05/05/2010
Con la nuova legge neppure una riga
Con la nuova legge neppure una rigaLe intercettazioni. Se la nuova legge fosse già in vigore neanche una riga sulla casa di Scajola
Cosa c’entrano le intercettazioni con il caso Scajola? Niente: alla base della sua vicenda non ci sono microspie, ma solo assegni bancari e dichiarazioni di testimoni, atti peraltro tutti non più coperti da segreto perché depositati al Tribunale del Riesame. Eppure, se fosse già in vigore la legge proposta dal ministro Alfano sulle intercettazioni, gli italiani nulla saprebbero ancora della casa di Scajola. E nulla gli italiani ancora saprebbero perché nulla i giornali avrebbero potuto scriverne in questi 12 giorni, e ancora fino a chissà quanti altri mesi. Al contrario di quello che i promotori della legge raccontano, e cioè che con essa intendono impedire la pubblicazione selvaggia di intercettazioni segrete, l’attuale testo in discussione alla Commissione Giustizia del Senato vieta, con la scusa delle intercettazioni, la pubblicazione — non solo integrale ma neanche parziale, neanche soltanto nel contenuto, neanche soltanto per riassunto — degli atti d’indagine anche se non più coperti dal segreto, e questo fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza. In più, aggancia la violazione di questo divieto a un’altra legge già esistente (la 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese per reati commessi dai dipendenti nell’interesse aziendale), e per ogni pubblicazione arbitraria fa così scattare non solo ammende maggiorate per i cronisti (da 2 a 10 mila euro, dunque con oblazione a 5 mila euro), ma soprattutto maxi-sanzioni a carico delle aziende editoriali fino a 465 mila euro a notizia
Per dare un’idea dell’impatto, i quotidiani nazionali, con quello che hanno pubblicato di vero e di più non segreto in questi 12 giorni, rischierebbero già 4/5 milioni di euro, e i loro cronisti oblazioni già per 60 mila euro a testa (sempre che il giudice non ritenga, a motivo della gravità del fatto, di negare l’oblazione e avviare il giornalista a un processo che potrebbe concludersi con la condanna a 2 mesi di arresto per ogni pubblicazione arbitraria).
Il caso di Scajola è ancor più istruttivo perché rivela quanto ipocrita sia il ritornello di chi vuole far discendere dalla sola rilevanza penale la condizione di «scrivibilità» di una vicenda giudiziaria, e dalla sola qualifica di indagato l’unico criterio di interesse pubblico di una notizia. Il ministro non è indagato dalla Procura di Perugia ed è possibile che nemmeno lo sia in futuro, quindi in base a questo buffo criterio non si dovrebbe scriverne alcunché. Allo stato, anzi, Scajola è un «terzo» estraneo ai fatti di reato contestati invece ad Anemone e Zampolini per il controverso tragitto immobiliare di quegli 80 assegni, e dunque la sua vicenda, misurata su questo singolare parametro, dovrebbe restare esente da attenzioni giornalistiche. Ma quanto questo sarebbe assurdo l’ha dimostrato indirettamente proprio un importante dirigente del partito di Scajola e di Alfano, il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, quando poche settimane fa convocò una conferenza stampa per sventolare alcune intercettazioni allegate a una memoria difensiva depositata agli atti e dunque non più segrete, dalle quali a suo avviso emergevano non reati ma indebiti comportamenti di un dirigente del centrosinistra toscano. Iniziativa assolutamente legittima, se l’onorevole Verdini la ritiene valida e se, come ogni giornalista, se ne assume la responsabilità (su veridicità e continenza) rispetto ai già oggi esistenti confini della diffamazione. Solo che il coordinatore del Pdl dovrebbe andare a farlo presente al ministro della Giustizia, appena approderà in Parlamento la legge che dichiara di voler fermare le intercettazioni selvagge ma in realtà vieta la cronaca. O provare a ricordarlo al presidente del Consiglio quando, come ieri, afferma che in Italia «c'è fin troppa libertà di stampa».
Luigi Ferrarella
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22/12/2009
«La Murphy uccisa dall'influenza A»
«La Murphy uccisa dall'influenza A»
E' la tesi riportata dai due giornali inglesi “Daily Star” e “Daily Express”. Dubbi avanzati anche dal LA Times: «L'attrice aveva tutti i sintomi». Ma c'è anche chi pensa all'anoressia
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LOS ANGELES (CALIFORNIA) - Potrebbe essere stata l’influenza A ad uccidere Brittany Murphy. O almeno questo è quanto riportano due giornali inglesi come “Daily Star” e “Daily Express”, citando non meglio identificate “fonti anonime” legate alla giovane attrice, trovata morta nella doccia di casa sua a HollywoodSun”. domenica scorsa per un presunto attacco di cuore. A quanto sostengono i soliti bene informati, pare che la Murphy (che soffriva anche di diabete di tipo 2) stesse combattendo da giorni contro i sintomi influenzali e stesse prendendo un sacco di medicine per combattere il virus H1N1. Medicine che sarebbero state trovate in grande quantità in casa dell’attrice, fra cui anche quel Vicodin che si dice abbia causato la morte di Michael Jackson, sebbene il coroner di Los Angeles, Ed Winter, abbia negato lunedì che il decesso della ragazza sia in qualche modo legato all’abuso di farmaci e abbia parlato di “morte per cause naturali”, anche se per la completa certezza bisognerà attendere l’esito dell’autopsia, a cui pare che il marito di Brittany, lo sceneggiatore inglese Simon Monjack, avrebbe cercato inutilmente di opporsi (lo scrive il “
TUTTI I SINTOMI DELL'INFLUENZA - «Mi chiedo se non si tratti davvero di influenza A – ha spiegato Patt Morrison, corrispondente da Hollywood per il “LA Times”, al programma della BBC Radio 5 Live – perché lei aveva esattamente tutti i sintomi, ovvero nausea e vomito prima della morte e l’arresto cardiaco è spesso legato a questo tipo di virus». E se il video dell’ultima intervista alla protagonista di “8Mile” rilasciata alla Fox News è già diventato uno dei più visti e cliccati sul web, al tempo stesso quelle immagini hanno anche aumentato le perplessità sulle reali condizioni di salute di Brittany che, parlando dello sconfinato amore per la sua famiglia, ammetteva però anche di essere “un po’ troppo magra”. E le foto della Murphy di appena due settimane fa, quando apparve quasi pelle ed ossa e incapace di stare in piedi ad un evento mondano di Los Angeles, sembrano confermare i sospetti di chi teme che dietro alla sua morte possa esserci il fantasma dell’anoressia. Una paura che pare fosse nota anche fra i suoi amici, tanto che il celebre blogger Paris Hilton ha definito la morte di Brittany “devastante, ma non certo una sorpresa”.
Simona Marchetti
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29/09/2009
Videorivolta: disdiciamo il canone Rai Le istruzioni per staccare la spina
Videorivolta: disdiciamo il canone Rai Le istruzioni per staccare la spina
Annozero, Romani: "Verifica legittima" Dalla Lega un odg per abolire il canone
Roma - "Una verifica legittima. Nessuna censura". Il vice ministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, incontra il presidente della commissione di Vigilanza Ra, Sergio Zavoli, e fa il punto sulla situazione del "dossier Annozero" aperto dal governo con il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. L'incontro di oggi, durante il quale è stata ribadita l’intenzione di acquisire informazioni dai vertici Rai per verificare la corretta attuazione del contratto di servizio, precede quello con i vertici dell’azienda, convocati da Scajola l’8 ottobre. In quella sede, ha detto Romani, "acquisiremo al massimo livello le informazioni" relative "ad Annozero ed eventualmente altri programmi sui quali riteniamo che, da parte del governo, debba esserci la verifica della corretta attuazione del contratto di servizio".
Il responso dell'Agcom Due atti dell'Authority: la diffida per Beppe Grillo e Marco Travaglio per le affermazioni su Giorgio Napolitano e Renato Schifani e il parere richiesto da Masi per il contratto di Travaglio in cui si parla "di possibili sanzioni anche forti, fino al 3% del fatturato". Romani cita anche "il codice etico, di cui si fa menzione nel contratto di servizio", dove "si chiede a tutti i dipendenti e collaboratori di ottemperare a quanto previsto dal codice in tema di obiettività e rispetto del pluralismo. E il fatto che si sia contravvenuto a questo è per noi un altro elemento". Dunque per Romani c’è "un combinato disposto di norme dalle quali si capisce che il governo è in piena facoltà di chiedere informazioni". Di qui la decisione di attivare l’istruttoria, sapendo che il governo era "tenuto a informare la Vigilanza, cosa che ho voluto fare oggi in via addirittura preventiva".
La Santanché: "Gazebo in piazza" Continua la protesta contro il canone Rai e in particolare la trasmissione Annozero di Michele Santoro. Stamani Daniela Santanché, leader del Movimento per l’Italia, ha allestito un gazebo in piazza San Babila. Santanché ha presentato nell’occasione alcune proposte: "Dovremmo creare Annoduemila, la trasmissione alternativa ad Annozero - ha detto -. Visto che Santoro va in onda ogni giovedì noi potremmo ideare una trasmissione identica, con le stesse modalità, sulla stessa rete, ma con un altro conduttore, e parlare male del centrosinistra". Santanché chiede anche di discutere della Rai in parlamento: "Dovremmo privatizzare due reti su tre, in questo modo la terza rete diventerebbe il vero canale di Stato con una informazione corretta e obiettiva". Critiche anche alla modalità con cui Santoro è tornato in Rai: "Dico basta con i palinsesti dettati dai giudici, in Italia non esiste alcuna trasmissione di destra che dimostri un tale livore nei confronti della sinistra. Propongo un controllo preventivo dei programmi, intorno a questo problema c’è grande interessa come dimostrano le firme che stiamo raccogliendo oggi". Nei gazebo è possibile prendere un modulo per la sospensione del canone. È sufficiente compilarlo e spedirlo con raccomandata con ricevuta di ritorno. "Alle persone che aderiranno alla disobbedienza non può succedere nulla, anche perché l’evasione del canone riguarda più di un milione di persone che non pagano senza alcuna motivazione" ha concluso la Santanché.
La Lega contro il canone "Abolire il canone Rai, nonché la relativa tassa di concessione governativa, definendo una forma alternativa di finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo secondo criteri di equità, efficacia ed appropriatezza". Questo lo scopo dell'ordine del giorno presentato oggi da Davide Caparini (Lega Nord), segretario di presidenza in commissione Vigilanza Rai, durante la discussione generale in aula alla Camera dei deputati sul decreto legge correttivo al pacchetto di misure anti-crisi. "Si tratta di una tassa che non ha più motivo di esistere per diverse ragioni. Prima di tutto - afferma Caparini - è antiquata, perché istituita nel 1938, quando ancora non era nata la televisione. Inoltre è iniqua e profondamente ingiusta, sia territorialmente che socialmente. Territorialmente perché, mentre nel Nord del Paese il mancato pagamento di questa imposta si attesta al 5%, nel Meridione ha un’evasione del 30% con alcuni comuni che vanno oltre il 90%. È iniqua socialmente in quanto colpisce tutte le fasce di reddito".
L'Agenzia delle Entrate: "Evasori" Chi non paga il canone Rai è un evasore fiscale. Lo afferma il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, spiegando che il canone della tv pubblica "è un’imposta". "Sì" risponde Befera a chi gli chiede se si può considerare un evasore un contribuente che non paga l’abbonamento.
Grande stronzata in quanto nessuna legge fa riferimento esplicito al pagamento del canone Rai, se non per le frequenze radio, ed infatti la legge che regola le frequenze datata 1938 qundo appunto, come dice Caparini, non esisteva la televisione quindi non si può parlare di evasione fiscale ai denni dell'erario e tantomeno del servizio pubblico, pertanto si può didire in ogni momento per chi paga questa subdola tassa dove non viè nessuno che la impone, infine vorrei proprio vedere chi tra i politici e anche quelli dell'erario pagano quella che loro stessi definiscono evasione fiscale.

Altre volte partiti e movimenti politici hanno iniziato campagne che invitavano alla disobbedienza fiscale sul canone Rai. Ma il prezzo da pagare è stato alto: l’Agenzia delle Entrate si è messa alle costole del nuovo evasore, e se prima non si desisteva dal proposito, arrivava una bella cartella fiscale con tutto il suo carico di conseguenze. Perfino il fermo amministrativo di beni (auto, moto, altre proprietà) che non potrebbero più essere usati né rivenduti. Rischio dunque altissimo, e molte campagne (dai radicali alla Lega Nord) contro il canone Rai sono finite nel nulla per una comprensibile e motivatissima paura degli abbonati.
Il modulo
Ma anche se pochi la conoscono esiste una via legale alla disdetta del canone. L’hanno percorsa nell’ultimo triennio circa 600 mila vecchi abbonati a cui non è accaduto praticamente nulla. È tutto in regola, tanto è che è la stessa Rai a spiegare come fare nel suo sito dedicato agli abbonamenti. Per non pagare più il canone c’è una sola pre-condizione: quella di essere in regola con i pagamenti passati. Poi bisogna dichiarare di non volere più un televisore a colori in casa. Se lo si aveva (il canone è una sorta di tassa di possesso dell’apparecchio), bisogna autocertificare di averlo distrutto o rottamato oppure venduto, donato ad altri di cui bisogna indicare le generalità. Ma non è necessario avere un “complice”. Si può anche semplicemente dichiarare che non si vuole più utilizzare quel televisore. Questa intenzione va comunicata compilando apposito modulo che si può reperire su molti siti Internet e presso tutte le associazioni a difesa del consumatore e inviare disdetta a mezzo raccomandata all’Agenzia delle Entrate - S.A.T. - Sportello Abbonamenti Tv- Ufficio Torino 1- c.p. 22 - 10121 Torino. Nel modulo chi disdetta il canone chiederà all’erario di venire a suggellare uno o più televisori presenti nella propria abitazione. Per ognuno degli apparecchi in possesso dovrà pagare per l’ultima volta una mini-tassa di 5,16 euro attraverso un vaglia postale da inviare alla medesima destinazione. A questo punto si potrà non pagare più il canone Rai per il resto della vita. E gli apparecchi tv possono restare in funzione fino a quando non saranno messi i suggelli da parte dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Verranno? L’esperienza di centinaia di migliaia di cittadini che ha già seguito la via legale del divorzio dal canone Rai dice che è altamente improbabile. Ancora più improbabile se questo tipo di disdette arriva a pioggia.
La legge prevede infatti che non sia l’Agenzia delle Entrate ad occuparsi della suggellazione degli apparecchi, ma la Guardia di Finanza. I militari non possono entrare in casa di un cittadino se non glielo permette il diretto interessato. Se insistono, si ha diritto a chiedere visione del mandato loro consegnato. Si può chiedere di ripassare con regolare mandato (che non potranno avere) o portargli in strada un apparecchio per compiere la procedura. Loro lo infileranno in un sacco di iuta che verrà richiuso con i sigilli. In qualsiasi momento questi potranno essere tolti tornando a pagare regolarmente il canone di abbonamento Rai. Ma si può in genere dormire sonni tranquillissimi: la Guardia di Finanza ha ben altro da fare che correre in giro con quei sacchi di iuta. Di questi tempi poi è caccia grossa ai grandi evasori, ai paradisi fiscali, alle finte residenze e gli apparecchi Rai da suggellare rischiano di finire davvero in fondo alla lista delle comande e spesso per essere del tutto dimenticati.
Il signor Faccio
L’operazione è dunque legale, si può compiere in circa 15 minuti, e serve soprattutto come messaggio a chi amministra e gestisce la Rai con una limitatissima pena del contrappasso. Peraltro se il pressing delle disdette avrà successo e la tv di Stato tornerà alla sua unica vera missione, che è di svolgere un servizio per e non contro il pubblico si potrà anticipare qualsiasi missione a scoppio ritardato delle fiamme gialle tornando a pagare il canone meno a malincuore. Per altro per capire i termini della sanzione dei suggelli basta ripercorrere un caso che è arrivato fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. È quello di un cittadino italiano, Bruno Antonio Faccio, che il 20 dicembre 1999 aveva inoltrato alla Rai la richiesta di disdetta legale dall’abbonamento al servizio radiotelevisivo pubblico. I sigilli al televisore sono stati posti il giorno 29 agosto 2003, quindi a tre anni e mezzo di distanza dalla disdetta. Lui è ricorso alla Corte sostenendo la violazione del diritto di ogni cittadino ad essere informato e la violazione della sua vita familiare per quei sigilli. Gli hanno dato torto, sostenendo che la misura è proporzionata alla necessità di dissuadere dal mancato pagamento di una “piccola tassa da 107,5 euro”. Il signor Faccio è comunque una eccezione. Nel solo 2007 le disdette legali al canone sono state oltre 250 mila. I sigilli messi agli apparecchi dalla Guardia di Finanza meno di 10 mila.
Il modulo (reperibile su http://www.associttadini.org/canonerai/ oppure http://sosonline.aduc.it/modulo/disdetta+del+canone+rai_24.php):
Lettera da inviare raccomandata A/R quando si intende far suggellare il televisore.
La cessazione può essere effettuata in qualsiasi periodo dell'anno, se fatta entro e non oltre il mese di novembre vale dal gennaio dell'anno successivo. Il pagamento d'euro 5,16 è unico, spetterà alla Agenzie delle entrate Ufficio Torino 1 - SAT Sportello abbonamenti TV - mandare i propri incaricati ad insaccare e sigillare il televisore che l'utente dovra' mettere a loro disposizione.
A - SE SI POSSIEDE IL LIBRETTO DI ABBONAMENTO ALLA RAI:
1) Effettuare il pagamento di euro 5,16 mediante vaglia postale intestato a
"Agenzie delle entrate Ufficio Torino 1 - SAT Sportello abbonamenti TV - Cas. Post. 22 - 10121 Torino"
indicando sulla causale di versamento:
"Intendo far suggellare il mio televisore ed indico il numero del mio abbonamento n........................".
2) Cartolina contrassegnata con la lettera D ("D" = DENUNCIA DI CESSAZIONE DELL' ABBONAMENTO), compilarla in ogni sua parte, e barrare la casella "Intende far suggellare il Televisore a Colori".
Spedire la cartolina "D" assieme alla copia della ricevuta del vaglia postale per mezzo di lettera Raccomandata A.R..
Conservate con cura il vecchio libretto e tutti i documenti relativi alla pratica.
B - SE NON SI POSSIEDE PIU' IL LIBRETTO DI ABBONAMENTO ALLA RAI:
1) Effettuare il pagamento di euro 5,16 mediante vaglia postale intestato a
"Agenzie delle entrate Ufficio Torino 1 - SAT Sportello abbonamenti TV - Cas. Post. 22 - 10121 Torino"
indicando sulla causale di versamento: "Intendo far suggellare il mio televisore ed indico il numero del mio abbonamento n........................",
2) Raccomandata con ricevuta di ritorno a:
Spett. "Agenzie delle entrate Ufficio Torino 1 - SAT Sportello abbonamenti TV - Cas. Post. 22 - 10121 Torino"
Il sottoscritto chiede la cessazione del Canone TV e, pertanto, concede autorizzazione - a voi o alla Guardia di Finanza in vostra vece - ad accedere alla propria residenza per far suggellare il televisore tipo.............................................................(N° di Ruolo .......................... ........................) detenuto presso la propria residenza ed unica dimora. A tale scopo ha corrisposto l'importo di euro 5,16 a mezzo vaglia postale n° ....................... del ....../......./...... (allega in copia la ricevuta del versamento) sul quale ha indicato il numero di ruolo dell'abbonamento. Dichiara altresì di non essere più in possesso del libretto di abbonamento e di non possedere altri televisori. Dichiara altresì - a quanto gli è dato sapere - che gli appartenenti al suo nucleo familiare hanno unica dimora presso la sua residenza e che non posseggono altri televisori. Allega fotocopia proprio documento identità. E' edotto delle sanzioni penali previste dall'articolo 76 del TU sulla documentazione amministrativa (DPR 28/12/2000 n.445) nel caso di mendaci dichiarazion, falsita' negli atti, uso e esibizione di atti falsi o contenenti dati non piu' rispondenti a verita', sotto la sua personale responsabilita'
Cognome ........................................................... Nome...........................................................
Via ..................................................... Città ..................................................... CAP .............
Telefono............................................
Data .....................................
Firma .........................................
Spedire la raccomandata assieme alla copia della ricevuta del vaglia postale.
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27/09/2009
Rai/ Campagna del Giornale e Libero per disdire il canone
Rai/ Campagna del Giornale e Libero per disdire il canone
Rai, perché pagare per Santoro? Firmate con noi per abolire il canone
Basta col canone Rai? Si può fare e costa pure poco: appena 5,16 euro. Ma non chiamiamola evasione fiscale, altrimenti si arrabbia anche l’ex pm Antonio Di Pietro che l’altro giorno l’ha detto: «Non pago più, disdico e guardo solo Sky». È piuttosto «disubbidienza» con la u, come la definì nel 1981 l’allora leader radicale Francesco Rutelli.
La disdetta
Basta una raccomandata con ricevuta di ritorno intestata all’Agenzia delle Entrate, Ufficio Torino 1 - Sat sportello abbonamenti tv Casella postale 22, 10121 Torino. Il sottoscritto eccetera, residente in via eccetera «chiede la cessazione del canone tv e di far suggellare il televisore detenuto presso la propria abitazione», facendo presente che non si possiede «nessun altro apparecchio atto e adattabile alla ricezione delle radioaudizioni». Perché se tecnicamente è vero che computer, Playstation portatili o i telefonini di ultima generazione di fatto possono ricevere il segnale tv, il ministero delle Comunicazioni (interpellato dall’Agenzia delle Entrate dopo un ricorso dell’Aduc - consultabile sul sito www.aduc.it) non ha ancora sciolto ufficialmente le sue riserve. Alla richiesta bisogna aggiungere una tassa da 5,16 euro per la disdetta, sulla quale indicare il numero dell’abbonamento, e soprattutto bisogna aggiungere questo passaggio: «Dichiaro altresì di non essere più in possesso del libretto di abbonamento e chiedo a norma degli art. 2 e 8 della legge 241/90 quale procedimento amministrativo intende seguire l’Urar tv ai fini del completamento di quanto disposto dall’art. 10 del Regio Decreto n° 246 del 21 febbraio 1938».
Che cosa si rischia
Che cosa può succedere dopo questa lettera? Tutto o niente. Leonardo Facco, autore dell’Elogio dell’evasore fiscale (Aliberti editore), che la lettera l’ha mandata nel 1992 sorride: «Non lo pago da allora. Ho ricevuto un paio di visitine di qualche giovanotto inesperto, poi niente più». I casi più eclatanti sono due: nel 1996 un signore di Verderio Superiore, E.V., si vide pignorare alcuni beni dalla società di riscossione Rileno per conto della Rai dopo un’ingiunzione della Urar. Negli stessi anni l’allora parlamentare leghista Gipo Farassino mise provocatoriamente all’asta la sua chitarra Ovation (valore sei milioni) per pagare dieci anni di interessi su «una tassa anticostituzionale». Fine.
Le ispezioni
Dal ’94 chi compra una tv non è più tenuto a dare le generalità per incrociare possesso e tassa. E quando nel ’95 si scoprì che la Rai chiedeva comunque l’elenco di chi comprava una tv in cambio di un bonus da 70mila lire (in caso di nuovo canone) scattò l’esposto del Codacons all’Authority per la Privacy. I controlli sono spesso a campione, su dati inaffidabili. Negli anni Ottanta la Rai chiese il canone a un bambino di 9 anni di Gela. Sempre il Codacons denunciò il caso di una cittadina che, pur non possedendo alcun apparecchio radiotelevisivo, aveva ricevuto una lettera nella quale gli veniva chiesto di pagare il canone tv perché così risultava da un fantomatico «censimento». Tutto falso, spese rimborsate e Rai con le pive nel sacco. Negli anni Novanta la palma del comune «decanonizzato» andò a Casapesenna, un comune del Casertano dove solo l’1,66% dei 7mila abitanti era in regola. Sanzioni? Non pervenute.
I precedenti
L’invito alla «disubbidienza fiscale» ha precedenti illustri. Oltre a Rutelli e Di Pietro si ricorda la Lega Nord, Paolo Cento nel 2002, persino l’Associazione italiana Sordi, Adriana Poli Bortone e Maurizio Gasparri ai tempi dell’Msi e Mino Martinazzoli nel ’93 dopo un servizio del Tg3 sulla Dc. Giuliano Ferrara bruciò in diretta tv l’abbonamento Rai, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna, Paolo Bolognesi, strappò il canone dopo un film prodotto dalla Rai su Rebibbia con Valerio Fioravanti. E il referendum radicale che ne chiedeva l’abolizione non venne neppure ammesso. Ma il vero genio resta l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. Nel ’97 voleva «accorpare» bollo auto e canone. Qualche anno dopo stabilì che il mancato pagamento del canone dovesse essere a carico agli eredi se «l’evasore» era morto. Cose dell’altro mondo.
13:30 Scritto in INFORMAZIONE | Link permanente | Commenti (3) | Segnala
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11/09/2009
Marina Berlusconi: «Noi e le nostre aziende meritiamo rispetto»
Marina Berlusconi: «Noi e le nostre aziende meritiamo rispetto»
La figlia del premier: «Basta con la dynasty. Successione? Mio padre sta benissimo», l'intervista integrale sul corriere della sera in edicola oggi
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| Marina Berlusconi (LaPresse) |
MILANO - «I giornali ormai da mesi si occupano di noi, delle nostre aziende come trofei da spartire». A parlare è Marina Berlusconi. In un'intervista sul Corriere in edicola oggi, la figlia del premier, al vertice della Fininvest da 13 anni, rompe il silenzio degli ultimi mesi, rivendicando i successi delle aziende della famiglia del presidente del Consiglio. E provando, nello stesso tempo, a mettere definitivamente a tacere le voci su una possibile lotta per la successione. «Mio padre gode di ottima salute - spiega -. E comunque ogni decisione spetta solo ed esclusivamente lui». Nell'intervista Marina Berlusconi parla di stampa e tv, sottolineando come la sinistra sia «saltata da Marx a Murdoch» pur di osteggiare il padre. Osserva che ogni libertà, compresa quella della stampa «ha un limite preciso che è il rispetto della libertà altrui». Poi, definisce «indegni» e «vergognosi» gli attacchi di cui il premier è stato oggetto negli ultimi mesi, tentativi di pugnalarlo alle spalle», non andati a buon fine. «Per fortuna mio padre ha i riflessi pronti». Nessun dubbio infine sull'inchiesta di Bari: nei verbali che chiamano in causa il premier, secondo la figlia del Cavaliere, «non c'è nulla che abbia il benché minimo rilievo penale».
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01/09/2009
Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»
Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»
Boffo, i vescovi sapevano da tempo Cei: "Dovrebbe valutare le dimissioni". Su Avvenire tre pagine dedicate allo scontro con Il Giornale. Scavo: tutto scritto da mani abili, niente affatto disinteressate.
Terni - Il fascicolo di condanna c'è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Guido Boffo e del pagamento dell'ammenda massima prevista: 516 euro per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.
Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo "non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali": a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.
La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base - secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo - venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.
Mogavero (Cei): "Messaggio mafioso" "Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato". Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier "una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso". Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa. Se infatti - spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici - dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi".
Pensare alle dimissioni "Se ritiene che tutta la vicenda - dice monsignor Mogavero - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa.... Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti".
Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude -, ma non la proprietà".
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11/07/2009
Di Pietro scrive anche al Guardian
Di Pietro scrive anche al Guardian
“Mi scuso con voi per la reazione di Berlusconi. Spero che continuerete ad informare il pubblico, in Italia i mezzi di comunicazione non lo fanno più”
Di Pietro ha scritto al Guardian una lettera dal titolo «Apology to the Guardian for Berlusconi» in cui si scusa col giornale inglese per le reazioni espresse dal presidente del Consiglio italiano e dal ministro degli Esteri Franco Frattini sulle accuse a proposito della preparazione del summit del G8: «Il Guardian fa del suo meglio per tenere il pubblico informato. In Italia questo governo non è abituato alla libera discussione».
Il leader dell’Italia dei Valori spiega qual’è lo stato della libertà di stampa in Italia: «La Freedom House, mette l’Italia al 73esimo posto per la libertà di stampa. Il vero problema è che l’informazione è saldamente nelle mani di una persona, il Primo ministro Silvio Berlusconi. Questo è uno dei peggiori casi di conflitto di interessi mai registrati in un qualsiasi paese del mondo occidentale».
Antonio Di Pietro spiega meglio in che modo Berlusconi controlla i media: «Il controllo sui media, è esercitato attraverso la proprietà della più grande casa editrice italiana, la Mondadori, così come attraverso il controllo di sei reti televisive. Il quasi totale controllo dei mezzi di informazione, gli fornisce anche una fonte inesauribile di entrate che contribuiscono a consolidare la sua posizione dominante. I governi precedenti, hanno tacitamente approvato tutto questo, rifiutandosi rifiutato di affrontare la questione del conflitto di interessi».
L’ex magistrato attacca le leggi “incostituzionali” che Berlusconi si sarebbe fatto per sé. «La prima legge, è nota come lodo Alfano ed è stata ordinata da Silvio Berlusconi come primo atto dopo l’avvento al potere. La legge vieta il perseguimento del primo ministro e delle altre tre cariche più alte dello Stato. Questo significa il non dover comparire in un processo nel quale egli è stato accusato di corruzione. David Mills, è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver accettato una tangente. Il 6 ottobre prossimo, la Corte costituzionale emetterà una sentenza per giudicare la costituzionalità della lodo Alfano e, qualora il giudice decida per l’incostituzionalità, Berlusconi sarà obbligato ad essere processato con l’accusa di aver corrotto Mills».
«Vorrei concludere con un appello affinché i media stranieri non abbassino i riflettori sull’Italia, continuando a svolgere lo stesso compito di vitale importanza che hanno sempre svolto in passato, ossia il compito di informare il pubblico, un ruolo che la maggior parte dei mezzi di comunicazione in Italia hanno abdicato perché non più autorizzati a fare il proprio lavoro» conclude la lettera. E sul sito del giornale inglese sono già arrivati più di 200 commenti alla notizia.
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04/05/2009
Amazon pronta a lanciare un nuovo tipo di lettore Kindle per i quotidiani
Amazon pronta a lanciare un nuovo tipo di lettore Kindle per i quotidiani
E apple sta studiando un dispositivo che permettera' anche di navigare sul web. Sarà più grande dell'attuale e permetterà di leggere comodamente giornali e riviste abbonandosi

Kindle il lettore di Amazon
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| Anche dall'Iphone è possibile sfruttare il sotware di lettura e le applicazioni di Kindle (Ap) |
NEW YORK (USA) - L'elettronica al soccorso della carta stampata? Amazon, il più grande negozio mondiale online, potrebbe lanciare un'ancora di salvataggio elettronica al travagliato mondo dell'editoria giornalistica statunitense. Lo scrive il New York Times, annunciando che tra poco la compagnia di Jeff Bezos lancerà una versione di Kindle, il suo lettore di libri elettronici, di dimensioni maggiori rispetto all'attuale. Questa nuova versione è disegnata appositamente sulle misure di quotidiani e periodici.
IL NUOVO MODELLO - Una portavoce di Amazon non ha voluto commentare ma alcuni organi di informazione sembrano essere coinvolti nel lancio del nuovo dispositivo. Si parla con insistenza del New York Times anche se la casa editrice del celebre quotidiano americano non ha voluto commentare l'indiscrezione. Grazie al nuovo dispositivo i lettori di e-book di Amazon e di altri produttori potrebbero permettere agli editori di risparmiare milioni di dollari sui costi di stampa e distribuzione dei loro giornali, proprio in un momento in cui il settore è sotto pressione come mai nella sua storia. Secondo gli analisti, gli editori potrebbero usare questi nuovi dispositivi mobili per tornare in qualche modo al loro iniziale modello di business: vendere abbonamenti, e sostenere gli articoli con la pubblicità. Già la versione attuale di Kindle, peraltro, la 2.0, anche se delle dimensioni della pagina di un tascabile, circa 15 centimetri, offre l'abbonamento a oltre 58 quotidiani e periodici: leggere il Wall Street Journal in modalità digitale costa 9,99 dollari mensili, il New York Times 13,99 dollari e una rivista come il New Yorker 2,99 dollari. Gli abbonati inoltre hanno la possibilità di vedere aggiornato una volta al giorno il loro quotidiano.
APPLE PRONTA A SFIDARE AMAZON - Ma Amazon non sarebbe la sola ad accogliere la sfida di un lettore digitale dedicato per giornali e riviste che si affianchi alla carta stampata. Anche la Apple (che peraltro sul suo Iphone permette già di scaricare il software di lettura di Kindle) infatti avrebbe in cantiere un tablet computer che permetterebbe di fare tutto ciò che fa Kindle con il più il vantaggio dello schermo a colori e della navigazione web. Con lo svantaggio sembrerebbe però di consumare di più e di offrire una lettura meno riposante per gli occhi in quanto non verrebbe adottata la tecnologia dei display della E Ink utilizzata da Kindle. Inoltre molti si chiedono se la possibilità di navigare sul web non finirebbe per dirottare nuovamente i potenziali clienti dei quotidiani sulle loro versioni on line a scapito degli abbonamenti alla versione «cartacea» del giornale seppur sotto forma digitalizzata. Per alcuni analisti la possibilità di conciliare la vendita dei dispositivi con gli abbonamenti sarebbe quella di offrire gratis il lettore in cambio di un abbonamento annuale. Contando magari sull'uscita di un nuovo modello di lettore ogni anno per garantirsi i rinnovi.
Marco Letizia
20:24 Scritto in HI-TECH | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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07/04/2009
Internet: editori contro aggregatori
Internet: editori contro aggregatori
Associated Press e WSJ contro Google e gli aggregatori di notizie. Offensiva dei colossi dell’informazione contro chi si limita a riprendere le notizie senza valorizzare chi le produce
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Il copione è già visto, ma con la crisi dell'editoria, ora si ripropone con toni più drammatici e perentori: le agenzie e i quotidiani tradizionali (che investono molte risorse per la produzione di notizie originali) intendono mettere ordine nell’attuale anarchia, iniziando a punire i tanti «parassiti» (gli aggregatori e i motori di ricerca) che riprendono e distribuiscono le notizie senza offrire nulla in cambio.
AP CONTRO GLI AGGREGATORI - «Non possiamo più permetterci di stare fermi a guardare chi ci sta togliendo il lavoro senza fare nulla» ha spiegato ieri Dean Singleton, presidente di AP, una delle più grandi agenzie globali, finanziata dal New York Times e migliaia di altri quotidiani statunitensi. Singleton ha annunciato la messa a punto di strumenti più efficaci: un software che permetterà di tracciare chi utilizza illegalmente i contenuti e un motore di ricerca in grado di premiare le fonti che producono news originali. In tutto ciò si annunciano battaglie legali anche nei confronti di chi pubblica brevi estratti delle notizie e poi rimanda alla fonte originale con un link (come fa Google News). A cominciare dai tanti aggregatori che vanno alla grande negli Stati Uniti, come l'Huffington Post, The Daily Beast e Drudge Report: testate che ormai, per numero di visitatori, rivaleggiano con i grandi dell'informazione, pur limitandosi soltanto a segnalare notizie interessanti pescate qua e là in rete. Ma in questa battaglia, c’è anche un altro imputato eccellente: Google e la corazzata di aggregatori automatici, che generano guadagni pubblicitari sulle notizie senza disporre nemmeno di una redazione.
THE GUARDIAN E IL WSJ CONTRO GOOGLE - Proprio il colosso di Mountain View nei giorni scorsi è finito sotto il tiro incrociato di due colossi dell’editoria. Prima è stata la testata inglese The Guardian che, per mezzo dell'analista Henry Porter, ha definito Google una «minaccia immorale», dal momento che sta costruendo un monopolio globale senza «offrire alcuna alternativa a chi crea i contenuti». Poi è arrivato il pesante affondo del manager del Wall Street Journal Robert Thomson che in una recente intervista ha parlato di Google come un «parassita, un verme solitario nell’intestino di Internet». Il motivo? «Non è sufficiente la teoria del traffico indirizzato verso i siti originali, quando la logica alla base di Google è all'insegna della promiscuità di fonti. La maggior parte degli utenti non sempre associa un contenuto con il suo creatore». Di recente lo stesso Rupert Murdoch, il magnate dell’editoria che con News Corp. controlla il WSJ, aveva messo in guardia: «Presto cambierà il modello secondo cui le notizie online sono gratuite». Rispetto alle tante minacce del passato c’è ora una novità: i colossi dell’informazione stanno dando vita ad un fronte comune. Ma non è detto che basti per vincere la battaglia contro «Google e i suoi fratelli» che nel frattempo hanno abituato gli utenti a leggere le notizie online gratuitamente e da più fonti.
Nicola Bruno
15:41 Scritto in INTERNET | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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