24/07/2009

Prestigiacomo: «Colleghi arroganti. Non accetterò nessun commissario»

Prestigiacomo: «Colleghi arroganti. Non accetterò nessun commissario»

 

Il ministro dell’Ambiente attacca Scajola, Matteoli e Calderoli. Critiche anche a Tremonti, «ora intervenga Berlusconi»

ROMA - Inaccettabile. Prepotenza. Arroganza. Il vocabolario che Stefania Prestigiacomo usa per definire ciò che le è capitato ieri non lascia dubbi alle interpretazioni. Il ministro dell’Am­biente attacca i suoi colleghi che appro­fittando del decreto anticrisi l’avrebbe­ro voluta privare dei poteri di autorizza­zione ambientale in materia di energia, affidandoli ai commissari straordinari. Chi sono? Claudio Scajola, Altero Matte­oli, Roberto Calderoli. Ma ce n’è anche per Giulio Tremonti.

Ieri è circolata la voce che era tal­mente arrabbiata da minacciare di di­mettersi.
«Fin dal mio ingresso al ministero sono stata convinta che la sfida dello sviluppo sostenibile fosse possibile e vincente. Ho riorganizzato il ministe­ro, che ho trovato disastrato, e che era diventato ostacolo allo sviluppo del Pa­ese. È stato un lavoro durissimo. Ma so­no fiera dei risultati e posso dimostra­re che si sta operando in maniera effi­ciente » .

Qualcuno l’ha messo in dubbio?

«Non lo so. Ma adesso scopro che in mia assenza, mentre ero all’estero a rappresentare gli interessi del Paese, sono state azzerate parti significative delle competenze fondamentali del mi­nistero dell’Ambiente, quelle che ri­guardano le autorizzazioni».

Azzerate?
«Commissariate e trasferite altrove, semplicemente. Nel decreto anticrisi è stato introdotto un articolo che affida i poteri ai commissari straordinari. La prima versione dell’articolo puntava a commissariare tutti i ministeri ma poi in consiglio dei ministri la norma è sta­ta cambiata ed è rimasta solo la parte relativa al ministero dell’Ambiente».

La prova che ce l’hanno proprio con lei?
«Il dato è che vengono bypassati meccanismi di controllo su argomenti delicatissimi come quelli sull’ambien­te, la sicurezza e la salute dei cittadini. Se questa norma passerà tre ministeri, fra i quali non il mio, proporranno i commissari straordinari per le reti elet­triche e gli impianti di produzione di energia».

Quali sono i ministri?

«Quelli dello Sviluppo Claudio Scajo­la, delle Infrastrutture Altero Matteoli e della Semplificazione Roberto Caldero­li, un ruolo quest’ultimo che non mi pa­re comprende la consulenza di esperti in materia di energia».

Pure Calderoli?
«La cosa divertente è che è circolato un documento attuativo con le opere da commissariare per decreto. Con un meccanismo assurdo, perché i commis­sari sarebbero assistiti dalle strutture della Presidenza del Consiglio e da quelle del ministro della Semplificazio­ne normativa».

Forse per rendere tutto più sempli­ce. Non crede?
«Complimenti. Questo significa che anche la Valutazione d’impatto ambien­tale di una centrale nucleare sarà nelle mani di un commissario. Ci rendiamo conto? In una sola persona si concen­trerebbero poteri attribuiti a organi col­legiali secondo norme dell’Unione eu­ropea, come la Via ma anche l’Autoriz­zazione integrata ambientale».

Lei che pensa?

«Siccome credo di essere stata effi­ciente, sinceramente sono rimasta ama­reggiata. Il provvedimento dev’essere modificato o stralciato. Posso anche ca­pire che si nominino dei commissari straordinari, quando sono necessari. Ma in questo caso non ha senso. Confi­do che Silvio Berlusconi saprà risolve­re il problema, come sempre».

Come sempre? Proprio Berlusconi è il grande sostenitore dei commissa­ri straordinari. Ne aveva promessi ad­dirittura sedici per le grandi opere.
«Ma in questo caso si spostano sem­plicemente i luoghi della decisione da un posto a un altro e si sacrificano pas­saggi a tutela della collettività che non è possibile sacrificare. Questo non è ac­cettabile. Per quello che ho fatto mi sa­rei aspettata un plauso, e non una pri­vazione delle competenze. Come se non bastasse è anche una norma inap­plicabile, perché il diritto comunitario non prevede sconti. E poi, ha idea di quali procedure discutiamo? Sa sotto quale montagna di carta verrebbe sep­pellito il commissario?»


Facciamo il caso che la norma non venga stralciata. Quale sarà il suo at­teggiamento?
«Ripeto, è inaccettabile».

Conferma di volersi dimettere?

«Ma perché insiste? Nella mia vita non ho mai minacciato di dimettermi. La norma per me è inaccettabile, è suffi­ciente dire questo. Se non verrà modifi­cata... »


Se non verrà modificata?

«Mi troverei in una situazione di pro­fondo disagio. Oltre a essere inaccetta­bile, l’articolo è anche inutile. A settem­bre si prevedono di nominare i com­missari per sbloccare 11 impianti. Eb­bene, sei di questi sono di competenza
di Terna, e quattro verranno da me au­torizzati entro luglio. Di che stiamo par­lando?»

Di un segnale di profonda disatten­zione del governo nei confronti delle tematiche ambientali?
«Non credo. L’attenzione per l’am­biente è fondamentale. La tutela am­bientale è al centro delle politiche di tutti i grandi Paesi industrializzati e ini­zia ad esserlo anche nei Paesi in via di Sviluppo. Ovunque si punta sull’econo­mia verde per contribuire a risolvere la crisi... »

Allora che spiegazione si dà?
«Sono incredula, vivo quello che è successo come una prepotenza e un’ar­roganza. C’è la chiara volontà di viola­re e spostare i centri decisionali. In un anno ho autorizzato 160 progetti. Ho ri­solto il problema della riconversione della centrale di Porto Tolle da olio combustibile a carbone pulito, che si trascinava da otto anni. Ho risolto il problema dell’Ilva di Taranto. Ho sbloc­cato tre rigassificatori... Le mando l’elenco. Questa sarebbe inefficienza?»

C’è chi critica le procedure della Via, giudicate lunghe ed eccessive.
«I commissari della Valutazione d’impatto ambientale sono tutti esper­ti di alto livello scientifico, hanno lavo­rato tanto e con abnegazione, sacrifi­cando spesso anche le ferie. E ricordo a tutti che i costi della commissione non ricadono sui contribuenti ma sono a ca­rico delle aziende. Ma nonostante sia previsto dalla legge quelle somme non vengono poi riversate dal Tesoro al mi­nistero. Le sembra giusto?»

Non ci mancava che questa.
«Penso che sia un attacco politico. Non condivido questo metodo. Vorrei capire il perché di queste scelte».

Ha chiesto chiarimenti a Scajola, Matteoli, Tremonti?
«Ci ho parlato ma non ho avuto ri­sposte convincenti da parte dei miei colleghi. Mi affido a Berlusconi, il qua­le mi ha assicurato che ci sarà un inter­vento correttivo » .

Sergio Rizzo 

 


28/04/2009

E la Bignardi diventò la nuova icona «cattiva»

E la Bignardi diventò la nuova icona «cattiva»

 

Tv Dopo la serata degli scontri. «Con Mentana nessuno si sarebbe stupito». La giornalista: «La lite con Brunetta? Un po’ di prepotenza ci vuole»

 

(Photoviews)
(Photoviews)

MILANO — Abbasso la Bi­gnardi, ha ragione la Bignardi, riguardiamo la Bignardi su Youtube. E riparliamone. La Bi­gnardi era «particolarmente ar­rogante, impreparata e voluta­mente provocatoria» mentre intervistava Renato Brunetta a L’Era Glaciale su Raidue, si leg­ge in uno dei tre miliardi di in­terventi online sul battibecco televisivo. No, «Bignardi è sta­ta brava a reagire con compo­stezza, io sarei caduta nella trappola sapendo di caderci e gli avrei dato una tega sul ghigno e via», , si sostiene nell’intervento tre miliardi e uno. Il vi­deo è da giorni in testa alle classifi­che dei più cliccati.

Sono nove minuti di battutine tra un ministro già molto visibile e una con­duttrice apparente­mente di nicchia (seconda serata, share del 14 per cento). Ma il pub­blico continua a liti­gare. E Bignardi, partita avendo tor­to — aveva chiama­to il sindacalista Giacomo Brodolini «Brandolini», e non sapeva chi fosse — sta uscendo dall’improbabile mi­nirissa come icona femminile anomala. Anzi normale: «For­se si ritrovano in me delle don­ne normali, che lavorano tan­to e crescono dei figli, come me», minimizza Daria Bignar­di in persona; e forse anche a loro viene voglia di fare do­mande perfide come fa lei, con voce da dopocena, con l’aria di chi non maneggereb­be mai un mitra ma infilza con una forchetta. Le interviste tv — è a quota 400 — sono la co­sa che le viene meglio; però dopo il caso Brunetta si sente un po’ «come un gatto spiacci­cato ». L’altro maschio italiano rappresentativo della puntata di venerdì scorso, Fabrizio Co­rona, le ha ingentilito la serata dicendo che se facesse una vi­ta tristanzuola come la sua (di Bignardi) «si sparerebbe»: «Ma lì ho riso, e credo sia l’uni­ca cosa sincera che abbia detto in tutta la chiacchierata».

In compenso, «mi dispiace di aver ferito la sensibilità del ministro, per lui Brodolini era una persona cara». Certo, «può darsi che abbia fatto im­pressione vedere una signora che dice a un ministro 'sa che lei è antipatico?'. Gliel’avesse detto, mettiamo, Enrico Men­tana, nessuno si sarebbe stupi­to ». D’altra parte, la sua tecni­ca da intervistatrice passi­vo- aggressiva l’ha resa un ca­so a parte tra le conduttrici del­la tv italiana; nei programmi su libri di Canale 5 (sì, ce n’era­no, e lei si fece notare), nel Grande Fratello 1 e 2 (la pre­sentatrice laureata e minimal diede un tono all’ambiente), e poi nei programmi «suoi», Le invasioni barbariche (memora­bile un duetto con Barbara Pa­lombelli, senza smettere di sor­ridere si dissero di tutto) e ora L’era glaciale. «Ma io non mi sento cattiva! Parto sempre con pregiudizi positivi verso l’intervistato. Spesso non l’ho mai visto prima che entri in studio, faccio quattro intervi­ste a puntata e gli ospiti entra­no quando sono già in onda. E poi sì, a volte mi esce la zampa­ta, è di famiglia. Mia madre, quella di cui parlo nel mio ro­manzo 'Non vi lascerò orfa­ni', diceva sempre 'voi Bignardi siete delle bestie, cat­tive ed egoi­ste'. Non so, per me rimango un’emi­liana schietta, quando stavo a Ferrara volevo diventare una professoressa di lettere, poi so­no venuta a Milano, per anni sono stata una delle mille pre­carie da ottocento battute a pezzo. Ho cominciato a fare tv per caso, chiesero a Gianni Riotta che mi aveva avuto co­me redattrice a Milano, Italia di segnalare una ragazza adat­ta ai collegamenti esterni, e al­la fine eccomi qui».

Con una vita non da sparar­si, qualche soddisfazione la dà. Bignardi ha un marito (Lu­ca Sofri), due figli (Ludovico ed Emilia, 12 e 6 anni), un pro­gramma di cui si parla, una ru­brica su un settimanale, un blog, un romanzo di successo che va in giro a presentare nei ritagli di tempo. «Non sono co­se che ho programmato, mi so­no capitate. Sono ambiziosa? Forse lo ero a trenta, trentacin­que anni, ora vorrei lavorare meno». E prepotente? Quanto è difficile per una donna italia­na ammettere di essere prepo­tente? Parecchio; «Beh, insom­ma diciamo che mordo il fre­no, che voglio sempre fare co­me dico io. Se una vuole vive­re come vuole e fare quel che vuole, con una dose di prepo­tenza a volte ci riesce» (Bignar­di saluta, va a preparare altre interviste; il 90 per cento degli intervistati «non li ho più visti e forse non li rivedrò mai più», intanto è tutto online, co­sì si rilitiga).