20/06/2011
Angelina Jolie in visita a Lampedusa
Angelina Jolie in visita a LampedusaMissione umanitaria. La star, ambasciatrice Onu di buona volontà, incontra i profughi insieme con l'alto commissario per i rifugiati
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03/06/2011
L'Onu: «Sono annegate 150 persone ma nessun recupero delle salme»
L'Onu: «Sono annegate 150 persone ma nessun recupero delle salme»Le condizioni meteo impediscono operazioni di soccorso, ci sarebbero altri 200 dispersi. In un primo momento si è perlato di salme ripescate nel Mediterraneo, ma poi Tunisi ha smentito
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16/05/2011
Frattini: «Il regime ha le ore contate»
Frattini: «Il regime ha le ore contate»Intervento telefonico a «mattino 5». Il ministro degli Esteri: «Segnali arrivano esponenti del governo di Tripoli. Con l'Onu si cerca una via d'uscita»
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31/03/2011
Sono 3.731 gli immigrati a Lampedusa Berlusconi: «Tunisi non rispetta accordi». Naufraga un gommone, undici vittime
Sono 3.731 gli immigrati a Lampedusa Berlusconi: «Tunisi non rispetta accordi». Naufraga un gommone, undici vittimeIl dato è stato fornito dal sindaco dell'isola, Bernardino de Rubeis. All'alba partiti 1.716 migranti con la nave Excelsior, poi è salpata la «Catania» con 600 migranti.Dirette a Taranto. Naufragio: l'intervento e le indagini della Guardia Costiera. A bordo migranti dell'Africa subsahariana. Tra i morti anche un bambino. Dubbi sul racconto dei profughi.
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18/08/2010
«Profughi? Sobillati dai no global»
«Profughi? Sobillati dai no global»Torino Il sindaco pronto a vendere l'edificio occupato. «Noi li aiutiamo, ma adesso i fondi sono finiti». Chiamparino sfida l'Onu: vadano via. La portavoce Boldrini: li rispetti
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11/05/2009
Pakistan, un milione di profughi in fuga
Pakistan, un milione di profughi in fuga
La tragedia dei civili coinvolti nell'offensiva contro i terroristi. La battaglia nella valle di Swat contro i talebani provoca la fuga verso campi d'accoglienza: allarme umanitario
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| (Muhammad Sajjad) |
MARDAN (PAKISTAN) — Sono arrampicati a grappoli sui cassoni dei camion colorati. Le auto hanno i portapacchi sul tetto carichi all’inverosimile di valigione tenute assieme da corde di canapa, e poi coperte, secchi, pentole, e materassi, soprattutto materassi per i bivacchi dei prossimi giorni. All’interno degli abitacoli, le donne si coprono il viso non appena uno straniero le fissa. E dovunque sono stipati bambini, accaldati, piangenti, che saltano sulle ginocchia degli autisti che lasciano fare, stanchi per le lunghe ore di tensione segnate dalla paura dei bombardamenti, stremati dalle attese ai posti di blocco. Si distinguono immediatamente i veicoli dei profughi in fuga da Swat, Dir, Buner e le altre regioni dove da cinque giorni l’esercito pachistano ha lanciato contro i talebani quella che il presidente Asif Ali Zardari ieri è tornato a definire la «battaglia decisiva per la sopravvivenza del nostro Paese».
Ieri per tutta la giornata hanno lentamente sfilato verso sud, con il caldo che nelle ore centrali già supera i 35 gradi, fra i lanci di bottiglie d’acqua, biscotti e pacchetti di patatine da parte dei giovani volontari delle organizzazioni caritative islamiche locali. Centinaia e centinaia di veicoli di ogni genere. Colorati, pulsanti di vita nel loro carico di umanità dolente e impaurita. Secondo le autorità, da qui solo nelle ultime 24 ore sono transitati in oltre 100.000. L’Onu parla già di oltre mezzo milione di profughi. Ma i media locali riportano il doppio della cifra. E sottolineano: «Chi può, la maggioranza evita i campi di tende, si rifugia da parenti e amici verso Islamabad e Lahore, sino a Karachi». Passata Peshawar, solo due ore di viaggio sulla nuova autostrada da Islamabad, in circa un’ora si arriva a Mardan. Da qui l’accesso per la vallata di Swat è a meno di 50 chilometri. Ma il primo posto di blocco dell’esercito si trova soltanto una decina di chilometri più avanti. Di qua verso nord possono transitare unicamente le truppe impegnate nell’offensiva. Ed è qui che vengono accolti i profughi per la prima assistenza. Il luogo si chiama «Jalala Camp».
Ieri mattina vi erano state montate 200 tende (ognuna in grado di ospitare almeno 10 persone) dell’Onu oltre ad alcune decine delle organizzazioni pachistane. A mezzogiorno erano stati piazzati anche un grande tendone-moschea, la zona dei servizi igienici, quella della mensa e una piccola clinica d’emergenza. Pochi i segnali dei combattimenti. Qualche elicottero in cielo. Il passaggio di colonne motorizzate di soldati. Ogni tanto il rombo dell’artiglieria, lontano, verso la striscia scura delle montagne all’orizzonte. Nel suo bollettino quotidiano il portavoce dell’esercito, generale Athar Abbas, parla di 400 morti tra la guerriglia talebana in cinque giorni. «Circa 200 nelle ultime 24 ore», specifica. Se fosse confermato, ad ascoltare le autorità pachistane, i talebani avrebbero dunque perso quasi un decimo dei loro effettivi, valutati in un numero compreso tra i 4 e 5 mila uomini. Ma sono per primi i giornalisti locali a mettere in guardia. «Non esiste alcuna conferma. In realtà non ci sono fonti indipendenti. Nessun osservatore o giornalista può raggiungere le zone dei combattimenti. E in passato le cifre delle vittime talebane sono spesso state gonfiate dai militari», osserva tra gli altri Rahimullah Yusufzai, decano dei reporter di Peshawar e corrispondente per il quotidiano in lingua inglese The News.
A suo dire questa nuova offensiva militare contro i talebani trova in via di principio un largo consenso non solo tra la popolazione del Pakistan in generale, ma per una volta anche «tra quella residente in larghi settori delle zone colpite, che si è stancata dell’estremismo islamico crescente tra i mullah che guidano le bande di giovanissimi talebani». Ma con un grosso limite, come Yusufzai notava anche nell’articolo pubblicato ieri mattina: «Se le vittime civili dovessero crescere, il consenso per il governo potrebbe rapidamente trasformarsi in malcontento». Un sentimento questo facile da percepire tra i profughi. «Il nostro problema maggiore sono gli animali che abbiamo dovuto abbandonare in fretta e furia sotto l’incalzare delle bombe e soprattutto i nostri campi di grano, che non possiamo mietere », dice tra i tanti Azrat Mohammad, un cinquantenne, la cui misera consolazione è di essere riuscito a portare via due galline.
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| (Muhammad Sajjad) |
Già, il raccolto. Questa è una società ancora profondamente contadina, guidata, dominata dai ritmi ancestrali della vita nei campi. «Se il governo non permetterà a questa gente di tornare presto alle loro case per mietere il grano, scoppierà una grande crisi economica. Un gigantesco dramma collettivo. E i talebani torneranno a raccogliere consensi», aggiunge Yusufzai. All’infermeria, nella parte destinata alle donne, un paio di ragazze ricordano che nell’ultimo anno tutte le scuole femminili erano state chiuse. «I talebani stavano imponendo la loro interpretazione del Corano, come in Afghanistan. Nessuna donna poteva più uscire di casa da sola, neppure per fare la spesa o andare al mercato. Doveva per forza essere accompagnata da un uomo della famiglia», dice quasi gridando, rabbiosa, Nasib Jan. Una sua nipote, Dilshab, 13 anni, si lamenta però non dei talebani, ma della famiglia che in nome della tradizione pashtun quando è rimasta orfana l’ha obbligata a sposarsi con un lontano parente. «Peccato. Avrei voluto continuare a studiare e diventare maestra», aggiunge. Poco più in là, tra le tende diventate bollenti sotto il sole, i più però se la prendono con l’esercito: «Ma perché i nostri comandi non usano le truppe di terra? I soldati pachistani sparano da lontano. Aviazione e artiglieria uccidono la nostra gente, distruggono le nostre case. Fanno come gli americani in Afghanistan e così alla fine i nostri ragazzi, per rabbia, potrebbero unirsi ancora più numerosi ai ranghi dei più pazzi tra gli estremisti talebani».
Lorenzo Cremonesi
12:01 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/04/2009
Madrid adotta l'albino Moszy per proteggerlo dagli stregoni
Madrid adotta l'albino Moszy per proteggerlo dagli stregoni
È arrivato su un barcone. Rischiava di essere ucciso per riti magici a causa del colore della pelle
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MADRID — Uno di troppo. Un intruso. Nella sua famiglia, nel suo villaggio, nel suo paese, e perfino sulla zattera che lo ha portato dalle coste della Mauritania alla spiaggia di Tejita, a Sud di Tenerife. Un emarginato pure sotto quella coperta offerta dalla Croce Rossa a riscaldare corpi ugualmente assiderati dal vento del mare. Sembra non esserci posto neanche in fondo alla coda, ultimo degli ultimi, per il giovane Moszy, approdato con altri 63 immigrati nella più grande delle Canarie, la Lampedusa spagnola. Il suo arrivo sarebbe passato inosservato, il suo rimpatrio forzoso altrettanto, se non fosse che Moszy è un albino. Né nero né bianco, anzi: sia nero sia bianco. Una specie commestibile, in qualche angolo meno civilizzato del suo continente d'origine. Un paria, un costoso ingombro anche per i parenti che possono sopportarlo, ma difficilmente pagargli le cure e le protezioni che necessita.
Nato in Benin, Moszy è sopravvissuto 18 anni alla maledizione della sua diversità. È scampato ai riti magici di cui le sue carni candide rappresentano l'ingrediente più ricercato. Ha resistito alle malattie, ai raggi ultravioletti, alle discriminazioni, ai pregiudizi e all'intolleranza. E si è convinto che in Europa non gli sarebbe sicuramente andata peggio. I soldi sono i soli a non avere colore e, quando ne ha racimolati abbastanza, si è pagato il suo angolo nel barcone che si affidava alle correnti e alla fortuna. Chi gli ha venduto il biglietto ha alzato le spalle, indifferente alla sua sorte dal saldo in poi. È andata bene. Bene come alla maggioranza dei 640 immigrati che, dall'inizio dell'anno, lo hanno preceduto sulla stessa rotta: sono arrivati vivi; poi sono stati o saranno rispediti al mittente. Ma forse a Moszy andrà addirittura meglio. Dalla sua ci sono le testimonianze dei missionari, degli antropologi, degli scienziati che possono certificare i rischi rappresentati da quella anomalia cutanea. Le persecuzioni, i riti superstiziosi, la convinzione che soltanto a brandelli il corpo di un albino possa portare ricchezza e benefici ai suoi carnefici. Le dita come amuleti, il sangue come fonte di benessere. Gli spagnoli hanno osservato sorpresi la foto di un bianco, guardato con sospetto e disgusto dal suo vicino color ebano.
Nei blog ci hanno scherzato un po' su, sempre a scapito del buon gusto: che ci faceva un norvegese su una zattera di africani? O che sia un profugo della bancarotta in Islanda? Ma nella maggioranza dei casi hanno solidarizzato: Moszy deve restare. L'eccezione che Madre Natura gli ha inflitto come una condanna deve essere trasformata in assoluzione dalle autorità costituite. Se ne sta occupando il Comitato Spagnolo di Aiuto al Rifugiato: basta una ricerca con Google per sapere che cosa aspetta il nero dalla pelle trasparente lontano dalla zone turistiche dell'Africa subsahariana. Il sito dei Padri Bianchi riferisce di almeno 40 albini uccisi l'anno scorso in Tanzania, dove ne sono ufficialmente censiti 4.000, ma potrebbero essercene altri 170 mila nascosti come fantasmi, la definizione che li contraddistingue in lingua swahili. Recluso nel centro di accoglienza temporanea dell'isola, il fantasma di Tenerife attende di diventare finalmente un uomo.
Elisabetta Rosaspina
11:44 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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