07/01/2011

Morte in culla e neonato rapito: bufera sulla soap della Bbc

Morte in culla e neonato rapito: bufera sulla soap della Bbc

La vicenda si intreccia con l'abbandono della serie della protagonista Samantha Womack. Seimila telefonate di protesta per la trama troppo cruda delle puntate andata in onda a Capodanno

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03/09/2010

Maddie, pedofilo rivela: "Rapita da zingari e rivenduta"

Maddie, pedofilo rivela: "Rapita da zingari e rivenduta"

In una lettera di cui riferisce il 'Sun' l'uomo, sospettato per il rapimento della piccola, dice: "Fu presa da una banda di nomadi, su commissione, per una coppia che non poteva avere figli"

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25/08/2010

Il caso Abu Omar nei file di Wikileaks

Il caso Abu Omar nei file di Wikileaks

Nel file segreto si fa riferimento all'incriminazione degli agenti della Cia. Il rapimento dell'imam egiziano citato come esempio di eventi che rischiano di compromettere le relazioni Usa

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21/08/2010

Tenta di rapire una tredicenne Serbo arrestato dai carabinieri

Tenta di rapire una tredicenne Serbo arrestato dai carabinieri

NEL VICENTINO. L'uomo ha cercato di caricarla in un furgone, un'amichetta riesce a farlo fuggire

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28/04/2010

Arrestata Sabrina Minardi, «super-testimone» del caso Orlandi

Arrestata Sabrina Minardi, «super-testimone» del caso Orlandi

QUESTURA DI ROMA. Finita in carcere per cumulo di pene. È stata anche amante del capo della Magliana Enrico De Pedis

 

Sabrina Minardi con la figlia in un fotogramma di «Chi l'ha visto?»
Sabrina Minardi con la figlia in un fotogramma di «Chi l'ha visto?»

ROMA - Sabrina Minardi, la «super-testimone» del rapimento di Emanuela Orlandi e amante del capo della banda della Magliana Enrico De Pedis, è stata arrestata martedì sera dalla squadra mobile della Questura di Roma in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per cumulo pene.

La Minardi il giorno del matrimonio con Bruno Giordano (Ap)
La Minardi il giorno del matrimonio con Bruno Giordano (Ap)

LA DONNA - Già moglie del calciatore Bruno Giordano, Sabrina Minardi era balzata agli onori della cronaca per il legame con uno dei boss della banda della Magliana, Renatino De Pedis, assassinato il 2 febbraio del 1990 in un agguato vicino Campo dè Fiori, ma, soprattutto, per le rivelazioni fatte in questi ultimi mesi sul caso di Emanuela Orlandi, la ragazza rapita a Roma il 22 giugno 1983 e mai più ritrovata. Il suo nome Minardi è legato alle indagini sul sequestro e grazie alle sue rivelazioni, gli inquirenti hanno identificato e iscritto nel registro degli indagati tre persone. Si tratta di Sergio Virtù, 49 anni, indicato dalla supertestimone come l'autista di fiducia di Renatino De Pedis, Angelo Cassani, 49 anni, detto «Ciletto» e Gianfranco Cerboni, 47 anni, detto «Giggetto». I tre avrebbero avuto un ruolo attivo nel rapimento della Orlandi. Minardi, ex compagna di De Pedis, era stata ascoltata in procura, per oltre due ore, il 18 marzo scorso. La donna ha effettuato, alla presenza del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del pm Simona Maisto, un confronto con Assunta Costantini che secondo gli inquirenti era colei che gestiva le chiavi dell'appartamento di via Pignatelli, nel quartiere Monteverde di Roma, dove sarebbe stata tenuta segregata Orlandi secondo quanto affermato in passato da Sabrina Minardi.

RINVIATA A GIUDIZIO - Nel 1994 Sabrina Minardi venne rinviata a giudizio con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'induzione e allo sfruttamento aggravato della prostituzione. Nel 2008 il nome della Minardi tornò alla ribalta delle cronache per una circostanza tragica: la figlia Valentina, avuta dal matrimonio con Giordano, insieme al fidanzato Stefano Lucidi, fu protagonista dell'incidente stradale in via Nomentana a Roma dove morirono i due fidanzati Alessio e Flaminia, fermi a chiacchierare a lato della strada su uno scooter.

Redazione online


05/11/2009

Rapimento Abu Omar, Pollari e Mancini non giudicabili per il segreto di Stato

Rapimento Abu Omar, Pollari e Mancini non giudicabili per il segreto di Stato

 

La sentenza per il rapimento dell'imam di Milano del giudice monocratico Oscar Magi. Non luogo a procedere per l'ex numero uno del Sismi. Condannati gli agenti della Cia, gli Usa: «Siamo delusi»

 

Niccolò Pollari (Eidon)
Niccolò Pollari (Eidon)

MILANO- L’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari, e l’ex funzionario dello stesso servizio, Marco Mancini, non devono rispondere del sequestro di Abu Omar perché non sono giudicabili a causa del segreto di Stato. Per Pollari erano stati chiesti 13 anni, 10 per Mancini. Sono stati invece condannati 23 agenti della Cia (quasi tutti quelli imputati) 22 a cinque anni di reclusione mentre Robert Seldon Lady è stato condannato a otto anni. Gli Stati Uniti sono rimasti «delusi dal verdetto» ha detto il portavoce del dipartimento di Stato Ian Kell

LA SENTENZA - La sentenza del giudice monocratico di Milano, Oscar Magi, è arrivata dopo tre ore di camera di consiglio. I funzionari del Sismi, Pio Pompa e Luciano Seno, accusati solo di favoreggiamento sono stati condannati a tre anni. Immunità consolare, infine, per l'ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli e altri due colleghi. Il giudice Magi ha inoltre condannato tutti gli imputati ritenuti colpevoli al risarcimento a titolo di provvisionale di un milione di euro nei confronti dell'ex imam. Il giudice ha disposto inoltre una provvisionale di 500 mila euro per la moglie di Abu Omar e ha stabilito che l'entità del risarcimento per l'ex imam e la moglie venga poi liquidato in sede civile.

IL NON DOVERSI PROCEDERE - Per Pollari il non doversi procedere è stato disposto dal giudice sulla scorta dell'articolo 202 del Codice di Procedura Penale, il quale recita: «qualora il segreto sia confermato e per la definizione del processo risulti essenziale la conoscenza di quanto coperto dal Segreto di Stato il giudice dichiara non doversi procedere per l'esistenza del Segreto di Stato». Stessa sorte per l'ex n.2 del Sismi Marco Mancini.

«COMUNQUE INNOCENTE» - Il generale Nicolò Pollari, al telefono con i suoi difensori, ha commento così la sentenza di non luogo a procedere nei suoi confronti: «Se il segreto di Stato fosse stato svelato dagli organi preposti, sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale». Ai suoi difensori l'ex direttore del Sismi è apparso molto emozionato ma determinato a ribadire, questa sera come dal primo giorno, la sua innocenza.

LA GIOIA DI MANCINI - Marco Mancini ha invece quasi esultato dopo la lettura della sentenza. L'ex numero due del Sismi, per cui erano stati chiesti dieci anni, è uscito precipitosamente dall'aula e ha cercato visibilmente di contenere le emozioni, prima di essere affiancato dai suoi legali: «Nessuna dichiarazione», gli hanno suggerito. A chi gli faceva notare come non fosse una sentenza di assoluzione nel merito, ma, appunto un non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato, Mancini aveva già risposto: «Guardate che non è una malattia». Costernato, invece, il colonnello Luciano Seno, condannato a tre anni per favoreggiamento: «Ma, come quelli sono assolti dal sequestro e io condannato? È una follia».

LA SODDISFAZIONE DEL PM - Soddisfazione è stata espressa anche dal procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro per il quale la sentenza «dimostra che la nostra azione è stata legittimamente promossa». Spataro ha riconosciuto che quello appena concluso è stato «un dibattimento difficile condotto con grande professionalità da parte del giudice monocratico Oscar Magi. Mi pare molto importante per tutti che questo processo sia stato portato a termine. La verità dei fatti è quella ricostruita dalla Digos e dalla procura di Milano nel corso delle indagini. Sono stati condannati tutti gli autori americani del sequestro di Abu Omar, e questo lo dimostra. Quanto agli ex funzionari del Sismi, la sentenza dimostra che c'erano gli elementi per incriminarli». Infine il magistrato ha affermato di volere attendere le motivazioni prima di decidere se vi è la possibilità di presentare appello per gli imputati italiani non condannati.

«SENTENZA CORAGGIOSA» - Human Rights Watch definisce «coraggiosa» la sentenza dei giudici di Milano sul caso Abu Omar. «Nessuno è stato dichiarato innocente» ha detto Joanne Mariner, responsabile del programma Terrorismo e antiterrorismo dell'organizzazione, «anche se qualcuno ha potuto lasciare la sbarra per via di una interpretazione estensiva del segreto di stato data dalla Corte costituzionale». «Il governo italiano» ha aggiunto la Mariner, «è stato ritenuto responsabile di aver collaborato con la Cia. Pur venendo da un tribunale italiano questa è una sentenza coraggiosa e l'accusa ci trova d'accordo quando afferma che l'immunità diplomatica non è stata pensata per proteggere persone coinvolte in gravi abusi dei diritti umani».


13/06/2009

Giallo a Gradoli , mamma e figlia scomparse da 13 giorni

Giallo a Gradoli , mamma e figlia scomparse da 13 giorni

 

Si erano allontanate da casa la sera del 30 maggio. Il pm procede per sequestro di persona. Ma intanto la polizia cerca nei pozzi della zona

 

 

La casa dove abitavano le due donne messa sotto sequestro (Jpeg)
La casa dove abitavano le due donne messa sotto sequestro (Jpeg)

GRADOLI - È un giallo la scomparsa a Gradoli, in provincia di Viterbo, di due moldave, madre e figlia, Tatiana Ceoban, 36 anni, e la piccola, di 13. Da dieci giorni non si sa più nulla delle due donne, che si sarebbero allontanate da casa la sera del 30 maggio. E se in un primo momento si è pensato ad una fuga, ipotesi che rimane comunque prevalente, gli ultimi accertamenti disposti dal pubblico ministero Renzo Petroselli infittiscono il mistero.

Giovedì la villetta poco distante dal paese, dove Tatiana e la figlia di un suo ex compagno vivevano con il nuovo convivente di lei, Paolo Esposito, 37 anni, elettricista, e l'altra figlia di sei anni avuta da quest'ultimo, è stata posta sotto sequestro. Carabinieri e protezione civile, con un gran dispiegamento di forze che ha visto impegnato anche un elicottero e unità cinofile, hanno perquisito l'abitazione di due piani, circondata da alberi da frutta e roseti adesso in fiore. Sono stati scandagliati i terreni circostanti, diversi pozzi e un'ampia cisterna, dove però non è stata rinvenuta alcuna traccia rilevante. Sotto esame un computer, ritrovato nella casa.

Tatiana Ceoban, 36 anni (Jpeg)
Tatiana Ceoban, 36 anni

Mistero ancora più fitto sulla fine che hanno fatto i tre telefonini, due appartenenti alla bimba, un altro alla mamma: dagli accertamenti sembrerebbero essere rimasti nella zona, ma risultano irraggiungibili. In paese, c'è chi dice di aver provato a contattare uno dei cellulari, che però ha squillato a vuoto fino all'attivazione della segreteria telefonica. Le ricerche sono cominciate quando Esposito si è presentato dai carabinieri per denunciare la scomparsa di Tatiana e della piccola. Esposito avverte anche la madre della compagna (che vive a Bologna) e pure lei si precipita a Gradoli.

Le indagini puntano in un primo momento all'estero, partono dal desiderio più volte manifestato apertamente dalla ragazza di rivedere il suo vero padre. Il lungo silenzio, però, spinge gli investigatori a guardare nell'abitazione di Veroli: vengono sentiti i vicini e i conoscenti della famiglia, fino al provvedimento di ieri, preceduto dall'apertura di un fascicolo contro ignoti per sequestro di persona.

La figlia Elena , 13 anni (Jpeg)
La figlia Elena , 13 anni

«Tatiana qui era conosciuta e amata da tutti - dice Carla Volpini, una conoscente -. Mai avrebbe abbandonato l'altra sua figlioletta». «La ragazza è bravissima - racconta la sua professoressa di matematica, Maria Taddei -. Mai un'assenza ingiustificata, ci manca molto». Nel paese, ovviamente, non si parla d'altro. Riemergono vecchie vicende di dissapori nella coppia. Storie da verificare. Esposito («Paolone», per i concittadini) preferisce non parlare. Lo fa, per lui, l'avvocato, Mario Rosati, figlio del colonnello dei carabinieri Vincenzo, una vita dedicata alla lotta all'anonima sequestri in Sardegna: «C'è un clima per cui se una donna scompare, si pensa al peggio e si concentra l'attenzione sull'uomo. Ma è troppo facile. Bisogna tener conto che Tatiana viene da molto lontano e ha una cultura diversa dalla nostra. Anche se a noi sembra assurdo, potrebbe aver scelto di andarsene senza dire nulla». (ha collaborato Giuseppe Refiscina)

Laura Martellini


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25/05/2009

Nigeriani cercano di rapire bimba 11enne, piaceva al loro capo: 5 in manette

Nigeriani cercano di rapire bimba 11enne, piaceva al loro capo: 5 in manette

 

 

Arrestati tre uomini e due donne extracomunitari. Difesa dal fratello e dalla mamma. Gli operatori sociali: vicenda strana, in zona mai problemi con immigrati

 

(ph. Pressphoto)

 

NAPOLI - Forse si era invaghito di lei un nigeriano della zona, uno che «conta» nella comunità rionale. Per questo, spalleggiato da una decina di connazionali avrebbe tentato di rapire una bambina di 11 anni, accerchiata ieri sera a Napoli, a pochi metri dalla sua casa. La ragazzina è stata salvata dalla mamma arrivata con la mazza da baseball e dal fratello che hanno messo in fuga i cinque nigeriani, poi bloccati e arrestati dalle volanti della polizia poco distante.

Le volanti su indicazione della sala operativa della questura sono intervenute nei pressi di via Tribunali dove era stata segnalata una violenta rissa tra extracomunitari. Ma quando la polizia è arrivata sul posto la situazione era diversa: un gruppo di persone di colore e una signora che brandiva una mazza da baseball, tra le urla di bambini.

LA BANDA DI AFRICANI - Cinque nigeriani, fra cui due donne, sono stati arrestati e risponderanno di tentato sequestro ai danni di una minore. Il loro capo era un giovane vestito di nero, con giacca cravatta e un cappello a tesa larga. Viene descritto così dalla sua vittima, il responsabile materiale della aggressione, quello che ha provato a prendere la bambina mettendole un braccio attorno al collo, per trascinarla nel basso. Potrebbe trattarsi di un giovanissimo «boss», una specie di leader della comunità di immigrati. La bambina è stata accerchiata a pochi passi da casa, nel Vico Santa Maria Vertecoeli, nel quartiere di Vicaria Mercato.

GLI APPREZZAMENTI - Undici anni, l’aspetto già adolescenziale, la ragazzina è probabilmente finita nel mirino del giovane boss africano. Già nei giorni scorsi - a sentire il suo racconto - già c'erano stati degli apprezzamenti nei suoi confronti. All’improvviso, mentre tornava a casa intorno alle 20.30, la bambina si è trovata un gruppo di persone attorno. Ha avuto però la forza di urlare, richiamando la madre, che si è affacciata al balcone di casa, per poi precipitarsi in strada, armata con una mazza da baseball. Sul posto era già intervenuto anche il fratello di 14 anni, che ha difeso la sorellina, e nel giro di pochi minuti è arrivata la polizia. I nigeriani in cerchio avrebbero tentato anche di impedire ad altre persone del quartiere di intervenire in difesa della vittima. Quando sono arrivati gli agenti, nella concitazione, qualcuno è riuscito a scappare.

VICENDA TUTTA DA CHIARIRE - Questa la ricostruzione del fatto desunta da una serie di elementi e testimonianze: è chiaro però che la vicenda dei Decumani non è affatto chiara anche perchè mai, davvero mai - giurano alcuni mediatori culturali che lavorano con gli africani - si sono registrati casi di rapimento o sequestro nella comunità nigeriana. «Il rapimento? Appare poco verosimile» spiega un operatore sociale che lavora in zona e preferisce mantenere l'anonimato. In quello spicchio di centro storico la presenza di immigrati è particolarmente consistente anche in virtù del centro d'accoglienza "Home Sun" di via Vertecoeli 6 che fa capo all'associazione Anolf del sindacato Cisl. Secondo l'operatore sociale la vicenda potrebbe essere ricondotta nell'ambito della convivenza tra comunità africane e residenti (anche se l'associazione pare non abbia mai avuto problemi rilevanti con i napoletani). «La polizia è intervenuta soprattutto per sedare una rissa. E non sappiamo quanto siano attendibili le testimonianze magari dettate e offuscate da eventuale risentimento. In questo momento però mancano obiettivamente elementi per esprimersi in maniera compita sull'accaduto». Insomma, i contorni della vicenda sono tutt'altro che delineati. Sembra inoltre che i locali dell'associazione siano stati in passato oggetto di aspra contesa perché "promessi", pare, a senzatetto e quindi leva per una serie di speculazioni politiche.

GLI ARRESTATI - Ad ogni modo, cinque sono i nigeriani bloccati e arrestati: Osayande Osas, 21 anni, Eghagbon Osas, 21 anni, Sunday Obasohan, 24 anni, Fia Rachael, 25 anni, e John Biter. Erano tutti privi di documenti di riconoscimento e di permesso di soggiorno. Sono stati portati nel carcere di Poggioreale e in quello femminile di Pozzuoli.

 

r. w.


19/10/2008

Las Vegas: bambino rapito da narcotrafficanti messicani

Las Vegas: bambino rapito da narcotrafficanti messicani

Si sono finti poliziotti. Volevano farsi restituire dal nonno una partita di droga

 

 

 

La foto di Cole Puffinburger, il bambino rapito a Las Vegas, diffusa dalla polizia americana
La foto di Cole Puffinburger, il bambino rapito a Las Vegas, diffusa dalla polizia americana

 

WASHINGTON – Sembra la trama di un film, ma è una storia vera. Cole Puffinburger, sei anni, è stato rapito mercoledì a Las Vegas (Nevada) da tre uomini armati che fingendosi poliziotti hanno fatto irruzione nella sua abitazione. Hanno immobilizzato la mamma del bimbo, il fidanzato e sono poi fuggiti portando via Cole. Il sequestro, secondo la polizia, è un’estrema forma di pressione nei confronti del nonno del piccolo, Clemons Tinnemeyer, 51 anni. Questi si sarebbe impossessato di una ingente partita di droga (valore tra gli 8 e i 22 miloni) di «proprietà» di un cartello messicano. I finti poliziotti altri non erano che emissari dei narcos inviati in missione oltre confine. L’Fbi ha subito dichiarato la «Amber Alert» inviando la foto di Cole a giornali e tv nella speranza che qualcuno possa averlo visto. Intanto venerdì, dopo frenetiche ricerche, gli agenti sono riusciti a localizzare Tinnemeyer che aveva fatto perdere le tracce e lo hanno arrestato. Il drammatico sequestro, che ha suscitato grande emozione, ha rappresentato la conferma di come i narcotrafficanti messicani abbiano esportato la loro guerra privata – costata migliaia di vittime – negli Stati Uniti. Nell’ultimo anno si sono infatti verificati omicidi e rapimenti ai danni di cittadini di origine messicana che vivevano nel sud della California e in Arizona.

 


11/09/2008

RITROVATA A KOS BIMBA CHE RASSOMIGLIA A DENIS

RITROVATA A KOS BIMBA CHE RASSOMIGLIA A DENIS

INVIATI IN ITALIA CAMPIONI DI DNA, L'INTERPOL: Forse è la piccola di Mazara del Vallo. Fermata la donna di 30 anni che diceva di essere la madre: al contrario della piccola non parla italiano

 

 

Denise con la madre (Emmevi)
Denise con la madre
ATENE - Ritrovata sull'isola greca di Kos una bimba di otto anni che parla perfettamente l'Italiano. L'Interpol, attivata dalla polizia greca, ha inviato in Italia un campione del dna della piccola nell'ipotesi che possa trattarsi di Denise, la bimba di otto anni scomparsa il primo settembre del 2004 mentre giocava davanti l'abitazione della nonna a Mazara del Vallo.

ARRESTATA - L'Interpol ha già arrestato la donna di trent'anni che si faceva passare per la madre della bimba, ma non parlava una parola di italiano. A portare gli agenti dalla bambina, un turista italiano che aveva acquistato da lei un braccialetto ed era rimasto colpito dal perfetto italiano della piccola. I primi test del Dna effettuati in Grecia confermano che nessun legame di parentela lega la donna alla bimba. Campioni di Dna sono stati inviati quindi in Italia in aereo per confermare l'identità della piccola.

LA MADRE, TAGLIO OCCHI È DI MIA FIGLIA MA... - Piera Maggio, madre di Denise Pipitone, commenta la notizia: «Il taglio degli occhi è uguale a quello di Denise, ma voglio stare con i piedi per terra, non è la prima volta che mi giungono segnalazioni simili». Dopo avere visionato alcune foto della bambina, mostratele dai carabinieri di Mazara del Vallo in raccordo con l'Interpol, Piera Maggio ha chiesto l'esame del Dna per non avere alcun dubbio. «È la procedura che si segue in questi casi - dice la madre di Denise - Ogniqualvolta mi hanno mostrato foto di bambine molto somiglianti a mia figlia ho richiesto l'esame del Dna, quando invece al primo sguardo capivo che non poteva essere lei ho sempre evitato il ricorso all'esame medico». Sono decine le segnalazioni giunte alla famiglia dal giorno della scomparsa di Denise, molte sono arrivate dall'estero. «Ho visionato moltissime foto - aggiunge Piera Maggio - Purtroppo fino ad ora non ci sono stati risultati». «Sono trascorsi quattro anni - prosegue la donna - mia figlia ovviamente è cambiata. Aspetto l'esito degli esami, sono tranquilla e serena». Ce lo auguriamo tutti spero. 


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