29/04/2009
La rivincita di MySpace
La rivincita di MySpace
“Sì, è vero: dal punto di vista di social network puro abbiamo qualcosa, e forse anche più di qualcosa, da invidiare a Facebook”. Non si fa problemi ad ammetterlo Francesco Barbarani (nella foto), il country manager di MySpace Italia. La community online di proprietà della News Corp. di Rupert Murdoch pur mantenendo la leadership americana tra i siti di social networking, l’anno scorso ha dovuto cedere la scettro del primato mondiale al rivale Facebook.
Un doloroso passaggio di consegne che recentemente è costato il posto all’ad e co-fondatore Chris DeWolfe per l’ex di Facebook Owen Van Natta. Ma un sorpasso che non spaventa il sito da sempre declinato alla musica – 5 milioni le band musicali nel mondo che hanno un profilo su MySpace -, che ora punta a un posizionamento in Rete un po’ diverso. Anche per sdoganarsi dal fenomeno-Facebook – ormai e a vario titolo sulle prime pagine dei giornali quasi tutti i giorni -, ma non solo. “Ci vedo più simili a Yahoo! o America Online. Basta solo considerare che facciamo parte dell’impero di Murdoch: dai giornali cartacei e online a Fox a Sky, possiamo contare su una quantità e una qualità di contenuti che definirei pazzeschi”, ci spiega Barbarani. “Quindi è solo questione di tempo, poco, perché si arrivi a mettere in campo le nostre sinergie: MySpace diventerà quello che definisco un portale di nuova generazione, un sito anche di contenuti premium che offriremo ai nostri 150 milioni di utenti”. Ovviamente a pagamento, come la filosofia del magnate australiano insegna.
Una natura diversa per i due siti concorrenti - tutt’e due precoccupati e altrettanto allettati dall’ascesa del giovane Twitter - che è testimoniata anche dalle cifre dei ricavi. Mentre Facebook, al pari dell’altro fenomeno YouTube, fatica a monetizzare i propri grandi numeri, MySpace per il 2008 ha generato ricavi per quasi un miliardo di dollari. Una maggiore attenzione all’advertising online, dai banner profilati ai Secret Show sponsorizzati, che – insieme a un filtro più attento ai contenuti che è valso il premio di Altroconsumo – ha forse raffreddato l’animo a molti utenti, più attratti dalla semplicità e “pulizia” di Facebook. Ma che facilmente disegna il presente e futuro della community nata a Los Angeles. Francesco Barbarani: “Abbiamo un lavoro da sviluppare con i nostri utenti, ma anche con le aziende. Perché, soprattutto in questo periodo di crisi, è interese delle aziende stesse creare “amicizie” con l’utente. Le aziende devono letteralmente flirtare con i clienti. È il concetto dei “Lovemarks”, un lavoro di marketing che inizia su MySpace e che arriva fino al signolo utente per fidelizzarlo”.
Business e sentimenti, dunque. Aziende che amano i propri consumatori e che da loro si fanno amare. Ecco la formula su cui punta il “nuovo MySpace”. “Abbiamo un’attenzione maniacale per i nostri utenti, il nostro team qui in in Italia si preoccupa di scrivere ai nuovi utenti, ogni giorno rispondiamo sempre a tutti quelli che ci scrivono. Diciamo che non siamo “democratici” tra virgolette come Facebook, ma che ai nostri utenti vogliamo davvero bene”. Sorride Barbarani. E per far capire come MySpace sia presente e attivo sul territorio cita i progetti di Genova – la prima città italiana, e forse non solo, che dialoga con i cittadini attraverso il sito -, quello con la Fondazione De Andrè per far musicare da band sconosciute quattro testi inediti del cantante, infine il concorso per scrivere la colonna sonora dello spot dell’associazione Soleterre Onlus, con cui il portale lavora da tempo.
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14/02/2009
Prove di intelligenza. Mulo batte cavallo
Prove di intelligenza. Mulo batte cavallo
Studio inglese: è la rivincita degli ibridi. Testardo ma dotato: riconosce cerchi, croci e quadrati
I muli, ben lo sapevano i nostri alpini, e non solo, sono straordinari per resistenza alla fatica, forza, rusticità e capacità di percorrere sentieri impervi sfidando senza tema i precipizi. Battono ampiamente, per queste qualità, cavalli e asini. E ciò non è leggenda ma un fatto, ormai accertato e anche piuttosto generalizzabile, che i genetisti denominano «eterosi» o «lussureggiamento degli ibridi». Attenzione però, perché gli ibridi devono essere sempre, obbligatoriamente, di prima generazione. Ed ora, dato che il mulo è tornato inaspettatamente alla ribalta per nuove qua-lità, vediamo di capire il perché dell'interessante fenomeno dell'eterosi. Quando, negli anni cinquanta, sorsero i primi grandi allevamenti industriali di polli, gli allevatori erano soliti acquistare da ditte specializzate pulcini d'origine ibrida eccellenti sì in quanto tali, ma che poi non valeva la pena far riprodurre perché la loro progenie non dava un risultato altrettanto buono. E ovviamente chi li vendeva si guardava bene dal mettere in circolazione le razze da cui quei pulcini derivavano. Lo stesso, parallelamente, succedeva con i mais ibridi, che pian piano soppiantarono le nostre vecchie varietà, eccellenti ma meno produttive. Gli effetti dell'eterosi si spiegano, in linea di massima, così: con l'addomesticamento molti dei geni dominanti presenti nei progenitori dei domestici vennero sostituiti da geni recessivi diversi da razza a razza. Ebbene, incrociando tra loro due razze domestiche succede che i geni recessivi propri dell'una vengano resi silenti dai dominanti dell'altra, e viceversa.
E così, nei loro ibridi di prima generazione, ma solo in essi, s'assommano tutti gli effetti positivi dei geni dominanti delle due razze. Lo stesso Darwin, d'altronde, che s'era dilettato ad incrociare differenti razze di colombi, già s'era accorto che quegli ibridi «regredivano » a uno stato di quasi-selvaticità perdendo buona parte degli orpelli che tanto piacevano agli allevatori. Quasi che la selezione naturale garantisse qualità più concrete di quelle che la mente umana talora fantasiosamente prediligeva. In tutto ciò sta la spiegazione dell'eterosi. Tornando al mulo, c'è innanzitutto da dire che, essendo un ibrido interspecifico e pertanto sterile, non può che essere di prima generazione. Resta comunque il fatto che, anche il mulo, altro non è che il prodotto dell'incrocio di due animali domestici. Un asino e una cavalla, come tutti sanno.
Quanto al nuovo «lussureggiamento » scoperto, sorprendentemente riguarda le capacità intellettive, risultate anch'esse superiori a quelle del cavallo e dell'asino. Ciò è quanto hanno dimostrato Leanne Proops, Faith Burtdeen e Britta Ostham delle Università del Sussex e di Canterbury e pubblicato, col titolo Mule cognition: a case of hybrid vigour, sull'ultimo numero di «Animal Cognition».. L'esperimento è consistito nel verificare, in muli, cavalli e asini, le capacità di abbinare simboli visivi (quadrati, croci, cerchi ecc.) all'ottenimento di una rimunerazione (una carota). Ebbene, le due specie pure e il loro ibrido hanno tutte dimostrato di saper apprendere a discriminare tra simboli, presentati a coppie, di cui solo uno garantiva la rimunerazione.
I muli, però, hanno veramente surclassato ( outperformed) sia i cavalli che gli asini mostrando, a parità di condizioni, prestazioni decisamente superiori e, comunque, risultate ad un'analisi statistica altamente significative. E ciò è senza dubbio un'evidente prova del loro lussureggiamento anche mentale. Le autrici informano che questo è il secondo caso noto, dopo i topi, di «eterosi intellettiva». Quanto al mulo, mi pare bello e utile concludere riproponendo la splendida ed ora ancor più suggestiva frase che Peter e Jean Medewar scrissero nel loro delizioso saggio intitolato «Da Aristotele a Zoo»: «La proverbiale cocciutaggine dei muli non va attribuita a niente di più profondo del loro uso da parte di persone abitualmente insensibili agli animali e indifferenti al loro benessere ». Chissà, forse sussurrando garbatamente ordini nelle loro grandi orecchie invece di prenderli sempre a bastonate, potremmo meglio apprezzarne l'ormai comprovata intelligenza.
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