20/12/2009
Guccini attore per Pieraccioni: psicologo sul set, un divertimento
Guccini attore per Pieraccioni: psicologo sul set, un divertimento
L’intervista. «Mi rivedo con imbarazzo ma il cinema è sempre stata la mia passione»
ROMA — «Con Leonardo ho fatto tre comparsate, o camei come si dice. Preside in Ti amo in tutte le lingue del mondo , regista di una scalcagnata compagnia di musical in Una moglie bellissima. E ora psicologo in Io & Marilyn ». Leonardo è Pieraccioni e chi parla è Francesco Guccini, 70 anni a giugno, storico cantastorie. Ma forse bisogna mettere il trattino e aggiungere attore. «L’ho fatto anche in Radiofreccia di Ligabue, in un film di Enzo Monteleone facevo il padre di Stefano Accorsi, poi in uno di Benni dove c’erano Dario Fo e Paolo Rossi. Sempre comparsate, intendiamoci. Pieraccioni venne a sentire un mio concerto a Firenze e dopo mi chiese di recitare. Accettai per divertimento».
Conosceva Pieraccioni? «Avevo visto gli altri suoi film: divertenti, ben confezionati. Leonardo non sogna di essere Bergman».
Cosa le dice prima del ciak? «Niente, chi sta sul palco è già un po’ attore. Spero di essere all’altezza. Se mi rivedo? Sì ma con grande imbarazzo».
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| Guccini sul palco insieme a Pieraccioni |
Se le offrissero un ruolo da protagonista? «Oddio, bisogna vedere... Ma il cinema è scomodo, è lento, bisogna star lì ad aspettare, per pochi giorni va bene».
Va al cinema? «Molto meno da quando mi sono trasferito in montagna, sugli Appennini, nel paesino dei miei. Quando ci venivo d’estate, un mio parente gestiva una specie di arena con gli altoparlanti, le pellicole rigatissime, pioveva sempre. A Bologna li vedevo un po’ tutti, i western, Fellini. In sala si fumava e c’erano dei nebbioni atomici, poi si entrava che lo spettacolo era già cominciato e si diceva: Ecco, siamo arrivati qua . Un amico di montagna era fissato: tu che abiti in città, a Bologna, chissà quanti film vedi. Ma io non ero di famiglia ricca e allora i film li inventavo, li giravo nella mia testa, traducevo dei libri come film che raccontavo agli amici » .
Lei ha detto che fu un film a indirizzarle la vita... «Ah sì, un film con gruppetti americani che facevano rock’n’roll anni ’50, c’era un gara, chi vinceva andava a suonare per le scout-girls. Noi non è che avessimo tante ragazze...».
Pieraccioni si circonda di belle attrici... «Quando giro io però non ci sono mai » .
C’è chi dice che il regista toscano fa sempre lo stesso film. «Lo dicono anche a me che rifaccio sempre la stessa canzone. No, piuttosto Leonardo ha tirato fuori una vena malinconica e di tristezza. Se leggi i suoi racconti finiscono tutti male. Nella vita è davvero simpatico, divertente».
E Ligabue come regista? «Buono. Aveva una specie di Virgilio che gli faceva da assistente e lo indirizzava, ma è meticoloso e si è dato da fare».
Lei nella commedia di Pieraccioni fa lo strizzacervelli: se dovesse analizzare qualcuno nello spettacolo? «Andrei da una rockstar tipo Madonna. Fanno delle richieste assurde: nei camerini voglio dieci asciugamani verdi. Io quando vado in Toscana ho degli amici del Monte Amiata che mi portano porchetta e formaggio. In America la competizione dev’essere fortissima e chi emerge si sente sciolto da ogni regola. Ci sono artisti che diventano come i poeti maledetti francesi dell’800, le droghe e dissociazioni continue. I gestori degli alberghi sono terrorizzati quando arrivano i cantanti » .
In una scena Pieraccioni evoca Marilyn durante una seduta spiritica... «Io chiamerei un mio prozio che andò a fare il minatore in Usa; o Michael Jackson, circondato da centinaia di persone che gli stravolgono la vita. Che vita infernale deve aver fatto».
Com’era la Rimini di Fellini vista da Bologna? « Amarcord è un capolavoro anche se il mio preferito è La grande guerra di Monicelli. Ci sono molte differenze tra l’Emilia e la Romagna. I romagnoli sono i meridionali del Nord, ciarlieri, di cuore, attaccabrighe, amano la buona tavola. Però anche lì ci sono differenze tra romagnoli di terra e di mare».
Lei aveva promesso un cd nuovo... «Ho scritto tre canzoni nuove, ne riparliamo quando arrivo a sette».
Perdoni: si considera un sopravvissuto? «No, perché? Per alcuni sembra che abbia scritto solo La locomotiva . Sono di sinistra come lo ero anni fa. Ma non mi considero un autore politico, anzi sono più intimista- esistenzialista, anche se uno che parla di se stesso, con le opinioni che ha, cade in un vizio politico».
Caetano Veloso ha dedicato un brano a Antonioni. Mai scritto per un cineasta? «No. Ma ho collaborato con Gian Piero Alloisio che ne ha dedicate due: una, ironica, si chiama Dovevo fare del cinema . E l’altra a Marilyn che, guarda caso, è la musa del film di Pieraccioni».
L’ultimo film che ha visto? «Risale a parecchio fa. Al cinema vado su spinta della mia compagna che mi porta a vedere Harry Potter, i vampiri. Io le dico: visto uno visti tutti. Infatti agli ultimi c’è andata da sola».
Valerio Cappelli
corriere.it
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| Tag: cinema, film, intervista, guccini, musica, cantautor, pieraccioni, attore, regista, psicologo, parte, io e marilyn | OKNOtizie |
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10/04/2009
I bambini, i disegni e il sisma «La donna fugge con le lacrime»
I bambini, i disegni e il sisma «La donna fugge con le lacrime»
«Qui tutti si ricordano la notte del terremoto: adulti, anziani e bambini» dice Emanuele Legge, psicologo
L’AQUILA — Facciamo il gioco dei sentimenti, proviamo a descrivere la tristezza. «C’è una donna che scappa e piange — dice Marica — e il corpo di un uomo è rimasto nudo lì sotto». È una bimba di quattro anni ed è sfollata nel campo di Bazzano; per lei la tristezza adesso è fatta così. «Ma parlava con grande serenità — assicurano gli psicologi che hanno raccolto le sue parole — nessun tono drammatico». Poi quella bambina ha disegnato la storia che aveva appena raccontato: si vede una figura femminile che si allontana, dagli occhi cadono grandi lacrime celesti, e a destra c’è una casa con dentro un corpo steso a terra. Gli esperti dicono che è giusto così.
I bambini disegnano. Nelle tendopoli abruzzesi, dopo il sisma che ha distrutto case e certezze, i più piccoli cercano di recuperare qualche briciolo di normalità: con carta, colori e un po' di fantasia (Benvegnù-Guaitoli)
Spiegano che la bambina non parlava di cose che ha visto, ma di quello che ha sentito dire dai grandi, e soprattutto che va bene se lo racconta. «Qui tutti si ricordano la notte del terremoto: adulti, anziani e anche i bambini» dice Emanuele Legge, psicologo. Lui lo sa perché c’era: lavora all’Asl dell’Aquila e adesso è uno sfollato. In questi giorni, da volontario, sta assistendo gli altri profughi. «Invece di mettere tutto in un cantuccio per poi tirarlo fuori nei momenti critici — prosegue —, è meglio esprimere. Noi chiediamo ai bambini di inventare storie e favole. Alcuni parlano di fughe nella notte o del rumore terribile che hanno sentito. Ma è normale, e ha valore terapeutico». Del gioco dei sentimenti, ieri a Bazzano, faceva parte anche la descrizione della gioia: è una distesa di cuori, magari un po’ incerti, ma molto colorati. I bambini terremotati disegnano. Ognuno quello che si sente, non vengono indirizzati. Matteo ha fatto un prato fiorito. Laura racconta in diretta la sua opera: «Questo qui sopra è Gesù. Poi sotto ci sono tre bambini». Ma alla fine aggiunge un particolare, la figura di un uomo sulla sinistra che lancia in aria qualcosa. Sul retro, a mo’ di didascalia, scrive di che si tratta: «Che i bambini dicono a un bandito di lasciare la pistola e andare con loro».
Insomma, non tutti si ispirano alla tragedia che hanno appena vissuto. Però Leila, nata in Abruzzo da genitori macedoni, da due giorni riempie fogli con disegni di tende da campo: «Spostati, che non vedo bene» dice a chi si mette davanti al soggetto che sta cercando di copiare. Lo stesso che, coccolata da un team di Save the Children, ha disegnato Gloria, 9 anni: due grosse tende numerate, proprio come quelle che ospitano i profughi, ma circondate da farfalle multicolore, e poi un prato in fiore, il sole, le nuvolette azzurre. E ancora: c’è chi ha dipinto una grossa jeep, come quelle che circolano all’Aquila da giorni. C’è Davide, che ha messo le montagne dell’Abruzzo sullo sfondo, un elicottero in cielo e un’ambulanza a terra. È quello che vede quando si guarda attorno dal campo di Piazza d’Armi, dove abita ora.
Un altro bambino di quella tendopoli si è cimentato con le tecniche ad acquerello: su un cartoncino ha dipinto una casa nera, e non si sa se gli è scappata la mano oppure se è un effetto voluto, fatto sta che quell’edificio sembra tremare. Sopra c’è un volo di uccelli, neri anche loro. Ma in alto ha disegnato un bel sole che ride, e di lato un albero in fiore. «È riuscito a descrivere tutto — dice Italo Cassa, della Scuola di Pace, venuto all’Aquila per far disegnare i bambini —: in quel quadro c’è il dolore, ma ci sono anche vita e speranza».
09/11/2008
Soli con la barca a vela, serve lo psicologo
Soli con la barca a vela, serve lo psicologoAl via dalla Francia il Vendée Globe, giro del mondo in solitaria. Non più di metà delle imbarcazioni taglierà il traguardo dei 45 mila km. A bordo Bibbia, iPod e cibo liofilizzato

MILANO - La metà della flotta, trenta barche, non concluderà la regata. Statistiche, altro che vento del pessimismo. Perché per il Vendée Globe, giro del mondo a vela in solitario e senza scali, 6ª edizione, si salpa oggi da Les Sables d’Olonne, golfo di Biscaglia, senza sapere quando, e se, si torna. «Passeggera clandestina», chiamano la paura i capitani coraggiosi (17 francesi, 7 inglesi tra cui due donne, Dee Caffari e Samantha Davies, 2 svizzeri, uno spagnolo, un austriaco, un canadese e un americano) che hanno scelto questo viaggio dentro se stessi lungo 45 mila chilometri, la prova estrema della grande vela oceanica, tre mesi al timone parlando con la barca per non impazzire.
Un team di specialisti, medici e psicologi, assisterà i concorrenti da terra via radio. Ma a nulla servirono i loro sforzi, nel 2001, per risollevare dallo stato di prostrazione psicologica la giovane Ellen Mac Arthur, che l’Inghilterra adottò dopo averla sentita singhiozzare in diretta sulla Bbc e che solo i genitori, in collegamento dalla casa nel Derbyshire, riuscirono a dissuadere dal ritiro. Il corso di sopravvivenza pre-regata è obbligatorio. L’assicurazione sulla vita, caldamente consigliata. Il rischio è dietro ogni onda. Nel ’96 Pete Goss trasse in salvo il rivale Raphaël Dinelli, alla deriva sul gommone di salvataggio nel terribile Oceano Indiano, e in quell’edizione maledetta il canadese Gerry Roufs sparì nel nulla, inghiottito dal Pacifico del Sud, che sei mesi dopo sputò gli avanzi della sua barca sulle coste del Cile. Bertrand de Broc, infortunato, si ricucì la lingua seguendo le istruzioni del dottore. Rambo, in confronto, era un pivello.
Salpare per il Vendée, significa buttarsi con un paracadute bucato. Può andar bene, oppure no. «E se sopravvivi, diventi un amuleto ambulante» scherza ma non troppo Vincent Riou, recidivo (seconda Vendée) e campione in carica, stella dello squadrone francese che vivrà l’evento con la passione di un Mondiale di calcio, l’uomo che sussurra alle vele e che punta ad abbassare il record: mettersi il mare in tasca in meno di 80 giorni (il primato, che gli appartiene dal 2005, è di 87 giorni, 10 ore, 47’55’’), alla faccia del buon senso e della fantasia di Jules Verne. La sfida è tecnica, fisica e psicologica. L’assenza di scali ne aumenta il coefficiente di difficoltà: se l’affidabilità dello scafo è già un’incognita, la solidità mentale dei solitari nei Quaranta ruggenti e nei Cinquanta urlanti, navigando tra il 40˚ e il 50˚ parallelo dell’Emisfero Sud e doppiando i tre Capi (Buona Speranza, Leeuwin, Horn), sarà la variabile sulla quale costruire un’avventura indimenticabile o un viaggio senza ritorno. «Laggiù non c’è sole, il mare è grigio, fa freddo, il vento soffia a 60 kmall’ora e le onde possono raggiungere otto metri d’altezza - ricorda Isabelle Autissier, leggenda francese di una vela che non esiste più ma che conserva ottima memoria -. Laggiù ti senti lontanissimo dal resto del genere umano. Il Vendée è come guardare in faccia un fantasma per cento giorni. L’equilibrio è fondamentale».
Loïck Peyron, il più giovane della dinastia di fratelli velisti, non si terrà tutto dentro: «Il terzo giorno di regata comincio a confidarmi con il mio scafo e non mi fermo più». Dee Caffari studierà il francese: «Al mio ritorno desidero parlarlo perfettamente». C’è chi ha imbarcato, in una cambusa prevalentemente di cibi liofilizzati per non appesantire troppo la barca, orsetti di peluche, foto dei figli, sciroppo di menta per mascherare il gusto dell’acqua desalinizzata, resistenze elettriche da usare tra gli iceberg, l’iPod, la Bibbia. Gonfiare le vele di fede, oltre che di vento, scalda l’anima. E, forse, anche un po’ le mani.
13:01 Scritto in SPORT ESTREMI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: giro del mondo, barche, vela, vendèe globes, psicologo, sport estremi | OKNOtizie |
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