06/04/2011
Ruby, ecco la prova: le ragazze coinvolte sono solo delle amanti
Ruby, ecco la prova: le ragazze coinvolte sono solo delle amantiTutte le ragazze coinvolte nel processo a Berlusconi possono ritenersi parte lesa per come sono state apostrofate dai pm. Dalle intercettazioni delle feste di Arcore emergono rapporti di affetto e amicizia: questo non costituisce reato
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12/08/2010
Camera, i radicali: ecco gli sprechi della politica
Camera, i radicali: ecco gli sprechi della politicaNegli ultimi tredici anni Montecitorio ha versato ad un'unica società più di mezzo miliardo per affitti e servizi. Lo sostengono i radicali, che aggiungono: "non si hanno notizie di gare, aste o consultazioni con altri concorrenti"
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01/08/2010
Il premier: i finiani? Li credevo di meno. Ma non andremo al voto anticipato
Il premier: i finiani? Li credevo di meno. Ma non andremo al voto anticipatoL'ANALISI DEL CAVALIERE. Deluso dal ddl intercettazioni: se non fosse un piacere all'opposizione, lo ritirerei
(d. ma.) La tentazione l'ha avuta, ma l'ipotesi di andare a elezioni anticipate Silvio Berlusconi ora la respinge con forza. Nel primo weekend di quiete (forse) trascorso a Torre Crescenza, nella residenza Borghese, il premier ha cercato di misurare, a mente più fredda, la reale forza della sua maggioranza dopo la rottura con Fini. Precaria. Non nasconde qualche delusione: pensava che i deputati di Futuro e Libertà non superassero le ventisei, al massimo ventisette unità e non arrivassero a quota trentatré, come in realtà è accaduto. Ma non dubita sulla loro lealtà al governo e si aspetta che la prima prova si possa avere con la votazione sulla mozione di sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Caliendo, indagato dalla procura di Roma per violazione della legge Anselmi sulle società segrete.
| Il premier Berlusconi |
Tranquillo? Non proprio. Berlusconi deve essersi accorto che il costo d'immagine per il suo governo, specialmente all'estero, è tutt'altro che trascurabile. E si propone di correre subito a ripari. Vacanze di lavoro e l'annuncio che il cammino delle riforme, a cominciare dal federalismo fiscale, che preme alla Lega, refrattaria al voto anticipato, riprenderà deciso alla ripresa autunnale. Però, c'è qualcosa che turba in modo particolare il premier ed è probabilmente una preoccupazione che deve avergli trasmesso il ministro dell'Economia Tremonti. Va bene il regolamento dei conti con i finiani, andato peraltro non esattamente nel modo sperato, ma stiamo attenti ad altri conti. Più importanti. Quelli con i mercati internazionali. La speculazione è sempre in agguato. Lo spread, un termine inglese che usa anche il premier, e stranamente, ovvero la differenza fra i rendimenti dei nostri titoli di Stato e quelli dei principali Paesi europei, indicatore sensibile della credibilità nell'onorare le scadenze del proprio debito pubblico, è tenuto costantemente sotto controllo. È bene dire subito che non vi sono motivi immediati di preoccupazione. Lo spread con il bund tedesco è stabile a 130, quello con la Spagna a 28. L'approvazione della manovra e i segnali di ripresa dell'economia reale completano un quadro difficile ma nemmeno così critico nel confronto con le altre economie europee.
Berlusconi non vuole passare per un'anatra zoppa, o come un premier orgoglioso ma ferito dal fuoco amico e con una maggioranza a rischio. No, non ci sta. Lui si considera il numero uno in Europa: snocciola i gradimenti, bassi, degli altri leader, Merkel e Sarkozy a testimonianza del grado di tenuta del proprio governo. Non vi sarà alcuna crisi, afferma con decisione. Non c'è il rischio di un ricorso anticipato alle urne e l'ipotesi che si possa formare un governo tecnico è semplicemente fuori dalla realtà. Eppure i numeri, glielo ricordiamo, soprattutto alla Camera, suonano amari. Berlusconi spiega le adesioni alla truppa finiana, superiori al previsto, con qualche delusione personale di troppo, e con una forma sottile di ricatto che sarebbe stata esercitata da chi, leggi il presidente della Camera, avrebbe reso possibile la candidatura di molti dei fuoriusciti. Insiste nel sottolineare che ha parlato e parlerà con ognuno di quei trentatré. Hanno firmato il documento di costituzione al nuovo gruppo ponendo tre condizioni. La certezza che gli "esagitati", Bocchino, Briguglio e Granata non avrebbero ricoperto incarichi direttivi, la fedeltà al governo e il voto in sintonia con le sue leggi. Spiegata così, la frattura sembra il distinguo blando di una corrente della maggioranza. Le parole di Fini? Non hanno importanza o almeno non sembrano averne. Il premier è felice dell'ipotesi che il sottosegretario Roberto Menia, che mostra di apprezzare, possa diventare capogruppo. Lo ha sentito ieri al telefono. D'ora in poi sarà lui il suo interlocutore privilegiato. Fini non esiste o si fa in modo che sembri non esistere. Il suo gruppo vale elettoralmente, secondo le proiezioni dei suoi esperti, tra l'1,2 e l'1,4 per cento, se si presenta da solo, e tra il 3 e il 4 per cento se si apparenta con il Popolo della Libertà. Quando aderì al nuovo partito, An non andava, sempre secondo le parole del premier, al di là del 6 per cento. E fu questa una ragione per entrare nel Pdl, da solo Fini avrebbe avuto paura di una debacle elettorale.
E al Senato, Cavaliere? Cinque dei dieci senatori che si appresterebbero a formare il gruppo di Futuro e Libertà a palazzo Madama sarebbero, nelle sue parole, sul punto di tornare indietro. E lo avrebbero fatto, o starebbero per farlo, dopo una sua telefonata. E dunque addio al gruppo finiano al Senato e un colpo definitivo all'ipotesi di un governo tecnico che non avrebbe i numeri per costituirsi. Staremo a vedere. Un ragionamento di questo tipo è stato fatto ieri, in una lunga telefonata, anche al capo dello Stato, il quale ha ribadito al premier di essere soltanto un osservatore dell'evoluzione assai caotica e confusa del quadro politico. Napolitano ha precisato ancora una volta di avere un'unica preoccupazione: che una sorta di guerriglia politica non metta in discussione il ruolo istituzionale del presidente della Camera. Il parallelo con Pertini non ha senso. Se il governo è forte e la maggioranza stabile siano i fatti a dimostrarlo. Il rifinanziamento delle missioni all'estero, il voto sulla riforma universitaria, il via definitivo alla manovra (quando la Germania l'ha rinviata a settembre!) sono avvenuti in pochi giorni. Governo e Parlamento avrebbero tutto il diritto di vantare una prova di efficienza non disprezzabile delle istituzioni del Paese, è stato in sintesi il pensiero del capo dello Stato. Dunque: no ad elezioni anticipate. Sollecitazioni in questo senso sarebbero arrivate al premier anche da settori dell'opposizione e dello stesso Pd. L'offerta di allargare la coalizione all'Udc rimane sempre valida. Il posto di Scajola è libero, anche perché l'ipotesi di Romani si è scontrata con i dubbi, legati alla legge sul conflitto d'interessi, del Quirinale. Ma i ripetuti no di Casini non sono piaciuti a Berlusconi il quale parla dell'ex alleato come di un modesto calcolatore di convenienze politiche e di consenso di breve respiro. Ma se ci fosse lui, la Lega sarebbe di più facile contenimento o meglio esonderebbe di meno. Il premier fa l'esempio delle ronde, che lui non voleva. E che sono state un autentico fallimento. Ecco, se ci fosse stato Casini, l'avremmo contrastata meglio la Lega, dice il premier. Già, ma allora perché fu deciso, dopo il famoso discorso del predellino e la nascita del Pdl, di lasciarlo fuori il leader centrista?
Il disegno di legge sulle intercettazioni non sembra interessare più al premier. Lo considera svuotato (per fortuna aggiungiamo noi) e inefficace. Se non finisse per fare un piacere all'opposizione, lo ritirerebbe. Sarà votato alla ripresa. E se è necessario ne sarà fatta un'altra di legge sulle intercettazioni. Il cammino delle riforme, nelle intenzioni del premier, dovrebbe riprendere dopo le ferie con una forte accelerazione del federalismo fiscale che si pone come obiettivo anche un concreto risparmio sul versante della spesa, specie sanitaria. L'eventuale beneficio potrebbe andare per metà a riduzione del deficit e per l'altra metà a favorire l'adozione sul versante fiscale del quoziente familiare e il contenimento dell'Irap. Poi toccherà alla giustizia e alla riforma istituzionale. Se ci sarà il tempo, e se me lo faranno fare, conclude il premier.
Voto anticipato, governo tecnico, maggioranza a rischio oppure forte di possibili e nuove alleanze? Le incognite sul futuro del governo occupano le prime pagine dei quotidiani edicola. E' ancora lo strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini al centro del dibattito politico.
Gli scenari sono i più diversi, e l'incertezza regna sovrana. Basta guardare i tiolo di apertura de La Repubblica e il Corriere della Sera.
"Berlusconi minaccia il voto" scrive il quotidiano di Ezio Mauro.
"Berlusconi: no al voto anticipato" dicono invece da via Solferino.
Il Corriere della Sera parla di un Berlusconi che non ha intenzione di trattare con Fini e che, allo stesso tempo, di ce no al voto anticipato.
“Incognite di un divorzio” titola per l’appunto l’editoriale di Sergio Romano. “Ciò che non sappiamo e non possiamo prevedere è molto più di ciò che sappiamo” scrive il giornalista.
Repubblica, invece, precisa con l’articolo a firma di Francesco Bei: “Berlusconi cerca di rassicurare i suoi”.
Il premier, infatti, ostenta sicurezza e lo fa illustrando risultati concreti. “Il governo è forte - ha dichiarato – Lo provano le " quattro riforme realizzate in questa settimana". Per ora, dunque, il presidente del Consiglio punta ad abbassare i toni, a passare l’estate. E poi si vedrà.
A puntate il dito contro il presidente della Camera ci pensa Libero: “Con Silvio già 25 finiani” titola a prima pagina e poi, rispolverando vecchie ma non sopite polemiche aggiunge: “La Rai gira 2 milioni a Fini”. L’articolo di Franco Bechis parla di Fini “bamboccione” e pubblica lo stato di famiglia della terza carica dello Stato: “Elisabetta (Tulliani, compagna di Fini, ndr) è il capofamiglia”.
Stessi toni anche per il quotidiano il Giornale: “Così è diventata ricca Lady Fini” scrive il quotidiano di Vittorio Feltri. E pubblica le carte dell’accusa di Luciano Gaucci contro la ex fidanzata Elisabetta Tulliani, ora compagna del presidente della Camera.
“Quando il caimano ordina distruggete Fini”. E’ il titolo a tutta pagina del Il fatto Quotidiano. "Primo: indebolirlo con campagna acquisti nel suo campo Secondo: sputtanarlo con dossier sul suo patrimonio Terzo: non dargli tregua sulle tv di regime, anche ad agosto".
Non ha invece dubbi il Manifesto che strilla: “Al voto, al voto”.
Secondo l’Unità, invece "Silvio è ostaggio di Bossi”.
E la Padania, intanto, rassicura i suoi: “Il federalismo si farà”.
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27/07/2010
Il guru di WikiLeaks: governi tremate, in arrivo altri scoop
Il guru di WikiLeaks: governi tremate, in arrivo altri scoopJulian Assange, fondatore del sito che ha svelato i segreti della guerra in Afghanistan spiega a Sky.it: mi alleo con i grandi editori per verificare le notizie e aumentarne l’impatto. Agli italiani promette: mandatemi le vostre intercettazioni…
A festeggiare non ci ha nemmeno pensato, nonostante sia responsabile di uno dei maggiori scoop della storia del giornalismo. Da Londra, dove ha messo in piedi un ufficio stampa temporaneo, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, conferma che non viaggerà negli Stati Uniti per un po’, dopo aver svelato i segreti sulla guerra in Afghanistan. Così rilevanti da aver costretto il Pentagono ad aprire un'inchiesta penale sulla fuga di notizie. Ma rivela: "il mio sito ha più di un ammiratore all'interno della Difesa americana", avremo nuovi colpi nei prossimi 6 mesi. E agli italiani promette: mandateci le vostre intercettazioni telefoniche. Noi le pubblicheremo sempre.
Partiamo dall’Afghanistan. Quale risultato sperate sortisca l’ultimo vostro scoop?
Speriamo che conduca ad un'ampia soluzione di pace per la nazione. E' un risultato molto difficile da realizzare ma sembra che l'attenzione in Usa, in Europa, in Pakistan e in Afghanistan si stia concentrando sulla scelta di un nuovo modo di procedere.
Avete più volte confermato di avere in mano il video del massacro di Garani (quando un attacco aereo americano causò la morte di molti civili afghani, tra cui parecchi bambini, ndr) ma non l'avete ancora pubblicato. Lo farete?
Arriverà, ma il materiale è molto complesso.
Lo era anche quello che avete appena pubblicato. E’ per questo che avete scelto New York Times, the Guardian e Der Spiegel come partner per questo scoop?
Sono le più influenti pubblicazioni nelle loro rispettive nazioni, sono molto conosciute nel mondo, dispongono di ingenti risorse e fanno costantemente giornalismo di inchiesta. Ci sono anche altri che lo fanno, penso a testate francesi per esempio, ma dato il poco tempo che avevamo per mettere a punto una partnership questi giornali erano i primi tre nella nostra lista.
In passato vi siete lamentati di come i giornalisti hanno trattato alcuni documenti che avete pubblicato. E' soddisfatto del lavoro di queste testate?
Credo che sia stata un'esperienza interessante ed efficace avere una collezione di 4 soggetti di questo tipo ( il quarto è WikiLeaks, ndr) che hanno lavorato pubblicando anche i documenti originali: questo ha costretto tutti ad avere una prospettiva più onesta. Credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Il Guardian, oltre a 14 pagine nell'edizione di lunedì, ha fornito la copertura meglio strutturata sul web. Der Spiegel ha dedicato 17 pagine all'evento. Il New York Times è stato un po' più difensivo sulla pubblicazione di quello che avrebbe dovuto essere; per esempio si è rifiutato di fornire il link a WikiLeaks, il che mi sembra poco professionale. Penso però che la loro copertura, pur all'interno delle limitazioni del contesto americano, sia stata piuttosto buona.
Come avete lavorato sui documenti e quante persone sono state coinvolte?
La prima fatica è stato cercare di capire la struttura di base dei materiali e dare a questi una forma dalla quale i giornalisti potessero partire e poi metterli online in una presentazione tale che la comunità globale potesse leggerli. L'analisi è andata avanti per più di un mese. Quanto al numero di persone, più o meno una dozzina.
E' questo il tipo di collaborazione con i media che pensate per il futuro?
In passato abbiamo collaborato con singoli soggetti. Per esempio con una tv islandese per mandare dei giornalisti a Bagdad per fare ricerche sul video “Collateral Murder” (che mostrava un elicottero americano uccidere dei civili a Bagdad, ndr). E' la prima volta che abbiamo strutturato una coalizione che tiene insieme tanti diversi gruppi editoriali così significativi. Ha funzionato molto bene. Lo faremo ancora tutte le volte che sarà necessario.
Chi farete arrabbiare la prossima volta?
I materiali che pubblicheremo nei prossimi 6 mesi avranno un impatto importante pressoché su tutte le nazioni.
Ha seguito le vicende delle leggi italiane sulle intercettazioni proposte dal governo Berlusconi? Che ne pensa?
Mandateci le vostre intercettazioni telefoniche e noi le pubblicheremo.
Il video dell'attacco americano in Iraq:
Raffaele Mastrolonardo
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26/07/2010
Wikileaks svela i segreti della guerra in Afghanistan
Wikileaks svela i segreti della guerra in AfghanistanIl portale pubblica i rapporti top secret dell’intelligence Usa. “Il conflitto è un fallimento. I servizi pakistani aiutano Al Qaeda”. L’ira della Casa Bianca: “La fuga di notizie mette in pericolo i nostri soldati”
E' Un ritratto "devastante" del conflitto afghano quello che esce dalla pubblicazione di 92.000 documenti riservati che mostrano anche l'atteggiamento ambiguo dei servizi segreti del Pakistan. I documenti che Wikileaks ha deciso di passare a New York Times, The Guardian e Der Spiegel, alcune settimane fa, mostrano, soprattutto, come il Pakistan, ufficialmente alleato degli Stati Uniti, permettesse ai propri servizi segreti di trattare e complottare con i talebani. Ma è la visione globale del conflitto a uscirne compromessa. I documenti, secondo The Guardian, "danno un'immagine devastante della guerra e del suo stato di fallimento in Afghanistan". Le autorità statunitensi hanno condannato con fermezza la pubblicazione di questi documenti riservati, in quanto metterebbe in pericolo la vita dei soldati statunitensi e dei loro alleati in Afghanistan e hanno comunque garantito che non influirò sulle alleanze con Afghanistan e Pakistan. I documenti raccontano anche delle unità alleate create per uccidere o imprigionare senza processo i leader talebani e come le autorità militari statunitensi cerchino di coprire come i talebani stiano acquisendo sempre maggiori capacità militari e potenza di fuoco.
La Casa Bianca ha "fortemente condannato" la fuga di notizie sulla guerra in Afghanistan. In una lunga dichiarazione, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jim Jones, sottolinea che l'azione di Wikileaks mette a repentaglio "le vite sia di americani, sia dei nostri alleati, e rappresenta una minaccia per la nostra sicurezza nazionale Wikileaks - ha aggiunto Jones - non ha fatto alcuno sforzo di contattarci circa questi documenti. Il governo degli Stati Uniti ha appreso da organizzazioni giornalistiche che questi documenti sarebbero stati pubblicati. Proprio per la grave situazione che si era creata nel corso degli anni, il presidente Obama ha annunciato la nuova strategia, basata su un sostanziale incremento di risorse in Afghanistan". Jones ha sottolineato poi il rapporto di forte alleanza che esiste tra Usa e Pakistan: "Gli Stati Uniti restano a sostegno del popolo pachistano e dello sforzo del Pakistan focalizzato a sradicare i gruppi estremisti violenti".
Il fondatore di Wikileaks, l'australiano Julien Assange, intervistato dalla CNN, ha però difeso la decisione di pubblicare i documenti riservati perchè "fanno emergere il vero squallore della guerra, e permettono alla gente di decidere se continuare a sostenerla oppure no". "Grazie a questi documenti è possibile farsi un'idea più precisa di cosa sta succedendo in Afghanistan ed è giusto che la gente lo sappia".
Assange, 39 anni, australiano con un passato di hacker e programmatore di computer, ha citato ad esempio le operazioni della Task Force 373, "uno squadrone della morte" delle forze speciali Usa incaricato di eliminare singole persone incluse in una lista nere. "Hanno assassinato almeno sette bambini e altri innocenti", ha riferito Assange sottolineando che a decidere chi doveva finire sulle 'liste della morte', "erano i governatori locali o altre autorita sulla base di prove deboli e senza il controllo di alcun giudice".
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14/05/2010
Attentato dell'Addaura contro Falcone, dopo 21 anni ci sono cinque nuovi indagati
Attentato dell'Addaura contro Falcone, dopo 21 anni ci sono cinque nuovi indagatiNel mirino dell'inchiesta anche i rapporti tra cosa nostra e i servizi segreti. Sono appartenenti al clan Madonia. Ordinato il prelievo del Dna dalle mute dei sub che piazzarono il tritolo
| Giovanni Falcone in una foto d'archivio |
PALERMO - Cinque indagati nell'ambito del nuovo troncone di indagine sul fallito attentato dell'Addaura al giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 20 giugno del 1989. Sono tutti appartenenti al clan mafioso Madonia, che controllava la zona occidentale della città. Oltre al boss Salvino Madonia sono indagati Gaetano Scotto, Raffaele Galatolo, suo nipote Angelo Galatolo, di 50 anni, e il collaboratore di giustizia Angelo Fontana. Un sesto indagato, Pino Galatolo, fratello di Raffaele, è deceduto. Sarebbe stato affidato a lui il compito di procurare il telecomando utilizzato per il fallito attentato.
L'INCHIESTA - La Procura della Repubblica di Caltanissetta, che conduce l'inchiesta, ha ordinato il prelievo delle tracce di Dna dalla muta, dalle pinne e dagli occhiali adoperati da sub che piazzarono una borsa con 20 chili di esplosivo sulla scogliera nella quale si affacciava la villa di Falcone sul lungomare dell'Addaura. I magistrati indagano anche sui rapporti tra Cosa nostra e i servizi segreti. All'interno della sede della Dia di Caltanissetta si sarebbe introdotto un uomo dell'intelligence che collegandosi ad un computer avrebbe controllato le vari fasi delle indagini sull'attentato all'Addaura. Una talpa avrebbe anche informato coloro che piazzarono l'esplosivo alla villa di Falcone che il magistrato si sarebbe recato all'Addaura con i magistrati svizzeri per andare a fare un bagno.
I PENTITI - Gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sarebbero orientati dal contributo di due collaboratori: Angelo Fontana e Vito Lo Forte. Il primo è legato al clan di Raffaele Galatolo e si sarebbe autoaccusato di avere avuto un ruolo nella preparazione e nella collocazione dell'esplosivo sulla scogliera davanti alla villa del magistrato. Lo Forte sarebbe invece collegato al giro di spaccio e di traffico che faceva capo alla cosca di Gaetano Fidanzati , recentemente arrestato a Milano. Proprio Lo Forte avrebbe parlato della contrapposizione tra «buoni» e «cattivi»: le due anime dei servizi segreti schierate una a protezione di Falcone e l'altra contro. Dalla parte dei «buoni» si sarebbero ritrovati l'agente Antonino Agostino, ucciso insieme con la moglie, ed Emanuele Piazza, sequestrato e strangolato. Proprio per confermare questo ruolo positivo di Agostino e di Piazza è stato deciso di confrontare il Dna delle vittime con le tracce biologiche lasciate dagli attentatori nelle attrezzature da sub abbandonate tra gli scogli.
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18/02/2010
Cosentino si dimette da coordinatore e da sottosegretario
Cosentino si dimette da coordinatore e da sottosegretario
L'esponente del Pdl, coinvolto nell'indagine della Procura di Napoli sui presunti rapporti con la malavita organizzata del Casertano, lascia ogni incarico "per evitare strumentalizzazioni".
| Nicola Cosentino (Eidon) |
IL NODO CASERTA - Sullo sfondo della decisione di Cosentino ci sarebbe il nodo delle candidature a Caserta. Il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini hanno deciso infatti che il Pdl sosterrà il candidato dell’Udc Domenico Zinzi alla presidenza della Provincia di Caserta, feudo elettorale di Cosentino. All'accordo tra centrodestra e centristi il sottosegretario e una parte del Pdl campano si erano fieramente opposti, rivendicando la necessità di un candidato Pdl e indicando come possibile uomo del Popolo delle Libertà il senatore Pasquale Giuliano. Mercoledì Cosentino ha visto personalmente il premier e, a quanto viene riferito, Berlusconi avrebbe condiviso le sue ragioni ma avrebbe fatto capire di non poter fare altrimenti. Cosentino, riferisce chi è vicino e ha sentito il sottosegretario di governo dimissionario, avrebbe lasciato tutti i i suoi incarichi proprio ritenendo «l'accordo con l'Udc non più politico ma solo poltronistico». «Non mi posso sentire commissariato» è stato lo sfogo di Cosentino.
LE PAROLE DEL PREMIER - La decisione dell'esponente di maggioranza, indagato per concorso esterno in associazione camorristica e accusato dai pentiti di essere il referente politico del clan dei Casalesi, arriva inoltre nel giorno in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha annunciato che «le persone che sono sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste elettorali, ma anche che se ci sono dei dubbi sulla loro colpevolezza sarà l'Ufficio di presidenza a decidere caso per caso», specificando che chi commette reati deve andare fuori dai partiti.
«CI SPIEGHINO IL RIPENSAMENTO» - La notizia delle dimissioni di Cosentino ha comunque colto di sorpresa il mondo politico. Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, è intervenuto in aula alla Camera per chiedere conferma delle dimissioni. «Dato che su iniziativa del Pd e delle opposizioni è stata presentata una mozione di sfiducia che venne respinta dalla Camera, vorremmo sapere adesso quali fatti nuovi hanno determinato le dimissioni di Cosentino» ha detto l'ex leader dei democratici. L’intervento di Franceschini è stato accolto da un applauso dei deputati Pd e dell’Italia dei valori. A Franceschini fa eco Pier Luigi Bersani: «Avevamo chiesto mesi fa le dimissioni di Cosentino. Allora la maggioranza le respinse, ora abbiamo chiesto, tramite il capogruppo, che il governo ci spieghi quali novità ci sono e ci spieghi il ripensamento» ha detto il leader del Pd. Per il presidente dei deputati dell'Italia dei Valori Massimo Donadi la scelta di Cosentino è «solo la conclusione di una questione di potere interna al Pdl in Campania, se non una mossa elettorale. E comunque le dimissioni sono tardive ed insufficienti. Cosentino è accusato di reati gravissimi e di collusione col clan dei Casalesi. Se vuole davvero dare un segnale positivo e credibile, si dimetta da deputato e corra a farsi processare» ha detto il dipietrista. Al contrario, per il vice-capogruppo alla Camera Italo Bocchino «le dimissioni di Cosentino vanno respinte dai vertici del Pdl, al fine di garantire un suo contributo in campagna elettorale e per evitare che nella vicenda dell’alleanza con l’Udc appaia che ci sono vincitori e vinti».
Redazione online
11/02/2010
La stranezza del Lippi bifronte
La stranezza del Lippi bifronte
L’analisi. Il c.t. azzurro e i suoi rapporti con la Juventus: una situazione poco chiara e di poca utilità
| Il ct della Nazionale Marcello Lippi |
Due cose mi sembrano evidenti intorno alla Juve attuale. La prima è che Rafa Benitez si sta allontanando, forse non c’è mai stato. Due settimane fa veniva dato per certo, già sotto contratto, forse per subito, di sicuro per giugno prossimo. Ora si parla tranquillamente di Allegri e Prandelli mentre nel frattempo è arrivato addirittura un quarto uomo, Zaccheroni e un quinto è stato bruciato, Gentile. Se c’è una cosa che la Juve ha perso nel dopo Moggi-Giraudo è il controllo dell’informazione che la riguarda. Prima usciva quello che volevano i capi, ora esce di tutto. Forse è una conquista, ma è difficile capire per chi. È come se tra la società e il mondo della comunicazione ci fosse un eccesso di leggerezza, di eleganza, di non competenza, che diventa un vuoto a cui nessuno si ribella. Non può essere vero tutto e il contrario di tutto. Questo crea un’incompetenza generale che non è né accettabile né corretta. La seconda cosa evidente è che dietro le scelte della Juve c’è Marcello Lippi. Ferrara, Candreva, Grosso, Cannavaro ne sono dimostrazione.
E del resto lui stesso ammette di aver dato consigli alla sua vecchia squadra. Non c’è niente di pessimo, qualcosa è comprensibile, ma deve essere chiaro che non funziona così. Il commissario tecnico dell’Italia è una figura super partes che non può diventare l’ufficio di consulenza di nessuno. Lippi non ha mai capito bene la differenza tra il suo ruolo e quello di un tecnico di società. È facile confondersi nel calcio dove si pensa tutti di venire dallo stesso mondo. Ma i ruoli sono opposti. Un tecnico lavora nel privato, il c.t. lavora nel pubblico, risponde al pubblico. Alla tua gente puoi far non sapere, puoi chiedere sacrifici di pazienza. A tutta la gente no. Ha anzi diritto di sapere. E tu c.t. hai il dovere di rispondere, non puoi dire «questi sono fatti miei», esistono solo «fatti nostri». A questo punto la cosa potrebbe diventare grave. Nel senso di alcune domande. La Federazione sapeva che Lippi dava consigli a una società? Sapeva ci fosse un rapporto di pre-contratto tra Lippi e questa società? E se lo sapeva, questo la rendeva sicura della trasparenza di Lippi in sede di convocazioni? Mettiamo non sapesse niente e non ci sia niente. È accettabile un così grande numero di equivoci senza una sola nota di chiarezza? È in sostanza accettabile quest’aria di ignoranza generale che la stampa accetta e l’ignoranza particolare che è invece l’ente pubblico ad alimentare? La nazionale non può fare calciomercato, ha il dovere della sintesi e della chiarezza.
Diversamente va in rotta di collisione con le società dei cui tecnici vorrebbe avere i benefici. Ultima considerazione, quasi a margine. Lippi è stato e resta un grande allenatore. Con Capello è stato forse il più moderno espresso dal cuore della scuola italiana. Ma sempre un allenatore è stato. Ora gli si chiederebbe di essere il padre della patria juventina, il garante di ogni situazione tecnica. Punto primo: che valore avrebbe in questa situazione l’allenatore reale della Juve? Di ascoltatore o protagonista? E quali vantaggi avrebbe a essere ascoltatore? In sostanza, Lippi va benissimo, ma se continua a fare l’allenatore. Punto due: come uomo mercato Lippi sarebbe un esordiente, un altro dopo la lunga serie di esordienti juventini. Un tecnico ragiona da artigiano, vede nei giocatori potenzialità che lui può tirar fuori, ma non può dire se altri tecnici ci riusciranno. Infatti Lippi in quelli che sembrano essere stati i suoi consigli alla Juve, ha fino a ora fallito. E allora di cosa stiamo parlando? Dobbiamo davvero tutti commettere una lunga serie di scorrettezze senza sapere a cosa serviranno?
Mario Sconcerti
15:34 Scritto in SPORT | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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13/01/2010
I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»
I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»
MAFIA: «il covo di Riina non perquisito per un accordo». L'accusa: «Vedeva Provenzano e ha gestito soldi che appartenevano a Bontate». La replica: «è un pazzo»
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| Vito Ciancimino con figlio |
PALERMO — «Sicuramente il Dell’Utri ha gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontate che a persone a loro legate», dice Massimo Ciancimino riferendosi al senatore del Popolo della Libertà e al capomafia degli anni Settanta. Il pubblico ministero domanda da dove il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino tragga tanta sicurezza , ma la risposta è coperta da un lungo «omissis». Si riprende a parlare dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e un altro boss, Bernardo Provenzano. Di che tipo erano? «Molto stretti, molto stretti... C’era rapporto diretto, tant’è che mio padre quando aveva bisogno di avere favori da quel partito che poi era nato (Forza Italia, ndr), bozze di legge, il punto di riferimento era sempre il Lo Verde», che poi sarebbe Provenzano.
Dice proprio così, Massimo Ciancimino, in uno degli oltre venti verbali riempiti in un anno e mezzo di interrogatori depositati al processo contro gli ufficiali del carabinieri Mori e Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la presunta mancata cattura dello «zio Binnu»: negli anni Novanta, tramite il latitante più longevo di Cosa Nostra, a suo padre all’epoca detenuto arrivavano i disegni di legge da discutere in Parlamento. Compreso uno presentato da alcuni deputati del centrodestra a favore della dissociazione dei mafiosi: «Fu fatto avere da Dell’Utri a Provenzano e Provenzano lo fece avere a suo padre?», domanda il pubblico ministero riassumendo quel che il giovane Ciancimino ha detto fin lì, e il testimone (imputato in un altro processo dov’è stato condannato per riciclaggio) conferma: «Sì».
Non si fermano dunque alla «trattativa» del 1992 le fluviali deposizionidel figlio dell’ex sindaco condannato per mafia morto nel novembre 2002. Parla di contatti e contrattazioni proseguiti anche dopo, di cui suo padre— dice— fu «agnello sacrificale» nella stagione in cui i partiti tradizionali furono spazzati via dalle inchieste giudiziarie e sulla scena politica irruppe Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi con l’apporto di Dell’Utri. Ciancimino jr riassume così, dopo un altro «omissis», i ragionamenti dell’ex sindaco: «Io vendo Riina, mi arrestano, e chi mi sostituisce, continua a dialogare col Provenzano e poi va alla fase della nascita di questo partito è Marcello Dell’Utri». Che suo padre non conosceva, a differenza del boss latitante.
CONTATTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO - I magistrati chiedono se ci sono stati colloqui diretti tra Provenzano e il senatore, e Massimo Ciancimino risponde: «Sì, erano stati fatti, l’amico gli aveva spiegato che si erano riuniti...», e il verbale torna ad essere segreto. Quale fosse il canale il testimone dice di non saperlo, ma «sicuramente era diretto... Mio padre parlava direttamente con Lo Verde (cioè Provenzano, ndr) e Lo Verde parlava con Dell’Utri. Questo è quello che mi ha riferito mio padre». Il quale commentava col figlio i pizzini in cui il boss discuteva, nel 2000, della possibile amnistia e di altre vicende: «Dell’Utri gli manda a dire che era stata fatta una riunione a tal proposito, che loro erano tutti d’accordo a votare l’amnistia da cui mio padre si aspettava tanto». Al giovane Ciancimino, però, non piace parlare di certi argomenti: «Come ho avuto paura a suo tempo, continuo ad avere paura adesso».
Racconta di strane visite di personaggi qualificatisi come carabinieriche gli consigliavano di non parlare della trattativa, e l’incontro avuto qualche mese fa a Parigi («era il giorno che dovevo prendere il papello», cioè il foglio recapitato nel ’92 con le richieste mafiose allo Stato per far cessare le stragi) col giornalista ex senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi: «È un personaggio che mio padre conosceva da tempo, lo collocava vicino ad ambienti di Servizi... Mi ha chiesto spiegazioni in quello che era la trattativa...». L’attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino è tutta da verificare, anche se i pubblici ministeri di Palermo lo ritengono credibile. Per questo lo porteranno a testimoniare nel processo contro Mori e Obinu, accusati di aver lasciato libero Provenzano, nel 1995; forse per i «patti» siglati con l’ex sindaco (e tramite lui con lo stesso boss) in cambio della cattura di Riina. Ipotesi che i due imputati, e con loro l’ex capitano Ultimo che mise le mani sul capomafia corleonese il 15 gennaio 1993, hanno sempre respinto con sdegno.
LE GARANZIE SUL COVO DI RIINA - Le «garanzie» sul covo di Riina Ma Ciancimino jr racconta un’altra storia, e spiega che quando si venne a sapere della mancata perquisizione del rifugio del latitante (episodio per il quale Mori e Ultimo sono stati già processati e assolti), suo padre commentò che così doveva andare: «Era una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che i carabinieri ovviamente diedero... Riina era solito vantarsi di tutta una serie di documentazione che conservava, perché se un domani lo avessero dovuto arrestare crollava l’Italia, succedeva un finimondo». Magari lo «zio Totò» bluffava, ipotizzavano Provenzano e Ciancimino, ma meglio non rischiare: «Una delle cose che bisognava fare era mettere al sicuro tutto questo patrimonio di documentazione».
Quanto ai colloqui tra i carabinieri e suo padre, il testimone riferisce che furono gli stessi ufficiali Mori e De Donno (quest’ultimo gli avrebbe promesso che su quei contatti sarebbe calato addirittura il segreto di Stato) a confermare all’ex sindaco che della «trattativa» erano informati gli exministri Mancino e Rognoni; facevano parte di governi diversi e hanno sempre negato, ma Ciancimino jr insiste nella sua versione, che include anche un abboccamento con l’allora parlamentare del Pds Luciano Violante, richiesto esplicitamente da suo padre. E dei contatti con l’Arma sapeva tutto (al pari di Provenzano) il misterioso «signor Franco», il «collettore» legato ai servizi segreti che pure s’incontrava con Ciancimino padre.
ALTRI POLITICI E I «MISTERI D'ITALIA» - Altri politici e i «misteri d’Italia» Nei pizzini inviati da Provenzano all’ex sindaco, tra i contatti è indicato anche un «pres.», un presidente, che secondo il figlio di Ciancimino sarebbe l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Di lui il testimone mostra di non sapere molto, ma ricorda: «Quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima spesso rimanevo fuori in macchina, e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. I tre autisti erano questi... Gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no». Nei suoi interrogatori il giovane Ciancimino non si limita a parlare della trattativa degli anni Novanta e primi Duemila, ma distribuisce pure qualche rivelazione sui meno recenti misteri della storia italiana. Racconta del sequestro Moro, e svela un ruolo dei Servizi contrario a quello che si potrebbe immaginare: «Mio padre mi disse che era stato pregato, per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Provenzano affinché si attivassero per aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro ». Non volevano più cercare il presidente della Dc rapito dalle Brigate rosse, insomma, mentre due anni più tardi, nel giugno 1980, Vito Ciancimino — che secondo il figlio faceva parte della struttura segreta di «Gladio»—e i suoi contatti istituzionali (compreso l’ex ministro dc Attilio Ruffini, dice Massimo) vennero a sapere «della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il Dc9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente... e qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo, i Servizi dovevano poter contare su mio padre».
Giovanni Bianconi
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26/10/2009
Perugia: mamma costringe la figlia di 11 anni a fare sesso con dei ragazzi
Perugia: mamma costringe la figlia di 11 anni a fare sesso con dei ragazzi
La madre faceva regali ai giovani che si prestavano ai rapporti. Voleva far diventare la ragazzina «popolare», la donna e' stata arrestata. I vicini hanno segnalato alla polizia le urla della piccola
PERUGIA - Una vicenda che ha dell'incredibile. Era «fissata» con l'idea che la figlia undicenne dovesse avere rapporti a sfondo sessuale per farla diventare popolare e per questo le organizzava in casa incontri, ai quali assisteva, con coetanei (13-17 anni la loro età) contattati all'uscita di scuola, anche se la ragazza si opponeva in lacrime e la notte si svegliava in preda agli incubi. Questo il quadro delineato dalla squadra mobile di Perugia che ha arrestato la madre dell'adolescente, una quarantenne incensurata originaria del perugino. Violenza sessuale il reato che le è stato contestato.
LA VICENDA - Per tutelare la minore, gli investigatori non hanno reso noto nè il nome della donna, nè del paese, nella zona del Trasimeno, dove è avvenuta quella che è stata definita una storia di «degrado e grave disagio familiare». Dall'indagine, durata circa un mese, è emerso che il desiderio della donna era di creare una «cerchia di ammiratori» intorno alla sua unica figlia. Per farlo convinceva i ragazzi agli incontri (che forse duravano da più tempo) anche regalando loro denaro, ricariche telefoniche e un cellulare. Un'azione «quasi quotidiana» la sua, secondo gli investigatori. Gli accertamenti sono ancora in corso e non è chiaro se la ragazza (ora affidata ai servizi sociali) abbia avuto rapporti sessuali veri e propri. L'indagine della squadra mobile - diretta da Giorgio di Munno - è partita dalla segnalazione di un via vai sospetto nell'appartamento e di grida provenienti da esso. È quindi emerso che era frequentato da quattro-cinque ragazzi. Tra loro anche una tredicenne alla quale la donna - secondo la ricostruzione accusatoria - metteva a disposizione la casa - «modesta» è stata definita - per avere rapporti, in sua presenza, con un ragazzo di 17 anni, denunciato a piede libero per concorso in violenza sessuale.
INTERCETTAZIONI - Grazie anche alle intercettazioni telefoniche e ambientali la polizia ha accertato che l'undicenne si opponeva in lacrime agli incontri. La notte si svegliava improvvisamente in preda agli incubi, piangendo. Un quadro in base al quale la polizia ha deciso di intervenire e di bloccare la donna, risultata senza occupazione. Assente quando avvenivano gli incontri è risultato invece il padre, lavoratore saltuario, nei confronti del quale non sono stati presi provvedimenti. Dall'indagine condotta dalla terza sezione della mobile - guidata da Monica Napoleoni - è emerso che la famiglia non aveva dato finora segni di disagio. Anche a scuola, che pure frequentava poco, la ragazza non aveva mostrato malessere.
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| Tag: perugia, madre, prostituiva, figlia, sfondo sessuale, rapporti, sesso, minorenne, ragazzi, scuola, incontri, vicini, segnalazione | OKNOtizie |
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