17/09/2011
Comitini: il paese dei dipendenti pubblici
Comitini: il paese dei dipendenti pubbliciIl borgo siciliano diventa in un reportage lo specchio degli sprechi di denaro in italia. 64 impiegati e 960 anime. Il New York Times lo ha scelto per raccontare «la tragedia del sistema-Italia»
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23/05/2010
L'iPad ai parlamentari e la sede Bce Polemica sulle spese «folli» dell'Europa
L'iPad ai parlamentari e la sede Bce Polemica sulle spese «folli» dell'EuropaNel mirino anche la Banca centrale e la nuova sede. Il Sunday Times: quasi mezzo milione di euro per dotare i 736 membri dell'Assemblea del tablet Apple
| Jean-Claude Trichet, presidente della Bce (Reuters) |
Negli anni in cui l'Unione Europea godeva di buona salute e la moneta unica era forte, ha continuato imperterrito a denunciare gli sprechi e i meccanismi macchinosi della burocrazia del Vecchio Continente. Adesso che la crisi di Bruxelles è sotto gli occhi di tutti, il Sunday Times rincara la dose e con due sferzanti articoli rinnova la propria sfiducia, prendendo di mira due tra le più importanti istituzioni continentali: il Parlamento e la Banca centrale europea.
IPAD E POLEMICHE - In un primo reportage, il domenicale londinese critica fortemente il progetto dell'Ufficio di Presidenza del Parlamento europeo, denominato «It mobility», di stanziare cinque milioni di euro per rendere «più informatizzati» i 736 membri dell'Assemblea legislativa continentale. Secondo il progetto, a ogni rappresentante sarà elargito un iPad, il celebre tablet della Apple che arriverà sul mercato europeo e italiano il prossimo 28 maggio. Secondo il Sunday Times i parlamentari continentali però già usufruiscono di nuovi computer portatili Hewlett-Packard e in un periodo di crisi una spese simile (ogni iPad costerebbe circa 575 euro, per un totale quindi di quasi mezzo milione di euro) si potrebbe evitare. Alcuni parlamentari, guidati dal tedesco Klaus Welle, Segretario Generale del Parlamento Europeo, sarebbero tra i promotori della proposta. Secondo quest'ultimi, i pc in loro dotazione sarebbero molto più lenti e meno efficienti dell'iPad: «La maggioranza dei parlamentari europei usa già l'iPhone e si trova molto bene - ha dichiarato al Sunday Times un parlamentare che preferisce rimanere anonimo -. Il Pc ha fatto il suo tempo, l'iPad è un dispositivo migliore». Marta Andreasen, rappresentante dell'UKIP, principale partito euroscettico britannico e membro della Commissione bilancio ribatte: «Molti tra i deputati più anziani non sanno nemmeno usare internet. Sono contro questa proposta perché è completamente inutile, soprattutto ora che i contribuenti europei si trovano ad affrontare tempi così difficili».
IL NUOVO MAESTOSO QUARTIER GENERALE DELLA BCE - Gli attacchi del Sunday Times non finiscono qui. Nel secondo articolo, con un stile più ironico, ma altrettanto scettico, il domenicale afferma che mercoledì scorso, all'indomani del deprezzamento più ragguardevole dell'euro negli ultimi quattro anni, Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, ha dato la sua definitiva benedizione al nuovo quartier generale della Bce, posando la prima pietra. L’edificio, che sorgerà nel sito del vecchio mercato ortofrutticolo di Francoforte, sulle sponde del fiume Meno, sarà composto da due torri di 185 metri collegate fra loro e costerà ben 850 milioni di euro: «È sbalorditivo che la Banca centrale europea continui a portare avanti un progetto così costoso - dichiara Mats Persson direttore del think tank «Open Europe» -. Solo poche settimane fa la stessa istituzione ha chiesto ai contribuenti continentali di sborsare 500 miliardi di euro per salvare l'eurozona». Il progetto nel corso degli anni ha subito numerosi ritardi e il prezzo dell'imponente edificio è lievitato dagli iniziali 500 milioni agli attuali 850 milioni: «Il progetto è stato presentato nel 1998 dichiara un portavoce della Banca centrale europea. - L'inizio della costruzione è una continuazione di quel processo. Il progetto del nuovo edificio era previsto sin dall'introduzione dell'euro e le attuali turbolenze del mercato azionario non lo hanno modificato».
Francesco Tortora
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30/08/2009
Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada
Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada
Il reportage - Tra i militari americani che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Chiedono la cittadinanza di Ottawa. «Proviamo vergogna e odio». Contrari alla guerra, rischiano il carcere. Negli Usa sono disertori
TORONTO — Molti li definiscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti attualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combattere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifugio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo alcuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uniti.
Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato all’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemente anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfiata dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insieme a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».
Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteggiamento delle autorità canadesi è ambiguo. Dopo il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’esercito degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, accolti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un porto di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avvelenati nell’intimo per aver combattuto una guerra in cui non credevano.
Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantarsi di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver affrontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria posizione come immigrato. Ma la sua richiesta di essere accettato come «profugo politico» è stata respinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che speravano di ottenere la cittadinanza canadese. Il difensore e paladino di questa legione straniera accampata sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un avvocato americano che si rifiutò di andare a combattere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «Vengono da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è vile. Sono semplicemente profughi di guerra».
Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigrazione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. Negli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della durezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.
Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del provvedimento.
Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal tempo dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al periodo 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.
Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, madre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbandonare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: «Me ne sono andata — dice accalorandosi — proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportandomi e mettendomi di fronte a un Tribunale militare, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne venga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti».
Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: «Ma in quei tre mesi a Bagdad — aggiunge con un filo di voce — ho cominciato a interrogarmi. Mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007». Alyssa Manning, l’avvocatessa che si occupa del suo caso, non si fa troppe illusioni: «Non credo — dice — che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca in qualche modo il suo tentativo di ottenere la residenza permanente nel nostro Paese. Comunque, se riuscisse a farcela, il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accusa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci niente. La Corte marziale è inflessibile coi disertori».
Il sergente Patrick Hart, 36 anni, braccia vigorose da lottatore ingentilite dai tatuaggi, è uomo di poche parole. Dice di essersi rifiutato di andare in Iraq per le «menzogne» del suo governo (sulle armi di distruzione di massa) ma più ancora per le testimonianze «sul comportamento atroce e vile dei nostri soldati». E conclude: «Di tornare in America, neanche se ne parla. Provo vergogna e odio per il mio Paese. Mi vergogno di essere americano ».
Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei cacciabombardieri che volavano a bassa quota terrorizzando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al progetto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e poco dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellione. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho perso tutto».
Ryan Johnson, 26 anni, è un ragazzo un po’ mesto con occhi gentili e la barba rossiccia. Con la moglie Jenna ha fatto un mese di strada in auto dalla California al Rainbow Bridge, sulle cascate del Niagara. La decisione di raggiungere il Canada è maturata dopo un incontro con Jeremy Hinzman. È a Toronto da quattro anni ma la sua domanda per essere accettato come profugo e obiettore di coscienza è stata finora respinta. Confessa di essersi arruolato nell’esercito nel 2003 per far fronte alle difficoltà economiche della sua famiglia: ma nel novembre del 2004, quando il suo reggimento si preparava a partire per l’Iraq, lui si butta dalla parte dei war resisters : «Non voglio tornare negli Stati Uniti dove sarei condannato e non potrei più uscire — asserisce con calma —. Ma se dovessi tornarci non ho proprio intenzione di chiedere scusa a nessuno».
Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 all’aprile 2008. «Ho combattuto nei distretti di Gardez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseggiava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto conferma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei giorni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia».
Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ventenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mila dollari) al ricovero in ospedale della madre. Il portavoce delle Forze armate, Nathan Banks, sostiene che l’argomento dei disertori sia stato gonfiato a dismisura.
Bill King, pianista jazz molto richiesto nei Club e nelle sale di Toronto che accoppia alla musica l’arte della fotografia, dice d essere sempre stato un pacifista mentre «alla Casa Bianca tutti i presidenti, da Reagan a Clinton a Bush ci raccontavano delle gran balle sulle ragioni che avevano spinto i nostri soldati ad andare in Vietnam o in Iraq a fare la guerra. Quindi ho fatto la mia scelta e nell’ottobre del ’69 mia moglie ed io siamo venuti in Canada. Allora c’era un altro clima a Toronto e il governo di Pierre Trudeau era ben diverso da quello attuale. Andai al Ministero dell’Immigrazione dove mi sottoposero a un interrogatorio ma alla fine ottenni la cittadinanza canadese senza rinunciare a quella americana».
Più complicata e sofferta la vicenda vissuta da Philip McDowell che dal febbraio 2004 al febbraio 2005 trascorre un anno in Iraq, in una località a nord di Bagdad dove s’era installato il I Cavalleria, la Divisione in cui s’era arruolato. «Trovai tanta povera gente soggiogata dalla tirannia, ma dopo che siamo arrivati noi, la vita degli iracheni è ulteriormente peggiorata. Nel 2004 avevo già deciso, durante una vacanza, di non tornare. No, non mi vergogno di essere americano. Ma negli States non ci torno più. Mai più».
Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’autore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era arruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella missione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste come fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nessuna scusa per quel che ho fatto in Iraq.
Ettore Mo
16:29 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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05/07/2009
Nella fortezza di Coppito tra i Nocs e i violini del '500
Nella fortezza di Coppito tra i Nocs e i violini del '500
Il reportage. La corsa a completare le strutture. Agenti Usa appostati sulle montagne. Un intero piano per Obama, invitato a non affacciarsi mai
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| Una veduta della caserma di Coppito (Ansa) |
L'AQUILA — Nella boscaglia, mangiano mele rosse. Uno fuma il sigaro. Hello! Silenzio. Where are you from? (Da dove venite?). Silenzio. Alzano il grosso cannocchiale e guardano giù. Ma la caserma di Coppito si vede bene anche a occhio nudo. Un cecchino si divertirebbe un sacco. I due giovani agenti dei servizi segreti americani — come nei film: capelli biondi rasati a zero, mascellone, spalle palestrate — controllano la scena e, appunto, hanno preso il posto del cecchino. Da sotto, dal presidio della Guardia di finanza che sta per ospitare gli uomini più potenti della Terra, il picco della montagna appare comunque troppo vicino, e troppo minaccioso. A Barack Obama è stato perciò chiesto di non avvicinarsi alle finestre. I suoi ragazzi, lassù, faranno anche una buona guardia: però le precauzioni non sono mai troppe. Specie se davvero il presidente degli Stati Uniti, tra due notti, entrerà in una di queste due palazzine a cinque piani. Così modeste, deboli, attaccabili. Appartenevano agli ufficiali delle Fiamme Gialle. Le hanno ristrutturate (bagni nuovi, le pareti di un bel giallo ocra, i pavimenti in gres, lampadari al posto delle luci al neon) e le hanno chiamate Hotel Roma 16, Milano Hotel 17. In una Obama, nell'altra Berlusconi. Si deciderà all'ultimo (il giochino dell'incertezza sembra continui ad essere un efficace deterrente contro eventuali attacchi terroristici).
Di certo Obama avrà un intero piano. Ogni piano è composto da quattro camere e due bagni. Ogni piano ha dieci finestre, e tre soltanto avranno le serrande alzate. Prevista la presenza di quattro agenti della sua sicurezza personale (dormiranno nella stanza accanto, Michelle è abituata e poi gli agenti sono addestrati anche ad essere discreti). Previsto pure che nessuno potrà bussare alla porta dell'appartamento. Tutti gli spostamenti del presidente degli Stati Uniti verranno infatti gestiti via radio. Ogni squadra si comunicherà i suoi passi. Sta per uscire, apriamo la porta, esce, scala, prima rampa, seconda rampa, corridoio, terra, è fuori, okay, ora è vostro. Fonti attendibili sostengono che il medesimo trattamento verrà riservato anche a Gordon Brown e ad Angela Merkel. I servizi segreti si parlano (a volte). Così è passata questa logica: se gli americani agiscono autonomamente per il loro Obama, altrettanto faremo noi. Ovviamente non è stato facile spiegarlo ai nostri. Che comunque penseranno a Silvio Berlusconi. E, soprattutto, alle emergenze. Che poi sarebbe più appropriato parlare dell'unica, possibile emergenza: vale a dire una forte, improvvisa scossa. A quel punto l'evacuazione dei Grandi del Pianeta sarebbe, davvero, una faccenda complicata.
Visti, da lontano, ufficiali dei Nocs (i nuclei speciali della polizia) e dei Gis (quelli dei carabinieri) effettuare attente ricognizioni sul campo. Il piazzale delle cerimonie, dove c'è il palco, sarebbe la zona dove dovrebbero atterrare gli elicotteri in caso di emergenza. Visti anche artificieri controllare meticolosamente la struttura del palco. Sentito urlare un alto funzionario dei nostri servizi segreti: «Non è ammissibile che ancora così tanti operai e sconosciuti si aggirino qui dentro a poche ore dall'inizio del G8!». Se è per questo, ad un certo punto, hanno cominciato a infilare il naso anche una trentina di cronisti e cameramen. Visita guidata a cura della Protezione civile. Colleghi giapponesi quasi commossi innanzi al museo che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrà far allibire pure qualche Capo di Stato. C'è uno dei Codici di Leonardo da Vinci, c'è la statua del Guerriero di Capestrano (una scultura in pietra calcarea del VI secolo a.C. rinvenuta in una necropoli dell'antica città di Aufinum-Ofena). C'è un violino del 1566 di Andrea Amati. C'è lo spartito originale della Tosca di Giacomo Puccini. Non si capisce bene dove sia questo campo da basket allestito appositamente per farci giocare Obama; ma ai più, considerato il buon senso di Obama, pare improbabile che davvero un simile straordinario personaggio possa aver espresso una simile, sciocca esigenza. Piuttosto è interessante leggere la lista delle esigenze espresse dai cuochi (quelli militari di stanza della caserma saranno affiancati da un plotoncino di esperti scelti direttamente da Palazzo Chigi): scaricati ieri venti prosciutti di Parma, un imprecisato quantitativo di tipici salumi abruzzesi (capocolli, salami, soppresse). Poi confezioni di spaghetti, rigatoni e fusilli provenienti da un celebre pastificio locale. Casse di vino di una delle più prestigiose cantine che producono il rosso di Montepulciano. Si scaricano vettovagliamenti, rotoli di moquettes, centinaia di computer, chilometri di fili elettrici. Si lavora alla luce delle fotoelettriche. Ogni tanto la terra trema. Ma Guido Bertolaso, il grande capo della Protezione civile, dice che possiamo stare tranquilli. Poi piove, c'è un gran temporale, e allora uno pensa agli abruzzesi che stanno nelle tende, nel fango, nell'aria appiccicosa. Tutti muti. Perplessi. Che cercano di capire a cosa serva, e a chi, questo G8.
Fabrizio Roncone
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30/04/2009
Polo sud, la piattaforma Wilkins si spezza
Polo sud, la piattaforma Wilkins si spezza
Immagini dal satellite dell'agenzia spaziale europea. Il riscaldamento globale ha provocato profonde fratture nel ghiaccio, grossi iceberg alla deriva
La foto, scattata dal satellite dall'Agenzia spaziale europea, mostra la profonda frattura lungo il Wilkins ice shelf e grossi iceberg che si staccano dalla piattaforma
Le immagini dell' Esa -l' agenzia spaziale europea -mostrano grossi iceberg staccarsi dal «Wilkins ice shelf », una piattaforma di ghiaccio che si trova nella penisola Antartica. I ricercatori hanno affermato che il «Wilkins ice shelf» -grande quanto la Giamaica- è ha rischio di disgregarsi completamente nelle prossime settimane. La piattaforma è rimasta perlopiù stabile nel corso dell'ultimo secolo, ma ha cominciato a ritrarsi negli anni '90. Il «Wikins ice shelf» era tenuto insieme da un «ponte» di ghiaccio che legava l'isola di Charcot alla terra ferma Antartica. Ma in seguito al crollo del ponte avvenuto nelle scorse settimane, le fratture nel lato nord della piattaforma si sono ampliate e altre si sono formate per l'assestamento del ghiaccio. Secondo i dati del satellite, i primi iceberg si sono staccati venerdì scorso e da allora circa 700 km quadrati di ghiaccio sono caduti in mare.
RISCALDAMENTO GLOBALE - « Ci sono pochi dubbi sul fatto che questi cambiamenti sono il risultato del riscaldamento dell'atmosfera nella penisola Antartica, che è stato più rapido nell'emisfero sud», ha affermato David Vaughan, ricercatore del British Antarctic Survey. « Otto piattaforme di ghiaccio lungo la penisola Antartica hanno mostrato segni di rottura negli ultimi decenni e il distaccamento del «Wilkins ice shelf» è l'ultimo e il più grande della serie» spiega lo scienziato. La piattaforma ha perso il 14 % della sua massa nel corso dello scorso anno. Secondo i dati, negli ultimi 50 anni le temperature medie nella penisola Antartica sono aumentate di due gradi e mezzo, un aumento superiore alla media globale. Nelle prossime settimane gli scienziati ritengono che il «Wikins ice shelf» perderà circa 3,3370 km quadrati di ghiaccio, un'area grande quasi quanto il Lussemburgo. La rottura delle piattaforme antartiche non provoca in sé l'aumento del livello degli oceani, perché il ghiaccio non si scioglie ma continua a galleggiare, ma insieme all'aumento della temperatura dell'acqua è un importante indicatore del cambiamento climatico in atto nel pianeta.
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30/03/2009
L'altra faccia del riscaldamento globale
L'altra faccia del riscaldamento globale
Su Vanguard. Reportage dalla Groenlandia: dove il riscaldamento globale è anche un'opportunità
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| Un frame del reportage di Adam Yamaguchi |
GROENLANDIA - Il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacci che ne deriva, sono un disastro naturale o un'opportunità? L'aumento della temperatura sta radicalmente trasformando l'Artico: i ghiacci si sciolgono, il livello del mare aumenta, i fiumi sono in piena o addirittura straripano. Gli esperti assicurano che le conseguenze di qui a pochi decenni saranno disastrose per tutto il Pianeta. Ma non tutti la pensano così.
I LOVE GLOBAL WARMING - L'altra, inaspettata, faccia della minaccia climatica è al centro dell'inchiesta "I Love Global Warming", realizzata da Adam Yamaguchi, in onda su Vanguard martedì 31 marzo alle ore 23, sul canale 130 di Sky. Con un reportage dalla Groelandia, Yamaguchi, atteso il 4 aprile al Festival Internazionale di Giornalismo a Perugia, propone un viaggio nella terra dei ghiacci per scoprire che a dispetto del disastro ecologico, la Groelandia vive un momento storico di sviluppo, scoprendo nuove terre da coltivare e nuove possibilità di crescita per il turismo incentivato dal clima più mite.
OSPITI - In studio, come ogni martedì, Davide Scalenghe e tra gli ospiti la direttrice del dipartimento di sostenibilità ambientale del WWF Italia Eva Alessi e Sabrina Melandri, ricercatrice dell’IEFE Istituto di Economia e Politica dell'Energia e dell'Ambiente dell’Università Bocconi di Milano.
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23/03/2009
Sulle tracce dei pirati del 21esimo secolo
Sulle tracce dei pirati del 21esimo secolo
A Londra una centrale operativa per combattere la pirateria nei mari di tutto l mondo. Nuova inchiesta di Vanguard: Kaj Larsen nei covi dei moderni bucanieri dello stretto di Malacca
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| Un frame del reportage di Kaj Larsen |
MILANO - E' una striscia di mare che nel punto più stretto non supera i 3 chilometri. E' incastrata tra Sumatra, la Malaysia e Singapore ed è di fatto un passaggio obbligato per le navi mercantili in transito tra il Pacifico e il Mar Cinese Meridionale. Proprio per questo le sue acque sono ancora oggi infestate di pirati. Pirati moderni, che non hanno nulla a che vedere con Capitan Uncino e con gli abbordaggi con corde e sciabole alla mano. Ma che rappresentano una minaccia costante per gli equipaggi dei bastimenti che trasportano merci per parecchi milioni di euro e che non essendo armati si trovano in difficoltà nel fronteggiare gli assalti. Gli attacchi avevano registrato un progressivo calo a partire dal 2003. Ma dal 2007 la tendenza si è nuovamente invertita e oggi se ne contano più di 260 attacchi ogni anno.
A CACCIA DI BUCANIERI - Sulle tracce dei nuovi «bucanieri» ci si è messa «Vanguard», la trasmissione di Current Tv (il network fondato da Al Gore trasmesso in Italia sul canale 130 di Sky) che ai «Pirati moderni» dedica la puntata di martedì sera (ore 23). Kaj Larsen uno dei vanguard journalist del team Current Usa - una decina di giornalisti di varie nazionalità addestrati alla produzione di documentari e reportage ad alto rischio dalle zone del pianeta solitamente off-limits alle telecamere - ha parlato con i cacciatori di pirati, per poi visitare i pericolosi covi dove i pirati si danno appuntamento e scoprire che esiste un comandante che sorveglia le acque del pianeta e da Londra combatte gli attacchi alle navi.
GLI OSPITI - Ogni martedì, Davide Scalenghe presenta un nuovo Vanguard internazionale (il mercoledì, invece, la puntata è dedicata a tematiche italiani) e con ospiti in studio approfondisce il dibattito sul tema al centro dell’inchiesta. In questa puntata dedicata al reportage di Larsen (che sarà in Italia il 4 aprile , con altri colleghi del team Vanguard, per partecipare al Festival internazionale di giornalismo a Perugia) ci saranno Marina Catena, direttore Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite; e Giacomo Mascoli, responsabile con Giuseppina Maddaluno dello sviluppo del programma Unicri sulla pirateria marittima.
IL VIDEO
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28/02/2009
La strage dei popoli indigeni non si è mai fermata
La strage dei popoli indigeni non si è mai fermata
Nel 1969 un reportage mise il mondo di fronte alla verità Ma il genocidio continua. In Brasile scomparsa una tribù ogni due anni. Il loro mondo minacciato da allevamenti, strade e dighe

“GENOCIDIO”. Un titolo di una sola parola a caratteri cubitali tra le pagine del Sunday Times Magazine svela ai lettori britannici una realtà a lungo nascosta: lo sterminio dei popoli indigeni, avviato nei secoli delle conquiste, non si è mai arrestato. Il reporter Norman Lewis (che, giovane ufficiale sbarcato in Italia con gli americani durante la Seconda guerra mondiale, già aveva esercitato il suo istinto giornalistico nei resoconti di “Napoli '44”) si immerge nelle carte di un'inchiesta della procura generale brasiliana e ne porta a galla uno scenario da incubo: assassinii di massa, torture, morbi atroci come il vaiolo deliberatamente inoculati, veleni, riduzione in schiavitù, abusi sessuali, furti e soprusi di ogni sorta. Una “tropical Gomorrah”, scrive in un passaggio Lewis: “La tragedia degli indiani di America si sta ripetendo, ma compressa in un tempo più breve. Dove dieci anni fa c'erano centinaia di indios, ora ce ne sono poche decine”.

Akuntsu; Brasile - Rôndonia. Sono gli ultimi sei sopravvissuti della loro tribù. Gli allevatori che hanno occupato la loro terra hanno massacrato tutto il resto del gruppo e raso al suolo le loro case. Ora sopravvivono in un piccolo fazzoletto di foresta pluviale tra sconfinate piantagioni di soia e allevamenti

Era domenica 23 febbraio 1969, avrebbe potuto essere ieri. A quarant'anni esatti da quell'articolo choc che provocò grande reazione e la nascita una delle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti dei popoli indigeni, Survival, non abbastanza è cambiato.
Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia, fa il punto: «Un progresso importante c'è stato: è cambiato l'atteggiamento dell'opinione pubblica. Se negli anni Sessanta l'assimilazione o l'estinzione dei popoli indigeni era data per scontata, un inevitabile sebbene doloroso prezzo da pagare per il cosiddetto progresso, oggi è riconosciuta l'inalienabilità dei diritti dei nativi ma gli ostacoli restano tantissimi: violenze, usurpazione delle terre, presunzione ancora imperante che si tratti di popoli rimasti indietro, primitivi, che hanno bisogno del nostro aiuto per svilupparsi e cambiare stile di vita. Senza essere consultati”.

Campo di reinsediamento in cui i Boscimani sono stati trasferiti a forza dal governo; Botswana

Pozzo cementato; Botswana, deserto del Kalahari. Il governo nega ai Boscimanil’acceso all’acqua
DALLA SPERANZA ALLO STERMINIO - Le cifre non sfigurerebbero sotto il titolo “Genocidio”: nel secolo scorso in Brasile è scomparsa una tribù ogni due anni, ecc... I casi raccontano ancora di una Gomorra nascosta nel fitto della vegetazione. Gli Enawene Nawe, del Mato Grosso, in Brasile. Al principio una storia di speranza: contattati nel 1974 dai missionari gesuiti, erano 97; protetti e lasciati in condizione di prosperare, oggi sono quasi cinquecento. Ma rischiano l'estinzione. La vita della tribù che ruota intorno al fiume Yuruena e ai suoi affluenti, per la pesca ma anche per il sostentamento culturale e identitario, rischia di essere soffocata da un progetto di 77 dighe destinate alla produzione di energia elettrica per i grandi coltivatori della zona, primo tra tutti il magnate della soia Blairo Maggi. Che è anche il governatore dello Stato cioè colui che firma il via libera al progetto delle dighe. Senza valutazione di impatto ambientale, è ovvio, e senza consultare gli Enawene Nawe.
TERRE USURPATE - La terra usurpata resta il primo problema. Così a Nord del Brasile, nel Maranhao, gli Awà non possono che arretrare davanti alle ruspe e alle motoseghe. In fuga da decenni sono ormai ridotti a trecento, rifugiati ai margini di quella che un tempo era la loro foresta, minacciati dal contatto violento con i cacciatori di legna, gli operai addetti al disboscamento, il mondo “civilizzato” che avanza portando malattie, depressione, alcol. Una campagna internazionale era riuscita a vincolare finanziamenti della Banca mondiale destinati allo sviluppo alla demarcazione della loro terra: il Brasile ha eseguito, ma poi non impedisce che la riserva sia costantemente invasa.

Brasile; la Telegrafica, una delle 5 dighe in costruzione sul fiume Juruena nel territorio degli Enawene Nawe

Il suicidio di ragazzini Guarani; Brasile. I Guarani hanno uno tra i più alti tassi di suicidio tra bambini al mondo

Un gruppo di Indiani isolati visti dall’alto, sulla riva del fiume Las Piedras, Perù. Nonostante queste fotografie, il Presidente del Perù e il capo della Perupetro, la compagnia petrolifera di stato, hanno pubblicamente messo in discussione l’esistenza di questi popoli
LA POLITICA Amministrazioni conservatrici o, come nel caso di Lula a Brasilia, progressiste, poco cambia. “A violare i diritti dei popoli indigeni sono i governi di destra come di sinistra – spiega Francesca Casella - dei Paesi ricchi come di quelli in via di sviluppo. L'unica differenza la fa la volontà politica”. A volte c'è, più spesso manca. Le regole in questi anni sono state fissate. Anche l'Onu (il 13 settembre 2007) ha approvato la Dichiarazione sui Diritti dei popoli indigeni. “Leggi molto precise li tutelano – continua la direttrice di Survival -. Il problema è che non sono rispettate: per corruzione, interessi economici, o anche semplicemente inerzia, mancanza di volontà politica, perché la tutela dei nativi è considerata una questione secondaria rispetto ad altre emergenze”. Non è detto (ma si può sperare) che la presidenza progressista di Lugo aiuti gli Ayoreo del Paraguay a salvarsi dall'avanzata del disboscamento.

Milano, manifestazione di Survival per i Makuxi, in occasione di una tappa del loro viaggio in Europa per portare la loro storia all’attenzione dei media (1995)

Gruppo Nukak, Colombia. Per cacciare i Nukak usano lance e cerbottane lunghissime, capaci di scagliare a distanza e con enorme precisione, le frecce intinte nel curaro

Uno "Yano" di notte, in Brasile. Si tratta una casa comune degli Yanomami, a forma di anfiteatro con unapertura sullo pazio centrale. Vi abita l'intero villaggio, fino a circa 400 persone
IN INDIA - Quanto ai Dongria Kondh, ottomila superstiti asserragliati sulle colline di Niyamgiri, Stato indiano dell'Orissa, più che nel governo puntano sul sostegno della popolazione locale, e sulle campagne internazionali. Da mesi sulle loro terre sono al lavoro gli operai di una delle più grandi compagnie minerarie britanniche, la Vedanta, che progetta un'immensa miniera di bauxite. Per fermarli Survival sta cercando di fare pressione sugli azionisti di Vedanta, tra i quali anche le italiane Intesa Sanpaolo e Eurizon Capital SGR (già qualcuno, come il governo norvegese, la Martin Curie e il BP Pension Fund, ha disinvestito). Sembrano vicende lontane, si scopre che sono anche italiane. Roma, come membro Ue, contribuisce agli aiuti destinati al Botswana (nel 2001 un accordo da 10 milioni di euro) per “salvaguardare le riserve protette”. Il governo dello Stato africano però ha un'idea originale della salvaguardia, in particolare del deserto del Kalahari, terra ancestrale dei Boscimani. Una sentenza dell'Alta corte del Botswana riconosce il diritto degli indigeni di vivere in quell'area, ma l'amministrazione li ha ormai sfrattati – col pretesto di inserirli nella società – e rende impossibile il rientro: cementato l'unico pozzo d'acqua che dava sostentamento all'intera tribù, vietato riaprilo. Al tempo stesso però è stata autorizzata la perforazione di altri tre pozzi destinati alle attività minerarie, alle strutture turistiche e ad abbeverare gli animali. Una ragione c'è: diamanti. All'inizio offerti (al 50%) alla De Beers, che però dopo la campagna internazionale ha venduto a Gem Diamonds. Spesso sono le riserve, a volte è il bisogno di affermare la sovranità, come nel caso dell'Indonesia nella Papua Occidentale, dove gli indigeni sono vittime di una violenta repressione, induritasi nelle ultime settimane.

Giovani donne Dongria Kondh; India
LE GUERRE - Altre volte ancora è la guerra. In Colombia, per esempio, dove gli indios sono schiacciati negli scontri tra guerriglia, paramilitari ed esercito. E' di questi giorni l'allarme per l'uccisione ancora da chiarire di 30 indigeni Awa (nessuna parentela con i brasiliani), secondo una delle ricostruzioni uccisi dalle Farc perché sospettati di essere collaborazionisti delle forze armate. Il caso colombiano di recente è diventato una lettere preoccupata di 22 europarlamentari al presidente di Bogotà, Alvaro Uribe. Le denunce di violenze e minacce non si contano. Terribile la storia di Aida Quilcué, una delle leader del Consiglio indigeno del Cauca: il 16 dicembre scorso a un posto di blocco l'auto sulla quale avrebbe dovuto viaggiare è stata bersagliata di colpi, ucciso suo marito. I soldati che hanno fatto fuoco hanno detto di aver ricevuto l'indicazione che di lì sarebbe passata una pericolosa terrorista.
COLOMBIA - Laura Greco, uno dei fondatori dell'organizzazione italiana A Sud, lavora anche Colombia. In particolare è responsabile di un progetto nel Guaviare con il popolo Nukak, spinti dal conflitto oltre le proprie terre fino alla periferia della capitale dello Stato, San José. «Noi portiamo avanti una campagna permamente sui popoli originari e la difesa dei loro diritti e territori. In Colombia - spiega Laura - in particolare lavoriamo da anni denunciando le azioni ed omissioni criminali del governo e delle autorità locali che permettono o comunque non fanno nulla per impedire il genocidio in atto». A Sud cerca anche di provvedere a un minima assistenza sanitaria: «Era una popolazione nomade di cacciatori – spiega Laura - Sedentarizzati in maniera forzata, hanno dovuto radicalmente cambiare abitudini e prima tra tutte l'alimentazione. Il che ha provocato nuove malattie: muoiono anche semplicemente di dissenteria. Di loro non si occupa il governo, né l'amministrazione locale che dice di aver bisogno del via libera da Bogotà. Hanno problemi di integrazione, in pochi sanno lo spagnolo, i bambini non vanno a scuola». Ai margini di tutto, in attesa di estinguersi. Non è molto diverso da quello che Lewis chiamava “genocidio”.









