15/02/2010
La Libia respinge gli europei L'Ue : "Atto unilaterale e sproporzionato"
La Libia respinge gli europei L'Ue : "Atto unilaterale e sproporzionato"
Sei connazionali già respinti. la farnesina «sconsiglia» agli italiani i viaggi in libia. Tripoli non rilascerà più visti a cittadini dell'area Schengen e non ammetterà quelli in arrivo
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| Muammar Gaddafi (Reuters) |
TRIPOLI - La Libia chiude le frontiere ai cittadini Schengen e la bagarre diplomatica tra Tripoli e Berna, dopo venti mesi di ripicche e ritorsioni, finisce per investire tutta Europa. Le autorità di Tripoli hanno fatto sapere che non saranno più rilasciati visti a cittadini provenienti dai Paesi dell'area Schengen e che non saranno ammessi sul territorio libico anche coloro che nel frattempo arrivano con un visto Schengen. Il provvedimento arriva all'indomani della notizia di una «black list» stilata dalla Svizzera con i nomi di 188 personalità libiche, tra cui lo stesso Muammar Gheddafi, dichiarate «non gradite» nel Paese elvetico. Dura la reazione di Bruxelles alla decisione della Libia. La Commissione Ue, ha reso noto il commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmstrom, «deplora la decisione unilaterale e sproporzionata delle autorità libiche di sospendere la concessione di visti a cittadini di paesi dell'area Schengen». La Commissione, afferma ancora Malmstrom, si rammarica che «a viaggiatori che avevano legalmente ottenuto dei visti prima della misura di sospensione della loro concessione sia stato negato l'ingresso al loro arrivo in Libia». In un "avviso particolare" pubblicato sul sito www.viaggiaresicuri.it curato dall'Unità di crisi del ministero degli Esteri, la Farnesina, riferendosi alla decisione di Tripoli, parla di «improvvise e non annunciate misure restrittive» e «sconsiglia» ai cittadini italiani tutti i viaggi verso la Libia.
SI MUOVE L'ITALIA - L'Italia ha fatto sapere anche che chiederà che la decisione libica di sospendere la concessione di nuovi visti di ingresso ai cittadini dei Paesi Schengen, nonchè la validità dei visti di ingresso già rilasciati sia oggetto di discussione alla prossima riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue in agenda il 22 febbraio prossimo. Su questa vicenda Roma si sta raccordando con tutti i paesi dell'Unione Europea e Schengen. Il nostro Paese sta inoltre verificando «la correttezza» della decisione svizzera che ha suscitato la reazione libica di chiudere le frontiere ai cittadini provenienti dai Paesi dell'area Schengen. A tal riguardo, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha usato parole molto dure. Per il titolare della Franesina di fatto la decisione della Svizzera di bandire in una «black list» 188 personalità libiche tra cui lo stesso Muammar Gheddafi «prende in ostaggio tutti i Paesi dell'area Schengen». La Svizzera, ha spiegato Frattini va aiutata a «risolvere una questione bilaterale», ma «non a spese» di tutti.
ITALIANI BLOCCATI E RIMPATRIATI - Rimpatri di passeggeri atterrati all'aeroporto internazionale di Tripoli si registrano da domenica sera. Al momento sono sei gli italiani respinti, come ha riferito il Console Generale d'Italia in Libia, Francesca Tardioli, precisando che è sceso a sette il numero dei connazionali ancora bloccati in aeroporto. Il console ha spiegato infatti che dei 22 italiani arrivati a Tripoli con voli dell'Air Malta e dell'Air Afriquiya bloccati nel corso della giornata di lunedì all'aeroporto di Tripoli, tre sono stati appena rimandati indietro, facendo quindi salire a sei - dopo i tre connazionali rimpatriati in mattinata - il numero dei «respinti».
TENSIONE - La decisione di Tripoli infatti è solo l'ultimo atto di una bagarre diplomatica tra la Libia e la Svizzera, iniziata nel luglio del 2008, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal, e sua moglie, furono fermati dalle autorità svizzere per una denuncia di maltrattamenti da parte di due domestici. La circolare del primo ministro libico, Al Bagdadi Ali Al Mahmoudi, con cui Tripoli ha sospeso la concessione di visti turistici a tutti i cittadini che provengono da Paesi dell'area Schengen non reca alcuna motivazione ufficiale, ma fonti diplomatiche e alcuni esponenti del settore turistico non faticano a trovare una connessione con l'ormai annosa crisi fra Berna e Tripoli. Il documento sui visti sembra infatti essere la diretta conseguenza della pubblicazione, da parte della Svizzera, di una «lista nera» di 188 personalità libiche - fra cui proprio il colonnello Gheddafi e molti membri della sua famiglia - cui è stato precluso l'ingresso nel Paese elvetico. Secondo il quotidiano online Oea, vicino alla Fondazione Gheddafi, di cui è presidente Seif Gheddafi, figlio del colonnello, che cita un «responsabile libico di alto livello», la lista comprende anche responsabili del Congresso generale del Popolo (Parlamento), del governo e «responsabili economici e dirigenti militari e dei servizi di sicurezza». «Questa decisione - avverte però la fonte - recherà danno in primo luogo agli interessi della Svizzera», e «se non sarà annullata Tripoli risponderà con misure di dissuasione fondate sul principio di reciprocità», ha aggiunto ancora. Detto, fatto. La «minaccia» infatti - unita ad una annosa questione che vede i cittadini libici lamentarsi per la difficoltà ad ottenere un visto Schengen, visto che per essere rilasciato richiede l'unanimità da parte di tutti i Paesi facenti parte dell'accordo - ha avuto un immediato seguito con la circolare di Al Mahmoudi. Dallo scorso 12 dicembre 2008, anche la Svizzera ha il potere di bloccare la concessione dei visti, essendo entrata nell'area di Schengen. Berna ha dunque cancellato i controlli sistematici delle persone alle frontiere con Austria, Francia, Germania e Italia, acquistando però il diritto di veto sul rilascio di visti a cittadini esterni all'area. Lo stop agli ingressi deciso dalla Libia fa presagire un seguito non ancora ben definito anche per quanto riguarda i due uomini d'affari elvetici trattenuti in Libia dal luglio 2008 con l'accusa di aver violato le leggi libiche sull'immigrazione e sul commercio. Tripoli, d'altro canto, non è nuova ad accusare l'Ue di dare «solidarietà sistematica e programmatica» a Berna, limitando i visti Schengen ai cittadini libici, come si legge ancora sul quotidiano Oea. (Fonte Ansa)
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19/04/2009
«Il Buccaneer voleva versare in mare rifiuti tossici»
«Il Buccaneer voleva versare in mare rifiuti tossici»«IL SEQUESTRO NON HA NIENTE A CHE VEDERE CON LA PIRATERIA». L'accusa del governatore della zona Sanag del Puntland: «Non chiediamo riscatti, vogliamo giustizia»
| La Buccaneer (Ansa) |
MOGADISCIO - Le autorità della regione semi-autonoma del Puntland, nel nord-est della Somalia, hanno accusato la nave italiana Buccaneer di voler versare rifiuti tossici al largo della costa somala e altri due pescherecci egiziani di attività illegali. Le tre navi sono state catturate la scorsa settimana dai pirati attivi al largo della costa somala e sono attraccate nel porto di Lasqorey, in Puntland.
LE ACCUSE - Le accuse sono state mosse oggi dal governatore della zona di Sanag, Mohamoud Said Nur, raggiunto telefonicamente dalla France presse: «Dobbiamo dire chiaramente che il rimorchiatore italiano e i due pescherecci egiziani sono state sequestrate dalle forze di sicurezza locali e la ragione per cui sono state messe sotto sequestro non ha nulla a che vedere con la pirateria. Abbiamo avuto la conferma che il rimorchiatore italiano trasporta due contenitori di rifiuti tossici e che (l’equipaggio) voleva gettarli nelle nostre acque. Dobbiamo fare giustizia e non chiediamo riscatti per la loro liberazione». Alle due imbarcazioni egiziane il governatore ha rimproverato di pescare illegalmente nelle acque somale. «Anche loro devono essere portati davanti alla giustizia», ha aggiunto. Il Buccaneer è stato catturato l’11 aprile scorso nel Golfo di Aden. A bordo si trovano 16 membri di equipaggio: 10 italiani, cinque romeni e un croato. I pescherecci egiziani, con tra 18 e 24 marinai a bordo, sono stati catturati al largo del Somaliland.
LA REPLICA - La Buccaneer, a sentire la Micoperi, la ditta proprietaria del rimorchiatore, sarebbe invece stata «vuota». La risposta alle accuse giunte dalle autorità del Putland non si è fatta attendere. Il general manager della ditta ravennate invita a «rifarsi a quanto detto nei giorni scorsi alle autorità» e cioè che la nave era vuota e non poteva trasportare alcun materiale, tantomeno tossico. O radioattivo, come era stato ipotizzato qualche giorno fa. La Buccaneer, aveva riferito la Micoperi nei giorni scorsi, era priva di carico. Le bettoline sono infatti chiatte galleggianti che trasportano le piattaforme per portarle in mare. Per questo, secondo l'azienda, non potrebbero trasportare rifiuti.
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13/04/2009
PIRATERIA: MINACCE DOPO BLITZ USA, BUCCANEER SULLA COSTA
PIRATERIA: MINACCE DOPO BLITZ USA, BUCCANEER SULLA COSTA

Resta intanto nelle mani della pirateria il rimorchiatore italiano Buccaneer con 16 persone di equipaggio, tra i quali 10 connazionali, sequestrato l'altro ieri nel Golfo di Aden. Al momento l'imbarcazione si troverebbe, alla fonda, di fronte alla costa somala, a circa 10 miglia dal villaggio di Las Qoray nel nord del paese e non sarebbero giunte richieste di riscatto.
L'equipaggio sta bene, secondo le ultime informazioni disponibili raccolte da fonti della Micoperi di Ravenna, la societa' armatrice del rimorchiatore italiano. Sulla vicenda vige comunque lo ''stretto riserbo'' della Farnesina per agevolare la positiva soluzione della vicenda: la situazione e' stata ieri al centro di una riunione interministeriale all'Unita' di Crisi del ministero degli Esteri, per mettere a punto le attivita' di coordinamento.
Anche, ''in prospettiva, con le autorita' del governo di transizione somalo'', ha precisato lo stesso ministero ieri pomeriggio. Ci saranno ritorsioni, annunciano intanto i pirati, contro gli Usa: ''Intensificheremo i nostri attacchi, anche lontano dalle acque somale e la prossima volta che avremo a che fare con gli americani spero che nessuno si attenda pieta' da parte nostra'', hanno fatto sapere.
Per verificare la situazione sul terreno e' giunto oggi in Somalia il parlamentare Usa Donald Payne. Il deputato democratico, esperto d'Africa, e' giunto a Mogadiscio su un piccolo aereo insieme al ministro degli Esteri somalo, Mohamed Abdullah Omaar ed ha incontrato esponenti del governo. La visita, notano alcune fonti, ha avuto lo scopo di dimostrare che sul blitz compiuto ieri dalla marina Usa vi sia sintonia tra Washington e il governo di Mogadiscio.
Fonti della flotta americana nell'area sottolineano comunque che l'operazione di ieri - a 48 ore di distanza da un altro blitz, compiuto dai soldati francesi per liberare i passeggeri di uno yacht - accresca il pericolo che i pirati adottino per il futuro metodi piu' violenti. ''Sono molto contento che il capitano Phillips sia stato liberato'', ha intanto commentato il presidente Usa, Barack Obama, dopo l'intervento dei militari, da lui stesso autorizzato. ''Siamo determinati - ha aggiunto - a fermare l'insorgere della pirateria nella regione: dobbiamo continuare a lavorare con i nostri partner per prevenire attacchi futuri'' ed ''essere preparati a impedire atti di pirateria''.
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13/03/2009
Liberati gli ostaggi in Darfur
Liberati gli ostaggi in Darfur
Soddisfazione di Napolitano, fini e frattini. La conferma della Farnesina: tra di loro il medico italiano D'Ascanio. Erano stati rapiti due giorni fa
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| Mauro D'Ascanio (Ansa) |
MILANO - «Liberati i quattro operatori di Medici senza frontiere, tra cui il medico italiano Mauro D'Ascanio, rapiti due giorni fa in Darfur». La notizia è stata diffusa dalla Farnesina. Il direttore generale dell'associazione umanitaria di Medici senza frontiere, Kostas Moshochoritis, in un primo momento aveva confermato che la liberazione era avvenuta verso le 20 (ora italiana) e che non era stato pagato alcun riscatto. «In questi giorni abbiamo avuto contatti diretti con i sequestratori - ha spiegato Moshochoritis - ma non siamo in grado dire a che gruppo appartenessero o se fossero filogovernativi. L'unica cosa che posso assicurare è che non è stato pagato alcun riscatto». Più tardi, in serata, l'organizzazione ha però specificato che non poteva confermare l'avvenuta liberazione, ma solo di essere stati informati della loro possibile liberazione.
GLI ALTRI OSTAGGI - Insieme a D'Ascanio erano stati rapiti anche l'infermiera canadese Laura Archer, il coordinatore francese Raphael Meonier e un guardiano sudanese, mentre un altro operatore locale - e non due, come riferito giovedì - era stato rilasciato subito dopo il sequestro avvenuto a Serif Umra, nel nord del Darfur, da parte di un commando armato.
LE REAZIONI - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso viva soddisfazione per la notizia dell'avvenuta liberazione del connazionale Mauro D'Ascanio e degli altri operatori di «Medici senza frontiere». Lo riferisce l'ufficio stampa del Quirinale. Anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha accolto con «soddisfazione» la notizia. La Farnesina sottolinea come «la linea del silenzio stampa e la forte collaborazione istituzionale abbiano prodotto un risultato importante ed atteso». Il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha sottolineato il proprio «apprezzamento per la dimostrazione di professionalità ed efficienza fornita da tutte le Autorità che hanno lavorato incessantemente ed efficacemente per la positiva soluzione della vicenda». Soddisfazione anche dal presidente del Senato, Renato Schifani.
LA GIOIA DEI FAMIGLIARI - L'annuncio della liberazione è stata accolta con gioia in casa di Mauro D'Ascanio. La notizia è stata data alla mamma e ai fratelli di D'Ascanio dalla sede di Roma di Msf. I familiari del medico italiano al momento hanno preferito però non commentare l'avvenuta liberazione. «Siamo felici - risponde al telefono Andrea Pontiroli, un operatore di Msf - ma preferiamo non dire nulla per ora. I familiari di Mauro si riservano di fare una dichiarazione sabato mattina». Ad attendere notizie nella casa di Viale Milano a Vicenza c'erano la madre di Mauro, Anna Maria Di Berardino, e i due fratelli, Andrea e Paola.
GOVERNATORE SUDANESE: «STIAMO TRATTANDO» - Il governatore del Darfur, Osmane Mohammed Yousif Kibir, in precedenza aveva riferito di conoscere la località dove gli ostaggi sono tenuti, ma di stare ancora trattando per la loro liberazione.
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12/03/2009
Darfur, sequestrati tre operatori Msf Tra loro un italiano. «Chiesto riscatto»
Darfur, sequestrati tre operatori Msf Tra loro un italiano. «Chiesto riscatto»
Le sezioni di Francia e Paesi Bassi erano state espulse da al bashir. Rapiti un medico francese e un infermiere canadese. Due locali rilasciati. La Farnesina: «Massimo riserbo»
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| Un centro di Msf in Darfur (Epa) |
KHARTOUM - Tre operatori della sezione belga di Medici senza frontiere, tra cui un medico italiano, sono stati sequestrati nella regione sudanese del Darfur. Gli altro sono un medico francese (coordinatore della missione) e un infermiere canadese. Per i tre ostaggi sarebbe stato chiesto un riscatto. La Farnesina ha confermato il rapimento dell'italiano, chiedendo però di mantenere il massimo riserbo sulla vicenda.
GRUPPO ARMATO - Il sequestro è avvenuto intorno alle 19 di mercoledì nella cittadina di Serif Umra. Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella sede di Msf portando via cinque operatori: oltre ai tre stranieri, anche due operatori locali rilasciati poco dopo. Tutti fanno parte della sezione belga dell'organizzazione, rimasta nel Paese dopo l'espulsione di diverse Ong seguita al mandato di arresto spiccato dalla Corte penale internazionale contro il presidente sudanese Al Bashir. «Possiamo confermare che un gruppo di uomini armati sono entrati (nella sede) e hanno ordinato a cinque persone a seguirli. Tre appartengono allo staff internazionale e due a quello nazionale» ha detto Kamla Saiki, portavoce dell'Unamid (agenzia Onu). In precedenza era stata diffusa la notizia che i rapiti erano sei, ma secondo l'Unamid uno di loro, sudanese, è stato subito rilasciato. «Possiamo confermare che uno dei rapiti è un medico italiano, per il momento non ne forniamo il nome» ha detto un portavoce di Medici Senza Frontiere.
MASSIMO RISERBO - Il ministero degli Esteri, in contatto con i familiari del rapito, si è messo subito in modo per arrivare a una soluzione e ha chiesto a tal fine la collaborazione delle autorità sudanesi, cui è stato sottolineato che obiettivo assolutamente prioritario deve essere la piena salvaguardia dell'incolumità del connazionale e che pertanto non devono essere intraprese azioni che possano comprometterla. Il ministro Frattini ha chiesto di osservare il più stretto riserbo, per non intralciare gli sforzi diplomatici e non mettere a rischio l'incolumità dell'ostaggio.
RISCATTO IN DENARO - Per la liberazione dei tre ostaggi sarebbe stato chiesto un riscatto in denaro. Lo afferma l'agenzia Unamid, che parla di «informazioni ancora non confermate». «Si tratta della prima volta, per quanto ne sono a conoscenza, che operatori umanitari internazionali vengono rapiti in Darfur» ha detto Kamla Saiki, portavoce dell'Unamid. Msf ha intanto deciso di spostare la propria sede in una zona più sicura del Sudan.
ONG ESPULSE - Le sezioni francese e olandese di Msf sono state espulse dalla regione sudanese la scorsa settimana insieme a un'altra decina di Ong (Organizzazioni non governative), dopo che la Corte penale internazionale dell’Aia ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente Omar Al Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità. Khartoum ha accusato le ong di aver collaborato con la Cpi. L’ordine di espulsione non ha riguardato le sezioni belga, svizzera e spagnola di Medici senza Frontiere.
CRISI DIMENTICATE - Giusto un giorno prima l'organizzazione aveva presentato a Roma il «Rapporto sulle crisi dimenticate», secondo cui Darfur e Sudan, Zimbabwe, Somalia e Myanmar sono le situazioni umanitarie più ignorate dai media italiani nel 2008. «Oltre a portare soccorso alle persone in difficoltà, il nostro obiettivo è anche quello di denunciare quanto l'azione umanitaria viene ostacolata e supportare i mezzi di comunicazione nel diffondere informazioni precise su ciò che avviene in certi contesti» ha detto Kosta Moschochoritis, direttore generale della sezione italiana.
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08/03/2009
Bashir in Darfur, sfida alla corte dell'Aja
Bashir in Darfur, sfida alla corte dell'Aja
Si temono ritorsioni sulla popolazione nel caso non venga rivisto il mandato di arresto. Il presidente sudanese: «Lotteremo contro il neo colonialismo». «Espulso chi non rispetta le nostre leggi»
NAIROBI – Sfidando il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale, il presidente sudanese Omar Al Bashir è volato da Khartum in due capoluoghi del Dafur: El Fasher e Nyala. A El Fasher è stato accolto da manifestazioni di gioia e giubilo.
MANIFESTAZIONI «SPONTANEE» - Il corteo presidenziale era seguito da un codazzo di uomini a cavallo e a dorso di cammello. Molti i janjaweed, le milizie arabe paramilitari filogovernative che terrorizzano i civili. Ma ai lati della strada cortei di gente che sventolavano bandiere sudanesi e foto del presidente, incriminato. Sotto una dittatura non ci si può rifiutare di partecipare alle «manifestazioni spontanee». Dal palco l’uomo forte del Sudan ha tuonato contro le organizzazioni non governative, i diplomatici e la forza di pace mista Unione Africana/Nazioni Unite: «Se non rispetteranno le leggi del nostro Paese saranno espulsi tutti - ha minacciato tra gli applausi generali -. «Combatteremo contro il neocolonialismo e non permetteremo a nessuno di minare la pace e l'unitá in Sudan».
I NEGOZIATI DI DOHA - Quella di Bashir nella provincia occidentale, dilaniata da un guerra civile che ha provocato almeno 300 mila morti, è una visita dal carattere assolutamente simbolico per dimostrare ai suoi alleati (segnatamente l’Unione Africana, Lega Araba e Cina) e al mondo che il leader è sempre in sella e controlla la situazione. Negli ambienti diplomatici sudanesi corre voce che il leader di Khartoum stia preparando anche una visita a Doha, in Qatar, in previsione dell’apertura di nuovi negoziati di pace con i ribelli darfuriani, ma l’emiro locale rema perché Bashir non si presenti all’appuntamento. Per altro anche i guerriglieri hanno fatto sapere che non intendono parlare con un ricercato.
LE ESPULSIONI - Il viaggio di oggi segue anche l’espulsione di 13 organizzazioni internazionali e la chiusura di tre locali sudanesi, che aiutavano la popolazione sfollata nei campi profughi. L’accusa che viene loro rivolta è di aver collaborato con gli investigatori del tribunale internazionale. Mentre l’aereo di Bashir atterrava a El Fasher un portavoce del governo, incurante delle proteste dell’Onu perché fosse rivisto l’ordine di espulsione, ha ribadito che la decisione è irreversibile: abbiamo le prove che hanno coooperato con la Corte Penale. Le organizzazioni non governative, tra cui Medici senza Frontiere, Save the Children e Oxfam, hanno negato qualunque rapporto con gli investigatori. Resta però il fatto che questi organismi sono dei testimoni scomodi e che il governo ha sempre ostacolato il loro lavoro. L’Onu sostiene che senza le agenzie di volontariato le operazioni umanitarie (le più importanti e impegnative del mondo) crolleranno. Rischiano addirittura uno stop con conseguenze catastrofiche sulla popolazione.
RISCHIO RITORSIONI - In sei anni di conflitto si calcola che gli sfollati siano oltre 2 milioni e mezzo. Sembra quasi che sulla sorte della povera gente si giochi un braccio di ferro. Gli amici di Bashir – più o meno tutti i governi dittatoriali – hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza che l’esecuzione dell’ordine di arresto sia procrastinata di un anno. A Khartoum negli ambienti diplomatici c’è un po’ di preoccupazione per il futuro e ci si domanda cosa succederà se l’Onu respingerà la richiesta. Il Sudan cercherà una vendetta con tutte le conseguenze del caso. Se invece il consiglio di sicurezza accetterà le richieste i sudanesi ringalluzziti dalla vittoria potrebbero ritornare a massacrare impunemente le popolazioni africane che abitano il Darfur. Il presidente sudanese, chiudendo i rubinetti degli aiuti cerca di esercitare una forte pressione perché la richiesta di rinvio sia accolta. Insomma o congelate il mandato o la gente senza più nessuna assistenza aiuto morirà.
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29/12/2008
Di Pietro, il figlio lascia l'Idv «Vogliono colpire mio padre»
Di Pietro, il figlio lascia l'Idv «Vogliono colpire mio padre»La decisione dopo le intercettazioni. Gasparri: «Così conferma i sospetti». Cristiano scrive ai vertici regionali del partito: «Mai infranto la legge, ma mi trattano come un appestato»
| Cristiano Di Pietro |
ROMA - Cristiano Di Pietro lascia l'Italia dei Valori: dopo il clamore suscitato da alcune sue telefonate intercettate nell'ambito dell'inchiesta "Global Service" della Procura di Napoli, il figlio di Antonio Di Pietro ha annunciato la decisione di abbandonare il partito «per non creare imbarazzo». In una lettera ai dirigenti del movimento pubblicata sul blog del padre, Di Pietro Jr spiega le ragioni della sua scelta. Si tratta «di un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non è nemmeno indagato - ha commentato l'ex pm - ma lo rispetto e ne prendo atto».
UNICA COLPA - La lettera è indirizzata all'onorevole Giuseppe Astore, presidente dell'ufficio politico regionale dell'Idv di Campobasso, a Giuseppe Caterina, segretario regionale di Campobasso, e ai componenti dell'ufficio di presidenza nazionale dell'Idv. «Gentili amici - scrive Cristiano Di Pietro - ho fatto e faccio il mio dovere di consigliere comunale e provinciale senza mai aver infranto la legge (ed infatti nessuna autorità giudiziaria mi ha mai mosso alcun rilievo). Eppure mi ritrovo tutti i giorni sbattuto in prima pagina come se fossi un 'appestato'». «La mia unica colpa - aggiunge - è quella di essere 'figlio di mio padre': per colpire lui stanno colpendo me, mia moglie ed i miei tre figli, dimenticando che anche noi abbiamo la nostra dignità ed abbiamo il diritto di esistere». «Lascio l'Italia dei Valori - prosegue la lettera - e conseguentemente ogni incarico di partito ed anche il mio ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso, ove mi iscriverò al gruppo misto. Lo faccio con sofferenza e dispiacere (soprattutto per la disumana ingiustizia che sto patendo) ma non voglio creare imbarazzo alcuno al partito». «Attenderò serenamente - aggiunge - che la procura di Napoli completi le indagini preliminari in corso (che peraltro nemmeno riguardano la mia persona) in esito alle quali ogni singola posizione personale potrà essere chiara a tutti. Poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo».
GASPARRI - Lapidario il giudizio di Maurizio Gasparri, che nei giorni scorsi aveva avuto un duro botta-e-risposta sulla vicenda con Antonio Di Pietro: «Andremo avanti come un carro armato sulla questione morale che travolge l'Italia dei cosiddetti valori - scrive in una nota l'ex ministro. - Cristiano si occupava di architetti e fornitori di lavori pubblici, usando un potere derivato dagli incarichi di papà. C'è poi la inquietante vicenda delle intercettazioni. Chi ha avvisato Cristiano Di Pietro? Che dice il babbo? Di Pietro non si illuda. Fugge di fronte alla mia sfida ma ribadisco che prima o poi dovrà rispondere in pubblico di queste vicende. Non se la caverà con la fuga del figlio che così ammette i fatti».
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24/12/2008
Antonio Di Pietro e i guai del figlio Cristiano
Antonio Di Pietro e i guai del figlio Cristiano«Mio figlio? Non ha commesso reati, se è colpevole di qualcosa allora lo è tutto il Paese». E sulle intercettazioni: «Sono necessarie, come il bisturi per un chirurgo»
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| Il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro |
SOLLECITAZIONI E RACCOMANDAZIONI - «È un consigliere provinciale - aggiunge il leader dell'Italia dei Valori - che ricordava al Provveditore della Repubblica la necessità di ultimare la costruzione di alcune caserme dei carabinieri e fin qui mi sembra che abbia fatto una cosa doverosa di cui sono orgoglioso. Poi però ha anche detto in un paio di telefonate che a Bologna ci sono dei bravissimi professionisti che conosce e se c'è bisogno, si possono dare dei lavori a loro. Se questo venisse considerato un fatto penalmente rilevante dovremmo mettere il recinto intorno a tutto il Paese».
LE INTERCETTAZIONI - Quanto alla riforma della giustizia che prevede anche la limitazione delle intercettazioni, Di Pietro afferma che «le intercettazioni stanno all'attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria: sono strumenti utili e necessari. Io sono contrario alla loro limitazione e sono anche convinto che debbano essere pubblicate»
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23/12/2008
Di Pietro: «Non c'è figlio che tenga, i magistrati vadano avanti su tutto»
Di Pietro: «Non c'è figlio che tenga, i magistrati vadano avanti su tutto»Il leader Idv sull'inchiesta di Napoli: «Le intercettazioni sono un strumento necessario». «l'informazione informi su tutto»
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| Antonio Di Pietro |
APPOGGIO ALLA MAGISTRATURA - «Non c'è figlio che tenga - aggiunge il leader dell'Idv - e siccome non ho nulla da temere, non ho niente da nascondere e quindi posso dire solo "buon lavoro" ai magistrati». Non so se questo telefilm, che non ha nè capo nè coda, sia stato fatto uscire oggi ad arte. Ma cosa importa? Non mi unirò, come in molti speravano, alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni. Anzi dico: benvengano le intercettazioni e la pubblicazione sui giornali quando non sono coperte dal segreto di istruttoria. L'informazione -conclude Di Pietro- faccia il suo dovere e informi tutti su tutto. I magistrati facciano il loro dovere e indaghino su tutto».
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