25/01/2011

Pdl: «Berlusconi perseguitato dai pm» Pd: «Cavilli di fronte a fatti gravi»

Pdl: «Berlusconi perseguitato dai pm» Pd: «Cavilli di fronte a fatti gravi»

Le posizioni alla Giunta per le autorizzazioni della Camera. Il relatore Leone: «Fumus persecutionis: autorizzazione da negare». Idv: «Vogliono nascondere la verità»

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28/06/2010

Dossier illegali, il gup: Tronchetti inattendibile

Dossier illegali, il gup: Tronchetti inattendibile

Il gup di Milano, Mariolina Panasiti, parla di totale inaffidabilità delle dichiarazioni rese dall'ex presidente di Telecom e ora numero uno di Pirelli nell'ambito del procedimento sui dossier illeciti creati da una struttura interna alle aziende

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Il Gup di Milano, Mariolina Panasiti, parla di totale "inaffidabilità" delle dichiarazioni rese da Marco Tronchetti Provera nell'ambito del procedimento sui dossier illeciti creati da una struttura interna a Telecom e Pirelli.
Nelle motivazioni dell'ordinanza con cui, tra l'altro, ha fatto cadere l'accusa di appropriazione indebita per Emanuele Cipriani e Giuliano Tavaroli, il gup, inoltre, scrive: "L'attendibilità delle dichiarazioni di Tronchetti è risultata gravemente inficiata non soltanto dalle nette smentite alla sua ricostruzione degli avvenimenti fornita dalle contrarie indicazioni rese dagli altri testimoni e, in particolare, da quelli esaminati in fase di udienza; non soltanto da una valutazione logica degli avvenimenti, che conduce a ritenere che le operazioni sopra descritte ( i dossier illeciti, ndr) non potevano essere frutto di una attività autoreferenziale di Tavaroli, bensì di un pieno e soddisfatto interesse aziendale e di Tronchetti in particolare; non soltanto dall'analisi della documentazione rinvenuta quale sopra riportata; ma anche da alcune affermazioni pervenute dal predetto in udienza, che icasticamente descrivono quello che è stato durante tutte le indagini l'atteggiamento processuale del Presidente delle due società, sintetizzabile in una radicale negatoria anche degli aspetti più evidenti della vicenda, che assai difficilmente poteva non conoscere, proprio perché verificatisi in entrambe le aziende da lui dirette".


19/12/2009

Pasta troppo cara: produttori convocati di nuovo da Mr Prezzi

Pasta troppo cara: produttori convocati di nuovo da Mr Prezzi

 

Cibo Il procedimento avviato dal Garante. Aumentata dieci volte più del grano

 

La rivolta con­tro il caro pasta continua. Questa volta i dati parlano da soli. Nell’ottobre 2006 un chi­lo di frumento duro (la mate­ria prima) costava 0,15 euro, un chilo di semola (il semila­vorato) costava 0,27 euro, un chilo di pasta era venduta a 1,18 euro al consumatore. A fi­ne novembre di quest’anno al­l’origine il prezzo era salito a 0,18 euro (+4,2%), quello al­l’ingrosso a 0,31 euro (+7,1%), quello al consumo a 1,65 euro (+39,7%).

Ma anche la dinamica dei tre andamenti, come mostra l’elaborazione del Garante sui Prezzi su dati Istat ed Ismea, è significativa. A un certo punto, tra marzo e maggio 2008, dopo un perio­do di impennata, i prezzi del­la materia prima e quelli al­l’ingrosso cominciano a scendere, i prezzi al detta­glio invece continuano a sali­re e poi si stabilizzano. «In genere se i prezzi all’ingros­so scendono per un periodo di tempo congruo, in un mercato concorrenziale qual­cuno si differenzia e al detta­glio diminuisce i prezzi. In­vece con la pasta non acca­de: gli attori si muovono tut­ti insieme, nonostante la frammentazione del merca­to. Vuol dire che c’è qualco­sa che non va», afferma Mr Prezzi Roberto Sambuco.

Nell’ultimo anno è succes­so qualcosa di ancora più evi­dente. I dati dicono che a no­vembre il prezzo della pasta sugli scaffali dei negozi è di­minuito del 4,7% sull’ottobre 2008, ma nel frattempo la ma­teria prima è crollata del 30,5% e la semola del 26,6%. Come dire: la fiammata dei prezzi dei cereali si è spenta, ma i prezzi della pasta non so­no diminuiti o non sono dimi­nuiti abbastanza. E questo do­po la prima indagine del Ga­rante dei prezzi, seguita da una serie di tavoli con i pro­duttori, dopo l’indagine del­l’Antitrust, culminata con una multa per 12,5 milioni di euro a 24 pastifici e due asso­ciazione del settore, poi con­fermata a fine ottobre anche dal Tar, che ha respinto il ri­corso dei pastifici. Ecco perché il Garante dei prezzi, dopo aver completato la nuova indagine sull’anda­mento dei prezzi degli ultimi 12 mesi, si prepara a una nuo­va offensiva contro i produtto­ri di pasta. «A gennaio convo­cheremo di nuovo i pastai e tutte le parti interessate della filiera a un tavolo. Nel frattem­po ci attiviamo, perché la dina­mica sui prezzi è opaca e sicu­ramente non virtuosa. Sembra prefigurarsi un comportamen­to dannoso nei confronti dei consumatori». In pratica? «Speriamo che si ripeta quan­to accaduto con gli Sms. Il prezzo massimo era fuori mi­sura, perciò abbiamo chiesto agli operatori di intervenire, al­trimenti lo avremmo fatto noi. E alla fine si sono adeguati».

Là c’era una direttiva Ue da rispettare, qui no. Però Mr Prezzi sembra pronto a inter­venire comunque. Anche a co­sto di ricorrere all’uso della Guardia di Finanza, dopo l’in­tervento nei giorni scorsi con incursioni nelle maggiori aziende, su incarico della Pro­cura della Repubblica, che ipo­tizza il reato di manovre spe­culative. E intenzionato, se i pastai non cederanno, perfino a presentare una riforma del mercato, come ha già fatto con i carburanti, riforma ades­so allo studio del governo.

Giuliana Ferraino


01/09/2009

Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»

Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»

 

Boffo, i vescovi sapevano da tempo Cei: "Dovrebbe valutare le dimissioni". Su Avvenire tre pagine dedicate allo scontro con Il Giornale. Scavo: tutto scritto da mani abili, niente affatto disinteressate.


 

Terni - Il fascicolo di condanna c'è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Guido Boffo e del pagamento dell'ammenda massima prevista: 516 euro per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.

Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo "non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali": a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.

La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base - secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo - venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.

Mogavero (Cei): "Messaggio mafioso" "Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato". Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier "una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso". Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa. Se infatti - spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici - dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi".

Pensare alle dimissioni "Se ritiene che tutta la vicenda - dice monsignor Mogavero - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa.... Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti".

Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude -, ma non la proprietà".

30/01/2009

Caso Vivi Down, Google va a processo «In ballo c'è la libertà della Rete»

Caso Vivi Down, Google va a processo «In ballo c'è la libertà della Rete»

 

La prima udienza a milano il 3 febbraio. Il procedimento per il video di cyberbullismo del 2006. L'associazione: «Non vogliamo la censura»

 

 

MILANO - In Italia i precedenti processuali non fanno giurisprudenza. Eppure la sensazione è che quanto verrà fuori dal processo che vede imputati quattro dirigenti di Google per il cosiddetto “caso Vivi Down” stabilirà un forte punto di riferimento su quello che si potrà fare, e non si potrà fare, in Rete in Italia.

Il “caso” in questione risale al 2006 e riguarda un video caricato su Google Video – servizio di video sharing al pari di YouTube, sempre di proprietà di Mountain View – dove si vede un ragazzo affetto da Sindrome di Down sbeffeggiato e picchiato da alcuni compagni di classe. Un caso particolarmente odioso di cyberbullismo che ha fatto partire una denuncia dall’associazione milanese Vivi Down. Pochi giorni dopo era scattata una perquisizione nella sede di Google Italia e due anni dopo, nel novembre del 2008, è arrivata la notifica: quattro dirigenti della multinazionale americana saranno processati per diffamazione e violazione delle tutele sulla privacy .
La prima udienza sarà martedì prossimo, il 3 febbraio, e l’attesa è molta. E non solo da noi: del caso si sono occupate le principali testate giornalistiche di tutto il mondo, anche perché, come spiegano da Google Italia, «non ci sono casi simili in altri Paesi occidentali». Motivo per il quale Google Italia ha voluto incontrare alcuni giornalisti per poter spiegare la propria posizione in merito al caso, prima che la parola passi definitivamente alle sedi del tribunale di Milano.

Un manifesto di presentazione dell'associazione Vivi Down
Un manifesto di presentazione dell'associazione Vivi Down
L’avvocato Marco Pancini, responsabile dei Rapporti istituzionali per la sede italiana, ci tiene subito a specificare che in materia è stata fatta molta confusione, a causa anche della mancanza di una legislazione adeguata. «L’ottica adottata è quella che si riferisce ai vecchi mezzi di comunicazione», spiega Pancini. «Da cui l’idea, sbagliata, che il provider di servizi in Rete sia oggettivamente responsabile dei contenuti ospitati sulle proprie piattaforme». Nel caso di Google Video prima, e di YouTube ora, una responsabilità che secondo i referenti italiani della multinazionale non può minimamente essere presa in considerazione.

Le ragioni sono due. La prima, che potremmo definire “tecnologica”: ogni minuto nel mondo vengono caricate sul sito di video sharing qualcosa come 13 ore di video, che non potrebbero tecnicamente essere soggette a una “visione informata” da parte del provider. L’altra ragione, “filosofica”, è quella su cui punta Google Italia: «Noi forniamo gli strumenti agli utenti, la responsabilità di quello che mettono online è loro», specifica Marco Pancini. «Non potremmo mai arrogarci il diritto di scegliere cosa può andare bene e cosa no sulla Rete. Con questo non vogliamo sfuggire alle nostre responsabilità, ma è importante capire che ci troviamo di fronte a una rivoluzione culturale e noi, come Google, siamo i pionieri di questa innovazione». L’idea forte è proprio quella delle conseguenze sul mondo Internet di questo e altri casi, diversi, che vertono sulla libertà dei contenuti che girano sul Web, dunque la libertà della Rete in generale.


L’esempio di confronto, portato dall’avvocato Pancini, tira in ballo il blogger più cliccato d’Italia, Beppe Grillo: «Lui usa la nostra piattaforma, Blogger, ma non per questo noi gli diciamo che cosa scrivere, né possiamo essere responsabili di quello che scrive sul suo blog». Ma il solo sgravarsi dalle accuse non sarebbe una politica perseguibile dall’azienda “politically correct” fondata da Brin e Page. Nessuna responsabilità dunque, ma anche una partecipazione attiva a rendere il Web un posto migliore: attività e pubblicazioni volte all’educazione degli utenti di Internet, strumenti di autoregolamentazione – come per esempio i link per segnalare l’inopportunità dei contenuti visionati online – e la presenza attiva nella repressione del crimine informatico. Così come Google, per esempio, sta facendo in Brasile con la polizia e le Ong locali contro i gruppi pedopornografici.

Ma le accuse rimangono: concorso in diffamazione, «perché non impedire un evento equivale a cagionarlo», spiega tecnicamente Guido Camera, l’avvocato che segue la causa per conto di Vivi Down. Quindi il non corretto trattamento sia dei dati personali sia della loro protezione. «Con in più la responsabilità civile», continua l’avvocato Camera, «di non aver rimosso il video dal sito se non dopo l’intervento della polizia giudiziaria». Il filmato in questione, infatti, è rimasto a disposizione degli utenti di Google Video per quasi due mesi, dall’8 settembre al 7 novembre del 2006, malgrado diverse segnalazioni inviate dagli utenti stessi.

«La nostra battaglia, perché di questo si tratta», spiega Camera, «non è finalizzata a ottenere un risarcimento, e certo non la portiamo avanti in nome di una censura su Internet. Vogliamo invece batterci contro un sistema, nuovissimo e dalle molte implicazioni sociali, che riteniamo fortemente migliorabile nelle molte zone d’ombra che ancora presenta». Secondo Vivi Down, dunque, il processo contro Google sarebbe importante anche in caso di sconfitta in aula. Perché anche così si parla, si è parlato e si parlerà del tema, e del buco normativo che a riguardo dei contenuti online abbiamo in Italia. Conclude Camera: «Potremmo anche arrivare, nel corso del dibattito, a un intervento del Parlamento per modificare o comunque migliorare le leggi italiane».

 L'articolo pubblicato nel 2006

il filmato è rimasto in rete dall'8 settembre al 7 novembre del 2006. Video online del down vessato a Torino. A giudizio quattro manager di Google. Dovranno rispondere di concorso in diffamazione e violazione della legge sulla privacy

MILANO - Quattro manager di Google citati a giudizio: sono accusati di concorso in diffamazione e violazione della legge sulla privacy in relazione al video, disponibile su Internet dall'8 settembre al 7 novembre del 2006, che mostrava gli abusi subiti da un ragazzo down dai compagni di scuola nella sua classe di un istituto tecnico di Torino.

LA DENUNCIA DI VIVIDOWN - Il Pm di Milano, Francesco Cajani, ha chiuso ora le indagini e firmato il decreto di citazione diretta a giudizio per i quattro dirigenti. I quattro, David Carl Drumond, all'epoca dei fatti presidente del Cda di Google Italia, George De Los Reyes, membro del Cda e poi adelegato di Google Italia, Peter Fleitcher, responsabile delle politiche sulla privacy per l'Europa di Google Inc e Arvind Desikan, responsabile del progetto «Google video» per l'Europa. A dare il via all'indagine era stata la denuncia dell'Associazione Vividown, dovranno comparire, il prossimo 3 febbraio, davanti al giudice monocratico della Quarta sezione penale di Milano, per difendersi dalle accuse.