorride mai e non guarda negli occhi quando parla».
 
Piano paesaggistico regionale, ossia i vincoli allo sviluppo edilizio delle coste che è costato caro al governatore uscente... Le piace?
«Cinque anni fa Soru ha raccontato una bella storia fatta di principi sacrosanti legati alla struggente bellezza della nostra isola. Ci batteremo più di lui perché tutto questo sia salvaguardato ma noi siamo più credibili. La vicenda del piano paesaggistico ha dimostrato che è stata tolta ai sindaci la possibilità di essere protagonisti a casa loro. Quello che noi non accettiamo. Tutela dell’ambiente sì, ma concordata e condivisa».
 
Soru e il conflitto di interessi: dal caso Saatchi & Saatchi alla liaison con i De Benedetti. In molti, anche a sinistra, sono in imbarazzo...
«Non ho tempo per seguire questioni di cattiva amministrazione dei soldi pubblici, sui cui sta indagando la magistratura».

 

 


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