29/01/2010
Lucio Dalla: «Qui ci vuole Prodi. Questa è una città depressa»
Lucio Dalla: «Qui ci vuole Prodi. Questa è una città depressa»
Bologna e le dimissioni del sindaco. Il cantautore: «Delbono non doveva andarsene». «So che intende fare il professore, ma lui è l’uomo giusto»
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| Lucio Dalla (Epa) |
BOLOGNA — Il bolognese più famoso al mondo sta preparando la sua casa, a un passo da san Petronio, per accogliere Mimmo Paladino, Luigi Ontani e altri amici scultori e pittori, in arrivo qui per Artefiera. La scrivania del suo studio ha un abbaino che dà sui tetti di Bologna, dove da ragazzo gli capitava di passare intere notti, come i gatti, «a sentire il profumo dei mangiari, i discorsi della gente, i rumori della città».
Lucio Dalla, cosa dice la città?
«Che qui ci vuole Romano Prodi. È un’idea che non è venuta solo a me. I bolognesi lo vogliono. Io l’ho sempre stimato, e soprattutto lo stima la gente. Prodi è stato un buon presidente del Consiglio; sarebbe un buon sindaco».
Lui fa sapere di non pensarci neanche.
«Temo anch’io che questa sia la sua attitudine, che voglia fare il professore, l’uomo che pensa. Però, al punto in cui siamo, o spunta fuori un giovane che ci sorprende, oppure Prodi è l’uomo giusto. Fare il sindaco è un mestiere difficilissimo, molto più che il politico. Per affrontare una realtà fluttuante come una città, per giunta in crisi, ci vuole una personalità fuori dall’ordinario: esperta, decisa, coraggiosa. Uno che "senta" Bologna».
Lei come «sente» oggi Bologna?
«Depressa, per la consapevolezza di non essere più la città di un tempo. Non si compiace neppure più di quel che rappresenta nell’immaginario italiano: la città dotta, grassa, godereccia. Non è più capitale culturale; infatti i concerti e le mostre importanti la "saltano". A parte Artefiera, tutto è dimesso. Fané. La vicenda Delbono è grave proprio perché destabilizza una situazione già impoverita dalla scarsità di energia sociale e politica ».
Come valuta il quinquennio di Cofferati?
«Non ha lasciato il segno, ma non mi sento di incolpare lui. Al di là del giudizio sull’uomo, Cofferati ha avuto il coraggio di scelte che non hanno giovato alla sua popolarità ma neppure intaccato la sua coerenza. Io ho lavorato con lui, come avevo fatto con Guazzaloca e stavo facendo con Delbono—le regie al teatro comunale, l’impegno per Bologna capitale Unesco della musica—perché posso permettermi di non essere pagato e perché amo la mia città. Il concerto di due anni fa è stato l’ultimo sussulto. Patti Smith venne in ricordo del suo concerto trionfale del ’78. C’erano anche Renato Zero e la Nannini, che a Bologna hanno casa, come Biagio Antonacci e Antonio Albanese, l’attore. Vengono, si fermano qualche giorno, hanno l’impressione di ritrovare l’effervescenza di un tempo. Poi si rendono conto che non è così, e ripartono».
Che idea si è fatto del caso Delbono?
«Non ho alcuna informazione specifica, ma mi pare sbagliato dimettersi per una vicenda del genere. Il sindaco sta pagando molto cara una leggerezza. La gente non sa spiegarselo: tutti parlano di un gesto di sensibilità, di dignità; ma, se Delbono è stato indotto a un passo così grave, è possibile che dietro ci sia qualcosa di più importante. La risposta ce la darà il tempo, e la magistratura. Comunque su di lui non ho cambiato idea. Non lo conosco nel profondo. Abbiamo pranzato insieme, emi è parsa una persona deliziosa, che aveva iniziato con il passo giusto. Ora siamo senza sindaco. Ammiro Firenze, che ha trovato in Matteo Renzi un giovane di sicuro avvenire».
L’addio di Delbono segna la fine di un sistema già intaccato dalla sconfitta del ’99 e dalle difficoltà di Cofferati?
«Più che la fine di un sistema, vedo la crisi della città. Un declino che comincia da lontano, dai giorni duri del ’77, quando si passò dall’esplosione degli Anni Sessanta all’implosione. Prima, il comunismo bolognese era integrità. La gente ci credeva. La classe operaia coltivava una visione utopica, coniugata però con le esigenze dell’amministrazione: le scuole, lo sviluppo, le cooperative, l’università; e le banche tedesche stringevano accordi con la finanza locale. Un’utopia quotidiana. Che si autocelebrava in piazza Maggiore, sempre piena, sempre colorata di bandiere rosse. Poi, con la violenza, i carri armati nelle strade, la rottura tra le due sinistre — quella al potere e quella di piazza —, qualcosa si è perso per sempre. Non era solo uno scontro generazionale, tra i giovani e la struttura del partito; era la fine di uno schema politico che aveva retto per decenni».
In questi giorni è stato citato spesso il verso di una sua canzone, «nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino», per indicare una città- famiglia.
«Una città che non esiste più. Il centro di Bologna era davvero una comunità, luogo di discussioni pubbliche, di capannelli, di pazzi: i famosi pazzi di Bologna. Poi c’era il liceo Galvani, dov’erano passati Pasolini, Roberto Roversi, Volponi, Alfonso Gatto: scrivevano talmente bene che i professori non riuscivano a dare i voti ai loro temi, avevano inventato il 12 e anche il 13. Un luogo leggendario per la letteratura. Oggi Bologna non è più una città-famiglia, dalla bonomia intelligente. Resta straordinaria per certi aspetti, ad esempio gli investimenti sul sociale. Ma è disorientata. Produce sempre meno idee. Vive un senso quasi di panico, certo di disillusione».
Bersani come le sembra?
«In tv lo vedo deciso, ragionevole, comprensibile. Uno che non ha nulla da nascondere. Però sono contento per Vendola, che ha infranto regole e ordini superiori per seguire il proprio destino».
A Bologna non sarebbe meglio l’alternanza? Com’è la destra locale?
«Non sono dentro queste cose. Ma considero inutili gli steccati, gli schieramenti; mi sta a cuore la città. A Lampedusa ho conosciuto la senatrice leghista, Angela Maraventano, e mi ha colpito il fatto che sia eletta qui a Bologna. La tendenza si fa sempre più evidente: gli operai sono i nuovi migranti delle idee, e stanno lasciando in massa la sinistra per la Lega».
Aldo Cazzullo
Fonte: corriere della sera
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06/05/2009
Class action: verso l'abolizione della retroattività con un emendamento
Class action: verso l'abolizione della retroattività con un emendamento
Brutte notizie per i truffati Parmalat e Cirio. Lo ha presentato il Pdl. L'azione era stata introdotta dalla Finanziaria 2008 di Prodi, mai entrata in vigore
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| Callisto Tanzi, ex patron della Parmalat, al processo a Milano (Emblema) |
ROMA - Ulteriori brutte notizie per i truffati Parmalat, Cirio e bond argentini. La class action (la possibilità di un'azione legale comune e non individuale) potrebbe essere introdotta senza però valore retroattivo. «C'è un emendamento in questo senso del Pdl», lo riferisce al Senato il relatore al disegno di legge sviluppo, Antonio Paravia (Pdl). Secondo il testo del ddl uscito dalla commissione Industria, sono possibili azioni di classe contro frodi messe in atto a partire dal luglio 2008. Con l'emendamento della maggioranza si cancellerebbe anche questa breve retroattività. L'emendamento sarebbe contenuto in un fascicolo aggiuntivo ancora non diffuso a palazzo Madama. Il provvedimento già riconosceva il diritto al risarcimento solo ai singoli cittadini che avevano denunciato l'illecito e non a tutti coloro che avevano subito il danno.
RINVII - La class action era stata introdotta nella Finanziaria 2008 dal governo Prodi e fortemente osteggiata dalla Confindustria, sarebbe dovuta partire inizialmente nel giugno dello scorso anno, ma il governo Berlusconi ha predisposto prima uno slittamento al 1° gennaio 2009 per avere il tempo di modificarne l'impianto normativo, poi una seconda dilazione sino alla fine di giugno 2009.
PARMALAT -Proprio grazie a una class action, negli Stati Uniti la Parmalat all'inizio di maggio 2008 ha dovuto versare agli aventi diritto 10,5 milioni di azioni della compagnia italiana per un valore all'epoca di 23,8 milioni di euro.
PROTESTE - «Ogni altro rinvio della class action significa continuare ad andare a braccetto con bancarottieri, truffatori e furbetti del quartierino, cioè con tutti quelli che si disinteressano delle regole del mercato», ha affermato il capogruppo dell'Idv in commissione Finanze al Senato, Elio Lannutti. «Già nell'attuale formulazione sono esclusi illeciti gravissimi come quelli conseguenti agli scandali Cirio, Parmalat e bond argentini, tagliando fuori più di un milione di risparmiatori». Secondo il capogruppo del Pd alla commissione Industria, Filippo Bubbico, «la riformulazione sulla class action è vergognosa».
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24/03/2009
Prodi: «Silvio mi tolga dalla matrioska»
Prodi: «Silvio mi tolga dalla matrioska»
Polemica sul gadget per la nascita del pdl. Il Professore: «Io l'unico a batterlo, nella bambolina dei leader sconfitti non ci sto»
| Il gadget matrioska |
BOLOGNA — No, nella matrioska degli sconfitti da Silvio Berlusconi, Romano Prodi non ci vuole proprio entrare. «E vorrei anche vedere! Sono stato io che l'ho battuto due volte e, se non sbaglio, penso anche di essere stato l'unico a riuscirci. Da dove salta fuori questa storia che io sarei tra gli sconfitti?». Salta fuori dal congresso del Pdl dove circola una sorta di matrioska-gadget raffigurante un Berlusconi che contiene tutti i leader del centrosinistra: dovrebbe essere, nelle intenzioni del parlamentare forzista Giorgio Stracquadanio, che ha lanciato l'idea, una sorta di metafora del cannibalismo elettorale del Cavaliere, capace, come lo stesso premier ha affermato dopo la vittoria elettorale contro Soru, di «mandare a casa in 15 anni sette leader diversi del centrosinistra».
I sette sconfitti, almeno stando all'esegesi del pensiero berlusconiano, dovrebbero essere: Occhetto, Prodi, D'Alema, Amato, Rutelli, Fassino e Veltroni. Ora, a parte la considerazione che le sfide elettorali vinte da Berlusconi sono state solo 3 (con Occhetto nel '94, con Rutelli nel 2001 e con Veltroni nel 2008), resta il divertito stupore prodiano: «Io cosa c'entro? ». Eh no, il Professore non ci sta a farsi sfilare quella che per gli antiberlusconiani è più di una medaglia. L'ha battuto nel '96. Ha bissato dieci anni dopo. Ne è orgoglioso, l'uomo dell'Ulivo. E non lo ha mai nascosto. Durante la campagna elettorale del 2006, per spronare i suoi, Prodi ha spesso parlato di «miracolo», di «impresa durissima», consapevole, com'era, della sproporzione mediatica tra lui e l'avversario.
Perfino il Financial Times, all'indomani della vittoria del 2006, parlò del Professore come di «un politico sottovalutato», ma che alla fine portava a casa il risultato. Non ha mai perso un'elezione, Prodi, sin da quando, negli anni Sessanta, si candidò poco più che ventenne al Consiglio comunale di Reggio Emilia, venendo eletto. «Il mio problema, semmai, non sono gli avversari, ma i cosiddetti amici», disse una volta, con riferimento ai vari Bertinotti e Mastella di turno. Un orgoglio amaro nel ricordo delle due vittorie: «Ho vinto, sì, con il Cavaliere, ma per due volte sono stato però mandato a casa. Bella soddisfazione!». Comunque, dice ora stando al gioco, quella matrioska è, e resta, sbagliata: «Se proprio volete saperlo, anch'io ne ho una in casa, che viene dalla Russia: c'è un Prodi grande-grande che contiene un Berlusconi più piccolo e un minuscolo Amato...».
Francesco Alberti
11:39 Scritto in POLITICA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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