30/04/2010

Fini difende Bocchino: «Dimissionato senza ragioni»

Fini difende Bocchino: «Dimissionato senza ragioni»

Bonaiuti: «Nessuna epurazione». Il presidente della Camera sull'ex vice capogruppo: «Ha fatto bene il suo lavoro, a lui va la mia solidarietà»

 

Gianfranco Fini (Inside)
Gianfranco Fini (Inside)

MILANO - Torna alta la tensione nel Pdl. Pomo della discordia il caso Bocchino. Sul quale prende ora posizione il presidente della Camera, difendendo il deputato a lui vicino. «È evidente che l'onorevole Italo Bocchino sia stato dimissionato senza che ce ne fossero le ragioni, perché non mi risulta che avesse fatto male il suo lavoro, ha la mia solidarietà» ha detto il leader di Montecitorio a margine di un intervento all'università dell'Insubria dove ha spiegato anche di non avercela con la Lega). Le parole dell'ex leader di An arrivano all'indomani dell'affondo di Bocchino, che ha denunciato di essere stato «epurato» da Berlusconi, il quale a sua volta ha replicato dando dell'«insolente» al parlamentare finiano. Uno studente aveva chiesto a Fini se le dimissioni di Bocchino fossero la prova che non esiste la possibilità di esprimere il proprio pensiero nel partito. «Ieri - ha spiegato Fini - Bocchino ha potuto esprimere la sua posizione. Attenzione a non far credere che ci sia una dittatura o che stiamo per entrare in una dittatura. Questo non è vero. Quando c'è una dittatura non c'è alcuna possibilità di dire le proprie idee». «La mia - ha proseguito Fini - non è apologia della moderazione ma l'invito a non avvelenare di più le coscienze e a non seminare l'odio, e a non indurre chi non ha tutti gli elementi a dar vita ad una stagione che l'Italia ha già vissuto».

BOCCHINO -Prima del Consiglio dei ministri tenutosi in mattinata, anche Paolo Bonaiuti era tornato, nel corso di una intervista a sky Tg24 sulla vicenda legata a Bocchino. Non c'è stata nessuna «epurazione» nei suoi confronti, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «Le dimissioni è lui stesso che le ha presentate e la firma in calce è la sua, non di Silvio Berlusconi o altri». Bonaiuti ha escluso categoricamente che il caso Bocchino e la tensione di nuovo acuitasi all'interno del partito di maggioranza relativa possa ripercuotersi sul governo. «Questo non può assolutamente accadere - ha detto - perché l'attività dell'esecutivo procede come sempre compatta, e si basa sull'attuazione di un programma molto preciso e comune di impegni presi con i nostri elettori, i quali ci continuano a premiare costantemente, come ha dimostrato la triplicazione di voti alla maggioranza alle ultime elezioni regionali».

IL PREMIER - Le parole di Fini su Bocchino sembrano destinate a sollevare un nuovo polverone tra il presidente della Camera e il premier. Proprio durante il Cdm Berlusconi è tornato sul rapporto con il cofondatore del Pdl spiegando di non aver «mai detto che Fini è un traditore». Il Cavaliere, a quanto si è appreso, avrebbe dunque negato di aver mai pronunciato nei confronti del presidente della Camera le frasi che gli sono state attribuite dai mezzi di informazione.

LEGA E LEGGE ELETTORALE - Conversando con gli studenti dell'università dell'Insubria, Fini ha anche affrontato il rema della legge elettorale, sostenendo che perché ci sia un rapporto elettori-territorio e anche per responsabilizzare l'eletto, al netto di tutto, «quello del collegio rimane il metodo più utile». «È di moda dire - ha aggiunto il presidente della Camera - che l'attuale legge elettorale è un porcellum perché ci sono dei nominati. Questo è vero, però attenzione perché quelli che dicono di rimettere le preferenze a volte sono gli stessi che dicevano che le preferenze erano la degenerazione della politica».

 

Redazione online


29/04/2010

Bocchino si dimette e accusa: "Berlusconi mi ha epurato"

Bocchino si dimette e accusa: "Berlusconi mi ha epurato"

Il deputato del Pdl lascia la vicepresidenza del gruppo, ma punta il dito contro il premier: "Ha chiesto la mia testa". Non si placa, così, la polemica nel partito. Mentre interviene Bossi: il parlamentare finiano, dice, "aveva esagerato"

 

 


“Una epurazione”. E’ stato “Berlusconi a chiedere la mia testa”. Italo Bocchino ha rassegnato dimissioni “definitive” dalla carica di vicepresidente del gruppo del Popolo della libertà alla Camera. E posto così fine alla querelle sul suo ruolo, che è stato messo in discussione dopo le uscite televisive e le critiche aperte mosse al partito dal parlamentare campano, che è uno degli uomini più vicini a Gianfranco Fini. Ma nel lasciare in maniera “irrevocabile” l’incarico, Bocchino ha lanciato un duro atto d’accusa: “E’ evidente il tentativo di Berlusconi in persona – ha detto - di arrivare ad una epurazione mia per colpire l’area a me vicina, essendoci stata una sua direttiva. Il presidente del Consiglio ha chiesto la mia testa”.

La lettera di dimissioni “irrevocabili” che di prima mattina Bocchino ha fatto trovare sul tavolo del presidente del gruppo, Fabrizio Cicchitto, ha avuto come effetto immediato la revoca dell’assemblea dei deputati del Pdl, che avrebbero dovuto decidere proprio sull’incarico del collega. E sembrava essere un contributo, come si sono affrettati a sottolineare i parlamentari finiani, ad abbassare i toni dello scontro interno al partito. Anche il leader della Lega, Umberto Bossi, aveva esplicitamente approvato il gesto: “Ha fatto bene. Aveva esagerato”. Ma dopo poche ore, sono state le parole dello stesso Bocchino a rendere di nuovo l’atmosfera incandescente.


“Berlusconi commette il grave errore di colpire il dissenso, colpire cioè chi è in vista per educarne cento – ha detto il deputato finiano – Ma questo non porta lontano il partito. Ho confermato le mie dimissioni – ha aggiunto – per far comprendere che il problema è politico e non di posti. Questo permetterà di contrastare il centralismo carismatico che dà prova della sua esistenza”. Ai cronisti Bocchino ha anche raccontato di essere stato chiamato al telefono da Berlusconi in persona prima di una sua apparizione a Ballarò, per chiedergli di non partecipare: "Berlusconi - ha sottolineato - con toni concitati mi ha detto più volte: 'farai i conti con me, poi vedremo'. E' evidente che c'e' tentativo di sterilizzazione del dissenso''. Insomma, toni tutt’altro che distensivi. Bocchino promette che la nuova “corrente” di minoranza continuerà “la lotta all’interno”. E fa traballare la lettura iniziale delle sue dimissioni come “un gesto di responsabilità e generosità” (così Benedetto Della Vedova), che avrebbe dovuto lanciare un segnale nel senso della pacificazione interna.


E invece si annunciano adesso scintille nel gruppo del Pdl alla Camera, per l’elezione del nuovo vicepresidente. Il finiano Fabio Granata già avverte: “Non pensino di far calare dall’alto un nuovo vicario, perché d’ora in poi tutto si dovrà votare in assemblea”.


D'Alema: «Fini è un interlocutore»

D'Alema: «Fini è un interlocutore»

«C'è bisogno di riforme ma non vedo le condizioni per farle in questa legislatura»


 

Gianfranco Fini e Massimo D'Alema
Gianfranco Fini e Massimo D'Alema

ROMA - Onorevole D'Alema, come giudica lo scontro Berlusconi -Fini?
«Credo che la crisi che si è aperta nel centrodestra sia vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata. Ci sono in campo due visioni diverse non solo del ruolo che deve avere la destra in Italia ma anche di come deve funzionare il sistema politico. Fini dice che la difesa dell' unità nazionale o il governo dell'immigrazione sono questioni su cui occorre uno spirito bipartisan e non possono essere poste come temi divisivi del Paese: nella sua posizione c'è una critica radicale al carattere populista e aggressivo della destra che governa l'Italia. Sarebbe un errore interpretarlo in chiave strumentale, in una logica di schieramento. Ma non vedere che si è aperto un grande problema che riguarda le prospettive stesse del sistema democratico e che Fini su questo può essere un interlocutore sarebbe un altro errore».

Secondo lei Fini mette anche in discussione questo tipo di bipolarismo, giusto?
«Sì. Fini mette in discussione il tipo di bipolarismo che si è costruito in questo Paese e che è fondato sulla contrapposizione esasperata. Al di là del fatto che poi, ogni tanto, chiede strumentalmente il dialogo, Berlusconi ha costruito tutte le sue fortune politiche sulla logica dello scontro».

Il Pd, comunque, appare diviso sul modo di affrontare quel che sta avvenendo.
«Il campo del centrosinistra sembra oscillare tra chi dà l'impressione di una lettura strumentale e tattica - "che bello, Fini ha litigato con Berlusconi, cerchiamo di metterci d'accordo con lui", e chi dice "ma come, Fini ha litigato con Berlusconi e questo minaccia il bipolarismo". Sono due posizioni specularmente inadeguate. Fini non è diventato di sinistra e non è l'alleato di operazioni strumentali, ma è l'interlocutore importante - e per questo dialogo con lui da anni - di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo, altrimenti non saremo capaci di affrontare i problemi di fondo. Già, perché l'altro tema, che il centrodestra si ostina a nascondere, riguarda il fatto che mai l'Italia ha raggiunto risultati così negativi. È vero, la crisi c'è stata per tutti ma non c'è confronto tra la nostra capacità di reazione e quella degli altri Paesi. Malgrado l'enorme concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi, il suo governo non è stato in grado di promuovere nessuna delle riforme strutturali necessarie al Paese. Significa che questo tipo di democrazia plebiscitaria non produce decisioni perché si basa sull'accumulazione del consenso, sui sondaggi e gli indici di gradimento, mentre sappiamo bene che per fare le vere riforme è necessario sfidare interessi costituiti, rischiare di creare dissensi e scontento. Altrimenti è solo demagogia. Per questo, le riforme esigono la politica democratica, quella politica capace di chiedere un sacrificio oggi per un vantaggio domani. Questa politica, però, non va d'accordo con la ricerca continua del gradimento personale. Ecco, penso che Fini abbia capito che questa democrazia plebiscitaria e personalistica di Berlusconi non funziona».

Par di capire che le riforme non si faranno neanche adesso…
«Noi siamo convinti che questo Paese abbia bisogno di riforme fondamentali, ma finora non vedo le condizioni per farle in questa legislatura. Come dicevo, le riforme comportano scelte coraggiose. Prendiamo la cosiddetta attuazione del federalismo fiscale. Finora si è detto che il nord otterà più soldi, che il sud non sarà danneggiato e che pagheremo tutti meno tasse. I conti non tornano e le scelte non saranno facili. E' proprio la difficoltà di queste scelte che può far sorgere la tentazione, in Berlusconi e nella Lega, di dare la spallata e di andare alle elezioni non essendo in grado di realizzare ciò che hanno promesso».

«Tornando al Pd: sembra far fatica a trovare il passo giusto. Lo avete detto anche voi maggiorenti del partito, nel caminetto di lunedì scorso, a Bersani.
«Il problema è che non siamo ancora riusciti a sviluppare una nostra iniziativa che colga il tema dell'attuale crisi del sistema, perché di questo si tratta e non solo della crisi del berlusconismo. Ho l'impressione che nel campo del centrosinistra non ci sia ancora la capacità di porre la questione a questo livello e quindi, inevitabilmente, tutto appare giocato in termini tattici: si rischia di apparire prigionieri di un approccio strumentale. In questo senso, Bersani sta lavorando proprio per dare un profilo più alto e propositivo alla nostra iniziativa. E sarebbe importante che a questo lavoro contribuissero tutti, anche quei giovani che, aspirando giustamente a svolgere un ruolo, a volte si limitano a dire male dei dirigenti del loro partito: forse dovrebbero cominciare a dire qualcosa di utile per il Paese. Ho letto che bisogna avere il coraggio di mettere fuori squadra D'Alema e Veltroni. Ma né Walter né io facciamo più parte di organismi esecutivi del Pd».

E l'approccio giusto è il patto che Bersani ha proposto a Fini?
«Bersani ha proposto un patto repubblicano: significa che forze anche di diverso orientamento hanno un comune interesse a difendere e riformare la repubblica. Mi sembra del tutto corretto e non ha nulla a che vedere con confuse ammucchiate che Bersani certo non propone».

Di Pietro dice che il centrosinistra deve scegliere un candidato premier ora.
«Come nei paesi normali lo indicheremo qualche mese prima delle elezioni. Lo individuerà la coalizione, che io ritengo debba poggiare innanzitutto sulle forze politiche che oggi in parlamento rappresentano l'opposizione, cioè Pd, Udc e Idv, senza per questo essere chiusa agli altri movimenti».

Con le primarie. O forse non le volete più perché avete paura di Vendola?
«Con le primarie, secondo me, ma devono essere accettate da tutti, non possono essere imposte da un solo partito o da una parte della coalizione».

Che pensa del discorso fatto da Napolitano ai giudici?
«Napolitano ha ragione nel modo più assoluto. Da una parte, ha ribadito la difesa intransigente dell'indipendenza della magistratura e dall'altra ha invitato i magistrati a esercitare con serietà i loro poteri anziché diventare anch'essi parte del gioco politico, perché non è il loro compito. Ora, che questo richieda un certo esame di coscienza è vero: il tipo di rapporto tra azione giudiziaria, media e politica che si è venuto costruendo non nasce solo dalle responsabilità della politica, che ha le sue colpe, ma anche dalla responsabilità di una parte della magistratura. E non può valere la logica che siccome i magistrati sono sotto attacco, allora dobbiamo difendere tutto quello che fanno. E' una logica debole: la magistratura, se ha coraggio di individuare comportamenti impropri, è poi più forte nella sua risposta agli intollerabili attacchi del presidente del Consiglio e alla sua pretesa di impunità».

Maria Teresa Meli


26/04/2010

l premier interviene a margine della conferenza congiunta con Putin

l premier interviene a margine della conferenza congiunta con Putin

«Si litiga in 2, ma per divorzio uno basta». Berlusconi: «Non ho avuto risultati felici con i matrimoni, mi astengo dal dare consigli». Anche per quelli politici...

 

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi (Ansa)
Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi (Ansa)

MILANO - Se per litigare è necessario essere almeno in due, come aveva evidenziato sabato a margine delle celebrazioni per la festa della Liberazione con il presidente Napolitano, per divorziare è sufficiente anche la volontà di uno soltanto. Lo ha evidenziato il premier Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa con Vladimir Putin a Villa Gernetto, replica a un giornalista che chiedeva il segreto di un «matrimonio felice» in politica.

«NON POSSO DARE CONSIGLI» - «Non ho avuto risultati particolarmente felici per i matrimoni - ha commentato Berlusconi con un evidente richiamo alla sua situazione personale, con un divorzio già consumato e uno, quello con Veronica Lario, in fase di definizione - quindi, mi astengo dal dare consigli». Il riferimento del premier è ovviamente alle tensioni con Fini, che hanno avuto il loro culmine giovedì scorso alla direzione nazionale del Pdl. Fini, in ogni caso, anche nell'intervista di domenica con Lucia Annunziata su Raitre, ha ribadito di non avere intenzione di lasciare il Pdl e di volere, pur nella differenza di vedute, continuare a contribuire alla crescita del centrodestra.

LA RIUNIONE DEI FINIANI - I fedelissimi dell'ex leader di An si riuniranno in ogni caso nel pomeriggio a Montecitorio e all'incontro parteciperà anche il presidente della Camera. L'incontro servirà a fare un bilancio dell'iniziativa della componente finiana culminata nella decisione di non votare il documento della maggioranza del Pdl al termine della direzione nazionale e ad avviare una riflessione sul percorso che dovrà essere seguito da qui al congresso. Non è escluso che nel corso della riunione verrà affrontata la questione delle annunciate dimissioni da vicepresidente del gruppo Pdl di Montecitorio di Italo Bocchino. A questo proposito negli ambienti finiani si fa presente che qualora Bocchino dovesse confermare la decisione, in base alla lettura dello statuto del gruppo parlamentare, a loro avviso anche Fabrizio Cicchitto dovrebbe rassegnare il mandato e sottoporsi ad una nuova votazione. Carmelo Briguglio, conversando con i giornalisti, ha rivelato che l'idea dei gruppi separati, che sembra ormai tramontata,  nasceva da un'esigenza di gestibilità del dissenso e che, a quanto gli risulta, lo stesso Berlusconi non sembrava ostile a questa prospettiva.

E FINI VA A BALLARO' - È intanto confermato che Fini farà un'apparizione domani sera a Ballarò. Ma non è escluso che il suo contributo alla discussione venga affidato ad una intervista registrata prima dell'inizio della trasmissione. Sembra invece improbabile una sua partecipazione, diretta o indiretta, ad Annozero.

Redazione online


25/04/2010

Fini: «Non faccio un nuovo partito e non ci sarà nessuna imboscata»

Fini: «Non faccio un nuovo partito e non ci sarà nessuna imboscata»

«Elezioni anticipate? Parlarne è da irresponsabili». Il presidente della Camera: «Faremo la nostra parte perché il programma di governo sia rispettato»

 

Gianfranco Fini e Lucia Annunziata durante la puntata di 'In mezz'ora'
Gianfranco Fini e Lucia Annunziata durante la puntata di "In mezz'ora"

ROMA - «Voglio sgomberare il campo da un equivoco: non ho intenzione di fare altri partiti ma di continuare a discutere dentro il mio partito». Gianfranco Fini, pochi giorni dopo il clamoroso scontro con Silvio BerlusconiRai 3 - faremo la nostra parte perché il programma di governo sia rispettato. La lealtà non può essere acquiescenza».
durante la direzione nazionale del Pdl, va in tv e ribadisce la sua posizione. «Non ci saranno imboscate - assicura il presidente della Camera, intervistato da Lucia Annunziata a "In mezz'ora" su
NIENTE ELEZIONI ANTICIPATE
- L'ex leader di An torna sull'intervento di venerdì davanti al premier e agli altri esponenti del Pdl. «Ho sollevato problemi squisitamente politici - spiega - perché con Berlusconi non c'è una questione personale, ho detto tante volte che lui è il leader». Il premier ha dichiarato che un presidente della Camera deve rimanere super partes, invitandolo esplicitamente a lasciare lo scranno più alto di Montecitorio se vuole avere libertà di critica all'interno del partito. «Io non mi dimetto - risponde Fini. - Sono e sarò invece pronto a discutere di dimissioni nel caso in cui venissi meno ai miei doveri di rispettare e di far rispettare le regole». Non c'è dubbio però che la rottura con il capo del governo, avvenuta davanti alle telecamere, ha lasciato cicatrici profonde che saranno difficilmente rimarginabili. Tanto che qualcuno parla di elezioni anticipate. «Abbiamo tre anni per fare le riforme - risponde Fini - parlare adesso di elezioni anticipate è da irresponsabili».

LISTA DEGLI ERETICI
- E il futuro del Pdl? «È finita una certa fase, ne inizia un'altra - sostiene il presidente della Camera - Un partito a forte leadership non può cancellare il dissenso, le opinioni diverse. Ma Berlusconi queste cose le sa benissimo. È una questione superata». Fini non rinuncia comunque a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: «Il documento della direzione (approvato con soli 12 voti contrari su 172: un testo che in pratica esclude la possibilità di correnti interne nel Pdl, ndr) sembrava fatto apposta per contare gli eretici» afferma». E poi: «Se ci saranno "epurazioni" dipenderà da Berlusconi, abbiamo messo in conto anche questo. Chi oggi mi sostiene non lo fa certo per interesse». «Non credo - rimarca Fini - che la maggioranza ampia del Pdl reputi oggi intelligente fare la lista degli epurandi perché c'è poco di liberale. Faremo delle discussioni sulle modalità con cui far funzionare meglio il partito e nulla più di questo in vista del Congresso». La terza carica dello Stato ricorda poi che Italo Bocchino ha messo a disposizione le sue dimissioni da vice capogruppo dei deputati. «Ma davvero - chiede - oggi bisogna che il vicario del gruppo Pdl alla Camera metta la sua testa? E per che cosa? Non è un problema di posti o di liste di epurazione».

NESSUN PENTIMENTO
- Berlusconi l'ha accusata di essersi pentito di aver fondato il Pdl: «Credo di aver fatto quello che dovevo fare anche nei confronti della destra italiana - risponde Fini. - Non sono affatto pentito. Oggi voglio aiutare il partito, e dunque anche il presidente Berlusconi, a migliorare l'azione politica dell'esecutivo, su alcune questioni di cui spero di poter parlare».

FEDERALISMO
- L'ex leader di An entra poi nel merito delle riforme da fare: «Dobbiamo essere certi che il federalismo fiscale non metta a rischio l'unità nazionale. Su questo inciderà positivamente la responsabilità del Presidente del Consiglio e anche dei ministri della Lega, a cominciare da Bossi». Fini coglie l'occasione per elogiare proprio Berlusconi e il suo discorso in occasione del 25 aprile: «Ha fatto un discorso alto, nobile, citando i padri fondatori della Repubblica».

GIUSTIZIA
- Fini affronta anche il tema giustizia: «Non dirò mai che la magistratura sia un cancro o un nemico». «La destra - prosegue - è rispetto delle regole, non solo garantismo. La legalità non è garanzia dell'impunità, ma accertamento della verità. Dire questo non significa negare che una parte della magistratura sia iper-politicizzata. Quelli che si riconoscono nelle mie parole chiederanno di discutere cosa significa riforma della giustizia e del Csm. Siamo favorevoli alla separazione delle carriere, ma nessuno ci chieda un pm dipendente dall'esecutivo».

Redazione online


23/04/2010

Bossi al Pdl: «L'alleanza a rischio crollo» E Berlusconi: no a un nuovo predellino

Bossi al Pdl: «L'alleanza a rischio crollo» E Berlusconi: no a un nuovo predellino

IL LEADER DEL CARROCCIO: «Silvio avrebbe dovuto sbattere subito fuori gianfranco». Il Senatùr sullo scontro premier-Fini: «Io sono per la mediazione ma la gente del Nord è arrabbiatissima»

 

Umberto Bossi e Gianfranco fini in una foto d'archivio (Emblema)
Umberto Bossi e Gianfranco fini in una foto d'archivio (Emblema)

ROMA - Da una parte Umberto Bossi, che denuncia «il crollo verticale del governo», senza fare mistero delle sue perplessità circa la buona tenuta dell'alleanza Pdl-Lega. Dall'altra Silvio Berlusconi, che approfitta di uno scambio di battute con un fotografo per spiegare che non ci sarà un nuovo predellino, perché «certe cose non si ripetono mai». Stati d'animo diversi all'interno della maggioranza, all'indomani dell'infuocata direzione del Pdl, teatro dello scontro diretto in pubblico tra il premier e Gianfranco Fini.

L'AFFONDO DEL SENATÙR - Alle pagine della Padania il Senatùr affida un vero e proprio affondo nei confronti del presidente della Camera (oltre che un avvertimento al capo del governo) «Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un'alleanza, quella di Pdl e Lega» tuona il Senatùr, apostrofando il leader di Montecitorio come «invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie». «Io sono per la mediazione, certo, ma la gente del Nord, i leghisti, sono arrabbiatissimi, è un vero bombardamento di persone che non ne possono più di rinvii e tentennamenti» precisa poi il numero uno del Carroccio all'Ansa. «Noi vogliamo fare le riforme, i miei vogliono le riforme» aggiunge il Senatùr «e io devo interpretare le richieste della base, della gente che è stufa». «Non vogliamo - spiega - gettare benzina sul fuoco ma la gente del Nord è stufa marcia, basta ascoltare quel che dice la gente per strada o alla radio. Riforme subito!». «Diciamo che il meccanismo del federalismo resta in piedi. Ma deve essere fatto subito» aggiunge il ministro leghista interpellato a proposito delle sue affermazione sulla possibile fine dell'alleanza Lega-Pdl.

IL PREMIER E IL PREDELLINO - Il predellino da cui trae spunto Berlusconi è quello, vero, del Suv della Uaz che il premier ha acquistato per una scommessa con Vladimir Putin e che gli è stato consegnato a Palazzo Chigi («l'ho regalato a La Russa). Ma c'è anche il predellino "virtuale", quello dal quale nacque il Pdl. Bella occasione per una battuta del premier. «Vedo che c'è un meraviglioso predellino», ha detto riferendosi al fiammante 4x4 punzonato con il numero 001 in suo onore. A quel punto uno dei fotografi presenti gli ha chiesto di salirci sopra per uno scatto. Ma Berlusconi, scherzando, ha risposto: «No, no, certe cose non si ripetono mai: buona la prima».

INCONTRO CON BERLUSCONI - È probabile che si siano affrontati questi nodi nel breve incontro che Bossi e i ministri della Lega hanno avuto con Berlusconi al termine del Consiglio dei ministri. Dopo, il premier si è riunito con i ministri Pdl, fra cui La Russa e Ronchi.

«FINI VECCHIO GATTOPARDO DC» - Nell'intervista alla Padania, Bossi non ha certo usato mezzi termini nel parlare di Fini, accusandolo di aver «rinnegato il patto iniziale» e di non aver fatto altro «che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito». Per il capo della Lega, il presidente della Camera è «un vecchio gattopardo democristiano» che «finge di costruire, per demolire e non muovere nulla». «In questo modo ha aiutato la sinistra - incalza il numero uno del Carroccio - , è pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui». Per Bossi «Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore di quello meridionale», è «contro il nord e il federalismo. Per il centralismo dello Stato e il meridionalismo». E ancora «Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito senza tentennamenti invece di portarlo in tv dandogli voce e rilievo».

LA ROTTA PER IL FUTURO - Bossi quindi traccia la rotta per il futuro: «Finita la stagione del federalismo, un concetto abbandonato, dobbiamo iniziare una nuova stagione, un nuovo cammino del popolo padano. Purtroppo oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare. Una nuova strada ci aspetta e sarà una strada stretta, faticosa, difficile ma che potrebbe regalarci enormi soddisfazioni». «Saremo soli - conclude il leader leghista - senza Berlusconi. La nostra gente non digerirà facilmente la mancata conquista del federalismo e noi Lega, dovremo comportarci di conseguenza. Berlusconi quindi diventerà il vero e unico baluardo anticomunista del Paese e prevedo che raccoglierà molti consensi».

Redazione online


22/04/2010

Pdl, è il giorno della verità

Pdl, è il giorno della verità

Gasparri: «Il partito non si laceri. Gli elettori vogliono meno frammentazioni». Alla Direzione nazionale del partito il confronto tra finiani e berlusconiani dopo le tensioni degli ultimi giorni

 

Tripudio di bandiere al cielo per Berlusconi alla manifestazione del Pdl dello scorso 21 marzo (Jpeg)
Tripudio di bandiere al cielo per Berlusconi alla manifestazione del Pdl dello scorso 21 marzo (Jpeg)

ROMA - Per il Pdl è il giorno della verità. Dopo le schermaglie dei giorni scorsi tra i fedelissimi del premier Silvio Berlusconi e la pattuglia di ex An che sostiene le rivendicazioni di Gianfranco Fini per un partito più collegiale e meno schiacciato sull'asse tra il Cavaliere e la Lega di Umberto Bossi, la direzione nazionale del partito, convocata ufficialmente per fare il punto dopo i risultati elettorali delle Regionali e delle Amministrative, sarà l'occasione per il chiarimento o la rottura definitiva. I sostenitori di Berlusconi - tra gli ultimi e più autorevoli il presidente del Senato, Renato Schifani, che in un'intervista al Corriere ha addirittura invitato l'ex capo di An a lasciare la presidenza della Camera - esortano Fini a rientrare nei ranghi e a considerare il consenso di cui il presidente gode nel partito e nel Paese. Ma il fronte finiano non sembra disposto a fare marcia indietro senza ottenere almeno maggiori garanzie su una maggiore democrazia interna che vada oltre le cene ad Arcore tra Berlusconi e il Senatùr.

«IL PARTITO NON SI LACERI» - Intanto, in un'intervista al Giornale, Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato ed ex fedelissimo di Fini, si augura «che il partito non si laceri, in contrasto con la volontà degli elettori» e consiglia ai finiani «di fare un giro nei bar: gli elettori vogliono meno frammentazioni, meno partiti, più chiarezza». Quanto all'ipotesi ch si strutturi una corrente finiana all'interno del partito, Gasparri ricorda che «in An le correnti, e io ne organizzavo una, erano un contributo di pensiero, ma oggi credo che non abbiano senso».

Redazione online


21/04/2010

Pdl, Fini lancia la sua corrente Berlusconi: «Si faccia il suo partito»

Pdl, Fini lancia la sua corrente Berlusconi: «Si faccia il suo partito»

Il presidente della Camera: «Il cavaliere accetti il dissenso». Premier deluso e irritato studia la risposta. Lega cauta: «No a rotture»

 

Gianfranco Fini al congresso di Fiuggi in un'immagine del 29 gennaio 1995, durante il quale il Movimento Sociale Italiano venne sciolto per dare vita ad Alleanza Nazionale.(Ansa)
Gianfranco Fini al congresso di Fiuggi in un'immagine del 29 gennaio 1995, durante il quale il Movimento Sociale Italiano venne sciolto per dare vita ad Alleanza Nazionale.(Ansa)

ROMA - Da un lato tira un sospiro di sollievo, visto che, almeno per ora, la scissione di Gianfranco Fini sembra scongiurata; dall'altro l'atteggiamento del cofondatore del Pdl e l'idea che crei una corrente nel partito non gli piace per niente. Silvio Berlusconi reagisce con un misto di delusione, irritazione e cautela alle istanze del presidente della Camera: da un lato non accetta ulteriori logoramenti da parte del presidente di Montecitorio anche perché non intende farsi trascinare in quello che ama definire il «teatrino della politica»; dall'altra non intende forzare la mano, con strappi dalle imprevedibili conseguenze, e dunque attende di capire con esattezza cosa vuole veramente l'ex leader di An. Per capire cosa abbia davvero in testa Fini, Berlusconi ha riunito a palazzo Grazioli, sia i vertici della Lega (Umberto Bossi non c'era), che quelli del Pdl (Italo Bocchino non era presente perchè non invitato e ciò la dice lunga sul clima verso i «finiani»).

BERLUSCONI - Berlusconi, riferiscono le stesse fonti, non intende più trattare con il cofondatore del Pdl e soprattutto non vuole riconoscere che all'interno del partito si possa dar vita ad una opposizione interna. «Altrimenti - avrebbe ragionato - meglio che si faccia un partito e si vada al voto, non possiamo andare avanti con questo continuo stillicidio. Il Pdl è nato per restare unito e non per dividersi», è la linea del presidente del Consiglio. A sconsigliare di rompere però è Umberto Bossi che non vuole mettere in gioco la legislatura. Ora la partita si sposta a giovedì: se i finiani presentassero il documento firmato martedì, la maggioranza del partito potrebbe votare contro.

FINI - «Non voglio farmi da parte nè stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso», ha spiegato Fini martedì mattina agli ex parlamentari di An riuniti nella sala Tatarella della Camera. Il documento a sostegno di Fini è stato firmato da 55 deputati, ma potrebbero essere molti di più - e soprattutto dalle fila degli ex azzurri - a convergere sulle posizioni del presidente della Camera. Dall'altra parte, gli ex An che hanno voltato le spalle a Fini. Ad aver sottoscritto il documento promosso da Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e Altero Matteoli (tutti ex colonnelli di Fini) sono stati 75 parlamentari, che chiedono di non mettere in crisi il progetto del Pdl.

LEGA - Sul fronte della Lega, intanto, si registra grande cautela. Tant'è che nessun esponente del Carroccio ha commentato la situazione all'interno del Pdl. Del resto Umberto Bossi, in una recente intervista a «El Pais» aveva sottolineato la necessità di trovare un'intesa con Fini. L'obiettivo primario dei lumbard è di portare a casa le riforme. E una guerra intestina nel Pdl non aiuterebbe. Ecco perché, Roberto Calderoli, ha cercato di minimizzare: «Ho sentito dai telegiornali notizie fantasiose, oggi non c'è nessun vertice della Pdl a cui abbia preso parte la Lega ma semplicemente un incontro, già programmato, che abbiamo avuto con Berlusconi e Verdini, mio omologo nel Pdl».

Redazione online


Fini: nessuna intenzione di andarmene

Fini: nessuna intenzione di andarmene

Il presidente della Camera riafferma la propria posizione dentro al Pdl: Berlusconi deve accettare il dissenso. Ma 75 ex di An votano un documento contro di lui. La Russa: "Scissione scongiurata"

 

 

 

Nessuna scissione e nessuna fuoriuscita dal Pdl. Ma il dissenso interno sì: nasce con queste premesse la "corrente" - anche se i "finiani" insistono nel non chiamarla così - di minoranza che fa capo al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e che, finora, può contare su una cinquantina di parlamentari, tra deputati e senatori, gli stessi che oggi hanno firmato il documento di sostegno alle posizioni della terza carica dello Stato nella riunione che si è svolta nella sala Tatarella di Montecitorio.

In serata a palazzo Grazioli l’ennesimo confronto tra i due partiti di maggioranza ma per la prima volta il premier non ha invitato il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino. Il presidente del Consiglio starebbe pensando di opporsi alla formazione di un gruppo all’interno del partito di via dell’Umiltà. Il premier, riferiscono le stesse fonti, non ha intenzione di perdersi in estenuanti trattative, nè ha voglia di ritornare a ciò che concepisce solo come vecchia politica. “Non posso permettere che qualcuno possa tentare di logorarmi e non voglio più trattare con certe persone”, è la reazione che viene riferita del Cavaliere. Dunque Berlusconi è tornato a chiedere chiarezza al confondatore del Pdl. “Altrimenti - avrebbe ragionato il premier - meglio che si faccia un partito e si vada al voto, non possiamo andare avanti con questo continuo stillicidio”. Al momento non è stata presa alcuna decisione ufficiale, non è nemmeno certo che il presidente del Consiglio intervenga alla direzione nazionale di giovedì. A frenare il Cavaliere sarebbe stato soprattutto Umberto Bossi. Non possiamo rompere, occorre trovare un accordo, è la linea del “Senatùr”. Preoccupato che possa saltare tutto il lavoro svolto sul federalismo e che si prospettino le condizioni per un governo istituzionale che naturalmente neanche il presidente del Consiglio vuole.


17/04/2010

Berlusconi: il governo va avanti anche se non ci ricompatteremo

Berlusconi: il governo va avanti anche se non ci ricompatteremo

LO SCONTRO NEL PDL. Il premier dopo l'invito-ultimatum a Fini. «Le riforme costituzionali non sono le più importanti»

 

Berlusconi e Fini nel 2006 insieme sul palco contro la Finanziaria del governo Prodi (Eidon)
Berlusconi e Fini nel 2006 insieme sul palco contro la Finanziaria del governo Prodi (Eidon)

MILANO - Il giorno dopo l'invito-ultimatum a Fini, il presidente del Consiglio torna a ribadire la sua posizione: «Il governo va avanti anche se non ci ricompatteremo».
«La maggioranza resisterà, il Governo continuerà, sono cose superabili» ha detto il premier a proposito della querelle all'interno del Pdl. «Penso che si possa ricompattare - ha aggiunto - ma in qualunque direzione si vada non ci saranno problemi. State sereni».

LA CORTE - «Ho fatto la corte anche a Fini questa settimana». Silvio Berlusconi non vede l'ora di tornare a scherzare dopo essere stato al funerale di Raimondo Vianello. Così rivolto agli imprenditori riuniti al Salone del Mobile di Milano (dove è stato accolto da un'ovazione), sui suoi rapporti con il presidente della Camera, Gianfranco Fini svela: «È da 15 anni che lo conosco -ha continuato Berlusconi- ma com'è che adesso non andiamo d'accordo?».

LE RIFORME - Riguardo al capitolo riforme Berlusconi spiega: «Quelle costituzionali non sono le più importanti. La riforma costituzionale è qualcosa a cui vale la pena di lavorare». Poi ha detto che si farà «sentendo tutti» e possibilmente «con l'assenso di una opposizione responsabile, se diventerà responsabile». Servirà a dare allo Stato «un assetto più moderno» permettendo di «prendere decisioni con la necessaria tempestività». Secondo Berlusconi, dopo aver dato la possibilità all'elettorato di votare direttamente il loro sindaco e presidente di Regione, «poter scegliere anche il presidente dell'Italia credo sia un diritto in più per i cittadini». Il sistema delineato dalla Costituzione «risente del fatto che i padri costituzionali l'abbiano fatta dopo venti anni di dittatura ed avevano timore del ritorno di un regime e tutti i poteri sono stati dati all'assemblea parlamentare». La conseguenza, per il premier, è che quello italiano «è l'esecutivo con meno poteri al mondo». Il presidente del Consiglio «è un primus inter pares - ha concluso - vive solo della sua personale autorevolezza e infatti gli altri sono durati 11 mesi».

INTERCETTAZIONI - Poi il premier ha parlato delle nuove norme sulle intercettazioni «Credo che sia una guerra santa che stiamo combattendo». Serviranno solo per reati gravi non «per cercare notizie di reato», ha spiegato, ma nel caso in cui ci siano «già gravi indizi di colpevolezza».

FISCO - «Nel giro di due anni realizzeremo un codice unico in materia fiscale per eliminare le migliaia di leggi che oggi creano troppa confusione». «A causa di questa situazione - ha detto il premier - anche aziende che si fanno assistere da studi fiscali di primo piano si trovano ad essere oggetto delle attenzioni dell'Agenzia delle Entrate e magari a subire un giudizio anche quando erano convinti di non aver commesso reati». Berlusconi ha anche preso l'impegno preciso di ridurre le tasse «appena i conti pubblici saranno a posto». «La prima cosa che faremo - ha detto - sarà pensare alle famiglie numerose e la seconda l'abolizione dell'Irap che io chiamo imposta rapina».

LA BATTUTA - Infine si è rivolto alla platea dei mobilieri: «Io sono venuto qui per il pranzo, ma qualcuna delle hostess la invitate o no?». «Questi - ha proseguito Berlusconi - non sono peccati. Non commettere atti impuri, è scritto. Tutto il resto è permesso». «Vedete - ha proseguito Berlusconi - è questa la differenza tra noi e quegli altri. Il loro problema è che sono sempre arrabbiati, che non hanno autoironia, mentre qualche storiella ti pulisce la mente, ti apre al sorriso».

Redazione online