01/04/2012

In Italia i 10 più ricchi come 3 milioni di poveri

In Italia i 10 più ricchi come 3 milioni di poveri

Secondo uno studio di Banca d'Italia. Ricchezza sempre più legata ai patrimoni. Ferrero, Del Vecchio, Armani, Prada: chi sono secondo Forbes i paperoni italiani

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11/02/2011

Se l'Italia distrugge la Bellezza

Se l'Italia distrugge la Bellezza

Un Paese da salvare: I 45 siti Unesco in Italia. In «Vandali» Rizzo e Stella raccontano come e perché l'Italia stia distruggendo la sua unica ricchezza: l'arte

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24/12/2009

Lo Stato più infelice d'America? New York

Lo Stato più infelice d'America? New York

 

La Louisiana, malgrado l'uragano, è lo stato più infelice. I ricercatori dell’Hamilton college e della Università di Warwick: «Conta la qualità della vita, non la ricchezza»

 

Baraccopoli in Louisiana (Afp)
Baraccopoli in Louisiana (Afp)

WASHINGTON – Quale è il più felice dei cinquanta stati americani? La Louisiana. E il più infelice? Lo stato di New York. L’esito delle ricerche dell’Hamilton college e della Università di Warwick ha sbalordito l’America. La Louisiana è uno degli stati più poveri e la capitale, New Orleans, non si è ancora ripresa completamente dalla devastazione dell’uragano Katrina, molti la hanno lasciata. New York invece è uno degli stati più ricchi, e la capitale, la Grande Mela, attira i giovani come la luce attira le falene.

LA RICCHEZZA NON C'ENTRA - Ma secondo l’Hamilton college e la Università di Warwick la ricchezza c’entra poco, è tutta una questione psicologica. Il popolo della Louisiana è gratificato dallo ambiente e dalla cordialità della gente, e s’accontenta di ciò che ha. I newyorchesi sono ambizioni, tesi, a volte scorbutici, e vogliono sempre di più. Il riscontro di questa tesi viene dagli altri primi e dagli altri ultimi classificati. Seconde nell’indice della felicità sono le isole Hawai, dove il presidente Obama trascorrerà le vacanze di Natale, e terza è la Florida, lo stato del sole. Penultimo è il Connecticut, lo stato dei Creso sopra quello di New York, e terz’ultimo il Michigan, nel cuore del paese, che ha come capitale Detroit, la culla dell’auto americana. Le popolazioni delle Hawai, dove il tenore di vita è relativamente modesto, e della Florida, il rifugio dei pensionati, si dichiarano soddisfatte della propria condizione, mentre quelle del Connecticut, legate alla finanza, e del Michigan, legate all’industria, si dichiarano insoddisfatte. Persino il Mississippi, lo stato più povero in assoluto, è contento, e persino la mitica California è scontenta. Il Mississippi, forse perché ha le aspettative minori, è settimo nella graduatoria, la California, forse perché ha le aspettative maggiori, è quarantacinquesima (lo stato di Obama, l’Illinois, capitale Chicago è quarantaquattresimo). Se la cavano alla meno peggio lo stato della dinastia Bush, il Texas, quindicesimo, e lo stato della dinastia Clinton, l’Arkansas, diciottesimo.

POLEMICHE - Naturalmente, c’è chi contesta l’indice della «Felicità lorda nazionale americana», come è chiamato dai media. Ma gli autori delle ricerche ribattono che la dizione è errata, l’indice non è quello del benessere materiale, ma di come uno si sente, e che la sua componente economica è solo una di tante. «Contano la qualità della vita, l’assistenza medica, il tempo libero, i rapporti sociali, l’assenza di criminalità, il minor peso delle tasse e via di seguito» affermano i ricercatori. «Se uno sta bene, abita in un bel posto e in una bella casa, non si lamenta». E concludono che «tutto è molto soggettivo»: se una famiglia newyorchese infelice si trasferisse nella Louisiana, ammoniscono, non diverrebbe necessariamente felice. Ferito nell’orgoglio, il New York Times ha commentato che se si facesse una classifica degli stati più stoici, New Work figurerebbe al prima posto: tra gli americani, ha scritto, i newyorchesi sono i più tosti. Una tv ha aggiunto che comunque a Natale la disparità tra gli stati contenti e scontenti diminuisce nettamente. Un premio di consolazione per la Grande Mela.

Ennio Caretto

corriere.it


06/11/2009

Rapporto ocse sll'economia italiana

Rapporto ocse sll'economia italiana

 

L'Organizzazione: forti segnali di crescita. Ocse: c'è ripresa, Italia al top, «Noi il sesto Paese più ricco». Berlusconi in Consiglio dei ministri: «Superata la Gran Bretagna, siamo la sesta nazione più ricca al mondo»

 

Il premier Berlusconi (Ap)
Il premier Berlusconi (Ap)

ROMA - L'Italia ha ormai sorpassato la Gran Bretagna per Prodotto interno lordo e quindi è ormai la sesta nazione più ricca tra i paesi industrializzati dal mondo. Silvio Berlusconi, riferiscono alcuni presenti, interviene al Consiglio dei ministri per fare alcune considerazioni sullo stato di salute dell'economia nazionale.

L'OCSE E LA RIPRESA, ITALIA AL TOP - Ad avvalorare le dichiarazioni del premier sulla situazione economica italiana ci sono i dati che riguardano l'area Ocse. Secondo l'Organizzazione parigina infatti, non solo il superindice registra un nuovo rialzo a settembre (di 1,3 punti rispetto ad agosto, e di 3,4 punti su settembre 2008), ma, in questo quadro, l'Italia è il Paese che mostra l'incremento maggiore su base annua (+10,8 punti), con un'economia giudicata «in espansione», mentre su base mensile si registra un +1,3. Su base congiunturale, il Paese che mostra un incremento maggiore è invece la Germania (+2 punti, e +5,7 punti rispetto al 2008). Le uniche economie che rispetto a settembre dello scorso anno risultano in calo sono il Giappone (-0,7 punti), il Brasile (-7,1 punti) e la Russia (-6,7 punti).

«IL PEGGIO È PASSATO» - Lo stesso Berlusconi, durante la conferenza stampa al termine del Cdm, ha commentato i dati Ocse: «Ci sono forti segnali di ripresa, basta vedere i dati dell'Ocse», ha detto il premier. «Il peggio della crisi è alle spalle - ha aggiunto -. La crisi ha segnato più di altri la Gran Bretagna, essendo la sua economia basata sulla finanza» ed ha portato l'Italia «al terzo posto in Europa» come contribuenti e «siamo sesti nelle Nazioni Unite. Insomma, non possiamo lamentarci» perché «non va malissimo».

IL PRESSING SUI MINISTRI - La ripresa economica del nostro Paese, ha spinto il premier, riferiscono fonti ministeriali, a lanciare un monito in Cdm agli uomini di governo: sarebbe il caso che i risultati e le cose positive che stiamo facendo vengano fatti valere. Il presidente del Consiglio avrebbe infatti chiesto ai colleghi di dare risalto a quanto di buono questo esecutivo sta realizzando e ha realizzato in sedici mesi.


03/04/2009

Fisco, il 35% degli italiani dichiara meno di 10 mila euro

Fisco, il 35% degli italiani dichiara meno di 10 mila euro

 

La ricchezza media era aumentata del 5,7%. Reddito medio a 18.324 euro. Il dato emerge dalle dichiarazioni relative all'anno d'imposta 2006

 

ROMA - Il reddito medio degli italiani è di 18.324 euro. È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d'imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all'anno precedente del 5,7%.

OLTRE 3 SU 10 CON MENO 10.000 EURO - Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro è appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell'Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

SOCIETA', LA META' IN ROSSO - L'altro dato importante che emerge dall'analisi delle dichiarazioni dei redditi relative all'anno fiscale 2006 è che quasi la metà delle società italiane è in «rosso». Secondo il ministero dell'Economia, «la quota di società con imposta positiva - si legge nel documento - ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell'1% rispetto al 2005».

AL SUD SI GUADAGNA 20% IN MENO - Il Sud resta sul fronte dei redditi il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Ciò nonostante al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all'anno precedente. Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è reddito da lavoro dipendente e pensione, il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.

 


08/03/2009

E il re dei casinò rischia la bancarotta

E il re dei casinò rischia la bancarotta

 

Sheldon Adelson, repubblicano radicale, ha perduto il 95% del suo patrimonio di 27 miliardi di dollari

 

 

Sheldon Adelson, il re dei casinò di Las Vegas
Sheldon Adelson, il re dei casinò di Las Vegas

«A Las Vegas il tempo passa in modo gradevole. Questa è una buona notizia, ma è anche una cattiva notizia perché al presidente Obama i posti dove ci si diverte non piacciono: dice che i soldi dei contribuenti non devono andare a luoghi come Las Vegas». «Voglio fare una ricerca e istituire un premio per la città più noiosa. Magari viene fuori che è Chicago».

Circondato ancora da una vastissima popolarità, trattato con rispetto anche dai politici e dalle lobby che lo contrastano, il presidente americano non aveva fin qui subito attacchi di questa durezza. Tantomeno da un grande imprenditore come Sheldon Adelson, il re dei casinò di Las Vegas, uno che fino a un anno fa si faceva chiamare Sheldon III: non per motivi dinastici, ma perché a fine 2007 Forbes l'aveva incoronato terzo uomo più ricco d'America, con un patrimonio personale di 27 miliardi di dollari. Ma oggi Adelson è un uomo furioso e disperato: in poco più di un anno il figlio di un tassista ebreo lituano che 63 anni fa, quando ne aveva appena 12, cominciò a guadagnarsi da vivere a Boston vendendo giornali, è passato da una ricchezza spropositata alla distruzione del 95 per cento del suo patrimonio. E ora rischia la bancarotta. Con l'impennata dei prezzi dei carburanti prima e con la crisi finanziaria poi, gli americani hanno ridotto i loro pellegrinaggi a Las Vegas.

Un guaio doppio per Adelson che non solo aveva costruito giganti come il "Palazzo" e il "Venetian" - 4000 suite e 19 ristoranti - ormai difficilissimi da riempire, ma aveva inventato il business delle "convention" aziendali e delle fiere, come quella dell'elettronica che si tiene in gennaio. Il crollo del sistema creditizio ha fatto precipitare soprattutto questo business. E le poche banche che, rispettando vecchi impegni, avevano continuato a ricompensare i loro "broker" e i funzionari più produttivi con una vacanza a Las Vegas, hanno fatto marcia indietro dopo le scudisciate del leader democratico. Adelson non ci ha pensato due volte e ha attaccato a testa bassa. Del resto lui, oltre ad essere un imprenditore in difficoltà, è pure un repubblicano a trazione integrale: uno impegnato nella difficile impresa di spostare più a destra l'Aipac, la lobby degli ebrei americani che ha un'enorme influenza sulla Casa Bianca. Oggi Sheldon se la prende con Obama con la stessa durezza con la quale l'anno scorso aveva attaccato Olmert perché aveva aperto alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente. Col predecessore di Obama Adelson aveva una rapporto talmente familiare da prendersi qualche libertà di troppo.

Un anno fa era andato alla Casa Bianca per invitare Bush a diffidare dell'eccessiva disinvoltura con cui, a suo avviso, l'allora Segretario di Stato Condoleezza Rice si muoveva in Medio Oriente («sta costruendo la sua immagine, non si preoccupa della coerenza della tua politica»). Alla fine raccontò che Bush lo aveva abbracciato ma gli aveva spiegato che non poteva opporsi al doppio Stato perché «non posso pretendere di essere più cattolico del Papa» (frase ufficialmente smentita dalla Casa Bianca). Adelson non ha mai tentato, neanche tatticamente, il dialogo coi democratici. E nemmeno loro hanno mai provato ad avvicinare un miliardario divenuto celebre per frasi come «l'Islam radicale e la legge che dà ai sindacati piena libertà di accesso nelle aziende sono le due principali minacce che pesano sulla nostra società ». Ma il padrone del gruppo Sands ha ugualmente considerato le parole del presidente su Las Vegas un affronto, oltre che un colpo mortale al suo "business", perché Adelson si considera, in fondo, un benefattore: uno che ha creato decine di migliaia di posti di lavoro. Certo, il gioco d'azzardo non è un modello di crescita virtuosa della società, ma Obama durante la campagna elettorale non aveva mostrato di disprezzarlo troppo, quando era andato a battere Hillary Clinton nei caucus del Nevada, tenuti proprio nei casinò. Sheldon - un uomo pieno di energia nonostante i 75 anni e una malattia che ha colpito nervi e muscoli, costringendolo su una sedia a rotelle - schiuma rabbia: aveva conquistato il suo sterminato impero con le unghie, è stato per decenni un super-ricco che nonostante i miliardi e il "jumbo jet", un Boeing 747 lungo 70 metri usato come aereo personale, ha avuto sempre il "complesso di Calimero": la sensazione di non essere mai preso abbastanza sul serio, di essere maltrattato, come nella sua infanzia a Boston, dove «noi ragazzi ebrei venivamo sistematicamente picchiati dai nostri coetanei irlandesi».

La sua rivincita era stata quella di aver affiancato Warren Buffett e Bill Gates in cima alla classifica dei miliardari, di essere diventato il grande finanziatore della lobby ebraica, addirittura di aver avuto un ruolo nella disputa delle Olimpiadi del 2008 a Pechino: fu, infatti, proprio lui, l'imprenditore che sta costruendo una nuova Las Vegas a Macao, ad aiutare il governo cinese ad evitare che il Congresso Usa lanciasse un'offensiva contro l'assegnazione dei Giochi a un Paese responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. I democratici avevano presentato una risoluzione in questo senso, ma Adelson attivò il suo amico Tom DeLay, allora capo della maggioranza repubblicana: il veto alla Cina finì in un cestino. Ma successi e gloria sono svaniti nell'arco di pochi mesi: adesso Adelson capeggia un'altra classifica della rivista "Forbes": quella dei miliardari che hanno perso di più nel 2008.

In dodici mesi ben 24 miliardi di dollari dal suo patrimonio sono andati in fumo. Segue, al secondo posto, Warren Buffett, che ha perso 16,5 miliardi. L'azione della Sands (la sua holding ha mantenuto il nome del primo casinò da lui acquistato, quello in cui si esibiva Frank Sinatra) che nel 2007 era arrivata a quotare 144 dollari, ora a Wall Street vale meno di due dollari. Sull'orlo della bancarotta, Adelson si sente abbandonato e anche disprezzato, mentre gli altri settori in crisi vengono aiutati. «Eppure - contrattacca - a Chicago (la città di Obama) ci sono nove casinò. Lì, però, le "convention" si possono fare, ci si annoia abbastanza. A meno che - Dio non voglia - a qualcuno non venga in mente di andare a divertirsi in una casa gioco. Ma l'importante è che i dollari pubblici non arrivino fino a Las Vegas. Eppure il gioco d'azzardo è legale in 30 Stati Usa».

E così, anche se rischia la bancarotta e se è stato costretto a sospendere la costruzione di nuovi alberghi a Las Vegas e in Cina, Adelson adesso vuole dimostrare il suo "impegno sociale" andando avanti col nuovo Sands di Bethlehem, in Pennsylvania, antica città siderurgica diventata una città fantasma. Il nuovo casinò aprirà il 22 maggio proprio nei capannoni della vecchia acciaieria: 3000 "slot machine" al posto del treno di laminazione.

Massimo Gaggi


01/03/2009

Il grande sogno di Muhammad Yunus: la povertà rinchiusa in un museo

Il grande sogno di Muhammad Yunus: la povertà rinchiusa in un museo

 

Il «banchiere dei poveri» è in Italia per parlare della possibilità di aprire una filiale della Grameen Ban. L'inventore del microcredito lunedi' mattina in diretta

 

 

Muhammad Yunus
Muhammad Yunus

«Relegheremo la povertà nei musei. Ce ne sarà uno in ogni Paese, ci porteremo i bambini in visita: resteranno orripilati scoprendo la condizione infame che così tanti essere umani hanno dovuto sopportare per così lungo tempo e condanneranno i loro progenitori che hanno permesso tutto ciò». E’ questo il primo dei «sogni a occhi aperti» di una lunga lista che Muhammad Yunus ha messo nero su bianco nel suo ultimo libro, «Un mondo senza povertà». Desideri che l’economista del Bangladesh e premio Nobel per la Pace 2006 vuole veder realizzati nei prossimi 40 anni. Tra questi ce ne uno che sembra già a portata di mano, è l’idea che a quanto pare sta conquistando imprenditori, multinazionali e filantropi in tutto il mondo: curare il capitalismo malato con dosi massicce di iniziativa economica con finalità sociali.

Di questo, Yunus, l’inventore del microcredito che tutti chiamano «il banchiere dei poveri», è venuto a parlare in Italia e di questo si discuterà lunedì mattina nell’incontro pubblico con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, trasmette in diretta dalle ore 11 (metterò il link di riferimento per chi vuole sentire e intervenire e per consentire ai moltissimi, soprattutto giovani e studenti, che non hanno trovato posto in sala, di seguire gli interventi). L’economista ripercorrerà la storia della sua Grameen Bank (la banca «del villaggio») fondata nel 1977 per sostenere i poveri più poveri del Bengala, in particolare le donne, attraverso il microcredito senza garanzie. La Graamen, oggi diffusa in 57 Paesi, è diventata anche perno di un gruppo che va dalle telecomunicazioni alla sanità.

Yunus, avvicinato ieri al suo arrivo a Milano, ha confermato al le indiscrezioni che circolano sulla possibilità di aprire una filiale della Grameen Bank anche in Italia, dopo l’esperienza fatta in altri Paesi europei. «Ne stiamo discutendo, ci stiamo lavorando, speriamo di poter dire qualcosa a breve» ha affermato. Negli incontri di questi giorni tra Milano e Roma, Yunus promuoverà intanto il suo progetto di business sociale. «Un dollaro investito in un’impresa con finalità sociali - spiegherà tra le altre cose Yunus - è assai più efficace di un dollaro dato in beneficenza. Il dollaro dato in beneficenza viene consumato una sola volta, mentre quello investito in un’impresa continua a ripetere senza fine, come ogni altro capitale di impresa, il proprio ciclo produttivo creando benefici per un numero sempre crescente di persone».

L’impresa sociale è controllata da investitori privati, si muove nel libero mercato, senza perdite e senza massimizzare il profitto, al servizio del pianeta e delle persone. Qualche esempio? L’azienda che produce e vende prodotti alimentari di alta qualità ma a basso prezzo puntando a un mercato di bambini poveri e malnutriti, senza farvi incidere costi di pubblicità e di confezionamento. Quella che sviluppi sistemi di energia elettrica da fonti rinnovabili e li venda a un prezzo ragionevole a quelle comunità rurali che non sono allacciate alla rete elettrica. Quella che ricicla rifiuti, liquami e altri prodotti di scarto che altrimenti finirebbero a inquinare aree abitate da poveri. C’è anche un secondo «modello», quello di società orientate al profitto ma possedute e controllate da persone disagiate; qui la finalità sociale sta tutta nel fatto che i dividendi e l’incremento della capitalizzazione vanno direttamente a beneficio dei poveri. Come possono fare i poveri a compiere un passo del genere? Solo se qualcuno fa loro credito, soprattutto se micro e senza garanzie. Tutto dipende dall’idea che abbiamo dei poveri. Per Yunus sono come Bonsai, piante a tutti gli effetti con un vaso di ridotte dimensioni che non consente loro di crescere. Tutto quello che dobbiamo fare è dare terra.




15/12/2008

Dubai, roba da ricchi: al via il primo resort con la spiaggia di sabbia refrigerata

Dubai, roba da ricchi: al via il primo resort con la spiaggia di sabbia refrigerata

Palazzo Versace, che sarà inaugurato alla fine del 2009 avrà un sistema di raffreddamento della battigia, ma gli ecologisti tuonano: «si porta avanti uno stile di vita distruttivo e senza futuro»

 

 

 

 

DUBAI (EMIRATI ARABI) - I milionari sono esigenti, si sa. Spesso, poi, quando sono in vacanza, diventano anche capricciosi ed è difficile assecondare ogni loro vizio. Ci proverà Palazzo Versace di Dubai, hotel extralusso che dovrebbe essere inaugurato alla fine del 2009 o al massimo all'inizio del 2010.

Palazzo Versace a Dubai (dal sito www.palazzoversace.ae)
Palazzo Versace a Dubai (dal sito www.palazzoversace.ae)
Questo lussuosissimo resort di proprietà della famosa griffe italiana offrirà ai suoi facoltosi clienti un'opportunità più unica che rara: prendere il sole e passeggiare senza scottarsi i piedi sulla prima spiaggia dotato di un sistema di refrigerazione. Sotto alla sabbia della spiaggia, che si troverà a pochi passi dall'hotel, sarà presente un sistema di tubature supertecnologico. Questo raffredderà la superficie e grazie ad esso gli ospiti potranno godersi il sole di Dubai senza soffrire per le alte temperature che nelle estati mediorientali raggiungono anche i 50 gradi.

LUSSO E COMFORT - In Australia già esiste un omonimo Palazzo Versace, di proprietà del gruppo italiano: si tratta di uno splendido albergo che ha già ospitato vip e personaggi della star system hollywoodiano tra cui Kate Hudson e Matthew McConaughey. Ma quello che nascerà a Dubai promette di essere un hotel ancora più imponente: molte delle 213 stanze presenti in questo edificio di 10 piani avranno al loro interno una piscina. Inoltre chi non riuscirà a rinunciare al lusso dell'albergo potrà risiedere in uno dei 169 appartamenti dell'hotel. I gestori del lussuoso edificio hanno pianificato la costruzione di altri 15 Palazzi Versace sparsi nelle principali capitali internazionali. Visto che a Dubai la concorrenza tra posti superchic è molto alta, il gruppo Versace non ha badato a spese e ha deciso di portare a termine l'ambizioso progetto della spiaggia refrigerata: tutto il sistema di raffreddamento sarà controllato da un termostato collegato a un computer.

CRITICHE - Se dall'anno prossimo i milionari che frequenteranno l'hotel potranno dirsi felici perchè non rischieranno più di scottarsi i piedi, per adesso è gia' arrivato il grido d'allarme degli ecologisti: il sistema di refrigerazione della spiaggia, secondo gli ambientalisti, è altamente inquinante perchè immette nell'atmosfera sostanze nocive. Lo conferma Rachel Noble, promotore del turismo sostenibile e membro di "Tourism Concern", associazione britannica che promuove il turismo ecologico ed etico. Secondo Noble la spiaggia contribuirà ad aumentare il riscaldamento climatico i cui peggiori effetti saranno patiti proprio dai piu' poveri: «Dubai è come un mondo a parte» afferma l'ecologista Noble al Times di Londra. «Qui s'ignorano tutte quelle cose che preoccupano il resto del genere umano. Un esempio chiaro è il problema del riscaldamento climatico. Le persone a Dubai continuano a portare avanti uno stile di vita distruttivo e senza futuro». Le cifre parlano chiaro: nella capitale economica degli Emirati Arabi circa il 60% dell'energia è utilizzata dai sistemi di aria condizionata e ogni persona che vive qui produce in media piu' di 44 tonnellate di CO2 all'anno. Non dà peso alle critiche Soheil Abedian, presidente di Palazzo Versace. Secondo quest'ultimo il progetto, quando sarà terminato, non sarà affatto nocivo per l'ambiente. «Toglieremo il calore della sabbia per renderla fresca tanto che le persona ci si potranno anche sdraiare sopra» taglia corto il presidente di Palazzo Versace. «Questo è il tipo di lusso che vuole la gente ricca».


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22/09/2008

Quel petrolio che non porta ricchezza

Quel petrolio che non porta ricchezza

 

In Val D'Agri si estrae l'80% della produzione italiana. Nei 47 pozzi 500 milioni di barili. La Basilicata e l'«oro nero»: aumenta l'inquinamento, ma non i benefici. Pochi i lucani assunti nel comparto

VAL D'AGRI (Potenza) — Texas o Lucania Saudita, ormai i luoghi comuni si sprecano, per la Basilicata che galleggia sul più grande giacimento di petrolio dell'Europa continentale e sul gas. Qui, nel parco nazionale della Val d'Agri, dove non c'è la sabbia del deserto ma il verde degli orti e dei boschi, tutto è di primissima qualità: olio, vino, carne, fagioli, miele, nocciole. E anche il petrolio, che si estrae da quindici anni, è di ottima qualità. I 47 pozzi del giacimento della Val d'Agri custodiscono, dicono le stime ufficiali, circa 465 milioni di barili (finora ne sono stati estratti quasi 11 milioni), che al valore corrente di 90-100 dollari al barile formano un tesoro da quasi 50 miliardi di dollari.

Ma la Basilicata, che produce l'ottanta per cento del petrolio estratto in Italia, non si fermerà a quello della Val d'Agri, estratto dall'Eni. Dal 2011 comincerà a sfruttare — con Total, Esso e Shell — i giacimenti di Tempa Rossa, poco più a nord: altri 480 milioni di barili, altri 50 miliardi di dollari. Ed è pronta a far trivellare anche Monte Grosso, proprio a due passi da Potenza, dove c'è altro petrolio per 100 milioni di barili. E poi farà scavare nel Mare Jonio, nelle acque di Metaponto e di Scanzano, dove dai templi greci si vedranno spuntare piattaforme petrolifere come nel Mare del Nord.
Nessuno, ancora fino a qualche anno fa, e nonostante i giacimenti della Val d'Agri, avrebbe scommesso che nel sottosuolo lucano e nei fondali jonici fosse nascosta tutta questa ricchezza. Dopo l'intuizione di Enrico Mattei, che tra gli anni 50 e 60 venne qui a cercare petrolio e trovò «soltanto» gas, l'idea che la Basilicata potesse davvero essere un enorme serbatoio di petrolio era per lo più giudicata un volo della fantasia.

Invece i sondaggi e le trivelle si sono spinti fino nelle viscere della terra, a tre-quattromila
metri di profondità, e hanno trovato il mare nero che cercavano. Come non essere contenti? Sembrava l'annuncio dell'inizio di una nuova era, per la Basilicata e per il Mezzogiorno d'Italia, per la questione meridionale e per il federalismo fiscale, per il lavoro ai giovani e per la fine dell'emigrazione.
E infatti, all'inizio, tutti erano contenti.

Dicevano: «Pagheremo meno la benzina, come in Valle d'Aosta, dove costa la metà senza che si produca una goccia di petrolio. E pagheremo meno anche le bollette della luce e del gas». Dicevano: «Con le royalties del petrolio avremo strade e ferrovie, che qui sono ancora quelle di un secolo fa». Dicevano: «Finalmente non saremo più costretti a emigrare, avremo il lavoro a casa nostra». Dicevano: «Si metterà in moto un meccanismo virtuoso, da cui tutti trarremo vantaggi. Il petrolio è la nostra grande occasione». Dicevano tutte queste cose, i lucani. Che oggi non dicono più. La delusione ha frantumato i sogni, lo scetticismo ha svuotato la speranza. E il petrolio, da grande risorsa per la grande occasione, sta diventando sempre di più una maledizione.

E infatti. Il lavoro manca come prima. Le opere infrastrutturali nessuno le ha ancora viste. Mancano i fondi per i prestiti agevolati agli imprenditori, anche stranieri, che volessero investire in Basilicata. Il costo della benzina non ha subìto sconti. Il risparmio sulla bolletta del gas è solo apparente. La gente, soprattutto i più giovani, continua a emigrare: negli ultimi quindici anni a Grumento Nova, 2.500 abitanti, la popolazione è diminuita di un quarto, mentre da tutta la regione — che ha poco più di 570 mila abitanti — si continua a emigrare al ritmo di quattromila persone all'anno. E l'aria, l'acqua e persino il rinomato miele della Val d'Agri sono sempre più a rischio perché sempre più «ricchi» di idrocarburi.

Il petrolio puzza, e in tutta l'area del Centro olii di Viggiano l'odore è forte e si sente: è normale, sono gli idrocarburi policiclici aromatici e l'idrogeno solforato dovuti alla produzione e al trasporto del petrolio (che però adesso avviene attraverso un oleodotto di oltre cento chilometri che porta il greggio alle raffinerie di Taranto). Ciò che non è normale è che in Italia i limiti di emissione di idrogeno solforato siano diecimila volte superiori a quelli degli Stati Uniti e che il monitoraggio di queste sostanze in Val d'Agri avvenga solo due o tre volte l'anno. Ciò che non è normale è il valore altissimo delle «fragranze pericolose per l'uomo» (benzeni e alcoli) trovate nel miele prodotto dalle api della Val d'Agri, come sostiene una ricerca dell'università della Basilicata pubblicata dall'International
Journal of Food Science and Technology. Ciò che non è normale è che all'Arpab, l'Agenzia regionale di protezione ambientale, non crede più nessuno, tanto che c'è chi ha deciso di fare da solo. Come il Comune di Corleto Perticara, che l'anno scorso ha ceduto a Total per 99 anni, e per 1,4 milioni di euro, il diritto di superficie su un'area di 555 mila metri quadrati in cui realizzare il Centro olii, ma che si è dotato (finora unico comune fra i 30 interessati all'estrazione di petrolio) di un proprio sistema di monitoraggio ambientale.

L'accordo tra Eni e Basilicata prevede ben 11 progetti «compensativi», del valore di 180 milioni di euro, per la sostenibilità ambientale, la formazione e lo sviluppo culturale. E il vicedirettore generale dell'Eni, Claudio De Scalzi, vanta i seguenti risultati: «Royalties per 500 milioni di euro già versati, con un potenziale di 2 miliardi per i prossimi anni se si riuscirà ad arrivare a uno sviluppo completo dei campi della Vald'Agri. Centotrenta tecnici lucani assunti e altre 30 assunzioni in corso. Trecento ditte lucane dell'indotto in rapporto con l'Eni, di queste 60 lavorano in modo continuativo con la società».
Ma a guardare bene i numeri si fa presto a capire che si tratta di «piccoli numeri». A cominciare dalle royalties, il 7% (il 4% se il petrolio è estratto in mare), tra le più basse del mondo. Quando già nel 1958 Enrico Mattei considerava «un insulto» il 15% che le Sette Sorelle versavano ai Paesi produttori e parlava di «reminiscenze imperialistiche e colonialistiche della politica energetica». Tanto è vero che oggi — in Venezuela, Bolivia, Ecuador — i contratti vengono rinegoziati per portare le royalties oltre il 50%.
Più «vantaggioso», almeno in apparenza, l'accordo stipulato nel 2006 dalla Regione Basilicata con Total, Esso e Shell per i giacimenti di Tempa Rossa, che, tra le altre cose, dovrebbe consentire alla Regione di dotarsi di un sistema di monitoraggio ambientale da 33 milioni di euro (a riprova che finora su questo fronte non s'è fatto nulla) e di fornire gratuitamente tutto il gas naturale estratto (con un minimo garantito di 750 milioni di metri cubi) alla Società energetica lucana, interamente a capitale regionale. L'effetto immediato sarà una bolletta del gas meno cara, almeno di un buon 10%. Ma non per tutti lucani. Ne beneficeranno solo i pochi allacciati alla rete del metano. Già, perché il gas c'è, ma dove va se non ci sono le condotte?

25/06/2008

SPAGNA-ITALIA SFIDA INFINITA: CI BATTONO ANCHE NELLA RICCHEZZA

SPAGNA-ITALIA SFIDA INFINITA: CI BATTONO ANCHE NELLA RICCHEZZA
e4f0b74a68edef834b19cb6e446e46fa.jpgLa Spagna allunga sull'Italia nella classifica della ricchezza

 

Il trend parla chiaro: i cugini al di là dei Pirenei crescono, noi siamo in declino. D'accordo, siamo entrambi distantissimi dall'astronomico 276 dei lussemburghesi - i "ricchissimi" d'Europa - ma la media dell'area Euro è in crescita (118,6 nel 2007, rispetto al 110 del 2006) mentre noi andiamo come il gambero. Ci hanno sbattuti fuori dall'Europeo e adesso ci rifilano anche una sonora pedata nel campo dell'economia.
Si sta infatti parlando di Pil pro capite, cioè di ricchezza. Fatta 100 la media Ue-27, secondo Eurostat, l'Italia dal 107 del 2004 è calata al 105 del 2005, 103 del 2006 e  101 attuale; al contrario la Spagna è passata da 101 a 103 a 105 al 107 del 2007.Spagna-Italia, la sfida continua e purtroppo - dopo il 4 a 2 calcistico -  arriva un 107 a 101 che non ha nulla a che fare con il basket.
Al di sotto della media europea ci sono la Grecia, a quota 98, Cipro, a quota 93, la Slovenia, a 89, Malta, a 77, e il Portogallo, a 75.In fondo alla classifica ci sono poi la Bulgaria, a 38, la Romania a 51 e la Polonia a 54. Tra i paesi candidati all'ingresso nell'Unione, la Croazia ha un pil pro-capite a quota 55, la Turchia a 42 e la Macedonia a 29. Serbia e Albania sono rispettivamente a 35 e 22.Bella consolazione: l'Irlanda è a 146, i Paesi Bassi a 131, l'Austria  a 128, il Regno Unito  a 116, la Germania a 113 e la Francia a 111.Poi la Spagna in crescita, appunto, motivo di orgoglio per "loro" e di funesti presagi per "noi".La distanza tra i due Paesi è passata nel 2007 da due a sei punti. La ragione principale - spiegano fonti della Commissione - è la crescita tumultuosa registrata nel Pil spagnolo negli ultimi anni, a fronte di "un incremento quasi nullo, o comunque molto ridotto" del Pil italiano.Ma già nei prossimi mesi potrebbe verificarsi un'inversione di tendenza - spiegano gli esperti - soprattutto a causa della crisi che in Spagna sta colpendo il settore delle costruzioni, e che molto probabilmente causerà un rallentamento della crescita economica.Ed eccoci qui tutti quanti coinvolti in un altro tipico sport nazionale: il tifo contro.Il derby latino tra i due Paesi dal sangue caldo e dalle passioni simili può continuare in altri ambiti: meglio Almodovar o Muccino? La paella o gli spaghetti? Penolope Cruz o Monica Bellucci? Peggio la mafia o l'Eta? Per chi si diverte, ce n'è a bizzeffe.







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