23/08/2010

Cile, 33 minatori intrappolati sotto terra

Cile, 33 minatori intrappolati sotto terra

Gli operai rimasti isolati dopo un crollo si sono rifuggiati in un tunnel di emergenza provvisto di viveri. Il loro salvataggio potrebbe richiedere quattro mesi

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30/08/2009

Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada

Dal soldato Jeremy a mamma Kim I «resistenti» che fuggono in Canada

 

Il reportage - Tra i militari americani che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Chiedono la cittadinanza di Ottawa. «Proviamo vergogna e odio». Contrari alla guerra, rischiano il carcere. Negli Usa sono disertori

 

TORONTO — Molti li defi­niscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti at­tualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combat­tere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifu­gio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo al­cuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uni­ti.

Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato al­l’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemen­te anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfia­ta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insie­me a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».

Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteg­giamento delle autorità canadesi è ambiguo. Do­po il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserci­to degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, ac­colti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un por­to di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avve­lenati nell’intimo per aver combattuto una guer­ra in cui non credevano.

Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantar­si di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver af­frontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria po­sizione come immigrato. Ma la sua richiesta di es­sere accettato come «profugo politico» è stata re­spinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che sperava­no di ottenere la cittadinanza canadese. Il difenso­re e paladino di questa legione straniera accampa­ta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un av­vocato americano che si rifiutò di andare a com­battere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «Vengo­no da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è vi­le. Sono semplicemente profughi di guerra».

Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigra­zione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. Ne­gli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della du­rezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.

Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del prov­vedimento.

Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal tem­po dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perio­do 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.

Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, ma­dre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbando­nare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: «Me ne sono andata — dice acca­lorandosi — proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportando­mi e mettendomi di fronte a un Tribunale milita­re, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne ven­ga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti».

Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: «Ma in quei tre mesi a Ba­gdad — aggiunge con un filo di voce — ho comin­ciato a interrogarmi. Mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007». Alyssa Manning, l’avvocatessa che si occu­pa del suo caso, non si fa troppe illusioni: «Non credo — dice — che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca in qualche modo il suo tentativo di ottenere la resi­denza permanente nel nostro Paese. Comunque, se riuscisse a farcela, il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accu­sa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci nien­te. La Corte marziale è inflessibile coi disertori».

Il sergente Patrick Hart, 36 anni, braccia vigoro­se da lottatore ingentilite dai tatuaggi, è uomo di poche parole. Dice di essersi rifiutato di andare in Iraq per le «menzogne» del suo governo (sulle ar­mi di distruzione di massa) ma più ancora per le testimonianze «sul comportamento atroce e vile dei nostri soldati». E conclude: «Di tornare in America, neanche se ne parla. Provo vergogna e odio per il mio Paese. Mi vergogno di essere ame­ricano ».

Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei caccia­bombardieri che volavano a bassa quota terroriz­zando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al pro­getto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e po­co dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellio­ne. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho per­so tutto».

Ryan Johnson, 26 anni, è un ragazzo un po’ me­sto con occhi gentili e la barba rossiccia. Con la moglie Jenna ha fatto un mese di strada in auto dalla California al Rainbow Bridge, sulle cascate del Niagara. La decisione di raggiungere il Cana­da è maturata dopo un incontro con Jeremy Hinz­man. È a Toronto da quattro anni ma la sua do­manda per essere accettato come profugo e obiet­tore di coscienza è stata finora respinta. Confessa di essersi arruolato nell’esercito nel 2003 per far fronte alle difficoltà economiche della sua fami­glia: ma nel novembre del 2004, quando il suo reggimento si preparava a partire per l’Iraq, lui si butta dalla parte dei war resisters : «Non voglio tornare negli Stati Uniti dove sarei condannato e non potrei più uscire — asserisce con calma —. Ma se dovessi tornarci non ho proprio intenzione di chiedere scusa a nessuno».

Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 al­l’aprile 2008. «Ho combattuto nei distretti di Gar­dez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseg­giava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto confer­ma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei gior­ni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia».

Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ven­tenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mi­la dollari) al ricovero in ospedale della madre. Il portavoce delle Forze armate, Nathan Banks, so­stiene che l’argomento dei disertori sia stato gon­fiato a dismisura.

Bill King, pianista jazz molto richiesto nei Club e nelle sale di Toronto che accoppia alla musica l’arte della fotografia, dice d essere sempre stato un pacifista mentre «alla Casa Bianca tutti i presi­denti, da Reagan a Clinton a Bush ci raccontava­no delle gran balle sulle ragioni che avevano spin­to i nostri soldati ad andare in Vietnam o in Iraq a fare la guerra. Quindi ho fatto la mia scelta e nel­l’ottobre del ’69 mia moglie ed io siamo venuti in Canada. Allora c’era un altro clima a Toronto e il governo di Pierre Trudeau era ben diverso da quello attuale. Andai al Ministero dell’Immigra­zione dove mi sottoposero a un interrogatorio ma alla fine ottenni la cittadinanza canadese sen­za rinunciare a quella americana».

Più complicata e sofferta la vicenda vissuta da Philip McDowell che dal febbraio 2004 al febbra­io 2005 trascorre un anno in Iraq, in una località a nord di Bagdad dove s’era installato il I Cavalle­ria, la Divisione in cui s’era arruolato. «Trovai tan­ta povera gente soggiogata dalla tirannia, ma do­po che siamo arrivati noi, la vita degli iracheni è ulteriormente peggiorata. Nel 2004 avevo già de­ciso, durante una vacanza, di non tornare. No, non mi vergogno di essere americano. Ma negli States non ci torno più. Mai più».

Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’au­tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar­ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella mis­sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co­me fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nes­suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.

Ettore Mo


31/12/2008

I 150 ragazzini di Lampedusa: chiusi nel centro da settimane

I 150 ragazzini di Lampedusa: chiusi nel centro da settimane

Uno su sei è minorenne: dormono all'aperto per protesta. Tende e materssi per terra

 

Immigrati a Lampedusa (Emmevi)
Immigrati a Lampedusa
LAMPEDUSA — «Non si può sequestrargli il pallone?» chiede la donna che spazza il cortile. «No — risponde il direttore — perché?». «Perché continua ad arrivarmi in testa». E proprio in quel momento, un ragazzino che corre palla al piede per il centro di accoglienza quasi travolge un poliziotto.

Dall'altra parte dello spiazzo ci sono una quindicina di materassi per terra. Un gruppo di giovanissimi egiziani domenica scorsa ha passato la notte lì, all'aperto. «Fanno una sorta di sciopero del sonno perché l'attesa per andare in casa-famiglia è lunga» spiega il direttore del centro, Federico Miragliotta. Ha 30 anni e con una squadra di coetanei governa la struttura di accoglienza più complicata d'Italia. In questi giorni di emergenza ha lavorato anche in cucina, alla macchina sigillatrice, confezionando piatti di pastasciutta. Insomma ci mette passione, ma per il problema dei «minori non accompagnati» chiusi qui dentro non può fare molto: le case-famiglia siciliane, le sole in cui i ragazzi che sbarcano a Lampedusa possono essere ospitati, sono piene. Anzi, sovraffollate. Ce ne sono 25, per legge dovrebbero tenere non più di 10 giovani ma spesso ne accolgono 50. Trovare posti è difficile e alcuni minori aspettano da settimane.

Ieri si è riusciti a farne partire 43. Secondo Save the Children, che lavora all'interno del centro lampedusano e da tempo chiede che il sistema di accoglienza dei minori si allarghi a tutta Italia, sull'isola ne restano 153. Vivono assieme a un centinaio di donne nell'area più vicina al cancello d'ingresso, che in teoria dovrebbe contenere 70 persone. Mangiano all'aria aperta, seduti qua e là, o dentro una tenda di plastica dove è finito chi non entrava nei container. La mensa è piccola e da tempo è adibita a «laboratorio di confezione pasti». Lo chef Stefano Signorino, 29 anni, ha lavorato a Londra e in Grecia, in alberghi e ristoranti. Ora fa da mangiare per gli immigrati: tra il 26 e il 29 dicembre ha sfornato una media di 6 mila piatti al giorno. Vive circondato da bancali colmi di latte di ceci e fagioli, torri alte tre metri fatte di casse piene di frutta. Annuncia: «Stasera uova». E indica dieci cartoni da 360 uova l'uno. La cella-frigo è un camion che in passato trasportava surgelati. «Il motore non va quasi più — dice — ma il frigo sì, e a noi serve anche da fermo».

In questo posto a metà tra un piccolo paese e un campo profughi, è bastato che per un giorno, domenica scorsa, il camion della nettezza urbana non passasse per veder spuntare cumuli di rifiuti. Del resto, la popolazione del centro per lunghi periodi dell'anno non scende sotto le 1.000 persone: costrette a vivere a contatto di gomito e a dividere 80 bagni e 90 docce. Ci sono panni stesi sulle ringhiere, gente affacciata ai ballatoi, e c'è un numero impressionante di ragazzi. In media hanno 16 o 17 anni, ma alcuni sono più piccoli. «Vederli fa venire l'angoscia» dice un funzionario del Viminale. Poi cita papa Ratzinger. «Qui si impara a lavorare con umiltà, come servi nella vigna del Signore. Pensando che l'"altro" è una persona. E queste, per la maggior parte, sono brave persone». I numeri della Questura di Agrigento dicono che, su circa 31 mila arrivi nel 2008, a Lampedusa la polizia ha arrestato (o fermato) 322 persone; 138 sono presunti scafisti. I richiedenti asilo — quelli veri, che ne hanno diritto, non chi «ci prova» — sono molti di più: nel 2007 una persona su 3 fra quelle sbarcate qui ha fatto domanda, e 1 su 5 ha ricevuto protezione dallo Stato.
L'Italia vista da Lampedusa sembra un Paese sottosopra: non è un fatto geografico, è che le contraddizioni su questa isoletta acquistano evidenza. Quaggiù, in uno scenario da Far West mediterraneo, uomini in divisa si fanno onore uscendo con qualunque mare per salvare vite umane. Le vite di persone che poi, spesso, sono trattate come «un problema».

Il centro di accoglienza, che per anni è stato indicato come una vergogna d'Italia, è incasinato ma è cambiato in meglio. La nuova sede è più gestibile e (soprattutto se gli ospiti non sono 1.600) si fa di tutto per ricevere dignitosamente uomini e donne che poi magari verranno espulsi, non se ne andranno, diventeranno «clandestini», e forse un giorno «riemergeranno» a Brescia, in Toscana, o a Treviso, con un lavoro normale. Per ora stanno ammassati a centinaia dietro le grate che delimitano la zona destinata agli adulti maschi. La polizia li sposta a gruppi. Una colonna parte per il trasferimento verso i Cie e incrocia le schiere dei migranti in entrata, i nuovi venuti. Quindici di loro, dopo la visita medica, restano in infermeria: prima che si mescolino con gli altri ospiti, i dottori devono liberarli dalle piattole. Ogni persona che mette piede qui dentro passa dalle mani di Carlo o Giuseppe, i due medici, entrambi specialisti in anestesia. Li affiancano due infermieri, che fanno turni di 7 giorni consecutivi «h-24», e un team dell'Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti e la lotta alle malattie della povertà: c'è una dermatologa, una psicologa. Si chiama Daria e i ragazzi la corteggiano con una canzone: «Mia mia tabiba navsia», vuol dire «la psicologa è bella».

I migranti le hanno raccontato centinaia di storie. Alcune hanno il lieto fine: «Un nigeriano sbarcato qui chiese se mesi prima era passata una donna incinta; sua moglie. La polizia l'ha rintracciata in una casa per giovani madri di Pescara e lui ha potuto conoscere sua figlia». Oppure Tatù, «il parrucchiere trans tunisino, scappato dall'Africa con le due ragazze che nel suo salone facevano shampoo e tinte. L'Italia gli ha dato asilo e Tatù qui al centro suggeriva alle sue colleghe di presentarsi come una coppia di lesbiche per non essere respinte». Altre sono storie drammatiche: c'è chi in Libia ha visto i trafficanti di uomini picchiare o uccidere un compagno di viaggio. E chi racconta di naufragi mai entrati nelle statistiche: «Trecento sono morti in questi giorni» dice Hammami. È tunisino, nel 2002 ha sposato una ragazza di Padova e in Veneto lavorava fino all'estate scorsa quando, per una leggerezza sulla durata del permesso di soggiorno nel corso di un viaggio al suo Paese, è ridiventato clandestino. Sta appoggiato a un container sul quale è appeso un disegno: una barca circondata dai delfini, con sopra un elicottero e dentro i migranti bambini.