04/11/2011
Il futuro del solare passa dalle piante. Fisica quantistica per la fotosintesi
Il futuro del solare passa dalle piante. Fisica quantistica per la fotosintesiCollini: «A toronto avrei avuto più certezze, ma non ho guardato al lato economico». Una ricercatrice italiana 32enne torna dal Canada per guidare un gruppo di ricerca. Finanziato dall'Europa
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21/10/2009
«Io, ancora precaria e single a 41 anni con dieci contratti da ricercatrice»
«Io, ancora precaria e single a 41 anni con dieci contratti da ricercatrice»
Laureata nel '94, maria grazia di certo lavora al cnr. La delusione dello stop alla stabilizzazione nel 2007. «Non guardo al futuro»
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| Maria Grazia Di Certo |
ROMA — La pazienza la avverti già nel tono della voce, disteso e persino rassicurante, con cui Maria Grazia Di Certo, romana, 41 anni, ricercatrice in biotecnologie al Cnr, precaria da 15 anni, racconta la propria storia vissuta «sul filo». Quando si è abituati a camminare in bilico lassù, probabilmente non si solleva nemmeno più lo sguardo per scorgere l'approdo sicuro. Ci si concentra sul centimetro trattenendo il fiato, così come Maria Grazia fa ogni giorno, guardando con il microscopio il suo vetrino in una battaglia più grande di lei, quella contro le malattie genetiche.
In fondo il sogno era questo qui, quando Maria Grazia ha iniziato frequentando, a Roma, Scienze biologiche. La laurea è arrivata nel 1994, nello stesso anno in cui a vincere il Nobel per la Medicina è Martin Rodbell, biochimico, scopritore delle proteine G. «Mi sono specializzata in patologia clinica — racconta Maria Grazia — e poi ho preso il dottorato di ricerca a L’Aquila in biotecnologie ».
Comincia così un percorso instabile tra borse di studio e primi contratti: «Per carità, tutti noi sappiamo che la gavetta è lunga — spiega la ricercatrice —. Io arrotondavo facendo il rappresentante farmaceutico ». Da lì alla dura realtà dei co.co.co, i collaboratori coordinati e continuativi introdotti nel 1995 con la riforma Dini e istituzionalizzati due anni dopo dal «pacchetto Treu», il passo è breve: «Di quei contratti ne avrò collezionati almeno una decina!».
Poi una luce in fondo al tunnel: nel 2007 la Finanziaria Prodi introduce una graduale stabilizzazione dei precari. C’è la possibilità di approdare al mitico posto fisso, al contratto a tempo indeterminato, a una casa propria e forse, chissà, a una famiglia. Maria Grazia si mette in fila per la regolarizzazione ed è a un passo dall’ottenerla, quando cambia il governo e la sanatoria viene bloccata. «Io non ce l’ho fatta, ma 3 o 4 colleghi, sì. Erano in 4 mila a sperarci, ce l’avranno fatta, sì e no, un migliaio ». La delusione è fortissima: «L’unica consolazione è che sono stata inquadrata come articolo 23, contratto a termine, questo significa almeno non avere più uno stipendio da fame...». Cioè? «Guadagno 1.700 euro al mese netti. Sono fortunata. Gli altri faticando come me tutto il giorno, senza riconoscimento di straordinari, in media ne prendono 500 in meno».
Adesso però si schiude un’altra possibilità: «Il Cnr dopo 10 anni riapre i bandi per le assunzioni: spero di farcela anche se i posti sono pochissimi e ci sono anche i giovani... ». In che senso? «Nel concorso l’anzianità vale, ma fino a un certo punto. Così può accadere che i più giovani ti passino avanti. È come se si saltasse una generazione: quella dei quarantenni come me. Lo trovo ingiusto. Va bene il merito, ma anche l’esperienza è importante».
E cosa succederà se non supererà il concorso? «Ah, non lo so. Il mio contratto è rinnovabile per 5 anni e io sono al terzo. Tra due anni, o anche prima, potrei tornare a fare la co.co.co.». Ma se potesse ricominciare oggi, rifarebbe tutto Maria Grazia: «Andando a lavorare all’estero però. In Italia la preparazione è ottima, ma dopo mancano i fondi. Si lavora in pochi ma non puoi giocare una partita in tre quando le altre squadre sono da 11 come accade in altri Paesi. Di sicuro non puoi vincerla».
Difficile parlare di prospettive di vita in queste condizioni. A dispetto del suo cognome, Di Certo, Maria Grazia ha pochi punti fermi: «Io non guardo al futuro: come potrei? Non ho un posto fisso e in banca il mutuo per la casa non me lo fanno. Sto in affitto». Ha una famiglia? Sorride: «Mediamente non ci si fa la famiglia con questo lavoro... statisticamente è difficile farsela. Praticamente mi dedico al lavoro e continua a piacermi moltissimo».
Con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha fatto l’elogio del posto fisso, Maria Grazia si trova d’accordo: «Non si discute: la mobilità è negativa se non porta alla costruzione di qualcosa di stabile. E questo vale poi per l’intera società ». In che senso? «Penso che il ministro abbia visto che tanta gente non riesce ad arrivare a fine mese. Gente così non può permettersi di spendere un euro in più perché non ha prospettive, non ha neppure la tredicesima a Natale. Tremonti avrà pensato che l’economia non riparte senza garanzie per il futuro. È lapalissiano ».
Ma? C’è un «ma»? «Be’, aspetto di capire in che cosa si tradurrà questo pensiero: insomma si torna alla stabilizzazione dei precari? Io spero di sì. Mi auguro di poter continuare questo lavoro senza sentirmi borderline a 41 anni. Io non credo che in Italia si possano fare miracoli. Ma si può migliorare, un passo dopo l’altro. La pazienza di aspettare ce l’ho».
Antonella Baccaro
corriere.it
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13/10/2009
La madre può trasmettere il cancro al feto ma è rarissimo
La madre può trasmettere il cancro al feto ma è rarissimo
LA SCOPERTA. Il caso di una donna giapponese con leucemia ha permesso di svelare qual è il meccanismo
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| Una cellula tumorale (Grazia Neri) |
LONDRA - Il cancro può passare da mamma al feto attraverso la placenta. Il bambino subito dopo la nascita sviluppa un tumore «clone» di quello materno, ossia assolutamente identico a quello della mamma da un punto di vista genetico, perchè sono le cellule tumorali materne a crescere dentro il corpo del neonato. Si tratta di un evento molto raro, ma possibile. Negli ultimi 100 anni sono stati registrati solo 17 casi di madre e figlio che condividono lo stesso tumore, per lo più una neoplasia del sangue o un melanoma cutaneo. L’ultimo caso è ora riportato da una equipe britannica sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS Sono anni che gli scienziati si chiedono se una donna malata di cancro possa «contagiare» il figlio che porta in grembo. In teoria, le cellule tumorali possono riuscire ad attraversare la placenta arrivando nel sangue del bebè, ma il sistema immunitario del bambino le distrugge.
IL CASO - Il nuovo studio si è concentrato su una donna giapponese e il suo bambino, entrambi malati di leucemia. La novità attuale consiste nel fatto che i ricercatori hanno utilizzato una tecnica avanzata di marcatura genetica per provare che le cellule malate del bambino avevano avuto origine nella madre. «Se questo medesimo caso fosse accaduto vent’anni fa non avremmo potuto affermare con certezza che si trattava di una trasmissione dalla madre al feto – dice Sergio Amadori, direttore della Struttura Complessa di Ematologia del Policlinico Universitario Tor Vergata di Roma -. Grazie alle nuove tecnologie che abbiamo a disposizione, gli scienziati inglesi hanno potuto stabilire, tramite i marcatori biologici, che la forma di leucemia diagnosticata nella mamma un mese dopo il parto è esattamente la stessa di cui si è ammalata la bimba 11 mesi dopo».
EVENTO LIMITE - Insomma, le cellule tumorali di entrambi i pazienti portavano lo stesso gene mutato. Come spiega il coordinatore della ricerca, Mel Greaves dell’Institute of Cancer Research: «In questo caso e, presumiamo, in altri casi di cancro trasmesso dalla madre al figlio, le cellule tumorali della madre hanno attraversato la placenta raggiungendo il feto e si sono riuscite a impiantare nel bambino perchè non sono state riconosciute come estranee dal sistema immunitario. Siamo soddisfatti di aver chiarito un mistero, ma ribadiamo che il passaggio del cancro da madre a figlio è un fenomeno estremamente raro e le chance che una donna incinta malata di cancro faccia ammalare anche il bambino sono remote». «Un evento limite – commenta Alberto Bosi, direttore dell’Ematologia università Firenze Careggi. In pratica le cellule malate si sono rese "invisibili" tramite la mutazione genetica. Così mascherate non sono state riconosciute come estranee dal feto che le ha accolte e ha covato il tumore che si è manifestato poco dopo la nascita».
UNA POSSIBILITÀ GIÀ NOTA - «Gli esperti lo conoscono già: si chiama passaggio transplacentare – chiarisce Francesco Raspagliesi, direttore dell’Oncologia ginecologica dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano -. Infatti, le cellule cancerose transitano attraverso la placenta dalla madre al feto. Come sottolineato dai ricercatori inglesi è un avvenimento rarissimo». «In materia di gravidanza – sottolinea Raspaglieli - esistono anche studi in positivo. La maternità, infatti, non ha conseguenze negative sull’evoluzione del tumore nelle donne. O è un fatto indifferente o, in alcuni casi, ha persino effetti benefici».
TUMORE DEL SENO IN UNA GRAVIDANZA SU 3MILA – Per valutare l’eccezionalità del fatto, guardiamo i numeri di una fra le neoplasie più diffuse, il tumore del seno. In generale, il carcinoma della mammella è la neoplasia più comune nelle donne gravide e al giorno d’oggi complica circa una gestazione su tremila. Circa il dieci per cento delle pazienti con meno di 40 anni, infatti, riceve la diagnosi della malattia quando è incinta o nell’anno successivo al parto. Ma contrariamente a quanto molte persone credono la gestazione di per sé non peggiora la prognosi, piuttosto può contribuire ad un ritardo nella diagnosi e nell’inizio dei trattamenti. Ma l’allattamento non «trasmette» il tumore: se la madre si ammala di carcinoma mammario, il bambino non corre pericoli.
Vera Martinella
15:57 Scritto in GENETICA | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala
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