14/01/2010
Napoli, una rete negli uffici della Dia
Napoli, una rete negli uffici della Dia
Quattro indagati per fare spionaggio privato
NAPOLI - La «rete» comincia a prendere forma, la presunta centrale di spionaggio si arricchisce di nomi e di circostanze inquietanti. La svolta è arrivata la scorsa notte, quando la Procura di Napoli firma quattro decreti di perquisizione a carico di due esponenti della Direzione investigativa antimafia di Napoli, di un agente di polizia giudiziaria della Procura, di un cittadino comune. Gravi le accuse: per mesi, gli indagati (ma il numero è destinato a crescere in queste ore) avrebbero messo in piedi un centro di spionaggio, svolgendo indagini private per conto del migliore offerente. Forti di mezzi potenti e invasivi - gli archivi Dia, i sistemi di ricezione di clip audio e video - gli indagati avrebbero pedinato ignari cittadini, avrebbero studiato per ore «le vite degli altri», in cambio di compensi in denaro.
Accuse gravi, che attendono la replica difensiva, sostenuta dai penalisti Francesco Cioppa e Dario Russo, in una vicenda in cui è opportuno rispettare il principio di non colpevolezza delle persone coinvolte. Associazione per delinquere finalizzata «all’investigazione privata abusivamente esercitata», quattro indagati, dunque: Giuseppe Savarese, ritenuto capo promotore della presunta spectre; il collega sostituto commissario Dia Davide Di Paoli; l’agente di pg in Procura Domenico Salemme; sott’accusa anche un quarto personaggio, Antonio Marcello Migliore, legato a Savarese da un rapporto di amicizia. Inchiesta in corso, al lavoro i pm Enzo D’Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli, pool guidato dall’aggiunto Rosario Cantelmo, che hanno affidato in piena sinergia investigativa accertamenti e perquisizioni al capocentro Dia Maurizio Vallone.
Qual è l’ipotesi degli inquirenti? Si parte dall’analisi di un tariffario, che avrebbe scandito l’attività illegale di agenti e presunti faccendieri: cinquanta euro l’ora per un pedinamento, prezzi a salire per le altre prestazioni professionali, in relazione ai posti (s’indaga su mission private anche in Brasile) e della difficoltà degli incarichi. Al momento, sarebbero stati accertati quattro o cinque incursioni nella sfera privata di persone non sottoposte ad indagini, target inconsapevoli di una rete di informazioni ritenuta abusiva. In alcuni casi, gli agenti si sarebbero introdotti all’interno di appartamenti privati, piazzando microspie e videoregistratori in domicili privati ed estranei a indagini autorizzate.
Una svolta nell’inchiesta scandita da colpi di scena: lo scorso settembre, l’arresto di Giuseppe Savarese, ex esponente del gruppo «Fedra», specializzato in Dia nelle indagini sui grandi appalti del comparto sicurezza, sui rapporti tra politica e imprese. Finisce in cella con l’accusa di aver maneggiato e reso pubbliche le schede personali di indagati della «appaltopoli» napoletana, in una vicenda culminata un anno fa negli arresti (poi revocati) dell’imprenditore Alfredo Romeo e di tre ex assessori comunali.
Da allora, si sono moltiplicati sopralluoghi e perquisizioni, a partire da un’ipotesi tutta da verificare: Savarese sarebbe stato a capo di una rete illegale, capace di accendere i riflettori (a pagamento?) sulle storie di tutti i giorni di notabili e uomini comuni. Indagine che rimanda a un sospetto inquietante: la disperazione dell’assessore Giorgio Nugnes, suicida a novembre del 2008, finito probabilmente al centro di fughe di notizie clamorose e illegali.
Ai carabinieri che lo arrestarono per gli scontri di Pianura, ma anche ai giornalisti incontrati il giorno prima di morire, Nugnes confidò il timore di essere finito nel mirino dei «servizi segreti». Disse che c’era chi «aveva i tabulati di tutte le sue telefonate», era angosciato dai «servizi segreti». Una domanda, a questo punto: Nugnes era finito nella rete dello spionaggio clandestino?
Leandro Del Gaudio
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04/08/2009
Barbara Berlusconi attacca il premier
Barbara Berlusconi attacca il premier
L'intervista su Vanity Fair, posa con il secondogenito Edoardo. In politica non va distinto il pubblico dal privato
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| Barbara Berlusconi sulla copertina di VANITY FAIR |
ROMA - Il futuro potrebbe essere in Mondadori, il presente non prevede lotte fra figli per il patrimonio di Silvio Berlusconi: «A oggi non c’è nessuna lotta. E, se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro». A parlare è Barbara Berlusconi, una delle figlie del premier e di Veronica Lario, intervistata da Giovanni Audiffredi per Vanity Fair in edicola da mercoledì. Barbara confessa «dolore» per la crisi fra i genitori e quando le chiedono se si tratta della fine di un grande amore dice: «Sono sicura che lo sia stato per la mamma. Però di certo, in trent’anni di vita insieme, hanno sempre avuto a cuore il reciproco bene». Perché ha chiamato il suo secondo figlio Edoardo? «Si è ripetuta la stessa situazione di quando è nato Alessandro (il primogenito, di 21 mesi, ndr). Anche questa volta mio padre mi ha chiesto: ’Edoardo, che cosa mi rappresenta?’. Poi mi ha suggerito Silvio, Luigi, Paolo. Diciamo che ho di nuovo preferito interrompere la tradizione di famiglia».
IL PADRE - Silvio Berlusconi, come premier, gode di consenso e popolarità. Come uomo, non è detto che debba essere un santo: lo ha ammesso anche lui. Che ne pensa, una quasi laureata in filosofia, di questa apparente contraddizione? «Penso che una società esprima un senso della morale comune. I rappresentanti politici che sono chiamati a ben governare, a far prosperare la comunità, sono anche tenuti a salvaguardare i valori che essa esprime, possibilmente a elevarli. Non credo, quindi, che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Che cosa ha pensato delle attenzioni che suo padre ha avuto nei confronti di Noemi Letizia, una ragazza che in apparenza non dovrebbe avere alcun vincolo con lui? «Mi ha stupito. È una dimensione che non ha mai fatto parte del mio quotidiano. La mia storia è quella di una ragazza che ha vissuto la sua giovinezza in modo sereno e normale. Non ho mai frequentato uomini anziani. Sono legami psicologici di cui non ho esperienza».
FRANCESCHINI - Poi c’è stato l’affondo del segretario del Pd Dario Franceschini: ’Fareste educare i vostri figli da un uomo come Silvio Berlusconi’. Le parole di Franceschini l’hanno offesa? «Non credo che Franceschini ce l’avesse con noi, figli di Berlusconi. Non è un episodio che ritengo grave o insultante. Credo parlasse di identità culturali diverse. Certo, era un attacco personale e non solo politico a Silvio Berlusconi, perché gli negava la capacità di essere padre. Ci potevano essere margini di ambiguità, le parole di Franceschini erano facilmente travisabili. Per questo mi sono limitata a puntualizzare quello di cui sono fermamente convinta: l’educazione e i valori che mi sono stati trasmessi dalla famiglia, e anche da mio padre, sono quei valori che mi hanno permesso di crescere nel rispetto di me stessa e degli altri. Con il senso della famiglia, l’osservanza delle regole e di tutti quei principi che sicuramente Franceschini avrà cercato di trasmettere ai suoi figli».
IL COMPAGNO - L’estate scorsa Alessandro è stato fotografato con nonno Silvio e nonna Veronica. Quasi il simbolo di una ritrovata unità. «E’ vero - dice la figlia del Cavaliere - la nascita di Alessandro aveva portato grande armonia, e i miei genitori si erano ritrovati intorno al nipotino. E’ stato un momento bello per tutti. Papà tornava a casa più spesso, era un’occasione di contatto in più». Non sposa Giorgio Valaguzza, il padre dei suoi figli? «In questo momento siamo una coppia felice che non avverte l’esigenza del matrimonio. Del resto, nessuno mi ha mai chiesta in moglie. E non sto lanciando un messaggio», sottolinea. Dove vi siete conosciuti? «Otto anni fa, a Porto Rotondo. Colpo di fulmine, ma solo per me. Lui non ne voleva sapere: avevo 16 anni e lui 22, a quell’età le differenze si fanno sentire. Poi, immaginate un ragazzo che esce con una che ha la scorta al seguito. Forse il fatto che Giorgio in tanti anni abbia saputo dirmi parecchi no mi ha convinto che è l’uomo sincero e diretto che ho sempre cercato». Alti e bassi? «Certo. C’è stato tutto - dice Barbara Berlusconi - parecchi scivoloni, quello che accade in una normale coppia giovanissima». Uno di quegli scivoloni ha fatto parlare. I paparazzi la sorpresero fuori da un locale notturno a Milano. Le foto vennero pubblicate in parte dal settimanale Chi, poi da Novella 2000. «Sono gelosa anch’io, e mi è capitato di dover fare buon viso a cattivo gioco. Solo che, se succede a me, è tutto amplificato. In quelle foto non c’era nulla, neanche un bacio. Ho sbagliato io a dargli peso. E il caso è montato. A dirla tutta, in passato ci sono state cose più serie: io e Giorgio ci siamo anche lasciati. Ma continuavo a cercare in altri quello che avevo visto in lui. La verità è che, dopo otto anni, sono ancora innamorata. Lui mi sa capire e mi dà equilibrio».
IL PATRIMONIO - Uno dei tormentoni che riguardano voi Berlusconi è la presunta lotta tra figli per il patrimonio. Che cosa c’è di vero? «A oggi non c’è nessuna lotta. E, se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro». La vicenda del divorzio quanto le pesa, come figlia? «Il dolore è grande, un valore e una realtà si stanno sgretolando. Più forte è il senso dell’unione familiare che uno ha, e nel mio caso è molto forte, più si amplifica la delusione. Ma almeno noi fratelli stiamo vivendo questo momento in età consapevole. Voglio essere vicina a entrambi i miei genitori, perché quello che non traspare all’esterno è che la loro sofferenza è profonda e tocca entrambi». E’ la fine di un grande amore? «Sono sicura che lo sia stato per la mamma. Però di certo - prosegue - in trent’anni di vita insieme, hanno sempre avuto a cuore il reciproco bene». A molti è apparso un matrimonio troppo privato e troppo poco pubblico. Sua madre non ha quasi mai fatto la First Lady. «Mia madre - prosegue - ha avuto un solo grande interesse: tutelare la sua famiglia. Ed è stata una bella famiglia. In questo senso, ha fatto un grande lavoro, con continua dedizione, e non so come ringraziarla. Non è nella sua natura essere una donna pubblica, e con mio padre c’è sempre stato un rispetto reciproco dei ruoli». Qual è il suo futuro lavorativo? «Io lavoro già. Dal 2003 sono nel Consiglio di Amministrazione di Fininvest, ho interessi immobiliari e finanziari e di recente mi sono impegnata nel progetto della galleria Cardi Black Box. Non so se oggi quello che voglio è solo un ruolo diverso nelle aziende di famiglia. Ma ho la passione per l’editoria, e mio padre ha sempre visto in me delle qualità che potevano essere adeguate per questo settore. Lui ha sempre pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei occupata di Mondadori», dice ancora Barbara Berlusconi. Dove va in vacanza? «Per me le vacanze in Sardegna sono sempre state una consuetudine. Con me e Giorgio, a Villa Certosa, verranno alcune coppie di amici con i loro figli. Sarà un’estate serena, in famiglia».
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15/07/2009
Una leggina di 32 pagine per un pittosporo
Una leggina di 32 pagine per un pittosporo
Si trova in un giardino privato di Messina, ha gli anni del suo proprietario. La Gazzetta ufficiale dedica 16 fogli al caso, altrettanti nel Bollettino siciliano
| L'albero nella proprietà del signor Raffa (Francesco Saya) |
ROMA — Sedici pagine sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana e altrettante sul Bollettino ufficiale della Regione siciliana, per migliaia e migliaia di copie: chissà quanti alberi sarebbero stati sacrificati per stamparle, se non fosse per l’uso della carta riciclata. E tutto ciò perché l’intera cittadinanza italiana venga edotta, con meticolosa dovizia di particolari, che un albero di Messina è stato dichiarato per legge di «notevole interesse pubblico ». Avete capito bene: un solo albero.
Bello, bellissimo, da far invidia ai suoi consimili dell’Orto botanico cittadino, dove, dicono gli esperti, non ce n’è uno paragonabile. Ma tutto sommato né unico né particolarmente vecchio.
È un esemplare di Pittosporum tobira, specie vegetale originaria del Giappone, che viene utilizzata per le siepi dei giardini pubblici. Più semplicemente, un pittosporo. Ecco come l’ha descritto il 23 gennaio 2002 Rosa Maria Piccone del Dipartimento di scienze botaniche dell’Università di Messina che fu incaricata di fare una relazione a sostegno della proposta di vincolare la pianta: «L’esemplare da me osservato è un alberello alto circa 4 metri, che ha sviluppato la caratteristica chioma ad ampio ombrello, con un diametro di metri 6,60, quasi perfettamente emisferica... Considerato che questa specie ha una crescita del tronco estremamente lenta, questo esemplare ha sicuramente più di 50 anni di età, probabilmente fra i 70 e i 100 anni». Insomma, stando alla professoressa Piccone si tratterebbe di una pianta appena più anziana del suo padrone, ovvero l’autore della richiesta presentata sette anni fa alla Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali. Perché quell’alberello meraviglioso non si trova sulla pubblica via, bensì in un giardino privato che affaccia sul mare, in via Consolare Pompea, di proprietà del signor Giuseppe Raffa, settant’anni il prossimo 30 novembre. Ex agente di commercio in pensione, spiega: «Perché ho chiesto il vincolo alla Soprintendenza? Me lo consigliarono alcuni esperti. Adesso nessuno potrà tagliare o spostare l’albero».
Certo, non è stato facile. Prima la richiesta alla Soprintendenza, il 16 gennaio 2002. Quindi la relazione di parte. Poi, dopo quasi cinque anni anni, il 20 dicembre 2006, i dirigenti del Soprintendente Rocco Scimone, vergarono un rapporto favorevole. E trascorso un altro anno, si riunì la Commissione provinciale per la tutela delle Bellezze naturali e panoramiche di Messina, che deliberò «all’unanimità » la concessione «di vincolo della bellezza individua» al pittosforo del signor Raffa. Non era finita. Il decreto del «Dirigente del servizio tutela del dipartimento regionale dei beni culturali e ambientali» Daniela Mazzarella, è arrivato soltanto il 20 aprile scorso. Mentre la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana è di lunedì 13 luglio: a quasi otto anni di distanza dalla richiesta. Anche il pittosporo messinese ha così potuto sperimentare sulla propria corteccia la lentezza della burocrazia italiana. Per non parlare dei costi. Timbri, relazioni, riunioni di commissioni, decreti e Gazzette ufficiali stampate in migliaia di copie per decine di migliaia di fogli.
Non senza, però, qualche interessante conseguenza pratica. Per comprenderne la portata bisogna leggere la relazione della Soprintendenza del dicembre 2006, un documento di due paginette dove forse c’è la spiegazione. Poche righe in fondo, per rammentare che ai sensi del secondo comma dell’articolo 138 del codice civile in caso di vincolo accordato al vegetale, «eventuali modifiche, potature straordinarie e ulteriori piantumazioni» dovranno essere autorizzate dalla Soprintendenza. Ma soprattutto che «non si potranno consentire ampliamenti della costruzione retrostante, né la realizzazione di ulteriori corpi di fabbrica nel giardino ». Non c’è che dire. L’ex agente di commercio adesso ha la sua bella assicurazione ecologica. Morale: a questo punto per combattere la cementificazione selvaggia della costa siciliana non resta che piantare pittospori ovunque. E poi chiedere di vincolare il vegetale. Mica fesso, il signor Raffa: «Perché ho chiesto il vincolo? Quando fa molto caldo, sotto quella chioma c’è un fresco incredibile. Non sa che cos’è, d’estate, prender il caffè lì sotto».
Sergio Rizzo
12:20 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: messina, salvare, albero, pittosporo, dichiarato, interesse pubblico, privato, missiva, richiesta, presentata, soprintendeza beni culutari e ambientali | OKNOtizie |
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