27/04/2012
L'Istat: «In Italia siamo 59,5 milioni»
L'Istat: «In Italia siamo 59,5 milioni»Censimento. In dieci anni, 2,5 milioni in più (+4,3%). Ma a crescere sono gli stranieri. Triplicate le famiglie che vivono nelle baracche
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01/04/2012
In Italia i 10 più ricchi come 3 milioni di poveri
In Italia i 10 più ricchi come 3 milioni di poveriSecondo uno studio di Banca d'Italia. Ricchezza sempre più legata ai patrimoni. Ferrero, Del Vecchio, Armani, Prada: chi sono secondo Forbes i paperoni italiani
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21/09/2010
Sarkozy all'Onu: «Tassiamo tutte le transazioni finanziarie del mondo»
Sarkozy all'Onu: «Tassiamo tutte le transazioni finanziarie del mondo»Apertura del summit «millenium goals»: 8 obiettivi per l'umanità entro il 2015. Il presidente francese: «Servono fonti di finanziamento per la lotta contro la povertà e le pandemie»
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24/12/2009
Lo Stato più infelice d'America? New York
Lo Stato più infelice d'America? New York
La Louisiana, malgrado l'uragano, è lo stato più infelice. I ricercatori dell’Hamilton college e della Università di Warwick: «Conta la qualità della vita, non la ricchezza»
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| Baraccopoli in Louisiana (Afp) |
WASHINGTON – Quale è il più felice dei cinquanta stati americani? La Louisiana. E il più infelice? Lo stato di New York. L’esito delle ricerche dell’Hamilton college e della Università di Warwick ha sbalordito l’America. La Louisiana è uno degli stati più poveri e la capitale, New Orleans, non si è ancora ripresa completamente dalla devastazione dell’uragano Katrina, molti la hanno lasciata. New York invece è uno degli stati più ricchi, e la capitale, la Grande Mela, attira i giovani come la luce attira le falene.
LA RICCHEZZA NON C'ENTRA - Ma secondo l’Hamilton college e la Università di Warwick la ricchezza c’entra poco, è tutta una questione psicologica. Il popolo della Louisiana è gratificato dallo ambiente e dalla cordialità della gente, e s’accontenta di ciò che ha. I newyorchesi sono ambizioni, tesi, a volte scorbutici, e vogliono sempre di più. Il riscontro di questa tesi viene dagli altri primi e dagli altri ultimi classificati. Seconde nell’indice della felicità sono le isole Hawai, dove il presidente Obama trascorrerà le vacanze di Natale, e terza è la Florida, lo stato del sole. Penultimo è il Connecticut, lo stato dei Creso sopra quello di New York, e terz’ultimo il Michigan, nel cuore del paese, che ha come capitale Detroit, la culla dell’auto americana. Le popolazioni delle Hawai, dove il tenore di vita è relativamente modesto, e della Florida, il rifugio dei pensionati, si dichiarano soddisfatte della propria condizione, mentre quelle del Connecticut, legate alla finanza, e del Michigan, legate all’industria, si dichiarano insoddisfatte. Persino il Mississippi, lo stato più povero in assoluto, è contento, e persino la mitica California è scontenta. Il Mississippi, forse perché ha le aspettative minori, è settimo nella graduatoria, la California, forse perché ha le aspettative maggiori, è quarantacinquesima (lo stato di Obama, l’Illinois, capitale Chicago è quarantaquattresimo). Se la cavano alla meno peggio lo stato della dinastia Bush, il Texas, quindicesimo, e lo stato della dinastia Clinton, l’Arkansas, diciottesimo.
POLEMICHE - Naturalmente, c’è chi contesta l’indice della «Felicità lorda nazionale americana», come è chiamato dai media. Ma gli autori delle ricerche ribattono che la dizione è errata, l’indice non è quello del benessere materiale, ma di come uno si sente, e che la sua componente economica è solo una di tante. «Contano la qualità della vita, l’assistenza medica, il tempo libero, i rapporti sociali, l’assenza di criminalità, il minor peso delle tasse e via di seguito» affermano i ricercatori. «Se uno sta bene, abita in un bel posto e in una bella casa, non si lamenta». E concludono che «tutto è molto soggettivo»: se una famiglia newyorchese infelice si trasferisse nella Louisiana, ammoniscono, non diverrebbe necessariamente felice. Ferito nell’orgoglio, il New York Times ha commentato che se si facesse una classifica degli stati più stoici, New Work figurerebbe al prima posto: tra gli americani, ha scritto, i newyorchesi sono i più tosti. Una tv ha aggiunto che comunque a Natale la disparità tra gli stati contenti e scontenti diminuisce nettamente. Un premio di consolazione per la Grande Mela.
Ennio Caretto
corriere.it
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30/07/2009
I poveri in Italia sono oltre 8 milioni, la maggioranza al Sud
I poveri in Italia sono oltre 8 milioni, la maggioranza al Sud
Istat: «L'aumento non è statisticamente rilevante». Si tratta del 13,6% della popolazione globale. In povertà assoluta 2,9 milioni, pari al 4,9% (+0,8% in un anno)
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ROMA - I poveri in Italia sono 8.078.000, pari al 13,6% della popolazione, secondo i dati diffusi dal Rapporto 2008 dell'Istat sulla povertà. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2.737.000 (11,3%). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8%), dove l'incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese. In povertà assoluta, cioè persone che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile, sono 2.893.000 (4,9% dell'intera popolazione) e vivono in 1.126.000 nuclei familiari (4,6%).
ISTAT: «AUMENTO NON STATISTICAMENTE RILEVANTE» - Nei dati relativi al 2007, diffusi nel mese di aprile dalla stessa Istat, i poveri assoluti risultavano essere 2,5 milioni (4,1% della popolazione) in 975 mila famiglie. Secondo l'Istat questo aumento «non è statisticamente rilevante». La soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona e nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro.
POVERTÀ - Secondo l'Istat, quindi, l''incidenza di povertà assoluta è rimasta sostanzialmente stabile a livello nazionale, ma è significativamente aumentata al Sud, passando dal 5,8% al 7,9%, contro il 2,9% del Centro e il 3,2% del Nord. La condizione di povertà assoluta peggiora tra le famiglie di quattro componenti, in particolare coppie con due figli, soprattutto se minori; tra le famiglie con a capo una persona con licenza media inferiore, con meno di 45 anni o con a capo un lavoratore autonomo. L'incidenza aumenta anche tra le famiglie con almeno un componente alla ricerca di occupazione, mentre un leggero miglioramento si osserva solo tra le famiglie dove si associa la presenza di componenti occupati e di ritirati dal lavoro.
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17/05/2009
Ocse: salari, l'Italia agli ultimi posti
Ocse: salari, l'Italia agli ultimi posti
Guadagniamo in media il 17% in meno della media Ocse. Siamo 23esimi su 30, con uno stipendio netto di 21.374 dollari l'anno. Ci battono anche a Grecia e Spagna
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| Una busta paga (Fotogramma) |
MILANO - Cittadini italiani sempre più poveri e non solo a causa della crisi. Gli italiani incassano ogni anno uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 21.374 dollari, l'Italia si colloca infatti al 23esimo posto della classifica dei 30 paesi dell'organizzazione di Parigi.
AGLI ULTIMI POSTI IN EUROPA - Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche Grecia e Spagna. È quanto risulta dal rapporto Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008 e appena pubblicato. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia. È calcolato in dollari a parità di potere d'acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).
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01/03/2009
Il grande sogno di Muhammad Yunus: la povertà rinchiusa in un museo
Il grande sogno di Muhammad Yunus: la povertà rinchiusa in un museo
Il «banchiere dei poveri» è in Italia per parlare della possibilità di aprire una filiale della Grameen Ban. L'inventore del microcredito lunedi' mattina in diretta
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| Muhammad Yunus |
«Relegheremo la povertà nei musei. Ce ne sarà uno in ogni Paese, ci porteremo i bambini in visita: resteranno orripilati scoprendo la condizione infame che così tanti essere umani hanno dovuto sopportare per così lungo tempo e condanneranno i loro progenitori che hanno permesso tutto ciò». E’ questo il primo dei «sogni a occhi aperti» di una lunga lista che Muhammad Yunus ha messo nero su bianco nel suo ultimo libro, «Un mondo senza povertà». Desideri che l’economista del Bangladesh e premio Nobel per la Pace 2006 vuole veder realizzati nei prossimi 40 anni. Tra questi ce ne uno che sembra già a portata di mano, è l’idea che a quanto pare sta conquistando imprenditori, multinazionali e filantropi in tutto il mondo: curare il capitalismo malato con dosi massicce di iniziativa economica con finalità sociali.
Di questo, Yunus, l’inventore del microcredito che tutti chiamano «il banchiere dei poveri», è venuto a parlare in Italia e di questo si discuterà lunedì mattina nell’incontro pubblico con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, trasmette in diretta dalle ore 11 (metterò il link di riferimento per chi vuole sentire e intervenire e per consentire ai moltissimi, soprattutto giovani e studenti, che non hanno trovato posto in sala, di seguire gli interventi). L’economista ripercorrerà la storia della sua Grameen Bank (la banca «del villaggio») fondata nel 1977 per sostenere i poveri più poveri del Bengala, in particolare le donne, attraverso il microcredito senza garanzie. La Graamen, oggi diffusa in 57 Paesi, è diventata anche perno di un gruppo che va dalle telecomunicazioni alla sanità.
Yunus, avvicinato ieri al suo arrivo a Milano, ha confermato al le indiscrezioni che circolano sulla possibilità di aprire una filiale della Grameen Bank anche in Italia, dopo l’esperienza fatta in altri Paesi europei. «Ne stiamo discutendo, ci stiamo lavorando, speriamo di poter dire qualcosa a breve» ha affermato. Negli incontri di questi giorni tra Milano e Roma, Yunus promuoverà intanto il suo progetto di business sociale. «Un dollaro investito in un’impresa con finalità sociali - spiegherà tra le altre cose Yunus - è assai più efficace di un dollaro dato in beneficenza. Il dollaro dato in beneficenza viene consumato una sola volta, mentre quello investito in un’impresa continua a ripetere senza fine, come ogni altro capitale di impresa, il proprio ciclo produttivo creando benefici per un numero sempre crescente di persone».
L’impresa sociale è controllata da investitori privati, si muove nel libero mercato, senza perdite e senza massimizzare il profitto, al servizio del pianeta e delle persone. Qualche esempio? L’azienda che produce e vende prodotti alimentari di alta qualità ma a basso prezzo puntando a un mercato di bambini poveri e malnutriti, senza farvi incidere costi di pubblicità e di confezionamento. Quella che sviluppi sistemi di energia elettrica da fonti rinnovabili e li venda a un prezzo ragionevole a quelle comunità rurali che non sono allacciate alla rete elettrica. Quella che ricicla rifiuti, liquami e altri prodotti di scarto che altrimenti finirebbero a inquinare aree abitate da poveri. C’è anche un secondo «modello», quello di società orientate al profitto ma possedute e controllate da persone disagiate; qui la finalità sociale sta tutta nel fatto che i dividendi e l’incremento della capitalizzazione vanno direttamente a beneficio dei poveri. Come possono fare i poveri a compiere un passo del genere? Solo se qualcuno fa loro credito, soprattutto se micro e senza garanzie. Tutto dipende dall’idea che abbiamo dei poveri. Per Yunus sono come Bonsai, piante a tutti gli effetti con un vaso di ridotte dimensioni che non consente loro di crescere. Tutto quello che dobbiamo fare è dare terra.
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09/12/2008
La Fao: fame inarrestabile. I senza cibo sono 963 milioni
La Fao: fame inarrestabile. I senza cibo sono 963 milioniE la crisi finanziaria potrebbe aggravare la situazione. Secondo l'ultimo rapporto, gli affamati sono nel 2008 quaranta milioni in più dell'anno scorso

La fame avanza inarrestabile, e miete sempre più vittime: oggi nel mondo ci sono 963 milioni di affamati, 40 milioni in più dell'anno scorso e 115 milioni in più rispetto al biennio 2003-2005. E l'attuale crisi finanziaria potrebbe aggravare ulteriormente la situazione. A lanciare l'allarme è l'ultimo rapporto Fao sullo «Stato dell'insicurezza alimentare nel mondo (Sofi)», che riporta i dati del 2007, aggiornati dall'agenzia Onu agli ultimi mesi di quest'anno e riportati nella conferenza stampa di lancio del documento, a testimoniare come la piaga della fame proceda inarrestabile e a ritmi sostenuti. Alla base del «drammatico quanto rapido» aumento del numero di affamati cronici nei Paesi del sud del mondo c'è l'impennata dei prezzi delle materie prime agricole, che ha fatto precipitare nell'insicurezza alimentare milioni di poveri e ridotto drasticamente la quantità e qualità del cibo a loro disposizione.
Nonostante il calo dei prezzi dall'inizio del 2008, ha spiegato vicedirettore generale della Fao e curatore del rapporto, Hafez Ghanem, «per milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo riuscire a mangiare ogni giorno una quantità di cibo sufficiente per poter condurre una vita attiva e sana è ancora un sogno lontano. I problemi strutturali della fame, come l'accesso alla terra, al credito e all'occupazione, sommati ai prezzi sostenuti dei generi alimentari (calati del 50 per cento negli ultimi mesi ma ancora superiori del 20 per cento rispetto al 2006, ndr.) continuano a essere una spaventosa realtà». E ha avvertito: «Se i prezzi più bassi e la stretta creditizia associati alla crisi economica costringeranno gli agricoltori a diminuire le semine, l'anno prossimo potrebbe verificarsi un'altra drammatica ondata di prezzi alimentari alti».
Tuttavia, secondo gli esperti Fao, l'alto prezzo delle derrate può diventare un'opportunità di sviluppo ed essere la chiave di volta per uscire dall'impasse e scongiurare l'ulteriore crescita di povertà prevista dagli economisti. Nel lungo periodo, infatti, l'aumento del costo del cibo può rappresentare un'occasione di sviluppo per i milioni di piccoli agricoltori poveri, favorire l'espansione dei mercati regionali, creare nuovi posti di lavoro e rilanciare in modo sostenibile l'agricoltura del sud. Da qui, la duplice strategia, coerente e coordinata, su cui governi, Paesi donatori, Nazioni Unite, ong, società civile e settore privato devono «immediatamente» convogliare gli sforzi: da una parte rafforzare il settore agricolo e aiutare i piccoli produttori ad aumentare la produttività fornendo sementi, fertilizzanti e mangimi per animali, oltre a macchine agricole, infrastrutture e servizi essenziali. Dall'altra, avviare programmi di sicurezza e protezione sociale per le categorie più vulnerabili, così da garantire ai più poveri l'accesso al cibo. Solo così la battaglia per raggiungere entro il 2015 gli Obiettivi del Millennio non sarà stata vana. Inoltre, quando visitate questo blog si aprirà un banner che vi permetterà di poter donare, per chi acquista on line, una parte delle vostre spese a carico dei negozi convenzionati per i bambini che hanno bisogno di cure o di cibo, basta registrarvi, scaricare un file dove sono inseriti i negozi convenzionati, o provato anche io e semplice e veloce, quindi, non bloccate i banner non sono degli spam. Basta un gesto di buona volontà e ricordatevi di chi nel mondo soffre per un pò di cibo. Grazie
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26/11/2008
Il 9% delle famiglie italiane finisce i soldi a seconda settimana del mese
Il 9% delle famiglie italiane finisce i soldi a seconda settimana del meseIl 26% alla terza. Per un quarto degli intervistati la crisi durerà due anni. L'82% ha ridotto le spese
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DURATA - Per 8,3 milioni di famiglia (34%) la fase recessiva durerà da un minimo di un anno fino a due anni. Per altri 6 milioni invece (26%) potrebbe superare anche la soglia dei due anni. C'è poi un 12% che ritiene la crisi un problema di 6-12 mesi, mentre i più ottimisti (9%) la giudicano superabile entro i sei mesi (il 19% non risponde). Ma il 58% degli intervistati teme che la situazione economica peggiori nei prossimi dodici mesi. Rispetto al 2007 raddoppia (dal 16 al 32%) la percentuale di chi guarda con maggiore preoccupazione alla situazione della sua famiglia.
RIDUZIONE SPESE - Se nel 2007 erano più di due terzi gli italiani che affermavano di aver ridotto le spese, nel 2008 la percentuale sale all'82%. In testa alle rinunce abbigliamento e calzature con un taglio rispetto al 2007 di quattro punti (dal 48% al 52%). Costanti i risparmi per beni domestici e alimentari.
GIUDIZI - Il 74% del campione giudica poco o per niente adeguati gli interventi del governo per fronteggiare la crisi, mentre il 22% esprime giudizi positivi. Solo il 2% promuove a pieni voti l'esecutivo. Il 76% degli intervistati non giudica positivamente il comportamento dell'opposizione nella crisi, il 18% invece ritiene che è stato corretto.
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| Tag: soldi, famiglie, crisi, povertà, stipendi, mensilità, economia | OKNOtizie |
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04/11/2008
Istat: il 12,8% degli italiani è povero
Istat: il 12,8% degli italiani è poveroAnche nel 2007 si mantiene costante come negli ultimi 5 anni, il livello di povertà relativa, i piu' colpiti sono gli abitanti del sud, i disoccupati, le famiglie con piu' figli e con anziani
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| Allarme povertà in Italia |
I DATI - In base a questa media, l'11,1% delle famiglie residenti in Italia sono povere. Si tratta di 2.653.000 nuclei, pari a 7.542.000 persone, il 12,8% dell'intera popolazione. Lo afferma l'Istat che ha presentato il rapporto «La povertà relativa in Italia nel 2007». Rispetto ai dati dell'anno precedente - quando si era rilevato che le famiglie povere erano l'11,1% (2.623.000) e i poveri il 12,9% (7.537.000) - non c'è quindi alcuna variazione. Una tendenza che, come afferma lo stesso Istat, conferma i dati degli ultimi cinque anni durante i quali la povertà relativa è rimasta sostanzialmente immutata come anche i profili delle famiglie povere. Per il 2007, sono povere (povertà relativa) tutte quelle famiglie di due componenti che hanno speso per persona meno o pari a 986,35 (+1,6% rispetto alla linea del 2006). Le famiglie povere hanno una spesa media equivalente pari a 784 euro al mese (+1,9%).
POVERTA' DIFFUSA AL SUD - La povertà relativa si conferma maggiormente diffusa nel Mezzogiorno, dove l'incidenza è quattro volte superiore a quella del resto del Paese; tra le famiglie più ampie, in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni. È inoltre più diffusa tra le famiglie con anziani - nonostante il miglioramento osservato negli ultimi anni - che presentano valori di incidenza superiori alla media. La povertà è infine fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all'esclusione dal mercato del lavoro: l'incidenza di povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione (35,8%) è di quasi quattro volte superiore a quella delle famiglie dove nessun componente è alla ricerca di lavoro (9,9%).
NUOVE TIPOLOGIE - Emerge poi a livello nazionale un peggioramento tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano una bassa diffusione del fenomeno e tra le quali i livelli di povertà restano al di sotto o in prossimità della media nazionale: famiglie di tre componenti (l'incidenza è passata dal 10% all'11,5%), coppie con un figlio (dall'8,6% al 10,6%), famiglie con persona di riferimento di età compresa fra i 55 e i 64 anni (dal 7,5% all'8,9%). Un incremento dell'incidenza di povertà è stato osservato anche tra le famiglie con due o più anziani (da 15,3% a 16,9%) in coppia o membri aggregati.
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