08/06/2009

Noemi a Fiorello: la politica non fa per me

Noemi a Fiorello: la politica non fa per me

 

SU TV Sorrisi e Canzoni L'INTERVISTA DELLA 18ENNE. La giovane di Portici risponde alle provocazioni del mattatore su Sky: «Ho altre ambizioni»

 

 

Noemi Letizia vota, accompagnata dal padre e dalla madre, e al seggio, a Portici (Napoli) scoppia una polemica sulle procedure adottate. Quando è arrivata le porte sono state chiuse, per il tempo del voto, e si sono registrati momenti di tensione, con forti proteste dei giornalisti, anche a causa della decisione di accogliere la richiesta della giovane di farsi accompagnare fino all'urna dal padre, Benedetto Letizia, estraneo al seggio perché iscritto in altra sezione (Controluce)


NAPOLI - Noemi Letizia non entrerà in politica. Ad annunciarlo è la diretta interessata, che in un'intervista concessa a Tv Sorrisi e Canzoni, ha spiegato: «La politica? Non fa per me. Mi spiace deludere Fiorello, ma nel mio futuro non ci sarà un ingresso in politica. Ho altre ambizioni». La 18enne di Portici, al centro delle polemiche nelle ultime settimane per l'amicizia con il premier con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha risposto così alle provocazioni del mattatore di Sky, che alla vigilia delle elezioni, l’aveva indicata come protagonista politico della migliore campagna elettorale.

LA BATTUTA E LA REPLICA - «Se dovessi votare il politico che ha fatto la miglior campagna elettorale - aveva dichiarato Fiorello - voterei per Noemi. L'unica faccia che si vede in giro è quella di Noemi, di sua madre, suo padre, dell'ex fidanzato e anche del salumiere e del verduraio di Noemi». «Per me è un onore essere citata da Fiorello - ha detto Noemi -. È un mito e spero mi inviti al suo show. Ci andrei a piedi. Però lo preferivo quando aveva il codino. Era più figo. Ma gli anni passano per tutti».

 

(Controluce)

 

(Ansa)

 

BAGARRE AL SEGGIO - Noemi Letizia vota, accompagnata dal padre e dalla madre, e al seggio, a Portici (Napoli) scoppia una polemica sulle procedure adottate. Quando è arrivata le porte sono state chiuse, per il tempo del voto, e si sono registrati momenti di tensione, con forti proteste dei giornalisti, anche a causa della decisione di accogliere la richiesta della giovane di farsi accompagnare fino all'urna dal padre, Benedetto Letizia, estraneo al seggio perché iscritto in altra sezione.

 


03/04/2009

Portaborse, 6 su 10 in «nero» L’Italia non imita l’Europa

Portaborse, 6 su 10 in «nero» L’Italia non imita l’Europa

 

Fini e Schifani: prassi inaccettabile. Ma basterebbe copiare la nuova norma Ue. Disattesi gli impegni presi nella scorsa legislatura. Il presidente del Senato giura: soluzione in arrivo

 

«Il portaborse», film di Luchetti con Nanni Moretti e Silvio Orlando
«Il portaborse», film di Luchetti con Nanni Moretti e Silvio Orlando

Evidenziare tutto, copia­re, incollare. Ecco cosa dovrebbero fare, Camera e Se­nato, per dare una prova di se­rietà sui portaborse: prende­re le nuove regole dell'Ue e adottarle uguali identiche. L'immagine offerta ancora una volta in questi giorni, con centinaia di assistenti sot­topagati che lavorano in nero dentro i «templi della demo­crazia », infatti, non fa onore ai nostri rappresentanti. I quali, in questa faccen­da, sono recidivi.

Ricordate cosa assicurava­no le notizie di agenzia del 13 marzo 2007, dopo lo scop­pio dello scandalo dovuto ai servizi delle «Iene» che ave­vano dimostrato come dei 683 collaboratori accreditati alla Camera solo 54 avessero un contratto regolare? Te­stuale: «La Presidenza della Camera ha approvato sta­mattina la delibera che met­te fine all’anarchica situazio­ne dei collaboratori parla­mentari. L’impegno a sana­re i numerosi casi dei 'porta­borse in nero' era stato pre­so dai presidenti delle due Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini». Tutto già fatto, pareva: «I deputati hanno due mesi di tempo per conformarsi alla nuova procedura: dovranno, cioè, consegnare una copia del contratto stipulato e appro­vato da un consulente del la­voro. Il contratto potrà esse­re stipulato anche con quei collaboratori che abbiano già un rapporto di lavoro con un soggetto terzo legato a sua volta al deputato, al partito o al gruppo parla­mentare di riferimento».

Chiacchiere. Promesse fat­te per guadagnare tempo aspettando che l’indignazio­ne dei cittadini si placasse. Esattamente come era già successo con l’intimazione ai deputati di due anni pri­ma: «I rapporti di collabora­zione a titolo oneroso do­vranno essere attestati, al momento della richiesta di accredito, mediante la conse­gna agli uffici di copia del re­lativo contratto». Pochi me­si e come previsto, nel luglio 2007, arrivò infatti l’aggiu­statina: oltre a quelli con re­golare contratto avrebbero potuto avere il tesserino di accesso ai palazzi della politi­ca anche «persone che svol­gano attività di tirocinio for­mativo» e poi «soggetti tito­lari di reddito da pensione» e poi «dipendenti di enti pubblici o privati che dichia­rino di svolgere attività di collaborazione a titolo non oneroso in favore del deputa­to... ». Insomma: tutti.

Il servizio di Marco Occhi­pinti e Filippo Roma per il programma di Italia Uno è sferzante. Spiega che certo, ci sono diverse eccezioni. Come quella dell’assisten­te di Santo Versace, che si chiama Massimo Migliosi e dice che sì, è vero, lui è in regola: «Ma sono uno dei pochi». E gli altri? La mag­gior parte lavora in nero. Guadagnando dai tre ai set­tecento euro. Su 516 porta­borse accreditati, solo 194 hanno un contratto e quin­di uno stipendio Gli altri 322, cioè il 62 %, non hanno un contratto e quindi niente stipendio.

Proprio come due anni fa. Quando, per esempio, il na­zional- alleato Carlo Ciccioli spiegava romanescamente: «La politica ha dei grossi co­sti. Quindi ognuno s’aran­gia ». Cioè? Rispose che lui «s’arangiava» allungando ai collaboratori qualche bi­gliettone: «Quattro o cin­quecento euro ar mese pe’ fa ’na cosa. Quattro o cin­quecento pe’ fanne ’n’an­tra... ». Eppure, in aggiunta all’indennità e a tutte le al­tre voci, i parlamentari pren­dono ogni mese 4.678 euro al Senato e 4.190 alla Came­ra proprio perché paghino dignitosamente i collabora­tori. Il guaio è che, di fatto, nessuno chiede loro di di­mostrare che girano effetti­vamente quei soldi agli assistenti. Tanto che il senatore di An An­tonio Paravia, avendo chiesto lu­mi al segretario generale di Palaz­zo Madama An­tonio Malaschi­ni, si era visto ri­spondere che «il contributo per il supporto di attività e compiti degli onore­voli senatori connessi con lo svolgimento del mandato parlamentare, ero­gato mensilmente, non ha alcun vincolo di destinazio­ne rispetto a eventuali pre­stazioni lavorative rese da terzi o a possibili configura­zioni contrattuali». Tradu­zione: la scelta di come com­portarsi spettava solo al par­lamentare.

Le cose, da allora, sono ri­maste sostanzialmente intat­te. L’unica vera differenza è che questa volta, quando si sono trovati sotto il naso il microfono delle «Iene» (che mandano in onda le intervi­ste stasera) i presidenti del­la Camera e del Senato han­no almeno evitato di manife­stare lo stupore che due an­ni fa mostrò Fausto Berti­notti dicendo: «Non lo sape­vo». Loro sì, ammettono di saper bene qual è l’andazzo. Gianfranco Fini, dopo aver riconosciuto che «da un punto di vista morale è un comportamento poco onore­vole, una formula molto di­plomatica per dire che è un comportamento inaccettabi­le», dice che occorre «verifi­care che chi entra alla Came­ra, dichiarando di essere col­laboratore di quel tal depu­tato, abbia un contratto di lavoro» perché «non devo­no esserci volontari. O me­glio... in molti casi il volon­tario è un lavoratore in nero e questo è inaccettabile». Quanto a Renato Schifani, giura che proprio «in questi giorni» stanno «discutendo in commissione» una legge da far approvare in commis­sione «senza che passi dal­l’aula, quindi in tempi mol­to brevi», per regolamenta­re la faccenda «una volta per tutte». Magari introdu­cendo un «albo» dei porta­borse e imponendo final­mente un «contratto di tem­po determinato e di lavoro subordinato» con «diritti e doveri e funzioni» e «regole contrattuali», limiti di ora­rio, retribuzione minima e massima...

Auguri. Manca però, pare di capire, un punto centrale. Quello adottato dall’Euro­pa. Dopo varie polemiche, come sui casi di Giles Chi­chester (il capogruppo dei conservatori inglesi costret­to a dimettersi perché aveva trovato il modo di passare i soldi a una società di paren­ti) o di Umberto Bossi (che aveva fatto assumere da due eurodeputati leghisti suo fratello Franco e suo fi­glio Riccardo), l’Europarla­mento ha infatti deciso di svoltare. E se già il sistema era più rigido che in Italia vi­sto che l’europarlamentare doveva presentare le pezze d’appoggio (tipo un contrat­to di assunzione o di consu­lenza) per avere i soldi desti­nati agli assistenti, da giu­gno sarà ancora più difficile da aggirare.

Il parlamento Ue ricono­sce che chi viene eletto a Strasburgo ha diritto a sce­gliersi dei collaboratori di fi­ducia. Non sempre il deputa­to sa le lingue, non sempre è padrone dei regolamenti d’aula, non sempre conosce le diverse materie. Ed è giu­sto che si porti dietro qual­cuno di cui si fida. Di più: l’Europa, sapendo quanto sono costosi i viaggi e gli af­fitti a Strasburgo e tutto il re­sto, è generosa. E arriva a dare 17 mila euro al mese (uno sproposito, se fossero dati a Roma) per lo staff di ogni deputato. Ma, ecco il nodo, il parlamentare quei soldi non li vedrà più nean­che in transito. Le persone di fiducia da assumere con un contratto a tempo legato al mandato dell’eurodeputa­to dovranno avere la laurea (o almeno il diploma e una buona esperienza), verran­no inquadrate con stipendi stabiliti in base a 19 diversi livelli di professionalità. Ma soprattutto saranno pagate direttamente dal Parlamen­to. Risultato, per il parla­mentare rispettoso delle re­gole non cambierà nulla ma quello furbo non potrà più giocare: i soldi per i collabo­ratori devono andare ai col­laboratori.

Sono anni che gli assisten­ti parlamentari italiani chie­dono esattamente questo. E su questo si vedrebbe davve­ro una svolta anche a Roma. Ma quanti, al di là delle pa­role, vorrebbero davvero darsi queste regole europee rinunciando a quella voce che di fatto, per tanti, è vi­sta come un benefit in più in busta paga?

Gian Antonio Stella