16/02/2012

Spread Btp/Bund sale sopra i 400 punti. Moody's taglia il rating di 114 banche europee. La previsione della Bce: «Ripresa economica molto graduale nel 2012»

Spread Btp/Bund sale sopra i 400 punti. Moody's taglia il rating di 114 banche europee. La previsione della Bce: «Ripresa economica molto graduale nel 2012»

Abbassate le quotazioni di Lombardia, Toscana, umbria, Veneto e del comune di Milano. Gli istituti di credito appartengono a 16 diverse nazioni e 24 sono quelli italiani. Giù anche i voti di molti enti locali. Il bollettino mensile della Banca centrale europea. Il freno rappresentato dalle tensioni nei mercati del debito sovrano. Il consiglio agli Stati dell'area Euro: «No a rigidità nel mercato lavoro e salari più flessibili»

Continua...


22/07/2010

Il premier frena, in bilico la tassa unica dei Comuni

Il premier frena, in bilico la tassa unica dei Comuni

L'IMPOSTA MUNICIPALE PREVEDREBBE ANCHE UN'ADDIZIONALE PER RECUPERARE L'ICI. Si allontana l'«Imu», avrebbe sostituito almeno tre tributi

 

Il premier Berlusconi e il ministro Tremonti
Il premier Berlusconi e il ministro Tremonti

Imposta municipale unica: Imu. Era il coniglio che il «geniale» Giulio Tremonti, come l’ha definito un giorno Silvio Berlusconi, si stava apprestando a cavare dal cappello per restituire ai Comuni italiani un pezzo di autonomia fiscale in vista del federalismo. Peccato soltanto che la parola «tasse» nel vocabolario del premier non esista. E che la semplice prospettiva di tenere a battesimo una nuova imposta sia considerata negli ambienti a lui più vicini una ipotesi sciagurata.

Anche se questa tassa ne sostituirebbe almeno tre. Ecco spiegato come ancora prima di nascere l’Imu rischi di incamminarsi sul viale del tramonto
. L’articolato del disegno di legge che «istituisce» l’imposta è pronto: messo a punto da Tremonti con i suoi più stretti collaboratori. L’Imu assorbirebbe il gettito Irpef sugli immobili, l’imposta di registro sulle transazioni immobiliari e la tassa ipotecaria catastale dovuta sui mutui, che contestualmente verrebbero abolite. In tutto una quindicina di miliardi: somma pressoché identica a quella dei trasferimenti statali diretti ai municipi. Soldi che però, a differenza dei fondi statali, verrebbero a regime gestiti, dopo una fase transitoria, interamente dai sindaci. Ai quali, secondo il disegno di legge di Tremonti, sarebbe consentito anche di recuperare con uno stratagemma il gettito dell’Imposta comunale sugli immobili abolita dal governo Berlusconi. In che modo? Grazie alla possibilità, prevista dal disegno di legge, di introdurre un’«addizionale Imu» che sostituisca una lunga serie di balzelli comunali: Tarsu, Tosap, Cosap e imposta sulle insegne e la pubblicità. Modulandone il livello i Comuni potrebbero agevolmente riappropriarsi di quei 3,4 miliardi che il colpo di spugna sull’Ici per la prima casa ha tolto ai loro bilanci. E che i sindaci non hanno mai digerito. Al punto da aver provato diverse volte a riprendersi quella piccola leva fiscale. Per esempio proponendo la cosiddetta «service tax»: una imposta sul valore patrimoniale degli immobili, ma corretta in base al reddito dei proprietari. Proposta già avanzata quando alla guida dell’Anci c’era l’ex sindaco di Firenze Leonardo Domenici, ma che non aveva mai fatto breccia per la stessa ragione che adesso sembra frenare l’Imposta municipale unica.

Non che l’applicazione dell’Imu non comporterebbe qualche problemino di carattere tecnico. E pure piuttosto serio. Per dirne una, la frequenza delle transazioni immobiliari è notoriamente molto diversa da città a città: il gettito dell’imposta di registro e della tassa catastale è perciò territorialmente assai disomogeneo. Per questo era prevista la costituzione di un fondo perequativo nel quale sarebbe confluito il gettito delle tre tasse per essere poi redistribuito. I sindaci avrebbero poi progressivamente preso in mano le redini della nuova imposta. In ogni caso i vantaggi, in termini di semplificazione, compenserebbero ampiamente le difficoltà di applicazione. Ma se risolvere i problemi tecnici è sempre possibile, per quelli politici è decisamente più complicato. I Comuni insistono perché venga loro restituita l’autonomia impositiva: e questo, sostengono, non può che avvenire se non attribuendo loro il potere di tassare gli immobili. E per corroborare questa tesi portano i risultati di uno studio internazionale dell’Ifel secondo cui otto Paesi su dieci applicano un simile sistema. Nella maggioranza di governo questa linea ha l’appoggio della Lega Nord. Non a caso il disegno di legge delega sul federalismo dice chiaramente che per i Comuni si deve privilegiare la fiscalità connessa agli immobili. E lo stesso Tremonti, in una relazione al Parlamento, ha aperto qualche importante spiraglio.

Il fatto è che grazie alla promessa dell’abolizione dell’Ici fatta in campagna elettorale Berlusconi ha vinto le ultime elezioni politiche, e chiaramente non è disposto a rimangiarsela. Nemmeno indirettamente. Tanto più in un momento complicato come questo, con i sondaggi che indicano un preoccupante calo di popolarità. Una situazione di cui Tremonti è ben consapevole, se un giorno, mentre presentava ai sindaci la sua riforma fiscale per i Comuni, qualcuno lo avrebbe sentito far riferimento alla necessità di persuadere il presidente del Consiglio. Missione evidentemente non proprio agevole. Così per il momento l’«istituzione» dell’Imu prevista dall’articolato di Tremonti è sospesa: se ne parla soltanto come ipotesi «facoltativa». Di conseguenza, è sospeso anche il capitolo del fondo perequativo. E per ora si resta ai trasferimenti puri e semplici dello Stato centrale. Il federalismo fiscale può ancora attendere un po’...

Sergio Rizzo


03/07/2010

Sardegna, Cappellacci: "Pronti a tagliare quattro province"

Sardegna, Cappellacci: "Pronti a tagliare quattro province"

Il presidente della Regione proporrà la cancellazione delle province di Carbonia-Iglesias, Ogliastra, Olbia-Tempio e Medio Campidano nell'ambito delle misure di contenimento della spesa

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Si torna a parla di Province e di tagli. La Sardegna è pronta ad abolire quattro Province su otto, dopo il raddoppio varato il 12 luglio 2001 con la legge regionale n.9. Lo ha annunciato il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, nell'ambito delle misure di contenimento della spesa che hanno portato ieri la Giunta ad approvare una manovra correttiva da 380 milioni di euro.

Il governatore ha spiegato che la crisi impone uno sforzo di tutti e si devono dare segnali concreti, evitando inutili sprechi e razionalizzando la spesa. "Sin dalla prossima settimana - ha anticipato Cappellacci - fra le ipotesi di lavoro che verranno presentate agli alleati di maggioranza c'è anche quella della possibilità di abolire quattro Province".


Nelle quattro province interessate (Carbonia-Iglesias, Ogliastra, Olbia-Tempio e Medio Campidano), amministrate negli ultimi cinque anni da Giunte del centrosinistra,
si è appena votato per il rinnovo dei consigli e del presidente: le elezioni hanno confermato amministrazioni di centrosinistra in tre su quattro, con l'eccezione della Gallura, in cui si è affermata la coalizione di centrodestra guidata dal senatore del Pdl Fedele Sanciu.

Ieri la Giunta ha prospettato la soppressione di quattro agenzie istituite nella scorsa legislatura sotto l'amministrazione dell'ex presidente Renato Soru: Agenzia regionale delle Entrate, che avrebbe dovuto gestire tributi riscossi dalla Regione, in particolare le abrogate tasse sul lusso, la Conservatoria delle Coste, concepita per gestire il patrimonio costiero sul modello francese, Sardegna Promozione, pensata per gestire il "marchio" Sardegna, e l'Osservatorio economico, già Osservatorio industriale. Cappellacci e l'assessore regionale al Bilancio, Giorgio La Spisa, hanno sottolineato l'importanza di contenere la spesa quest'anno e nel 2011.


08/06/2010

Primo sì alla Camera per tagliare le province con meno di 200mila abitanti

Primo sì alla Camera per tagliare le province con meno di 200mila abitanti

Limite a 150mila abitanti per quelle il cui territorio è per oltre il 50% montano. Approvato in commissione Affari Costituzionali un emendamento che cancella le mini-province

 

Il relatore al ddl sulla Carta delle Autonomie Donato Bruno (Ansa)
Il relatore al ddl sulla Carta delle Autonomie Donato Bruno (Ansa)

MILANO - Piccole province addio, ritornano d'attualità le misure inizialmente previste nella manovra. Arriva infatti il taglio delle mini-province sotto i 200 mila abitanti. La commissione Affari Costituzionali della Camera ha infatti approvato un emendamento del relatore al ddl sulla Carta delle Autonomie, Donato Bruno, che prevede che la popolazione delle province non possa essere in ogni caso inferiore ai 200 mila abitanti. L'emendamento è passato con i voti di Lega e Pdl mentre le opposizioni hanno votato contro.

PROVINCE MONTANE - Il taglio viene attenuato per le province il cui territorio sia per oltre il 50% montano: sopravvivranno quelle sopra i 150mila abitanti. L'emendamento sulle Province era l'unico rimasto da votare. Ora si attendono i pareri delle commissioni competenti sull'intero articolato, che molto probabilmente mercoledì avrà l'ok con il mandato al relatore a riferire in assemblea.
I criteri ai quali il governo si deve attenere, come si legge nel testo, partono dalla «previsione della soppressione di province in base all'entità della popolazione di riferimento, all'estensione del territorio di ciascuna provincia e al rapporto tra la popolazione e l'estensione del territorio e tenendo conto della peculiarità dei territori montani» per cui «il territorio di ciascuna provincia abbia un'estensione e comprenda una popolazione tale da consentire l'ottimale esercizio delle funzioni previste per il livello di governo di area vasta e tale da realizzare le maggiori economie di scala» e dunque una «popolazione di riferimento» che «non possa in ogni caso essere inferiore ai 200.000 abitanti, secondo i dati dell'Istituto nazionale di statistica relativi all'anno 2009». E ancora «attribuzione a una o più province contigue nell'ambito della stessa regione delle funzioni e delle corrispondenti risorse umane e strumentali della provincia da sopprimere; individuazione di una disciplina transitoria che assicuri la continuità dell'azione amministrativa e dei servizi ai cittadini».

LE PROVINCE ABROGABILI - Ma quali sono le province a statuto ordinario che rientrerebbero nel tetto previsto? In tutto le province a rischio sono 7. Secondo i dati Istat relativi all'anno 2009 sparirebbero sicuramente in quattro: Vercelli (180.111 abitanti) in Piemonte ,Isernia (88.895 abitanti) in Molise, Fermo (176.488 ab) nelle Marche e Vibo Valentia (167.334 abitanti) in Calabria. Altre tre province sono ancora in forse perchè pur avendo meno di 200 mila abitanti potrebbero non rientrare in quanto al 50% con territorio montano; si tratta della provincia di Biella e Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, e di Crotone in Calabria. E c'è chi perfino paventa che fissare un limite minimo di abitanti così basso sia il preludio alla creazione di nuove province in futuro.

Redazione online


26/05/2010

La rivolta delle province "tagliate" «Incostituzionale e contro il Sud»

La rivolta delle province "tagliate" «Incostituzionale e contro il Sud»

La manovra e gli enti locali. La parola ai presidenti che rischiano il posto: «Salve Imperia, La Spezia, e Sondrio? Come mai»

 

MILANO - «Non vorrei essere ricordato come l'ultimo presidente della provincia». Si preoccupa Franco Stella, partito democratico, presidente della provincia di Matera, alla notizia dell'abolizione delle province con meno di 220mila abitanti prevista dalla manovra del Governo. «È una notizia che ci fa sorridere».
In che senso scusi?

«Nel senso che ha il suo lato positivo».
E cioè?

«Fa vedere quando sia bistrattato il Sud. Perché sono più quelle del Sud le province tagliate, vero?».
Per la verità nella lista, depennate le province sopra i 220mila abitanti, le province che confinano con stati esteri, le province che ricadono nelle regioni a statuto speciale, ne restano 9: i dati Istat del 2009 rilevano la popolazione residente al 2008. Ecco l'elenco: Piemonte, Biella (187 mila abitanti); Toscana, Massa Carrara (203 mila abitanti); Marche, Ascoli Piceno (212 mila), Fermo (176 mila); Lazio, Rieti (159 mila); Molise, Isernia (88 mila); Basilicata, Matera (203 mila); Calabria, Crotone (173 mila) e Vibo Valentia (167 mila). La lista non è ufficiale perché l'Upi rileva come non siano ancora stati resi noti i parametri di riferimento: se fosse il censimento - si fa notare - le province sarebbero alcune, se fossero gli ultimi dati Istat, altre.
Matera però è tra quelle sicure. Presidente Stella, il governo taglia per risparmiare...

«Cosa c'è da risparmiare. Noi siamo virtuosi, in 11 mesi di mandato, ho tagliato personale e auto blu...»
Per la verità su internet appare come tramite per parlare con lei un capo gabinetto, una segretaria particolare, una segretaria operativa e un portavoce. Un po' tanti non crede?

« Non è così. Queste figure l'ho ereditate dalla precedente amministrazione. Ora il mio autista mi fa anche da usciere. E l'ufficio stampa da segreteria».

Luigi Mazzuto (Pdl), presidente della provincia di Isernia
Luigi Mazzuto (Pdl), presidente della provincia di Isernia

MAZZUTO (ISERNIA) - «Eliminare la provincia di Isernia è un atto di superficialità che non tiene conto della nostra storia, della peculiarità del nostro territorio e con il quale si va a penalizzare ulteriormente un’area dove negli ultimi anni sono stati effettuati già pesanti tagli negli enti locali e nei servizi». Per il presidente della Provincia di Isernia, Luigi Mazzuto (Pdl) si sta «facendo un grosso errore». «Non si capisce perché, se c’è tutta questa esigenza di recuperare soldi a causa della crisi, si è deciso di chiudere le Province non subito ma alla fine della legislatura. Non è meglio – ha evidenziato provocatoriamente il Presidente – chiuderle immediatamente? In ogni caso, a Roma però – ha concluso Mazzuto – sappiano che non siamo disposti a perdere ciò che abbiamo ottenuto a prezzo di grandi sacrifici e che intendiamo difendere la nostra autonomia a denti stretti».

SIMONETTI - (BIELLA) - Roberto Simonetti si concede al telefono durante un dibattito a Montecitorio. Già perché il presidente della provincia di Biella è anche deputato: «Voi giornalisti cercate sempre la critica. Io le dico che attendo di leggere bene il provvedimento».
Gli altri suoi colleghi hanno criticato. Non giornalisti...

«Forse lei non ha capito. Io sono anche parlamentare. Vedremo poi cosa accade nel dibattito. Io penso che Biella (Maria Teresa Armosino, parlamentare anche lei) si farà portavoce, insieme al presidente della regione Piemonte Cota, di un progetto per una definizione moderna del territorio».

MELILLI (RIETI) - La vicenda è comica per Fabio Melilli (Pd), presidente della Provincia di Rieti.
Lei ha detto che le sarebbe piaciuto scoprire chi è il «genio» che ha avuto questa pensata. L'ha scoperto?

«Non ancora ma confermo che si tratta di un genio. La cosa più divertente di questa vicenda è che scomparendo Isernia e Matera il Molise e la Basilicata diventeranno Regioni che coincidono con la Provincia. Per quanto riguarda la provincia di Rieti aspettiamo con ansia che il governo ci spieghi, visto che dovrà sparire la provincia di Roma, se dobbiamo essere accorpati a Terni a L'Aquila, o ad Ascoli e in quale Regione finiremo. I nostri 500 dipendenti dove vanno a lavorare a Terni? E tutti gli altri enti che fine fanno? Che senso ha avere il prefetto di una provincia che non esiste? Allo stesso modo il comando dei carabinieri o la questura, che fine fanno? Il provvedimento non taglia le province al confine con stati esteri. Allora mi chiedo: qual è la politica estera di Verbano-Cusio-Ossola?». Poi conclude con una «battuta»: «Come ha fatto a fissare l'asticella di 220mila abitanti per definire l'utilità o l'inutilità delle Province? Qualcuno ci dovrà spiegare infatti perché Imperia con 220 mila 712 abitanti è provincia utile ed Asti con 217 mila no. Forse si tratta di un amico della Liguria visto che anche La Spezia è appena sopra e si salva...».

ASTI E SONDRIO SALVE - In realtà per Antonio Misiani, deputato Pd e membro della Commissione bicamerale per il federalismo fiscale, l'amicizia dell'autore del provvedimento non sarebbe manifesta solo con la Liguria ma anche con il Piemonte: «La soglia dei 220mila residenti non ha alcuna logica se non fosse che tale limite coincide con la la popolazione della provincia di Asti (220.156 abitanti al 31-12-2008), presieduta da Maria Teresa Armosino (Pdl), già sottosegretario del Ministro Tremonti nella legislatura 2001-2006. Quanto agli altri due criteri definiti dalla manovra, se l'esclusione delle province delle regioni a statuto speciale può essere giustificata in ragione della competenza legislativa che tali regioni hanno in materia di autonomie locali, suona apparentemente incomprensibile l'altro criterio: il confine con uno Stato estero», aggiunge. «Incomprensibile, se non fosse che tra le province al di sotto della soglia critica e non appartenenti ad una regione a statuto speciale vi sarebbe anche quella di Sondrio (182.084 abitanti al 31-12-2008), terra natìa del ministro Tremonti. Nessun problema: con il criterio del confine con uno Stato estero anche la provincia di Sondrio, confinante della Svizzera, è sana e salva. Con buona pace delle altre nove province prive di padrini politici e cancellate d'autorità dal governo in nome della riduzione dei costi della politica. Se questa è la razionalizzazione che ha in mente il governo...». Tirata in ballo, Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti, è decisa: «Se si vuole essere buoni amministratori e buona classe dirigente bisogna essere capaci di adottare misure anche impopolari. Tuttavia, per non seguire solo la demagogia, occorre pensare a un riordino complessivo che preveda anche una seria ridefinizione degli assetti territoriali delle province». Ma c'è un però nel suo caso personale: «Innanzitutto, secondo gli ultimi dati, la provincia di Asti ha superato quella soglia (220mila abitanti) - osserva -. In ogni caso il problema è più generale».

ZURLO (CROTONE) - «Avanzo dubbi sulla costituzionalità del provvedimento, non penso che con un decreto legge si possano sopprimere le Province, che sono garantite dalla Costituzione e per le quali c'è un procedimento specifico parlamentare» dice il presidente della Provincia di Crotone, Stanislao Zurlo. «I risparmi che si avranno - spiega Zurlo - sarebbero modesti. I costi più rilevanti di una Provincia riguardano il personale e la gente non può essere licenziata». Zurlo, che è a capo di un'amministrazione di centrodestra, critica la manovra del governo centrale perché penalizzerebbe soprattutto gli enti periferici che si trovano in aree difficili, come appunto quella del crotonese. «Se può avere una logica sopprimere la Provincia in un'area metropolitana, penso a Milano, Torino, Palermo ad esempio - dice Zurlo - dove il capoluogo "schiaccia" il ruolo delle Province stesse, viceversa per i territori piccoli si creerebbe un vulnus nelle funzioni che le Province hanno. Inoltre ci sarebbero sprechi e inefficienze a causa della distanza dei territori dai centri decisionali».

MASSA CARRARA - Osvaldo Angeli è il presidente della provincia di Massa Carrara, Pd. «Idea balzana. Ma siamo abituati a certe sparate. Dovrebbero guardare alle funzioni non agli abitanti per fare i loro tagli. Chi si occuperà delle scuole? Chi farà la manutenzione a 700 chilometri di strade? E poi, se mi consente è anche un'offesa. Siamo la prima provincia ad aver avuto la medaglia d'oro al valor militare nel '46 per il contributo alla lotta partigiana. E poi cosa si vuole risparmiare se i 350 dipendenti saranno assorbiti da altri enti? Forse i miei 3000 euro di stipendio?».

ASCOLI PICENO E FERMO - La Provincia di Fermo è fra le ultime nate (il primo presidente Fabrizio Cesetti, di centrosinistra, è stato eletto il 22 giugno 2009), creata dal distacco di una porzione della Provincia di Ascoli Piceno. Distacco che alimenta fra i due enti un contenzioso sulla spartizione dei beni (54,6 milioni di euro) e del personale. Con l'eventuale abolizione, le perdite sarebbero contenute: non è infatti stata sin qui istituita una Questura, la Prefettura è ancora solo istituenda e cadrebbe il processo in corso di insediamento dei Vigili del fuoco, dei Carabinieri e dell'Agenzia delle entrate. Di fronte all'abolizione, Cesetti non ci sta: «Il governo ignora la Costituzione, il taglio delle Province sarebbe anticostituzionale». Il deputato ascolano dell'Udc Amedeo Ciccanti, fiero oppositore del nuovo ente fermano, ricorda che l'operazione è costata mezzo miliardo di euro, e che «è stata voluta da Lega Nord, Fi e An, che adesso vogliono rimangiarsi tutto. Beh, andrebbero presi a pernacchie!». Piero Celani (Pdl), presidente della provincia di Ascoli Piceno è in auto. Corre a destra e a manca per salvare qualche posto di lavoro. «Io penso ai problemi seri. Prima hanno speso milioni di euro (30 solo il primo finanziamento) per mettere in piedi la provincia di Fermo (prefettura, guardia di finanza, incentivi al personale ect...) che potevano essere utilizzati ad esempio per incentivare le imprese. E adesso cosa vogliono fare? Chiudere tutto. È una cosa kafkiana, forse stiamo su "Scherzi a parte", ma, se così non fosse, chiederemo l'istituzione di una nuova Regione, quella del 'Marcuzzo' (connubio fra Marche e Abruzzo, ndr), perché abbiamo molta affinità con la Val Vibrata e Teramo. Sa cosa credo? Che alla fine non se ne farà niente. In Parlamento, un emendamento di qua, uno di là e vedrà che si blocca tutto».

Nino Luca


23/06/2009

A Milano il Pdl si riprende la Provincia Bologna e Firenze, il Pd tiene i sindaci

A Milano il Pdl si riprende la Provincia Bologna e Firenze, il Pd tiene i sindaci

 

Affluenza in calo: per le provinciali ha votato il 45% degli elettori, per le comunali il 61,3%. Cazzola si congratula al telefono con Delbono. Renzi: ora si guardi all'Udc. La provincia di Venezia passa al Pdl

 

Guido Podestà festeggia la conquista della Provincia di Milano (Liverani)

MILANO - Il Partito democratico tiene nelle roccaforti rosse e non perde la guida di città come Bologna e Firenze o la provincia di Torino. Tuttavia si vede sfilare dal centrodestra la guida della provincia di Venezia e, soprattutto, di quella di Milano: il candidato del centrosinistra, Filippo Penati, ha recuperato terreno sul Pdl rispetto ai risultati del primo turno, ma questo non è stato sufficiente per mantenere la guida dell'ente, che cinque anni fa riuscì a strappare a Ombretta Colli. Il nuovo numero uno di Palazzo Isimbardi è dunque l'ex europarlamentare forzista Guido Podestà, che come primo atto dopo la proclamazione della vittoria ha scelto di dedicare il risultato ottenuto a Silvio Berlusconi.

AFFLUENZA IN PICCHIATA - Intanto dopo la chiusura delle urne si registra un primo dato certo: il drastico calo dell'affluenza, che si è attestata poco sopra il 45% alle provinciali e il 61,3% alle comunali (al primo turno l'affluenza era stata rispettivamente del 70 e del 76%). Di certo ha influito la campagna per l'astensione al referendum elettorale che non ha raggiunto il quorum del 50% dei votanti.

LE PROVINCE - Per la provincia di Milano (dove si è registrata un'affluenza del 44,95%), come detto, la vittoria è andata a Guido Podestà, candidato del centrodestra. Ma non è stato l'unico risultato positivo per il Pdl: anche la provincia di Venezia ha cambiato colore e il presidente uscente, Davide Zoggia, ha dovuto cedere il testimone alla leghista Francesca Zaccariotto. Alla Provincia di Torino, Antonino Saitta (centrosinistra) ha visto la riconferma riuscendo a vincere su Claudia Porchietto (centrodestra). Per la provincia di Parma, Vincenzo Bernazzoli (centrosininstra) conduce su Giampaolo Lavagetto. Tra gli altri dati significativi il testa a testa per la provincia di Prato, dove lo spoglio ha visto l'alternarsi in vantaggio del candidato del Pdl e quello del Pd: una vittoria del centrodestra sarebbe considerata storica.

Giovanni Galli e Matteo Renzi durante la diretta di Corriere Tv

I COMUNI - A Bologna il candidato del centrosinistra, Flavio Delbono, ha avuto la meglio sullo sfidante Alfredo Cazzola: è stato lo stesso Cazzola a riconoscere la vittoria del suo avversario con una telefonata, attorno alle 19, a spoglio ancora in corso ma con i dati ormai stabilizzati con una distanza di oltre venti punti percentuali, con la quale si congratulava con Delbono per il risultato. Impietoso però il giudizio sui cittadini bolognesi: «L'aver raggiunto e superato il quorum per i referendum - ha detto - è la prova provata che Bologna rimane una città bulgara ferma a prima del 1989». E ancora: «Non c'è proprio speranza, la maggioranza dei bolognesi sarà sempre di un'obbedienza cieca, pronta ed assoluta ai comandi del partito, anche quando si tratta di compiere delle cose insensate come quella di votare nei referendum elettorali».
A
Firenze è invece stato eletto Matteo Renzi (centrosinistra) che ha vinto su Giovanni Galli (centrodestra). «Congratulazioni a Renzi ma d'ora in avanti io sarò il suo peggior incubo» ha detto Galli intervenendo in diretta su Corriere Tv proprio al fianco del neosindaco del capoluogo toscano. «E' finita una fase della segreteria Franceschini - ha invece commentato Renzi rispondendo ad una domanda del direttore Ferruccio de Bortoli sulla costruzione di un nuovo rapporto con l'Udc -. Così com'è il Pd non vincerà le elezioni politiche, occorre il coraggio di battere nuove strade. E' proprio questo il tema del congresso del Pd».
A
Bari ha vinto il sindaco uscente Michele Emiliano, centrosinistra, sullo sfidante del centrodestra Simeone Di Cagno Abbrescia. A Padova Flavio Zanonato (centrosinistra) ha vinto la sfida con Marco Marin. Ad Ancona Fiorello Gramillano (centrosinistra) ha prevalso su Giacomo Bugaro (centrosinistra). Tra gli altri dati significativi va segnalato il passaggio al centrodestra del comune di Prato con l'elezione ormai quasi certa di Roberto Cenni.

 


09/06/2009

Berlusconi, riscossa dalle elezioni locali Sfogo sul voto europeo

Berlusconi, riscossa dalle elezioni locali Sfogo sul voto europeo

 

«Lo stop colpa di Sicilia, mia moglie e Kaká»

 

ROMA—La botta c’è stata. L’ha ammessa lui stesso. «Una bella botta». Due punti in meno delle Politiche, quando invece quota 40% sembrava a portata di mano. Indicata persino come obiettivo da superare. Ma con il passare delle ore, complici gli ottimi dati delle Amministrative, Berlusconi ricomincia a vedere il bicchiere mezzo pieno: quattro parlamentari in più, da 25 a 29, eletti a Strasburgo, quando il Pd ne perde tre; il vantaggio sui Democratici che raddoppia, passando a 9 punti percentuali. Insomma per il Cavaliere è dall’altra parte che devono guardare con preoccupazione il voto: «Veltroni ha mollato con il 33%, vorrei capire come farà Franceschini ad andare avanti con il 26%». Ieri il presidente del Consiglio è rimasto ad Arcore, tornerà a Roma stamane. Con i suoi ha ragionato innanzitutto sul bicchiere mezzo vuoto, sul risultato mancato, su quei 2,9 milioni di voti persi rispetto alle Politiche.

Nessuno si attendeva una partecipazione alta come l’anno passato, ma nemmeno dei dati da leggere e interpretare in controluce. Il Cavaliere cercava il plebiscito e non l’ha ottenuto. Le cause, secondo la sua stessa analisi, fatta con i suoi uomini, sono almeno quattro: l’astensionismo, gli scontri interni al partito in Sicilia, il caso Noemi e persino Kaká, l’annunciato trasferimento del giocatore del Milan che avrebbe fatto infuriare migliaia di elettori di fede rossonera. Del caso Noemi il Cavaliere misura gli effetti numeri alla mano. E ne esce convinto che abbia influito più di quanto si attendeva. Una frase molti interlocutori si sono sentiti ripetere nelle ultime ore. Parole che hanno dello sfogo e rendono uno stato d’animo, oltre che la percezione di un politico che negli anni ha imparato a misurare alla perfezione il consenso: «In Sicilia abbiamo perso più di 800 mila voti per colpa dei nostri che si sono messi a litigare, il resto me l’ha fatto perdere mia moglie... ». L’allusione è ovviamente politica e va alla genesi delle vicende che hanno costretto il capo del governo a difendersi più che ad attaccare, trasformando la campagna elettorale anche in un elenco di giustificazioni sulla vita privata più che in elenco di programmi. Berlusconi ammette che i suoi obiettivi erano altri, è convinto che lo stop subìto sia dovuto anche agli attacchi ricevuti, dentro e fuori il Paese, dopo quell’annuncio di divorzio pronunciato a mezzo stampa da Veronica. Ieri il premier ha pranzato con la figlia Marina, ha fatto una puntata a villa Gernetto, si è tenuto in contatto con Roma nel pomeriggio, ha visionato con lo staff i dati definitivi della tornata elettorale, cenato (come spesso il lunedì) con Bossi e altri big della Lega. Con il Senatur non si intravedono nuvole all’orizzonte, almeno al momento.

Il ministro delle Riforme ha detto che dopo il voto non cambierà nulla, Berlusconi aggiunge a chi gli chiede che «non ci saranno ripercussioni sul governo », che la stabilità dell’esecutivo non è in discussione. Se gli alleati escono rafforzati per il premier è l’intera maggioranza a goderne, perché ritiene il rapporto politico saldissimo. Il conto sulle Regioni che potrebbero andare alla Lega è un argomento che gli interessa sino a un certo punto: allarma i suoi, il partito, lascia lui molto meno preoccupato. L’importanza è la stabilità e quella il voto la garantisce. Nonostante il timore di nuovi colpi bassi alla vigilia del G8. Emergono, come ad ogni tornata elettorale, anche accuse incrociate da non sbandierare in pubblico: «In tv ho visto solo La Russa e Gasparri, non si capisce dov’erano i nostri...». Si riacutizzano le chiacchiere sulla debolezza organizzativa del Popolo della Libertà, almeno di quella struttura che è mutuata da Forza Italia, capace di un marketing politico meno efficace rispetto a chi viene da An. Anche le modalità del voto creano disappunto: persino Luigino, il più giovane dei figli del Cavaliere, avrebbe sbagliato davanti all’urna, dimenticando di scrivere il nome del padre, vanificando una possibile preferenza. Per Berlusconi «è stata anche colpa di coloro che hanno voluto scrivere a tutti i costi il mio nome nel simbolo...». Dettagli, malumori passeggeri, così come il giudizio sulle preferenze tributate al partito Di Pietro, «una vergogna» di cui fatica a capacitarsi: «Resta per me un mistero come si faccia a votare un simile filibustiere ». Affiora infine anche un’autocritica, almeno in privato. Fra i malumori fanno capolino anche i sondaggisti che l’avrebbero mal consigliato, che «mi hanno indotto a credere » che fossimo tranquillamente sopra il 40%. Eppure sarebbe bastato non parlarne in pubblico. Anche perché il Pdl finisce comunque due punti sopra il bottino delle precedenti Europee, aumenta la pattuglia di parlamentari che manda a Strasburgo e Bruxelles. Insomma sarebbe bastato non fare numeri per non offrire il campo all’avversario, consentirgli di parlare di sconfitta del Cavaliere. In questo senso l’autocritica, l’ammissione del «mi sono fatto del male da solo». Difficile che verrà pronunciata in pubblico, costa già abbastanza confessarla ai suoi più stretti collaboratori.

Marco Galluzzo


Amministrative, vince il centrodestra Firenze e Bologna vanno al ballottaggio

Amministrative, vince il centrodestra Firenze e Bologna vanno al ballottaggio

 

Milano, Podestà e Penati al secondo turnoPdl e Lega strappano 15 province al centrosinistra. Il Pd tiene in Emilia e Toscana, arretra in Umbria e Marche

 

(Emmevi)

MILANO - Il centrodestra vince le elezioni amministrative. Pdl e Lega avanzano da Nord a Sud, conquistando anche alcuni feudi del centrosinistra. Il voto per il rinnovo di 4.281 comuni e 62 province cambia insomma il panorama italiano. Quindici province passano dal centrosinistra al centrodestra, mentre non si registrano "ribaltoni" in senso contrario. Il Pd tiene abbastanza nelle tradizionali roccaforti, pur senza brillare, ma subisce l'onta di vedersi scavalcare come primo partito in Umbria e nelle Marche. Netto successo del centrodestra anche alle comunali: Pdl e Lega conquistano nove amministrazioni di comuni capoluogo, strappandone al primo turno tre al centrosinistra, che ne conquista cinque. Tredici i ballottaggi, tutti in comuni in cui il centrosinistra si era imposto nelle precedenti consultazioni. Ancora non definitivo l'esito del voto a Bari, Foggia e Potenza. Prima dell'ultima tornata elettorale, 26 dei 30 capoluoghi erano in mano al centrosinistra e 4 al centrodestra. Le sfide più importanti: Firenze (Nessun accordo con altri partiti, ma un appello agli elettori che al primo turno hanno votato per le forze dell’area di sinistra e dell’Udc. Questa la linea di Matteo Renzi, candidato del Pd a sindaco di Firenze, che tra due settimane andrà al ballottaggio contro il candidato del Pdl Giovanni Galli. «Ci aspettavamo qualcosa in più - ha detto Renzi - ma la coalizione partiva dal 42,4% del 2004 e Galli ha un distacco di 15-16 punti. È difficile considerarlo un risultato negativo. Speravamo nella vittoria al primo turno: non è accaduto e la responsabilità è tutta mia, è mancata un po' di determinazione»). e Bologna (Il verdetto a tarda notte, decisivi i voti del Santo Stefano: Delbono chiude al 49,4%, l'ex patron supera di poco il 29%. Guazza fermo al 12%. Pd sotto al 40%. Bene i grillini: 3,3%), dove si votava per eleggere il sindaco, vanno al ballottaggio. Nel capoluogo toscano Matteo Renzi (centrosinistra) non riesce a vincere al primo turno contro Giovanni Galli, anche per il buon risultato dell'altra lista di sinistra con Valdo Spini candidato. Nella città emiliana, per un soffio Flavio Delbono (centrosinistra) non supera la soglia del 50%: la sfida contro Alfredo Cazzola si rinnoverà il 21 giugno. Ballottaggio anche a Milano, dove si votava per la provincia: Guido Podestà (centrodestra) si ferma al 48,8%, mentre il presidente uscente, Filippo Penati, ottiene il 38,8%. Il Pdl strappa invece Napoli, dove Luigi Cesaro raggiunge il 53% contro il 35% di Luigi Nicolais. Ballottaggi anche a Bari e Padova per le comunali e a Venezia e Torino per le provinciali. Nel capoluogo piemontese il candidato del centrosinistra Antonino Saitta ha ottenuto il 44,33% contro il 41,5% della sfidante di centrodestra Claudia Porchietto. Colpo di scena per la Provincia di Venezia che vedrà il presidente uscente del centrosinistra Davide Zoggia in ballottaggio con la leghista Francesca Zaccariotto.

LOMBARDIA - La marea del centrodestra sembra subire un momentaneo stop con il ballottaggio nella provincia di Milano. Cambio della guardia alla Provincia di Lecco, a Lodi, a Sondrio. Per la neonata Provincia di Monza e della Brianza vittoria del candidato del Pdl Dario Allevi su quello del centrosinistra, Pietro Luigi Ponti. A Bergamo è Pietro Pirovano il nuovo presidente della Provincia con il 58,99% dei voti. Il candidato, appoggiato tra gli altri da Pdl, Lega Nord e Partito Pensionati, ha sconfitto Francesco Cornolti. Il comune passa al centrodestra: Franco Tentorio è stato eletto sindaco con il 51,44% contro il 42,35 dell'avversario Roberto Bruni. Anche a Sondrio l'affermazione del centrodestra è netta: Massimo Sertori è oltre il 60% e festeggia la vittoria al primo turno con l'avversario del centrosinistra, Giacomo Ciapponi, nettamente distanziato. Daniele Nava è stato eletto presidente della Provincia di Lecco. Anche a con il 54,31% delle preferenze: ha sconfitto il presidente uscente Virginio Brivio Brescia il candidato del centrodestra Daniele Molgora ha ottenuto un netto vantaggio su quello del centrosinistra, Diego Peli. A Cremona il candidato del centrodestra Massimiliano Salini ha superato Giuseppe Torchio. Il centrodestra strappa per la prima volta la Provincia di Lodi al centrosinistra, con una vittoria raggiunta per di più al primo turno. Pietro Foroni, 33 anni, avvocato, esponente della Lega Nord, candidato del centrodestra, è il nuovo presidente. Ha raccolto il 54,2% delle preferenze contro il 38,2 del candidato del centrosinistra e presidente uscente, Lino Osvaldo Felissari. Passa al centrodestra anche il comune di Pavia, dove Alessandro Cattaneo ha la meglio sul candidato di centrosinistra Andrea Albergati.

PIEMONTE - Per la provincia di Torino, dunque, ballottaggio tra Antonio Saitta (Pd) e Claudia Porchietto (Pdl). Ma il cambio di vento si profila nella regione a Novara, dove Diego Sozzani del centrodestra riesce a strappare la presidenza della Provincia, e a Cuneo, dove Gianna Gancia riesce a far assegnare la provincia al centrodestra con il 54,1%. Cambio di schieramenti sia alle provinciali che alle comunali anche a Biella e alla provincia di Verbano-Cusio-Ossola, finora in mano al centrosinistra: qui Massimo Nobili, candidato del centrodestra, è stato eletto presidente della provincia con il 57,5% contro il 39,5% del candidato del centrosinistra Paolo Ravaioli. Passa al centrodestra anche il comune di Verbania, dove Marco Zacchero è stato eletto sindaco ottenendo il 54,1% delle preferenze contro il 45,9 del candidato di centrosinistra Claudio Zanotti.

VENETO - Qui è la Lega a far sentire il suo peso, anche se sarà un ballottaggio a decidere per la presidenza di Belluno per la Provincia. Il Pdl si conferma primo partito e il dato sulle provinciali ne è ulteriore conferma. La Provincia di Padova viene conquistata da Barbara Degani. Stesso copione anche per la provincia di Verona che viene attribuita a Giovanni Miozzi (Pdl-Lega). La Provincia di Rovigo al ballottaggio tra Antonello Contiero (Pdl-Lega) e Tiziana Virgili del centrosinistra così come la Provincia di Belluno: sfida tra Gian Paolo Bottacin, Pdl, e Sergio Reolon, Pd.

FRIULI VENEZIA GIULIA - Il centrodestra si aggiudica la Provincia di Pordenone.

EMILIA ROMAGNA - Finora in questa regione mai nessuna provincia era stata governata dal centrodestra, ma dopo questa tornata elettorale Pdl e Lega sono riusciti a conquistare la Provincia di Piacenza. Alla provincia di Bologna la candidata del centrosinistra Beatrice Draghetti ha vinto sul candidato appoggiato dal Pdl Enzo Raisi. Meno brillante ma efficace il risultato di Emilio Sabattini per la presidenza della provincia di Modena. Il centrosinistra si aggiudica anche Reggio Emilia dove Sonia Masini ha avuto la meglio sul candidato di centrodestra Giuseppe Pagliani. Sarà ballottaggio invece a Ferrara, anche per le comunali.

TOSCANA - Il cambio del vento politico lo evidenzia il ballottaggio di Firenze. Per la provincia, il candidato presidente del centrosinistra, Andrea Barducci ha avuto la meglio sul candidato del centrodestra, Samuele Baldini. A Pisa è confermato invece alla presidenza della Provincia Andrea Pieroni, per il centro-sinistra, con il 53,1%. Stessa cosa per la provincia di Siena, con Simone Bezzini. Staccata la candidata del centrodestra Donatella Santinelli. Partita da rigiocare invece nella presidenza della Provincia ad Arezzo. Contro tutte le aspettative si andrà al ballottaggio anche nella Provincia di Prato, diversamente da quanto è accaduto a Pistoia, dove Federica Fratoni del centrosinistra ha battuto con il 51,3% Ettore Severi del centrodestra.

UMBRIA - La tornata amministrativa ha visto andare a un esponente del Pd la provincia e il comune di Perugia e la provincia di Terni.

MARCHE - Ancona sceglierà il proprio sindaco nel ballottaggio del 21 giugno. Stessa cosa per il comune di Fermo e per la provincia di Ascoli Piceno. Al comune di Pesaro l'ha spuntata invece al primo turno Luca Ceriscioli del Pd.

ABRUZZO - Forte il vento di centrodestra anche in questa regione, dove il Pdl si aggiudica le province di Pescara, Teramo e Chieti e i comuni di Pescara e Teramo.

MOLISE - Passa al centrodestra anche Campobasso, dove il sindaco uscente Giuseppe Di Fabio, ha dato le dimissioni due volte e poi le ha ritirate per problemi nella maggioranza di centrosinistra: Gino Di Bartolomeo , già presidente della Regione, eletto al primo turno con il 56,72%).

CAMPANIA - Cambio di colore anche in questa regione, dove le province di Napoli, Salerno e Avellino passano nelle mani del centrodestra. Per il comune di Avellino ballottaggio tra Pino Galasso del Pd e lo sfidante Massimo Preziosi, sostenuto da Pdl e Udc.

PUGLIA - Quasi un testa a testa tra Michele Emiliano e Simeone Di Cagno Abbrescia per il comune di Bari. A Foggia in vantaggio Enrico Santaniello (liste civiche), ma andrà al ballottaggio con Giovanni Battista Mongelli (centrosinistra). Per le provinciali ballottaggio a Taranto e Lecce. Bari se l'è aggiudicata Francesco Schittulli del Pdl.

BASILICATA - La tornata per le provinciali di Potenza e Matera assegna la vittoria al centrosinistra: Piero Lacorazza e Francesco Stella hanno sconfitto i candidati del Pdl. A Potenza il sindaco uscente Vito Santarsiero (Pd), candidato di centrosinistra, è in vantaggio su Giuseppe Molinari, ex Margherita, sostenuto dal Pdl.

CALABRIA - Sarà un ballottaggio a decidere la presidenza della provincia di Cosenza, nonostante un buon vantaggio di Mario Oliverio (centrosinistra) sullo sfidante del centrodestra Pino Gentile. Al secondo turno anche per la provincia di Crotone.

SICILIA - Anche qui sarà un ballottaggio a dire la parola finale nella sfida per il comune di Caltanissetta tra Fiorella Falci del centrosinistra e Michele Campisi del centrodestra.


08/06/2009

La Serracchiani fa il pieno in Friuli

La Serracchiani fa il pieno in Friuli

 

Con quasi 74mila preferenze supera anche Berlusconi. Il segretario locale del Pd, Zvech: «Risultato eclatante», «in questi mesi franceschini ha fatto un miracolo»

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Con le sue quasi 74mila preferenze, Debora Serracchiani, fa tirare un sospiro di sollievo al Pd. La 39enne avvocato e vice capogruppo nel Consiglio provinciale di Udine, numero tre della lista Pd nella circoscrizione Italia Nord Orientale, supera in Friuli anche i voti del capolista Pdl Silvio Berlusconi (64.286). «Mi sveglio, un occhio ai dati e... in Friuli Venezia Giulia Debora batte "papi" 73.910 a 64.286» si legge sulla pagina di Facebook della candidata. Notevole il distacco, sempre su scala regionale, anche con il capolista Pd Luigi Berlinguer, fermo a 11.244 preferenze.

RISULTATO STREPITOSO - Lei, originaria di Roma ma trapiantata a Udine, parla di risultato strepitoso. «Sono molto soddisfatta non solo nel vedere che tanti credono in me, ma anche perché in Friuli Venezia Giulia ho ottenuto 9mila preferenze in più rispetto a Silvio Berlusconi». In tutto il Nordest la Serracchiani ha finora ottenuto 101mila preferenze e mancano ancora i dati di parte del Veneto e dell'Emilia Romagna. Quanto ai programmi futuri, «aspettiamo l'ufficialità dei dati - dice Serracchiani -. Le idee per l'Europa sono tante: competitività, innovazione e ricerca». «Le forze fresche con cui affrontare le prossime sfide non mancano» commenta il deputato triestino del Pd Ettore Rosato. E il segretario del Pd friulano, Bruno Zvech: «Debora Serracchiani sarà sicuramente tra i primi candidati eletti nella circoscrizione Nord Orientale. Il dato è eclatante in sé perché, pur avendo 40mila voti in meno di lista rispetto al Pdl, Serracchiani prende migliaia di voti più di Berlusconi e il doppio di Giovanni Collino. Per cui è un risultato di proporzioni straordinarie. Quando il rinnovamento si lega alla competenza, alla passione civile, culturale e politica, i risultati si vedono».

L'INTERVENTO A ROMA - Debora Serracchiani, che sul suo sito si definisce «semplicemente democratica», è salita alla ribalta a marzo, dopo l'assemblea dei circoli democratici a Roma. In quell'occasione, da perfetta sconosciuta (anche se a livello locale è attiva da diversi anni), era salita sul palco e aveva criticato i dirigenti del partito («incapaci di avere una linea unica»), Franceschini in primis. Il quale aveva apprezzato: «Ha dimostrato grande energia, qualità, competenza. Anche se come voto mi ha dato 6-. È stata diretta anche nei miei confronti e ha fatto bene, questo rende vitale il partito». Ma adesso, a elezioni fatte, il giudizio della 39enne sul segretario è positivo: «Credo che Dario Franceschini in questi mesi abbia fatto quasi un miracolo. Mi sembra che il Pd abbia tenuto piuttosto bene, e che il Pdl non abbia sfondato. Credo che il Pdl sia stato punito perché non sta dando soluzioni, in particolare non si occupa della crisi come dovrebbe. Non so quanto abbiano pesato le vicende legate all'etica pubblica del presidente del Consiglio, però credo che più che altro inizino a pesare le mancate soluzioni del governo rispetto ai problemi del Paese».


Europee: il Pdl non sfonda, il Pd arranca

Europee: il Pdl non sfonda, il Pd arranca

 

Per le amministrative ha votato il 76,70 per cento. Ue, partecipazione al minimo storico. Crescono Idv e Lega, cala Udc. Sinistra radicale fuori da Europarlamento. Affluenza globale al 65% (estero 7%)

 

MILANO - Il Pdl cresce rispetto alle precedenti Europee ma non realizza lo sfondamento del 40% auspicato alla vigilia del voto, anzi perde rispetto alle precedenti politiche; il Pd perde consensi ma resta vicino alla soglia psicologica del 27% indicata come livello minimo di sopravvivenza. Lega Nord e Italia dei valori in netta crescita, così come l'Udc. Sinistra radicale esclusa anche dal Parlamento europeo dopo essere già scomparsa, con le elezioni politiche di un anno fa, dagli scranni di Camera e Senato. Quando mancano più di 500 sezioni da scrutinare (63.821 su 64.328 sezioni complessive in Italia e all'estero) il Pdl risulta al 35,26%, il Pd al 26,13%, la Lega al 10,20%, l'Idv al 7,99% e l'Udc al 6,51%. L'alleanza di Sinistra europea-Prc-Pdci al 3,38%, Sinistra e libertà-Verdi si è fermata al 3,12%. Entrambe le forze della sinistra radicale, dunque, non superano lo sbarramento del 4% al di sotto del quale non si conquista alcun seggio per l'Assemblea di Strasburgo e Bruxelles. Stessa sorte per i radicali, che si fermano al 2,42% e per gli autonomisti del Pda insieme a Pensionati e La Destra, al 2,22%. Tutti gli altri partiti sono sotto l'uno percento. Sulla base di questi dati, il Pdl potrebbe contare su 29 eurodeputati, il Pd su 22. La Lega potrebbe portare all’Europarlamento 8 eletti, l’Idv 7, l’Udc 5.

LE REAZIONI - Seppure con tutte le cautele del caso, nell'attesa dei risultati definitivi, le forze politiche hanno già iniziato a dare le valutazioni del caso. Mentre il Pdl cerca di minimizzare sul proprio risultato al di sotto delle aspettative, facendo notare il maggiore calo percentuale registrato dal Pd e recriminando sul forte astensionismo, nel fronte dell'opposizione va registrata la forte esultanza dell'Italia dei valori. Altamente soddisfatta la Lega, che ritiene di aver avuto consensi soprattutto per la battaglia contro i clandestini. Casini, invece, legge nel risultato del voto un rifiuto del bipartitismo da parte degli elettori. Le sinistre divise sono rimaste fuori dall'Europa. Ferrero infatti parla di una «scissione di troppo». I radicali, infine, lamentano la loro sostanziale assenza nei programmi incormativi della tv pubblica e si rendono protagonisti di una lite in diretta con Bruno Vespa durante lo speciale di Porta a Porta.

L'AFFLUENZA - Quello che è già certo è che si accentua il calo dell'affluenza alle urne. Complessivamente, su scala europea, si è raggiunto il minimo storico del 43,02%: nel 2004 la partecipazione era stata del 45,47 per cento. Ma seppure con numeri più incoraggianti, l'affluenza è in calo anche in Italia: 65,04% degli elettori alle urne (66,46% in Italia, e solo il 7,1% all'estero) rispetto al 73,9% delle europee del 2004, con un calo quindi dell'8,87% dei votanti, un record se si guarda all’affluenza media del continente, ma un primato «in negativo» per le consuetudini della penisola. Anche in questa tornata elettorale «si conferma la maggiore affluenza nelle circoscrizioni del nordovest con il 72,75%, nordest con il 71,89% e centro con il 72,13%». Lo ha detto il ministro dell'interno, Roberto Maroni, commentando dati non ancora del tutto definitivi. Si registra invece «un'affluenza più bassa nell'Italia meridionale (64,21%), molto molto bassa - ha proseguito - nell'Italia insulare (47,33% contro 64,75% delle precedenti elezioni europee)». Il ministro dell'interno ha poi sottolineato che «quest'anno per la prima volta tutti i dati sono on-line e quindi anche quelli relativi all'affluenza sono aggiornati in tempo reale e possono essere consultati da tutti».

AMMINISTRATIVE - Invece l'affluenza alle urne per il rinnovo delle amministrazioni comunali è stata del 76,70 per cento, contro il 79,33 per cento della precedente consultazione. Il dato finale del ministero dell'Interno indica un calo del numero dei votanti di -2,63 per cento.

TUTTO REGOLARE - «Le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, non ci sono stati incidenti rilevanti di nessun tipo». Lo ha detto al Viminale il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. «Anche gli scrutini procedono regolarmente», ha aggiunto. «Le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, non ci sono stati incidenti rilevanti di nessun tipo». Ai seggi, aperti dalle 7 (sabato si è votato dalle 15 alle 22), gli elettori italiani si sono recati per scegliere i 72 componenti del Parlamento europeo spettanti all'Italia, i presidenti e i consigli di 62 Province e i sindaci e di consigli di 4.281 Comuni (di cui 30 capoluogo). Per le Europee sono stati chiamati al voto in Italia oltre 49 milioni di elettori, mentre le elezioni amministrative interessano quasi 33 milioni e mezzo di elettori.

 

REAZIONI

 

LITE TRA GASPARRI E UNA CRONISTA DEll'UNITA'. La Russa: «Puniti dall'astensionismo».Il coordinatore del Pdl: «Berlusconi? In Veneto ha fatto campagna per la Lega. Ha esagerato»

 

ROMA - Il Pdl potrebbe essere stato punito dalla bassa affluenza alle urne al Sud e nelle isole e nel Veneto finisce di un punto avanti alla Lega (29,33% contro 28,38%, con la Lega però davanti in quattro province su sette: Verona, Vicenza, Treviso e Belluno). Se vengono confermati questi dati il «Pdl perde due punti rispetto alle politiche, quasi integralmente pareggiati dall'aumento della Lega. Berlusconi negli ultimi giorni ha fatto campagna per il Pdl e per la Lega, facendo anche arrabbiare i nostri in Veneto». Lo dice Ignazio La Russa a «Porta a porta». Se i dati venissero confermati, spiega il coordinatore del Pdl «bisognerebbe leggere come mai abbiamo avuto meno voti rispetto alle previsioni. La mia spiegazione arriva dalle parole del ministro dell'Interno sull'affluenza: ha votato il 67% italiani, che non è egualmente distribuito. Bene al nord e al centro, insufficiente al sud e catastrofico in Sicilia e Sardegna», dove ha votato la metà delle persone che hanno votato alle politiche. «Questo costa al Pdl due punti in percentuale», sottolinea il ministro della Difesa. «L'abbassamento generale e in particolare al sud e alle isole spiega il risultato. Il Pdl sta andando male rispetto ai sondaggi e alle previsioni, ma se si fanno i paragoni con i dati reali sono soddisfatto».

 

(Denis Verdini (Jpeg)

VERDINI - «L'astensionismo del Sud potrebbe averci punito», lo conferma anche Denis Verdini, coordinatore del Pdl commentando nella sede del Pdl a Via dell'Umiltà le proiezioni sui risultati delle elezioni europee. «I dati non sono negativi - aggiunge - ma non è quello che ci aspettavamo». A proposito del risultato della Lega, il coordinatore del Pdl aggiunge: «Questo avanzamento del Carroccio non è così eclatante. Comunque aspettiamo, i dati sono ancora parziali. Una delusione il 35%? Non parlerei di delusione, anche perché lo stacco tra governo e opposizione probabilmente crescerà». A chi gli chiede un commento sul distacco dal Pd, il coordinatore del Pdl risponde: «i dati confermano che la politica del Governo viene premiata e c'è un divario con l'opposizione. Bisogna comunque aspettare perchè le proiezioni danno dei dati differenti». Ai cronisti che gli chiedono se sia deludente non raggiungere il 40% Verdini aggiunge: «se guardiamo i dati di adesso siamo distanti ma stiamo parlando di una proiezione del 5% non è un punto di vista attendibile. Dobbiamo aspettare ancora»

GASPARRI - Anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri invita alla calma: «Aspettiamo i dati definitivi. Ma se questi fossero i dati, sarebbe una catastrofe totale del centrosinistra e qualcuno stasera dovrebbe lasciare l’incarico». Ma che serpeggia un certo nervosismo tra le file del Pdl lo conferma poi una battuta di Gasparri a una cronista de L'Unità: «Ma stia zitta, ancora con queste domande, vada a fare il funerale a Franceschini...». Intanto continua l'attesa al quartier generale del partito: a via dell'Umiltà sono riuniti il sottosegretario e portavoce del premier Paolo Bonaiuti, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno e il coordinatore nazionale del partito, Denis Verdini. La sala stampa è gremita di cronisti e telecamere in attesa che i primi esponenti del Popolo della Libertà scendano a dichiarare.

 

L'EX PM: «ORA NON BISOGNA PERDERE TEMPO». Di Pietro : raddoppiati i consensi. Il leader Idv: «Da domani siamo alternativa al governo Berlusconi che per noi resta fascista, piduista e razzista»

 

Antonio Di Pietro (Emblema)

ROMA - L'Italia dei valori raddoppia i consensi. E il suo leader Antonio Di Pietro prima esulta e poi attacca la maggioranza di governo.

IL COMMENTO - «È indubbio che il risultato indica che Italia dei Valori sta dalla parte dei cittadini perchè abbiamo raddoppiato i nostri risultati» spiega Di Pietro le prime proiezioni. «Ma io - prosegue il leader dell'Idv - mi proietto già verso il domani. Da domani non saremo più parte dell'opposizione ma della alternativa al governo Berlusconi che per noi resta fascista, piduista e razzista». L'ex pm si dice sicuro «che ci sono le condizioni per costruire l'alternativa: vedremo con quale partito e con quali uomini. Sentiamo - sottolinea Di Pietro - la responsabilità di non perdere tempo per essere i cofondatori di una nuova coalizione».

VIA IL NOME - «Italia dei Valori che ha raddoppiato i consensi rispetto alle ultime politiche e quasi quadruplicato quelli rispetto alle precedenti europee non è più un partito personale ma dimostra di essere un partito popolare pronto a costruire l'alternativa al modello di governo berlusconiano. E il 22 giugno prossimo l'esecutivo nazionale deciderà di togliere il mio nome di fondatore dal simbolo allo scopo di favorire la costruzione di un nuovo partito su base universale» conclude Di Pietro.

 

Cota: «Il voto della Lega è la vittoria della linea Maroni sui clandestini». Il viceministro Roberto Castelli: «Il risultato del voto? Nel governo non cambia niente»

Roberto Cota (Newpress)

ROMA - «Siamo soddisfatti. Dalle proiezioni emerge un dato molto positivo: il raddoppio rispetto alle precedenti elezioni europee e una crescita rispetto alle Politiche dell'anno scorso». Così il capogruppo alla Camera della Lega Nord, Roberto Cota, commenta con il quotidiano online Affaritaliani.it i primi risultati delle elezioni europee. «Questi dati corrispondono a quelli che ci arrivano attraverso i nostri militanti nei seggi. In Europa faremo un'azione decisa per il no all'ingresso della Turchia in Europa - aggiunge -, perché ha un sistema culturale e produttivo completamente diverso rispetto al nostro e perchè è un pericolo per la nostra identità. Il voto è anche un premio per l'azione di contrasto all'immigrazione clandestina e un sostegno all'operato del ministro Maroni. Anche l'Unione Europea ora dovrà muoversi in modo deciso per fermare l'immigrazione clandestina».

CASTELLI - «Il risultato del voto? Nel governo non cambia niente» ha detto il viceministro Roberto Castelli rispondendo a una domande dei giornalisti che gli chiedevano se il risultato del voto che si sta delineando possa avere degli effetti sul governo italiano. Castelli ha così ribadito il concetto espresso nel pomeriggio di domenica dal leader della Lega Umberto Bossi il quale aveva detto che all'indomani del voto non sarebbe cambiato nulla nel governo.


 

 

Casini: «Dura lezione al bipartitismo». Il leader dell'Udc: «Il governo non è in discussione, continuerà»

Pierferdinando Casini e Azzurra Caltagirone escono dal seggio elettorale Elezioni Europee (Eidon)

ROMA - «Se i risultati saranno confermati noi siamo stati premiati e il bipartitismo, che non c'è, ha avuto una dura lezione». È il commento del presidente dei deputati Udc Pier Ferdinando Casini, dopo le ultime proiezioni del voto europeo. «Quello che è successo a Lega e Idv -osserva- sta nel novero delle cose. Di Pietro ha giocato togliendo voti al Pd e la Lega è l'alleato ideale. Chi vota Lega al nord, infatti, vota per un partito di protesta e di governo. Ecco perché si è gonfiato». «Se saremo confermati -ribadisce Casini- siamo contenti perché avevamo chiesto un voto in più per capire se la nostra sfida, considerata da alcuni, e non a torto temeraria, aveva le gambe per andare avanti e se questo Partito della nazione che abbiamo in progetto di fare può avere una prospettiva futura».

FUORI DAI BLOCCHI - Per Casini, si tratta di un risultato tanto più «soddisfacente» perchè la campagna elettorale è stata fatta «senza potere locale, senza potere nazionale e in una condizione in cui il partito si trova fuori dai due blocchi». Il presidente dei deputati dell'Udc evidenzia inoltre che i dati finora disponibili mostrano che c'è «un 15% di elettori che non ha rappresentanza». Il Pd e il Pdl -fa notare- hanno il 60% e quindi non è il caso di continuare a parlare di bipartitismo. Il Pdl paga -prosegue nella sua analisi Casini- la scelta di avere individuato nella Lega un alleato privilegiato ed esclusivo. Noi abbiamo parlato di problemi reali degli italiani con serietà, costanza e in modo silenzioso. Non abbiamo parlato di veline, di gossip o di problemi giudiziari di Berlusconi ma abbiamo parlato dei problemi degli italiani«. Se i dati si confermano, «siamo stati premiati» e perciò «siamo sereni, addirittura contenti, è un dato soddisfacente». Non nasconde la sua soddisfazione il presidente dell'Udc Pierferdinando Casini che, in collegamento con Porta a Porta, richiama a una lettura politica del voto: «Il bipartitismo che non c'è, ha avuto una dura lezione». Detto questo, a giudizio dell'esponente centrista «il governo non è in discussione, continuerà».

CON IL PDL - E i rapporti con il Pdl nei prossimi mesi? «Sconti non ne facciamo a nessuno - dice il leader Udc -. È importante essere seri con gli impegni con gli elettori».

 

 

Polemica sull'informazione sulla lista Bonino data dalla Tv pubblica. Spazi in tv, lite in diretta radicali-Vespa. Cappato: «Se fosse per Porta a Porta saremmo allo 0%». Il conduttore: «Non è vero, avete avuto il 7,1% di spazi»


ROMA - I radicali sono dati nelle proiezioni al 3%, ma «fosse stato per Vespa o per Porta a porta potevamo andare tranquillamente sotto lo zero per cento». L'europarlamentare uscente Marco Cappato, in collegamento con la trasmissione di Raiuno attacca a testa bassa Bruno Vespa per lo spazio che la tv pubblica ha riservato al partito radicale in campagna elettorale.

LA REPLICA DI VESPA - Pronta la replica del conduttore, che ricorda: «I dati pubblicati indicano che nelle trasmissioni di approfondimento della Rai il partito radicale ha avuto il 7,1%. Questi sono i dati, tutto il resto sono menzogne», sottolinea Vespa. L'europarlamentare radicale replica pronto, accusando Vespa di dire «cosa false». «I dati di cui parla riguardano il periodo immediatamente successivo alle condanne dell'autorità garante», incalza Cappato. Vespa di rimando assicura di non aver ricevuto alcuna condanna dall'authority.