30/08/2010
Stuprata da 5 donne per punizione
Stuprata da 5 donne per punizioneFrancia sotto choc per l'episodio avvenuto in un paesino della Piccardia. Aveva «soffiato» il fidanzato di una di loro, violenze e saccheggio davanti agli occhi del figlio di 2 anni
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12/05/2009
Via il cellulare per punizione Quindicenne si impicca
Via il cellulare per punizione Quindicenne si impicca
Lecce. Ha legato un lenzuolo al soffitto di casa
LECCE — È toccato al padre trovarla morta. Quando ha aperto la porta di casa si è visto di fronte la figlia con un lenzuolo al collo, impiccata ad una delle grate del soffitto. M. aveva solo 15 anni e avrebbe festeggiato il suo sedicesimo compleanno il 20 agosto. Ottimi voti all'istituto magistrale di Lecce, amici e amiche con cui divideva i pomeriggi dopo la scuola, una famiglia con la quale, almeno apparentemente, andava d'accordo: non c'erano mai stati grandi problemi, se non le classiche incomprensioni tra genitori e figli adolescenti.
Eppure quella punizione che il padre le aveva inflitto, il «sequestro» del cellulare per qualche ora e il divieto di uscire con un gruppo di amici, a M. deve essere sembrato insopportabile, ed è per questo, forse, che ha deciso di farla finita. Domenica pomeriggio i genitori di M., padre negoziante e mamma casalinga, si sono avviati in Chiesa, in un paese della provincia di Lecce, per celebrare la Comunione dell'altro figlio più piccolo. Anche M. avrebbe dovuto unirsi a loro, ma quando è stato il momento di uscire si è rifiutata. «Preferisco tornarmene a casa per conto mio e poi voglio uscire con i miei amici» avrebbe detto ai genitori, mandandoli su tutte le furie. «Se non vieni con noi non uscirai neppure con i tuoi amici» la risposta. Da qui sarebbe scoppiato il diverbio, che si è concluso con la decisione del padre della ragazza di portarsi via il suo cellulare come punizione. Lei è rimasta in camera sua e non si è mossa di casa. Ha trascorso il pomeriggio a leggere e a chiacchierare con le amiche al telefono, raggiunte con il telefono fisso. I carabinieri, che hanno indagato sull'episodio, le hanno ascoltate tutte, nel tentativo di scavare meglio nelle motivazioni che l'avrebbero spinta a un gesto tanto estremo.
Le compagne di classe hanno ascoltato gli sfoghi di M., ma nulla ha mai fatto sospettare loro che le cose si sarebbero concluse in modo tanto tragico. Increduli anche i genitori, che non vogliono accettare l'idea di un gesto volontario. M. non ha lasciato alcun biglietto di addio, sembra che non avesse confidato a nessuno il desiderio di farla finita. Ed è anche per questo che l'impressione di chi ha lavorato sul caso è che M. forse non voleva uccidersi. È possibile che il suo gesto volesse essere solo un atto dimostrativo, dettato dalla rabbia per il divieto di uscire, vissuto come una punizione incomprensibile. I genitori della studentessa, rientrati intorno alle 23 dopo la festa, hanno subito chiamato i soccorsi, l'ambulanza è arrivata in fretta, ma ogni tentativo di rianimarla è stato inutile. Amici e compagni di classe hanno scritto molti messaggi per lei su Facebook, salutandola con tantissimi abbracci, perché a tutti sembra impossibile che si sia fatta travolgere dalla disperazione solo per una lite con mamma e papà.
C. Mar.
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| Tag: lecce, tragedia, ragazza, impiccata, padre, punizione | OKNOtizie |
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23/03/2009
Appello dello sfregiatore: non accecarmi come ho fatto io
Appello dello sfregiatore: non accecarmi come ho fatto io
Innamorato respinto sfigurò con l'acido una giovane: punito con stesso trattamento. Il giovane in carcere a Teheran invoca la ragazza: risparmiami un occhio e mi prenderò cura di te
MADRID - Ancora pochi giorni e, forse già all'inizio di aprile, terminate le celebrazioni del nuovo anno persiano, la pena sarà eseguita: occhio per occhio. Ameneh Bahrami, una trentenne iraniana che vive a Barcellona, tornerà a Teheran per riscuotere il risarcimento che le spetta per la legge del taglione: la vista di Majid Movahedi. Tornerà a incontrare quello spasimante respinto, soltanto per trascinarlo nella stessa oscurità cui lui la condannò cinque anni fa. Nello stesso inferno di sofferenza e mutilazione. Ameneh non perdona, anche se il ragazzo, in un'intervista esclusiva al quotidiano spagnolo El Mundo, le rivolge un estremo appello. Anzi, una nuova proposta: «Risparmiami almeno un occhio, perché io possa prendermi cura di te. Ripagarti del male che ti ho fatto. Assisterti per tutta la vita».
Ma lei non vuole saperne di dimezzare il conto e, tanto meno, di condividere con lui il resto dell'esistenza. O, non sia mai, di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Vuole, pretende che Majid viva il suo stesso calvario. E sogna di essere lei stessa a lasciar cadere le quaranta gocce di acido stabilite dal tribunale nelle pupille del suo sfregiatore. Da una cella della capitale iraniana lo studente che cinque anni fa sfigurò e accecò Ameneh, gettandole dell'acido in faccia, tenta di difendersi: «Io volevo sposarla. Avevo fatto tutto il possibile perché accettasse la mia proposta. La supplicavo, ma lei non mi ascoltava. Non mi lasciò altra scelta. Pensavo che, se le avessi bruciato il volto, nessun altro uomo l'avrebbe sposata e lei avrebbe finito per accettare me».
Non è un ragionamento poi così originale in Iran: deturpare un amore non corrisposto per indurlo ad accontentarsi dell'unico pretendente rimasto. Gli uomini, e anche le donne, che vi ricorrono si sono conquistati perfino un appell ativo sul dizionario: acid-pashi, lanciatori di acido. «Ma di solito sono condannati a due o tre anni di carcere. Per me, non è stato così » non si capacita di tanta severità nei suoi confronti Majid, che ancora crede di aver possibilità di far breccia nel cuore di Ameneh.
In aula ha ascoltato, come se non la sentisse, la donna dei suoi sogni reclamare il suo atroce risarcimento. Ha ascoltato i giudici accoglierla e non si è ribellato: «Me lo merito». Ma coltiva ancora la sua disperata illusione: «Vorrei vivere con lei, anche da cieco. Continuo ad amarla e sarà sempre così, anche se saremo ciechi entrambi. Tutti pensano che io voglia soltanto sfuggire alla condanna e perciò lo dica. Invece la amo». Majid implora El Mundo di far giungere ad Ameneh, a Barcellona, una lettera con la sua richiesta di perdono. Niente da fare: «Quel ragazzo mente». E tra due settimane, quando scoccherà l'ora della vendetta: «Io non mi tirerò indietro» giura Ameneh.
Elisabetta Rosaspina
11:16 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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