05/06/2010

Presidi e questori, addio anticipato allo Stato

Presidi e questori, addio anticipato allo Stato

MANOVRA. Nei ministeri verso la pensione 95 dirigenti, presentate all'Inps 1.500 domande


ROMA — Cento milioni di euro. Tanto dovrebbe costare allo Stato quest'anno, secondo il Tesoro, la fuga dei dirigenti pubblici verso la pensione, messa in atto prima dell'entrata in vigore della manovra, per evitare la rateizzazione, fino a tre anni, delle buonuscite superiori a 90 mila euro, da cui sono esclusi coloro che vanno in pensione per raggiunti limiti di età. E intanto, da Pechino, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dice di non sentirsi «spaventata dal fatto che le donne possano andare in pensione anche un po' più in là nel tempo».

Cento milioni, dunque. Ma verrà rispettata la stima? A giudicare dalle indiscrezioni, l'impatto potrebbe essere superiore. A determinare un fuggi fuggi generale è stata la prima versione del decreto, che poneva il tetto a 24 mila euro, facendovi rientrare praticamente tutti, perché una buonuscita, dopo 35-40 anni di servizio, supera i 50 mila euro. Secondo il Tesoro, nel 2010 dovrebbero essere 800 i soggetti spinti verso la pensione, per un importo medio di circa 130 mila euro. Nel 2011, invece, a uscire dovrebbero essere in 2.100, per 280 milioni, spesa compensata da 680 milioni di risparmi, con un saldo positivo, per le casse dello Stato, di 400 euro. Altri 240 milioni verrebbero infine risparmiati nel 2012. Ma intanto anche in via XX Settembre è in atto la fuga tra i 15 mila dipendenti: una settantina le domande di pensionamento tra i dirigenti di prima e seconda fascia. Tra i primi, che sono 70, le domande sono state 7. All'Inps sono stati circa 1.500 i dirigenti a presentare domanda di pensionamento ma il fenomeno starebbe rientrando. Lo conferma Guido Abbadessa, membro del Consiglio di Vigilanza dell'istituto, per il quale «più di qualcuno ha ritirato la domanda dopo l'innalzamento del tetto a 90 mila euro».

All'Inail il fenomeno è più circoscritto: qui le uscite previste erano in ogni caso 400, nell'ultima settimana sono state presentate 130 richieste, solo la metà delle quali riferibili all'effetto-manovra. Quanto all'Inpdap, 4-5 dirigenti generali hanno chiesto il pensionamento, seguiti, a cascata, dai dirigenti di più alto livello. L'effetto su tutti i dipendenti pubblici, le cui pensioni fanno capo all'istituto, secondo Enrico Ponti, membro del Consiglio di Vigilanza, è stato cospicuo, con ritiri nell'ordine delle migliaia. Numeri che superano le previsioni di Tremonti. Il fenomeno è acuito dal fatto che la manovra impone che la buonuscita venga liquidata con i criteri del Tfr (lavoratori privati), anziché col più vantaggioso sistema del Tfs (dipendenti pubblici). In fuga, al ministero della Pubblica istruzione, ci sarebbero quattro dei 10 direttori generali e uno dei due capi dipartimento, oltre a diversi dirigenti. In sede periferica avrebbero già presentato dimissioni alcuni direttori generali di Uffici scolastici regionali e vari dirigenti degli uffici periferici. Numeri elevati anche perché il 31 maggio per i dirigenti scolastici si chiudeva una delle «finestre» per andare in pensione. Solo nel Lazio, dove i presidi sono il 10% del totale nazionale, ci sono state 32 richieste di pensionamento (ce n'erano state 86 a gennaio) e 150 telefonate di chiarimento.

Al ministero dei Beni culturali si sarebbero dimessi quattro direttori generali, mentre al ministero della Salute sarebbero andati via 11 dirigenti, il 10% del totale. Anche tra i questori è allarme generalizzato ma a causa di un'altra norma: quella che stabilisce che dal gennaio prossimo le promozioni hanno effetto giuridico e non economico. Motivo per cui, coloro che, avendo maturato 5 anni come dirigenti superiori, attendevano di potersi pensionare come direttori generali per ottenere il relativo aumento, circa 50, stanno chiedendo di uscire subito.

Antonella Baccaro


18/08/2009

Prendi il posto e scappa

Prendi il posto e scappa

 

Sei presidi su dieci già trasferiti in Meridione


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Cambia stagione ma la canzone è sempre la stessa, si ripete come un disco rotto. L’anno scorso di questi tempi venivano nominati 80 presidi di ruolo per altrettante scuole di Milano e Lombardia. Dopo un anno, però, ben 50, cioè oltre il 60%, se ne sono già tornati a casa. Tutti al Sud.

E ora la storia si ripresenta uguale: stanno arrivando altri 103 nuovi presidi, sempre provenienti dal Sud: Campania, soprattutto, ma anche Calabria, Puglia, Sicilia. Occuperanno sedi rimaste prive di titolare. E se tutto va come (tristemente) previsto, tra un anno buona parte di questi 103 presidi chiederà, ottenendolo, il trasferimento a casa loro, cioè al Sud. In questo modo si riattiva un «vecchio» e perverso fenomeno, difficile da fermare: il noto giochino della serie «Prendi il posto e scappa».

Abbiamo citato il caso lombardo, ma nel complesso, in tutto il Nord Italia, attualmente sono 250 i posti da dirigente scolastico liberi, e tutti saranno occupati da personale proveniente dalle regioni del Sud. Stando alla percentuale-media del 60 per cento, facile calcolare quanti tra un anno di questi tempi avranno già fatto le valigie per tornarsene nella loro regione...

Ma quella dei presidi in fondo non è che la punta dell’iceberg di un «sistema» che rischia, se non di affondare, di fare grossi danni alla scuola italiana. Infatti il meccanismo che regola il viavai tra le cattedre italiane degli insegnanti - molto più numerosi dei presidi - è il medesimo. Stesso andazzo, stesso scandalo. E che il viavai sia parecchio frenetico lo dimostra questo dato: di 150mila domande di trasferimento presentate dagli insegnanti in tutta Italia nell’anno scolastico 2008/09, quelle accolte sono state ben 90mila (a confermare invece il carattere «meridionale» della nostra scuola sono le graduatorie che raggruppano gli aspiranti-docenti, dove due neolaureati su tre sono meridionali: circa il 67%).

Ma torniamo ai «nostri» presidi. Perché avviene tutto questo? Ciò avviene perché le graduatorie del Nord, sia quelle dei concorsi ordinari che quelle dei concorsi riservati, sono ormai esaurite. Come è possibile? I concorsi si svolsero nel 2004 e 2006 su base regionale. Concorsi banditi per un numero di posti ben definito. «Noi – dice Antonio Lupacchino, dirigente scolastico provinciale di Milano – abbiamo rigorosamente rispettato le disposizioni. In altre regioni invece hanno messo a concorso più posti del dovuto e sono stati dichiarati idonei personaggi che credo non siano migliori dei nostri bocciati. Così le graduatorie non finiscono mai». Insomma, per Lupacchino si doveva trovare un’altra soluzione: «Indire un nuovo concorso per coprire le sedi che in questi ultimi anni si sono liberate. Così si evitava di ricorrere agli idonei delle graduatorie riservate dove c’è di tutto». Un problema che da tempo sta sollevando polemiche. Basti ricordare la recente vicenda al consiglio provinciale di Vicenza dove era stata approvata una mozione in cui in sostanza si chiedeva che a capo delle scuole vicentine venissero scelti presidi locali. Una mozione bipartisan, col voto favorevole anche di esponenti del Pd. Perché la polemica, sia pur tra differenze e precisazioni, è ormai trasversale.

Il “triste” valzer che sta per riprendere nelle nomine dei presidi rappresenta indiscutibilmente un gravissimo handicap per la scuola italiana. Lo sa bene per esperienza Antonio Lupacchino che dal suo osservatorio privilegiato ha modo di verificare come l’introduzione dei nuovi presidi provenienti dal Sud stia diventando troppo spesso un problema per gli istituti scolastici. «Abbiamo dovuto intervenire ripetutamente – dice – per arginare molte disfunzioni in questo settore. In alcuni casi il fatto che dopo un anno le persone nominate se ne vadano, per noi è un sollievo. Speriamo che la prossima tornata di presidi ci porti gente migliore: la scuola milanese non merita certe presenze»

I presidi del Sud potranno scegliere la sede soltanto il prossimo 25 agosto. Solo qualche giorno prima di rendersi conto della realtà che dovranno affrontare. Ma paradossalmente la vicenda non sarà ancora finita perché altre scuole si troveranno a non avere ancora un preside. E allora saranno affidate in reggenza a un preside già in servizio che in tal modo dovrà dividersi tra due istituti. A meno che non si ripieghi su qualche preside «incaricato», docenti che da anno svolgono questa funzione magari anche dopo essere stati bocciati al concorso riservato. Ma comunque hanno già dimostrato di essere migliori di molti che sono rimasti per un anno e se ne sono andati. Quasi sempre - come ama sottolineare con perfidia la Lega - al Sud.


17/06/2009

«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»

«Scuola italiana, risultati modesti. E la metà degli insegnanti è over 50»

 

«Misurare performance di presidi e docenti». Ocse: «Bene riforma, ora realizzarla in pacchetto onnicomprensivo». Gelmini: «Il rapporto ci dà ragione»

 

Il ministro Mariastella Gelmini (Calzari)
Il ministro Mariastella Gelmini (Calzari)

ROMA - La scuola italiana è in coda nella classifica dei Paesi Ocse: il nostro sistema educativo, secondo il rapporto sull'Italia stilato dall'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, produce risultati «fra i più modesti» dell'area, «nonostante la spesa per studente sia molto elevata». Non solo. Esistono «forti differenze regionali che non possono essere semplicemente spiegate con la diversa quantità di risorse disponibili» e che rappresentano un fardello per l'intera economia nazionale.

SERVE RIFORMA ORGANICA - Nel documento, l'Ocse riconosce al governo Berlusconi di aver messo in cantiere una riforma della scuola volta a «razionalizzare le spese e migliorare il sistema di valutazione e di reclutamento degli insegnanti». Viene sottolineata, tuttavia, la mancanza di un quadro complessivo e definitivo. E, in proposito, il rapporto suggerisce all'esecutivo un approccio più organico: «Considerando la natura di queste riforme - si legge - sarebbe preferibile realizzarle con un pacchetto onnicomprensivo, piuttosto che in modo parcellizzato» «L'Ocse ci dà ragione. Molte delle osservazioni poste dai sindacati e dall'opposizione vengono smentite clamorosamente da questa indagine» ha detto il ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, presentando il rapporto.

IL RAPPORTO - Il rapporto si basa su un'indagine internazionale sull'insegnamento e l'apprendimento (Talis), realizzato in 23 Paesi del mondo, tra cui Belgio, Spagna e altri, ma non, ad esempio, Francia e Germania. In particolare, vengono prese in esame le condizioni in cui gli insegnanti si trovano ad operare. L'Italia, conferma il rapporto, è il Paese con la più alta percentuale (52%) d'insegnanti che superano i 50 anni, mentre solo il 3% ha invece un'età inferiore ai 30 anni. Il 95% degli insegnanti italiani si dice comunque soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficienza nell'attività svolta.

«MISURARE LA PERFORMANCE DI INSEGNANTI E PRESIDI» - L'Ocse parte dalla constatazione che «l'assenza di chiare informazioni sulla valutazione degli studenti e dell'intero sistema, dai docenti all'amministrazione centrale, è stata la causa principale delle cattive performance». E suggerisce il principio della responsabilità che «va introdotta a diversi livelli, in primi luogo per i presidi e i direttori scolastici, ma anche per gli insegnanti, in modo tale che la scelta degli insegnanti stessi, la formazione delle classi e i metodi educativi abbiano un'adeguata informazione consentendo il giudizio sui risultati formativi e sul sistema di incentivi». Ma per realizzare questi obiettivi, i presidi dovranno «ottenere un'adeguata autonomia dei poteri di gestione, al contrario dell'attuale quasi completa assenza di autonomia». Secondo l'Ocse, «elevare la performance del sistema educativo è una delle maggiori sfide» per l'Italia. La riuscita di una riforma complessiva del sistema educativo è anche una chiave per ridurre le differenze regionali: «Contenere il gap educativo fra Nord e Sud è una della vie per ridurre le differenze economiche e sociali complessive. Di conseguenza, andrebbero incoraggiate misure volte a recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono».

CATTIVA CONDOTTA - Il 70% degli insegnanti italiani delle scuole medie inferiori, secondo il rapporto, considera la cattiva condotta degli studenti come un ostacolo al processo d'insegnamento. Le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero le intimidazioni o le aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche i furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%).