14/03/2012

«Mister Valtur? I soldi sono del padrino»

«Mister Valtur? I soldi sono del padrino»

L'inchiesta - Lo Stato rischia di doversi far carico del marchio sommerso dai debiti. L'antimafia vuole il blocco di tutti i beni del proprietario: 5 miliardi di euro. «È un prestanome di Messina Denaro»

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12/07/2010

Nullatenenti in affitto a Porto Cervo

Nullatenenti in affitto a Porto Cervo

In Italia l’imponibile che sfugge al fisco è di circa 300 miliardi. Il 47% si dichiara senza reddito, persino con la social card

 

Una veduta di Porto Cervo (Ansa)
Una veduta di Porto Cervo (Ansa)

ROMA — Se vedete un signore a bordo di una fiammante fuoriserie varcare il cancello di una lussuosa villa che ha appena affittato a Porto Cervo, Capri, Forte dei Marmi, Positano, oppure, perché no, Portofino e Taormina, farete bene a compatirlo: nel 47% dei casi, secondo Contribuenti.it. è nullatenente o pensionato con la social card nel portafoglio. Accanto, s'intende, a una carta di credito oro ben fornita, trattandosi evidentemente di evasori o loro prestanome. Ma è possibile che in questo Paese la faccia tosta sia una caratteristica tanto diffusa? Purtroppo lo è anche di più. Diversamente quello del «finto povero» non sarebbe diventato uno sport nazionale. Basta scorrere le notizie che finiscono in due righe in fondo a una pagina di giornale. Una volta la Guardia di finanza ha pizzicato a Siena un signore che aveva chiesto il contributo per pagare la pigione spettante agli indigenti: aveva due ville e quattro appartamenti. Proprio così. In un'altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli, dove il 59,9% degli occupanti abusivi delle abitazioni Iacp e addirittura il 78% di quelli comunali dichiara di vivere d'aria.

D'altra parte, come si spiegherebbero le stime, probabilmente vere per difetto, che qualificano l'Italia come la Patria degli evasori: dove 300 miliardi di euro l'anno di imponibile sfuggono completamente alla Finanze, con il risultato di veder sfumare incassi per almeno 100 miliardi? Per inciso, si tratta di una volta e mezzo la somma che ogni dodici mesi paghiamo per interessi sul nostro gigantesco debito pubblico. Una situazione, sia chiaro, che il fisco conosce fin troppo bene. Basta ricordare le parole con cui il ministro dell'Economia Giulio Tremonti denunciò nel maggio 2004 durante una infuocata riunione della maggioranza di centrodestra la scandalosa contraddizione fra le appena 17 mila persone che allora dichiaravano un reddito superiore a 300 mila euro e le 230 mila auto di lusso uscite ogni anno dai concessionari: 13 volte e mezzo di più. Il fatto è che da allora le cose non sono certamente migliorate in modo radicale. Non è questa la sede per indagare sulle ragioni. Ma è un fatto che nel 2007 il numero dei contribuenti con un reddito superiore a 200 mila euro non superava 76 mila, cioè lo 0,18% del totale. Esattamente, 75.689. E il 56,8% di loro, ossia più di 43 mila, erano lavoratori dipendenti, mentre il 25% era rappresentato da pensionati: 18.811. Sapete quanti invece fra i due milioni e passa di «percettori di reddito d'impresa» dichiaravano di aver incassato oltre 200 mila euro? Soltanto 6.253. Per non dire delle società. A guardare i numeri verrebbe da pensare che fra gli imprenditori italiani ci siano eserciti di masochisti. Le società di capitali che hanno chiuso il bilancio 2007 (quello prima della grande crisi) le perdite sono state addirittura il 45% del totale. Tutti sfortunati, incapaci, sprovveduti? Oppure furbacchioni?

Fatevi un giro nelle banche dati delle Camere di commercio, e scoprirete che l'Italia è anche la Patria delle società di comodo. Quelle che vengono create da privati cittadini per custodire dietro uno schermo societario la proprietà della barca, della casa, della villa al mare. E chiudere il bilancio in perdita, in questi casi, è un toccasana fiscale mica da ridere. Senza parlare delle scatole costituite al solo scopo di rastrellare falsi crediti Iva: ma questa non è evasione, è truffa. Va da sé che una società già non particolarmente predisposta, anche per ragioni storiche, alla fedeltà fiscale, di tutto avrebbe bisogno tranne che di ulteriori incentivi a non rispettare le regole. I quali però, negli ultimi trent'anni, sono stati assai frequenti. I condoni fiscali, per esempio. Dal 1982 ce ne sono stati tre di quelli tombali, senza che l'effetto positivo tanto decantato ogni volta, quello di «far emergere base imponibile» sia stato tangibile. Anzi. Che gli evasori, una volta regolate le pendenze passate con il fisco, ovviamente senza nemmeno subire le sanzioni che avrebbero meritato, si «immergano» di nuovo aspettando il prossimo condono, è ormai accertato. Guardiamo la vicenda del cosiddetto scudo fiscale. La prima opportunità offerta nel 2002-2003 a chi aveva illegalmente esportato capitali all'estero senza pagarci le tasse diede un risultato clamoroso: vennero regolarizzati circa 70 miliardi di euro, che per il 60% erano stati portati in Svizzera da cittadini residenti in Lombardia. «Pochi giorni e poi partiranno controlli severissimi», proclamò il fisco. Per dissuadere gli evasori nostrani e i finti poveri con la mania delle banche offshore dal riprendere l'odioso traffico, Tremonti minacciò di installare le telecamere davanti alle frontiere elvetiche. Trascorsi appena sei anni, ecco un nuovo scudo fiscale, con risultati ancora più clamorosi. I miliardi di euro regolarizzati, questa volta, sono stati ben 106: molti di questi, è prevedibile, usciti dall'Italia dopo il 2003. Per andare da dove a dove? Ancora una volta in gran parte dalla Lombardia verso la Svizzera. Ancora... alla faccia delle telecamere.

Sergio Rizzo


06/08/2009

La lista dei super regali del re delle bonifiche: orologi per 6,4 milioni

La lista dei super regali del re delle bonifiche: orologi per 6,4 milioni

 

L’inchiesta: Fondi ai partiti attraverso i parenti dei collaboratori. Grossi li faceva acquistare da prestanome

 

MILANO — Soldi a prestano­me e a loro familiari per aggira­re dietro questo schermo la leg­ge sul finanziamento pubblico ai partiti. E 6 milioni e mezzo di euro in orologi da 200mila l’uno, dispensati come «rega­li » a misteriosi destinatari an­notati in files con nomi di fan­tasia. Sott’acqua di un’indagi­ne della Procura di Milano si comincia a scorgere il profilo di un altro di quegli imprendi­tori (Giuseppe Grossi, numero uno in Italia nelle bonifiche ambientali) sconosciuti al grande pubblico ma destinati a rivelarsi interlocutori di pri­ma grandezza della politica: e non sempre linearmente, alme­no a sentire quel poco che sino­ra hanno messo nero su bian­co due suoi stretti collaborato­ri, gli ex militari della Guardia di Finanza Giuseppe Anastasi e Paolo Pasqualetti, dal 2 feb­braio in carcere (dopo l’arresto insieme all’avvocato svizzero di Grossi, Fabrizio Pessina) con l’accusa di aver riciclato 22 milioni provenienti in parte dalla bonifica dell'area Monte­city di Zunino.

SOLDI AI PARTITI — «Nel 2006 — spiega ad esempio Anastasi — ho effettuato, io personalmente e anche trami­te miei parenti, finanziamenti a partiti politici, in particolare per Forza Italia. Tale finanzia­mento, che ammontava mi sembra a 35 mila euro, è stato effettuato su richiesta di Gros­si, che successivamente ha provveduto a restituirmi la somma in contanti. Stesso di­scorso vale per Pasqualetti, per un importo che credo non si di­scosti molto dal mio. Di tali fi­nanziamenti abbiamo ricevuto la detrazione di imposta del 19% come previsto per legge». Pasqualetti conferma l’aggi­ramento della normativa, cioè il fatto che Grossi, quando non desidera comparire, finanzia partiti dando soldi in contanti a propri prestanome e a loro fa­miliari, che in teoria risultano così i finanziatori ufficiali: e «forse nel gennaio 2006» l’ex GdF colloca «35mila euro ver­sati con più bonifici bancari da me stesso, mio padre, mia ma­dre, mia moglie».

OROLOGI — Grossi vanta d’essere un grande collezioni­sta, nel proprio caveau ne cu­stodisce centinaia. Ma molti, e di gran valore, li regala. Uno co­mincia ad attirare gli investiga­tori. E’ un Patek Philippe da collezione, vale circa 240mila euro, e nel pri­mo interrogatorio Pasqualetti giura che lui e Anastasi hanno «investito nel­l’acquisto di un orologio di rilevante valore che custodiamo a casa, non ricordo di chi, forse mia, non lo so». Qualche settimana dopo, ci ri­pensa: «Grossi ci disse che vo­leva un orologio e ci avrebbe fatto avere la fattura di acqui­sto. Ci diede una fattura di 240mila euro che noi abbiamo pagato quando ci è stato detto da Grossi. Non ho mai visto l’orologio, ritengo l’abbia Gros­si ». L’orefice di fiducia di Grossi sta a Milano, si chiama Carlo Verga, e assicura che «da 30 an­ni Grossi è uno dei miei miglio­ri clienti»: sceglie gli orologi, ma quasi sempre fa risultare che a pagarli sia Pessina. Inve­ce «li ha sempre ritirati perso­nalmente Grossi», o al massi­mo «suo figlio o l’autista Do­menico. A volte mi diceva di appuntare il nome di battesi­mo dei destinatari e di fare pac­chetti regalo». Anche il famoso orologio da 240mila euro, ben­chè pagato da Pessina, «è stato in realtà un acquisto effettuato da Grossi». Pessina conferma ai pm il meccanismo: «Fu lui a chiedermelo, perché mi disse che era sorto un problema con una normativa antiriciclaggio e lui non voleva più apparire».

FILES E NOMI — La GdF tira le somme della spesa di Grossi in 4 anni: orologi per al­meno 6,4milioni. A chi ha dato quelli che regalava? Neppure Anastasi lo sa. Ma sa che «sul computer in Svizzera avevamo vari files , fra i quali anche il conto degli orologi comprati da Pessina. Grossi mi ha fatto aprire dei files intestati a vari nomi, nei quali inserivamo de­gli importi su indicazione di Grossi stesso. Ci dava dei bi­gliettini sui quali erano riporta­ti data, importo, nome vero o di fantasia, e a volte anche una nota, tipo primo acconto o sal­do . Sicuramente più di 10»

Luigi Ferrarella


05/05/2009

Palermo, sequestrati beni per 300 milioni a boss e fiancheggiatori di Cosa nostra

Palermo, sequestrati beni per 300 milioni a boss e fiancheggiatori di Cosa nostra

 

LE INDAGINI CONDOTTE DALLE FIAMME GIALLE DEL CAPOLUOGO SICILIANO. Tra i destinatari dell'operazione i fratelli Pipitone, che appoggiarono i Lo Piccolo e l'ex autista di Riina

 

PALERMO - Beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie, per un ammontare di 300 milioni di euro, sono stati sequestrati a esponenti e fiancheggiatori di Cosa nostra dalla Guardia di Finanza di Palermo in esecuzione di diversi provvedimenti emessi dalla procura del capoluogo siciliano. I proprietari dei patrimoni sequestrati operavano nella provincia palermitana. Tra loro figura anche Salvatore Biondino, meglio conosciuto come l'ex autista di Totò Riina. Le indagini economico-patrimoniali condotte dalle Fiamme Gialle hanno riguardato una settantina di aziende e persone, fra le quali spiccano i fratelli Pipitone e alcuni loro affiliati, tutti accusati di aver operato con l'ex super latitante Salvatore Lo Piccolo.

LE INDAGINI - L'individuazione dei beni sequestrati ha richiesto un'articolata attività di analisi contabile e bancaria, necessaria anche per sciogliere il fitto intreccio di prestanome ai quali erano stati intestati i beni. Fra le molte attività sequestrate dalle Fiamme Gialle vi sono anche negozi di frutta e verdura, imprese di trasporto merci su strada, edili, di installazione impianti idraulico-sanitari, e altre ancora.

I BENI CONFISCATI - I beni sequestrati sarebbero riconducibili oltre che a Biondino anche a Salvatore Biondo, Antonino Pipitone, Giuseppe Gelsomino, Francesco Sparacio, Vincenzo Collesano, Angelo Conigliaro, Pietro Di Napoli, Salvatore Prano, Angelo Gallina, Giovan-Battista Pipitone e Francesco Paolo Spinelli, considerati organici o contigui alla famiglia mafiosa di Carini, coinvolti nell'operazione «Occidente», e arrestati il 21 gennaio 2007. Ad Antonino Pipitone, 40 anni, sono stati sequestrati cinque conti correnti, una ditta che operava nella demolizione e costruzione di edifici, due appartamenti e un terreno a Carini. Le Fiamme Gialle hanno poi messo i sigilli a due società di Palermo per la vendita di frutta e verdura e di apparecchi e attrezzature per la telefonia appartenute a Gelsomino, 57 anni, di Montemaggiore Belsito. A Sparacio, 41 anni, di Carini, i finanzieri hanno sequestrato tre terreni e tre ville a Carini, il 50% delle quote della società «Fratelli Sparacio srl» per il trasporto merci su strada e l'omonima ditta individuale. A Prano, 43 anni, di Carini, sono stati tolti due terreni e due villette abusive, e due conti correnti. A Di Napoli, di 60 anni, sono stati congelati un conto corrente e un appartamento. Ed ancora a Conigliaro, 73 anni, sono stati sequestrati 6 terreni, 6 appartamenti e 2 magazzini a Carini. A Giovan-Battista Pipitone, 49 anni, di Carini, sequestrata, fra l'altro la «Centro Distribuzione Regionale s.r.l.». A Biondino, 56 anni, cinque locali commerciali a Palermo.