23/03/2010

Totti e il poker:«A Ilary non dispiace, sa che è solo una distrazione»

Totti e il poker:«A Ilary non dispiace, sa che è solo una distrazione»

 

Francesco Totti racconta ad “A” la sua terza vita. Il superbomber gioca anche su altri campi. E sembra cavarsela benissimo


Corriere della Sera

 

 

Lo chiamano il Re di Roma. Il Bimbo de oro. Ma Francesco Totti, 33 anni, detto anche il Pupone, ci ride su. Non è tipo da montarsi la testa. Alle ovazioni da stadio ci è abituato. Sono anni che infiamma le curve. Anni che il Capitano, con la C maiuscola, regna sui cuori giallorossi. Sul popolo del pallone. Un simbolo. Un eroe. Un gladiatore. Da un po’, però, Francesco il superbomber gioca anche su altri campi. E sembra cavarsela benissimo. Avere al suo fianco Ilary Blasi, ex letterina diventata Iena, sposata in diretta tv cinque anni fa, è un assist vincente. «Totti e Ilary? Come la Mondaini e Vianello» hanno detto dopo il successo degli spot Vodafone che ha girato con la moglie. Lui, la Bestia, l’ignorante antitecnologico che non sa niente di Internet, lei, la Bella, che gli impedisce di infilare i tost nel modem. Una serie di scenette divertenti, di quadretti di vita domestica da “così fan tutti”, che hanno dato l’ultima spinta al tandem, incoronandoli la coppia mediatica più amata del momento. Inevitabile che sorga qualche dubbio. Il Capitano, uomo notoriamente più portato ai gol che alle interviste, li rimpalla con un mezzo sorriso. E una raffica di risposte secche da giocatore di ping pong. O di poker, quasi un chiodo fisso. Altro che amanti. La sua terza vita, quella al tavolo da gioco. Perché lui è un uomo tutto stadio, casa e carte

 

Corriere della Sera


Totti, ormai gira uno spot dopo l’altro. Non è che pianta tutto per fare l’attore?
«Ma no. La mia professione è quella del calciatore e onestamente penso solo a giocare a calcio».

De Laurentiis ha dovuto smentire di averla ingaggiata per un cinepanettone.
«Io voglio solo recuperare prima possibile dopo l’infortunio: non vedo l’ora di tornare in campo».

I problemi al ginocchio non le avranno impedito di giocare a poker. Dicono che sia una sua grande passione.
«Trovo che alleni l’abilità mentale. Mi capita spesso di fare una partita quando sono in ritiro con i miei compagni di squadra: mi rilassa molto. Più che un gioco è uno sport per il cervello; c’è molta strategia, nel poker, per questo mi piace».

E con chi gioca, di solito?
«Le partite più divertenti sono quelle con Philippe Mexes, Jérémy Menez e Marco Cassetti. Ma quello che mi piacerebbe spennare sul serio è Mexes».

Perché, poveretto?
«Non me lo chieda. Questo è un segreto».

E sua moglie Ilary cosa ne pensa?
«Nulla di particolare. Sa che lo vivo come un divertimento. Il poker è solo una delle tante cose che mi piace fare e a cui dedico un po’ del mio tempo».

Gioca spesso?
«Circa tre volte la settimana. A volte anche online».

Il suo nickname?
«Totti10. Provate a sfidarmi».

Bluffa più al tavolo di gioco, in campo o nella vita?
«Bluffo solo al tavolo verde perché lì fa parte del gioco. In campo non direi, casomai corro qualche rischio scegliendo magari una soluzione difficile».

E nella vita?
«Mai. La vita è una cosa seria, bisogna bluffare il meno possibile».

Però a lei, nella vita, piace prendersi in giro.
«Essere un po’ autoironici è fondamentale. Saper ridere, anche di se stessi, a volte aiuta».

Altre cose, invece, le prende molto sul serio. L’ incarico di ambasciatore dell’Unicef, ad esempio.
«Sono convinto di essere stato fortunato e trovo sia giusto dedicare un po’ di tempo a chi soffre».

Ha due figli piccoli. Per questo ha scelto l’Unicef?
«Ho preso questo impegno perché i bambini sono il nostro futuro e l’Unicef vorrebbe garantire a tutti un futuro dignitoso. Conosco tante persone che hanno dedicato la loro vita a questo scopo. Il minimo che possoa fare io è dare un po’ di tempo».

Il duro dal cuore d’oro. Una cosa che l’ha fatta piangere?
«Mi sono commosso tantissimo per il terremoto di Haiti e poi per quello in Cile. Pensare che in un solo terribile minuto vengano sconvolte le esistenze di tante persone ti fa riflettere».

Una cosa che la fa ridere: le barzellette su Totti? Avanti: qual è la sua preferita?
«Non ce ne è una in particolare. In realtà quel che mi fa ridere davvero sono gli scherzi con i compagni di squadra».

Di che cosa parlano i calciatori negli spogliatoi, là dove le donne non entrano e non sentono?
«Di nulla di particolare. Parliamo del nostro lavoro, degli allenamenti. A volte si chiacchiera di altri sport. Cose normalissime».

Non ci credo.
«Ma è vero».

Com’è vivere con Totti?
«Una vita molto normale. Mi piace stare in casa in completo relax e godermi i figli. Mi piace invitare gli amici e guardare un bel film. Cose molto semplici, che ci crediate o no».

E poi?
«Quando posso mi piace giocare a tennis e a basket. Mi capita di fare qualche partita alla playstation e, come le dicevo prima, mi piacciono molto i film».

Attrice preferita?
«Scelgo Cameron Diaz e Sandra Bullock. La più brava, però, trovo che sia Meryl Streep».

Ha una bellissima famiglia. È adorato dai tifosi. Di tanto in tanto le appioppano qualche amante: “Per invidia” dice lei. Mai successo che fosse Totti a invidiare qualcuno? «Assolutamente no. L’invidia non mi appartiene, per carattere. Trovo sia un sentimento molto brutto».

Come si immagina tra dieci anni ?
«Non riesco a proiettarmi così in là nel tempo. Mi piacerebbe allargare la famiglia, questo sì.»

E professionalmente parlando?
«Rimarrò sicuramente nel mondo del calcio».

Che ci dice di Ilary?
«È una brava moglie e una mamma eccezionale. Una bellissima persona ».

Quando scendono in campo i figli, Totti come se la cava?
«Giochiamo tantissimo. Con Cristian a calcio, soprattutto. Mentre con Chanel... Con lei faccio tutto quello che mi chiede. Le piace un mondo quando la prendo per le braccia e la faccio volare».

Spieghi a un bambino che cos’è la felicità
«Posso dire che cos’era per me. Correre dietro un pallone tutto il giorno. E poi, dopo, tornare in una casa serena, da una famiglia che mi amava. Quello che tutti i bambini dovrebbero avere».

Desirée Colapietro Petrini


03/10/2008

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Un lavoro d'eccellenza curato da Guido Bastianini e Rosario Pintaudi. Gli scavi dell'Istituto Vitelli nella città dell'amante Antinoo

 

 

 

Nel 1951 Marguerite Yourcenar ebbe la strana idea di far parlare Adriano con la profondità, il senso del dovere, il filosofico pessimismo di Marco Aurelio. E così nacquero le Memorie di Adriano. Un libro in verità piuttosto lamentoso, che risente ovviamente anche della cultura del tempo. Un esempio per tutti: quando Adriano «prevede» la caduta dell'impero romano ad opera dei «barbari dall'esterno e degli schiavi dall'interno» (p. 110 trad. Einaudi), non fa che riassumere un pensiero divenuto a torto famoso, ma formulato del tutto en passant da Stalin in un discorso del 1933 ai «colcoziani d'assalto», di lì passato nelle Questioni del leninismo (tradotte a Parigi per le Éditions Sociales nel 1947) e intanto «codificato» nella Storia di Roma di Sergej Ivanovich Kovaliov l'anno seguente (capitolo XVI).

 

A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani (Grazia Neri). A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C. (Corbis)
A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani . A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C.
Alla fine degli anni Quaranta, nella Francia di Sartre, di Aragon e della colomba di Picasso, la cosa non deve stupirci. E poi, una scrittrice che si avventurava a far rivivere l'antichità sotto forma di romanzo doveva pur cercare fonti di ispirazione non ovvie! Ma c'era in lei anche un certo scrupolo topografico. La sepoltura di Antinoo gliene offre il destro. Il dolore di Adriano per la morte di Antinoo è, com'è ovvio, un «pezzo forte» del romanzo, e offre l'occasione all'autrice per parlare dottamente della «città di Antinoo» (Antinoupolis ovvero Antinòpoli) voluta e creata nel Medio Egitto da Adriano per celebrare ed eternare la figura dell'amato giovane. «Le barche ci condussero in quel punto del fiume dove cominciava a sorgere Antinopoli (...) Si profilava la pianta degli edifici futuri tra i mucchi di terreno sterrato. Ma esitavo ancora sulla località del sepolcro (...) Anche il monumento previsto, alle porte di Antinopoli, sembrava troppo esposto e poco sicuro. Seguii il consiglio dei sacerdoti. Essi mi indicarono, sul fianco d'una montagna della catena arabica, a tre leghe dalla città, una di quelle caverne che un tempo i re d'Egitto destinavano a servir loro da sepolcri (...) I secoli sarebbero passati a migliaia su quella tomba» (p. 199).

Quando Yourcenar scriveva queste pagine gli scavi italiani ad Antinoupolis, intrapresi nel 1935-36, languivano per la lunga interruzione dovuta alla guerra. Nel 1940 l'Italia aveva aggredito l'Egitto, e non era facile ripresentarsi nel dopoguerra a scavare come se nulla fosse successo. La ripresa avvenne soltanto nel 1965. Un'altra lunghissima stasi ci fu tra il 1993 e il 2000. Ed ora, finalmente, per merito, ancora una volta, dell'Istituto Papirologico «Vitelli» di Firenze, i risultati dello scavo vengono pubblicati in un primo prezioso ed imponente volume, Antinoupolis. In un momento particolarmente oscurantistico del nostro recente passato, l'Istituto «Vitelli» stava per essere proclamato «ente inutile», e conseguentemente penalizzato. La minaccia fu sventata, ma era sintomatica di un malcostume intellettuale che continua a dominare, nel segno di un'idea utilitaristica del lavoro intellettuale. Finanziamenti da parte dello Stato e visibili, tangibili risultati immediati, magari tali da farci su un bel «servizio» televisivo, sono considerati entità indissolubili. La necessaria lentezza della ricerca è malvista. Ebbene questo Istituto e le molte forze intellettuali che in vario modo e a vario titolo vi si riferiscono hanno dato alla luce quasi contemporaneamente due consistenti risultati. Da un lato questo primo volume su Antinoupolis, dall'altro l'ultimo nato (il quindicesimo) della serie dei Papiri greci e latini.

Scavare ad Antinoupolis fu un'idea di Girolamo Vitelli (scomparso nel settembre del '35). Vitelli aveva una notevolissima conoscenza storica e antiquaria dell'Egitto greco-romano e sapeva intuire dove convenisse orientare gli scavi italiani, dei quali egli era, insieme con Medea Norsa ed Evaristo Breccia, il vero e sapiente promotore. Negli anni Sessanta, alla ripresa, pur tra mille vicissitudini, un nuovo punto fermo lo mise Sergio Donadoni con il suo prezioso Promemoria sui «kiman» di Antinoe (1966). Ed ora i «dioscuri fiorentini» Rosario Pintaudi (cattedratico a Messina e custode dei papiri in Laurenziana) e Guido Bastianini (attuale direttore del Vitelli) hanno compiuto l'opera. Intorno a loro una schiera di giovani che sopperiscono con l'entusiasmo e la fiducia nella ricerca, e nei loro maestri, alla mancanza di una dignitosa e meritata collocazione nella sclerotica e pluririformata, e perciò boccheggiante, Università italiana. È ben vero che è tipico del nostro ceto intellettuale, soprattutto dei più giovani (che sono spesso tra i più bravi come Diletta Minutoli, «volontaria» a Messina e ad Antinoupolis) questo «idealismo» del lavoro fatto per «l'arte». Il che tanto più colpisce a fronte dell'elefantiasi burocratica dei nostri atenei ridondanti di uffici inutili.

Lo scavo archeologico è, per natura, uno dei luoghi dove più facile è che si realizzi la collaborazione internazionale. Nel caso dell'Egitto, terra d'elezione della papirologia mondiale, c'è un legame in più che si determina di necessità. È finita da un pezzo l'epoca della gestione «colonialistica» dei beni culturali sepolti sotto il suolo egiziano. Anche se ogni tanto qualche misteriosa (ma non troppo) esportazione clandestina si riaffaccia rumorosamente alla ribalta. L'argomento con cui un tempo veniva zittita la protesta dei nazionalisti egiziani contro il saccheggio era — anche da parte di caste locali infeudate all'Occidente — che gli egiziani non disponevano di studiosi competenti per valorizzare quei tesori. Forse l'argomento era già discutibile allora (ne parlammo diffusamente nel Papiro di Dongo, Adelphi), certo non è accettabile ora, quando l'Egitto dispone di forze notevolissime e qualificate e di un patron dell'Archeologia quale Zahi Hawas, che anche per gli scavi di Antinoupolis è stato e continua ad essere una sponda preziosa. Ma allo scavo partecipano anche ricercatori tedeschi, belgi, cechi. Insomma la missione italiana (anche se gli elargitori di fondi ministeriali non se ne sono accorti) è al centro di una rete internazionale di grande prestigio.

Vedremo presto gli altri volumi. E conosceremo la storia della città di Adriano come s'è sviluppata nei secoli: attraverso le monete, e poi il santuario di San Colluto. Uno spaccato della storia mediterranea attraverso un punto di osservazione privilegiato. Il volume quindicesimo della gloriosa serie fiorentina ci ripaga di una lunga attesa. Centoventidue testi editi con la acribia di sempre, dei quali solo settantasette erano già noti da pubblicazioni parziali. Quasi sessanta sono i testi letterari, e i quattro pezzetti figurati (1571-1574) fanno giustizia, al solo vederli, di tante recenti fantasie in questo campo, dove è così facile prendere abbagli. Tra tanta ricchezza di materiali piace qui ricordare, in conclusione, un caso cui già facemmo cenno nel Papiro di Dongo. Ancora una volta una intuizione testuale di Medea Norsa viene confermata. Parliamo dell'attuale nr. 1480, che è con tutta probabilità un nuovo pezzo di Menandro, come Norsa ben vide (e intendeva già pubblicarlo nel 1948 nel volume XIII). Dopo un vario «errare» tra altre ipotesi si torna a Menandro, come all'ipotesi più probabile. I padri fondatori della papirologia italiana possono andar fieri dei loro eredi.


13:03 Scritto in CULTURA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: re di roma, adriano, yourcenar, scavi, cultura | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook