26/11/2011

La « preside coraggio» vince la prima battaglia

La « preside coraggio» vince la prima battaglia

LA SCUOLA DI CAIVANO assediata dalla camorra. La professoressa Eugenia Carfora: «Il ministro Profumo ha promesso che verrà da noi, ora mi sento meno sola»

Continua...


21/11/2011

La scuola con 27 cattedre libere dove nessuno vuole andare ad insegnare

La scuola con 27 cattedre libere dove nessuno vuole andare ad insegnare

Lettere di solidarietà da tutta italia La preside fa anche la segretaria e la bidella. Vicino Napoli, in un quartiere popolare fortino della criminalità. Dove un ragazzo su due non va a scuola

Continua...


07/06/2010

Il liceo non ha i soldi per la maturità «Paghino le famiglie»

Il liceo non ha i soldi per la maturità «Paghino le famiglie»

Il preside: servono 47.500 euro, dallo Stato ne arriveranno solo 30 mila. Chiesti 145 euro a studente per i commissari d’esame.

 

ROMA— Il problema è questo, così come lo racconta Pietro Gonnella, preside del liceo scientifico «Majorana» di Putignano. Per pagare i dodici commissari d’esame (più nove interni) alla maturità che inizia fra due settimane, servono 47.500 euro. Dal ministero della Pubblica istruzione ne arriveranno 30mila. Ne mancano 17mila e 500. «Negli anni scorsi— dice Gonnella — abbiamo pagato le indennità di funzione e di trasferta dei professori sottraendo fondi ad altre destinazioni. Ma stavolta in cassa non ho più niente. Equitalia ha perfino chiesto il pignoramento perché non abbiamo versato la tassa dei rifiuti». E allora? Allora, venerdì il Consiglio d’istituto del «Majorana» ha deliberato di invitare le famiglie dei 127 studenti a versare 145 euro a testa che serviranno a dare ai commissari ciò che a loro spetta. Spiega Gonnella: «Qui si tratta di non far innervosire i commissari con l’idea che saranno pagati in ritardo. Alla maturità, si sa, i ragazzi hanno bisogno di comprensione...».

Putignano, provincia di Bari, ha 28mila abitanti ed è nota per il suo antico Carnevale. Nelle sue strade si discute la proposta del concittadino Gonnella, docente di materie letterarie e latino, preside del «Majorana» dal 1992, prossimo pensionato. Secondo la deliberazione del Consiglio d’istituto, appena il ministero salderà la differenza fra anticipo e cifra necessaria a pagare i professori a fine esami, le famiglie verrebbero rimborsate. Un prestito, insomma. Che però non sarà onorato con certezza. Perché — racconta lo stesso Gonnella — dall’anno 2004 il ministero non distribuisce più il saldo degli esami di Stato: tutto si esaurisce con l’anticipo e poi resta un problema delle scuole: «Unica eccezione, l’anno 2009, quando il saldo arrivò, circa 5 mesi dopo la conclusione degli esami » . La «Majorana» vanta un credito nei confronti del ministero, soltanto per i compensi ai commissari d’esame, di 50mila euro. Per i commissari della maturità l’indennità di funzione è di 1.200 euro lordi, quella di trasferta fra i 600 e i 2.000 euro, secondo il luogo da cui si muovono.

Dal ministero della Pubblica Istruzione, la reazione all’iniziativa di Putignano èmolto dura. Lo staff del ministro Gelmini comunica che le verifiche sulla vicenda saranno effettuate oggi. Precisa che «è illegittimo da parte delle scuole chiedere soldi alle famiglie, a qualsiasi titolo» e che «se qualche preside vuol fare politica, dovrebbe candidarsi alle elezioni». Ricordano anche, da viale Trastevere: «L’ultima volta che un preside (liceo «Keplero» di Roma) ha denunciato di avere finito i fondi e di non poter quindi organizzare i corsi di recupero, abbiamo scoperto che c’erano 50mila euro in cassa...». E infine: «Se una scuola ha problemi di bilancio può rivolgersi all’Ufficio scolastico provinciale, che erogherà le somme necessarie». In realtà, da Putignano affermano che lo scorso Natale il direttore dell’Ufficio scolastico provinciale inviò una lettera al ministero per ricordare che le scuole della provincia di Bari e della nuova Provincia Barletta-Andria-Trani vantano un totale di 50 milioni di crediti dall’amministrazione centrale.

Gli studenti del «Majorana» si sono riuniti in assemblea sabato. Per ora, hanno deciso che faranno il «prestito» tutte le famiglie, o non lo farà nessuna. «Siamo in attesa — dice il preside Gonnella —. Certo, se i commissari non saranno pagati e non saranno sereni, i ragazzi non potranno dare la colpa a noi. Li avevamo avvisati...».

Andrea Garibaldi


24/03/2010

Bambini a pane e acqua Il sindaco sotto accusa

Bambini a pane e acqua Il sindaco sotto accusa

 

Le famiglie non pagavano la retta, negata la mensa. Vicenza, si mobilitano dalla Caritas ai partiti

 

ROMA — «Le regole sono regole per tutti e vanno rispettate. Il mondo non può essere dei furbi». Non arretra di un passo Milena Cecchetto, il sindaco leghista di Montecchio Maggiore. Anche ieri in questo paese della provincia di Vicenza otto bambini delle elementari e della materna, due italiani e sei stranieri, si sono dovuti accontentare di un menu differenziato. Non pasta alla zucca, hamburger, insalata e frutta come tutti gli altri. Ma una bottiglietta d’acqua ed un panino. «Riduzione del pasto», così l’ha chiamata il sindaco, perché i genitori dei piccoli non avevano pagato la retta della mensa. Ed il Comune ha deciso di ripianare un buco da 150 mila euro accumulato proprio per i pranzi distribuiti nelle scuole. Una scelta che ha provocato tantissime proteste. La Caritas di Vicenza è pronta a mettere mano al portafoglio per coprire le spese di quelle otto famiglie. E chiama alla «mobilitazione affinché nessun bimbo debba essere umiliato nella propria dignità, ancor prima che nei suoi bisogni primari». Stasera alle 19 e 30, davanti al municipio di Montecchio, le associazioni degli immigrati hanno organizzato una simbolica cena a pane ed acqua. L’iniziativa è di Ousmane Condè, originario della Guinea, cittadino italiano da pochi mesi e candidato alle regionali in Veneto per Sinistra ecologia libertà: «Nemmeno le bestie — dice — si comportano così e affamano i loro cuccioli. Sarebbe questo il partito dell’amore? ».

Paolo Ferrero — portavoce della Federazione della sinistra— ha scritto al prefetto di Vicenza per chiedergli di intervenire su una vicenda che «viola la Costituzione e la convenzione Onu sui diritti dell’infanzia ». Protesta pure il Pd che con Daniela Sbrollini parla di «esempio del livello al quale possono arrivare gli amministratori leghisti». Ed anche le associazioni dei consumatori fanno sentire la loro voce. L’Aduc chiede di scogliere l’amministrazione comunale di Montecchio per «violenza contro l’infanzia », mentre il Codacons propone un punizione simbolica: una settimana a pane ed acqua per il sindaco. La Lega si difende con Manuela Dal Lago, vicentina e vice capogruppo del Carroccio alla Camera che parla di «attacchi pretestuosi e infondati». Un fuoco incrociato ancora più fitto visto che in Veneto, per le Regionali, il centrodestra schiera come candidato presidente proprio un leghista, il ministro Luca Zaia. Anche per questo il sindaco di Montecchio derubrica tutto a «polverone elettorale». Dice che i genitori di quegli otto bambini «non hanno nemmeno compilato il modulo di iscrizione alla mensa». E garantisce che «se non faranno i furbi e sono davvero indigenti il Comune se ne farà carico, come fa già adesso con 80 famiglie ». Ma dopo i titoli dei giornali ed i servizi dei tiggì, oggi a Montecchio nessuna «riduzione del pasto». Anche per gli otto piccoli morosi il menu prevede primo, secondo, contorno e frutta.

L. Sal.


23/03/2010

Non pagano la mensa: bimbi a pane e acqua

Non pagano la mensa: bimbi a pane e acqua

 

Vicenza. Nove alunni di famiglie insolventi lasciati a digiuno dal Comune

 

VICENZA — Si sono seduti a tavola, come tutti i giorni, insieme ai compagni di classe. Per il pranzo quotidiano, tra rumore di posate e sedie che si spostano. Poi il silenzio, quando invece di pastasciutta e hamburger, nel piatto bianco compare solo una pagnotta. Lunedì 22 marzo, lunedì di pane e acqua. Così inizia la primavera nella mensa scolastica di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Ma solo per nove bambini (sette stranieri e due italiani della scuola materna ed elementare), «inadempienti» per l'amministrazione perché i genitori non sono in regola con la retta dei pasti. Un «digiuno» annunciato quello di ieri, ma, diventato realtà, spiazza bambini, maestre e anche la preside.

Disappunto e amarezza di fronte ai nove panini, mentre altrettanti bambini si guardano intorno, e i compagni di classe alzano le forchette sui piatti colmi di pasta al pomodoro. Ma che cosa è successo a Montecchio Maggiore? Una storia di soldi arretrati e questione di principio quella che da tempo divide l'amministrazione comunale e un gruppo di famiglie macchiate di «insolvenza». Di fatto mandano i figli in mensa, ma da anni non versano un euro. La faccenda viene fuori mesi fa, quando a Montecchio la neogiunta di centrodestra (Lega e Pdl) insediatasi a giugno dopo 5 anni di amministrazione di centrosinistra, scopre un ammanco di oltre 150 mila euro nella gestione della mensa scolastica. Scatta una sorta di indagine per mettere ordine nel bilancio. E l'approfondimento produce i suoi frutti: gli amministratori arrivano a numeri e nomi allo scopo di recuperare importi relativi a quattro anni scolastici: 2005-06 e 2008-09.

Così partono gli avvisi: alla data del 10 marzo sono 52 le famiglie morose, 22 italiane, 30 straniere. Per loro l'amministrazione si preoccupa di affiggere manifesti all'interno delle scuole anche in lingua araba, inglese, francese, bengalese. L'ultimatum è chiaro: «Se entro il 15 marzo non avranno regolarizzato gli insoluti, il servizio mensa verrà sospeso». L'iter si conclude con una raccomandata consegnata a mano dei vigili urbani. Risultato: sono ancora nove posizioni da saldare. E l'assessore all'Istruzione Barbara Venturi è chiara: «Non è giusto non pagare le rette nel rispetto di chi ha problemi economici e le versa». Così ieri parte la sospensione. Ma i bambini non lo sanno. Arrivano in mensa come tutti i giorni senza immaginare il trattamento a pane e acqua. La preside Anna Maria Lucantoni, però, non ci sta: «Trovo dispregiativo dare un pezzo di pane — spiega al Corriere Veneto —, se avessimo immaginato, avremmo fatto una raccolta di fondi». La soluzione non si fa attendere: la parola d'ordine è dividere il pranzo. E nessuno si tira indietro: pastasciutta e hamburger anche per «gli insolventi».

Grazia Maria Mottola
(ha collaborato Elfrida Ragazzo)


21/05/2009

Sciacca: arrestato preside per abusi sessuali sulle sue studentesse

Sciacca: arrestato preside per abusi sessuali sulle sue studentesse

 

Gli investigatori avevano piazzato una telecamera nascosta nel suo ufficio. In manette il capo dell'istituto professionale per i servizi commerciali e turistici del comune agrigentino

 

SCIACCA (AGRIGENTO) - Il preside dell'istituto professionale per i servizi commerciali e turistici di Sciacca è stato arrestato dalla polizia. L'accusa per lui è di abusi e molestie sessuali a danno di minori.

LA VICENDA - Secondo gli investigatori, infatti, l'uomo, 61 anni, avrebbe più volte molestato nel suo ufficio alcune studentesse della scuola che dirige. A fare scattare l'indagine, che ha portato al suo arresto, sono stati i racconti delle stesse adolescenti ai genitori. Gli investigatori hanno anche piazzato una telecamera nascosta all'interno dell'ufficio del preside e lo hanno pedinato. L'uomo si trova adesso rinchiuso nel carcere di Sciacca.


28/04/2009

«I vostri genitori non pagano» Tolto il pasto, a digiuno 34 scolari

«I vostri genitori non pagano» Tolto il pasto, a digiuno 34 scolari

 

All’istituto comprensivo di Pessano. Il preside: versamenti in ritardo per 432 famiglie, non ci sono soldi. Gli insegnanti cedono il pranzo agli alunni

 

 

Mensa scolastica (Fotogramma)
Mensa scolastica (Fotogramma)

MILANO - Alcuni sono in cassa integra­zione. Qualcuno è stato licenzia­to. Altri sono stranieri. «Non ab­biamo i soldi per pagare la retta della mensa scolastica ai nostri figli», spiegano i genitori. Risul­tato: niente pasti ai bambini. In tutto sono 432 le famiglie che non hanno versato il contribu­to per i pranzi all’istituto com­prensivo Mauri di Pessano con Borna­go. «E ora non sap­piamo più come da­re da mangiare agli alunni», dice il presi­de Felice Menna. E il Comune? «Purtrop­po non possiamo far­ci carico dei disagi di tutte le famiglie. E non sarebbe giusto aumentare la retta a chi già paga», si di­fende l’assessore al­l’Istruzione Monica Meroni. Per il mo­mento a 34 bambini è stato tolto il pasto, «quelli che sono più in ritardo con il pa­gamento – continua il preside - . E il rischio è che an­che a tutti gli altri sia, a breve, vietata la mensa. È assurdo».

Tempo di crisi e a farne le spese sono i soggetti più debo­li. La vicenda comincia a set­tembre. C’è chi non paga la ret­ta già dall’inizio dell’anno scola­stico. E con il trascorrere dei mesi il loro numero aumenta. Si parla di un buco da 78 mila euro. La Dussman service, la so­cietà che fornisce il servizio, sol­lecita i pagamenti. Ma senza ri­sultato. I genitori si giustifica­no: «Non abbiamo i soldi». E al­la fine la decisione estrema: niente pasto a chi non paga. Dal 20 aprile, 34 bambini non possono più accedere alla men­sa. «Chi può torna a casa per pranzare, ma non tutti i genito­ri riescono a venirli a prende­re ». E una quindicina di alunni, rimane nell’istituto, senza po­ter mangiare. «Tutti frequentano la scuola dell’obbligo. È una situazione drammatica». Tanto da rendere necessario l’intervento del cor­po docente. In un consiglio d’istituto straordinario gli inse­gnanti hanno deciso di rinun­ciare al loro pasto per darlo agli studenti. C’è chi digiuna o chi si accontenta di un panino. «Ma i bambini devono mangia­re, è un loro diritto».

La situa­zione rischia di precipitare: «E se, in futuro, tutte le famiglie non riescono più a pagare, cosa accadrà?». La speranza di Men­na è che i genitori riescano a trovare «anche dieci euro per fermare il provvedimento». E si appella al Comune: «Faccia un passo indietro». Ma non è così semplice. «Per­ché questa situazione va avanti da troppo tempo», spiega l’as­sessore. Fino al 2008 c’era un buco da 50 mila euro. «Adesso bisogna aggiungerne altri 28 mila: non riusciamo a coprire il debito solo con la nostra cas­sa». Così la decisione di sospen­dere la mensa ai ritardatari. «Lo so, è triste ma non c’erano altre soluzioni. Senza contare che il contributo per la mensa scola­stico è minimo». E sul caso prende posizione anche la Cgil scuola. «Lo stato di morosità delle famiglie non può essere motivo di impedi­mento al regolare svolgimento delle attività didattiche». In gio­co ci sono anche «i diritti al­l’istruzione e all’infanzia che do­vrebbero essere garantiti a tut­ti. Anche a chi non
paga».

Benedetta Argentieri


08/04/2009

Lezione antidroga in classe, ma il preside dice: «Ragazzi, la marijuana non fa male»

Lezione antidroga in classe, ma il preside dice: «Ragazzi, la marijuana non fa male»

 

Il capo di istituto, in un liceo di barletta, rinviato a giudizio dal tri­bunale di Trani per istigazio­ne all’uso di stupefacenti nei confronti di minori

 

 

TRANI — Mentre i carabi­nieri fanno lezione di legalità agli studenti di una scuola su­periore, spiegando loro gli ef­fetti nocivi delle sostanze stu­pefacenti sulla salute, inter­viene affermando che non è provato scientificamente che le droghe leggere abbiano ef­fetti nocivi. Autore dell’intervento che destò molto scalpore fu, poco più di due anni fa, il preside in persona del liceo scientifi­co Cafiero di Barletta, l’oggi 64enne Ruggiero Dicuonzo, che a partire dal prossimo 24 giugno sarà giudicato dal tri­bunale di Trani per istigazio­ne all’uso di stupefacenti nei confronti di minori o comun­que persone affidategli per ra­gioni di istruzione ed educa­zione. Il rinvio a giudizio è stato disposto ieri dal gup del tribunale di Trani, Grazia Ca­serta, su richiesta del pm Giu­seppe Maralfa che ha coordi­nato le indagini sul caso venu­to fuori durante un’assem­blea d’istituto del liceo nel gennaio 2007. In quell’occa­sione, l’allora capitano della compagnia dei carabinieri di Barletta, Michele Zampelli, nell’ambito di un incontro con gli studenti delle quinte classi, stava illustrando gli ef­fetti nocivi derivanti dall’as­sunzione di sostanze stupefa­centi e i canali del loro ap­provvigionamento e del suc­cessivo riciclaggio del denaro proveniente da questi traffici illeciti.

Il professor Dicuonzo interruppe l’ufficiale dei cara­binieri, affermando che non concordava sulla pericolosità delle sostanze stupefacenti cosiddette leggere, in quanto non erano scientificamente provati gli effetti nocivi delle stesse sull’individuo e il fatto che possano dare, se assunte regolarmente e a lungo, as­suefazione. E per di più aveva affermato di averne provato di persona gli effetti e citato anche il caso di un suo amico che viveva in India e faceva uso, abitualmente, da anni di hashish e marijuana: la perso­na citata non solo non aveva problemi di salute, ma anzi di­mostrava particolare sensibi­lità nella musica e nella cultu­ra. Si era detto, infine, contra­rio al fatto di vietare la coltiva­zione della cannabis per uso personale. Di lì alla denuncia da parte dell’ufficiale dei cara­binieri il passo fu breve. Il professore davanti agli agenti di polizia, che vennero incari­cati delle indagini per ovvie questioni di opportunità es­sendo il denunciante un cara­biniere, negò di aver mai asse­rito di aver lui stesso usato so­stanze stupefacenti leggere. Ma spiegò di aver semplice­mente fatto presente, in occa­sione di quell’incontro a scuo­la, che esistevano altre corren­ti di pensiero in materia di stupefacenti.

Ma quanto so­stenuto dall’ex capitano dei carabinieri di Barletta, venne confermato anche da alcuni studenti ascoltati dai poliziot­ti. Sebbene non si concordas­se sulla circostanza in cui le dichiarazione erano state re­se: secondo l’ufficiale duran­te un incontro sulla legalità, secondo il professore e anche gli studenti ascoltati durante una giornata informativa per il reclutamento nell’Arma. Ma indipendentemente dal contesto, non cambiava co­munque la platea: ragazzi del­l’ultimo anno di scuola supe­riore, la maggior dei quali mi­nori. Da qui la richiesta di rinvio a giudizio sostenuta dal sosti­tuto procuratore Maralfa, ac­colta ieri dal gup Caserta che ha ritenuto la necessità di ap­profondire la questione attra­verso il dibattimento, rinvian­do il professore a giudizio da­vanti al tribunale in composi­zione collegiale. Tutto questo nonostante la difesa, rappre­sentata dagli avvocati Rinal­do Alvisi e Arcangelo Cafiero, abbia sostenuto che in que­sto non si possa parlare di isti­gazione al consumo di stupe­facenti da parte del preside. In seguito al rinvio a giudi­zio, la condotta del professor Dicuonzo, che esercita anco­ra l’incarico di dirigente al li­ceo scientifico statale di Bar­letta, sarà segnalata - come da prassi - dall’autorità giudi­ziaria al ministero dell’Istru­zione perché assuma i provve­dimenti disciplinari del caso.


02/04/2009

«Oscura» i cellulari in classe: arrestato preside canadese

«Oscura» i cellulari in classe: arrestato preside canadese

 

Esasperato, ha acquistato un dispositivo illegale capace di schermare il «campo», «non sapevo fosse uno strumento fuorilegge»

 

L’uso del cellulare a scuola è uno dei problemi più comuni e delicati che gli insegnanti e i dirigenti scolastici devono affrontare ogni giorno. Spesso vietarne l’uso durante le lezioni o per tutta la giornata di studio è insufficiente; per questo il preside di una scuola di Vancouver ha deciso di usare un sistema drastico e alternativo, schermando il campo dei telefonini con un «jammer», dispositivo in grado di oscurare le radiofrequenze.

IN CARCERE PER L’ISTRUZIONE - Peccato però che il congegno sia illegale (in Canada come negli Stati Uniti e nella maggior parte dei Paesi europei), e che il dirigente scolastico sia stato arrestato dopo pochi giorni dal primo utilizzo del jammer. Gli studenti infatti si sono accorti subito che qualcosa non andava nella ricezione dei loro cellulari e, dopo una rapida ricerca online (suggerita dal preside stesso), hanno identificato il metodo usato. Ma non solo: hanno scoperto che utilizzare un dispositivo per schermare le onde elettromagnetiche è illegale. Una sorpresa anche per il dirigente Steve Gray, che ignorando l’Atto sulle comunicazioni radio vigente in Canada, aveva acquistato online il dispositivo da un rivenditore cinese, utilizzando i fondi scolastici (115 dollari).

VIETARE O NON VIETARE - Gray, intervistato in merito alla vicenda, ha dichiarato: «C’era un continuo problema di gestione delle classi. C’era sempre qualche cellulare confiscato agli studenti perchè lo usavano in aula contro le regole della scuola». «(Il dispositivo) ha immediatamente bloccato le prestazioni dei cellulari. Era solo un piccolo progetto per vedere cosa sarebbe accaduto, sono rimasto sorpreso per come funzionasse bene. Ma una volta scoperto che era illegale l’ho subito spento». Robert Holmes, presidente del Consiglio consultivo dei genitori, non sostiene la scelta del preside: «Posso capire quali fossero i suoi livelli di frustrazione, ma non avrebbe dovuto farlo. I bambini avrebbero dovuto seguire le regole». D’altra parte però a volte sono gli stessi genitori a non rispettare il regolamento della scuola, telefonando ai figli negli orari di lezione, controbatte Mary-Lou Donnelly, presidente della Federazione canadese degli insegnanti. Questa vicenda ha comunque un risvolto positivo, avendo portato nuovamente in primo piano il problema di una concreta regolamentazione sull’utilizzo dei telefonini nelle scuole. Interessante la proposta di Richard Smith, del dipartimento di comunicazione all’Università Simon Fraser, secondo il quale è inutile combattere l’uso del cellulare, in quanto parte integrante della nostra cultura: «La sfida per gli insegnanti è trovare il modo di integrare i telefonini nelle classi, insegnando e cercando un compromesso con i ragazzi su come e quando è appropriato usarli o meno».

Valentina Tubino