28/05/2009

Denunciato «cyberguardone», faceva foto hot col cellulare al supermercato

Denunciato «cyberguardone», faceva foto hot col cellulare al supermercato

 

A CASALBERTONE. Un 37enne rubava immagini di decolleté, gambe e parti intime delle clienti mentre facevano la spesa

 

Armato di un supertecnologico cellulare ha registrato e scattato centinaia di immagini hot di decolletè, gambe e parti intime di donne di qualsiasi età. Il tutto all'insaputa delle sue «modelle». Si è risolta in una denuncia a piede libero la carriera da cyber-guardone di un 37enne di origini svizzere, da tempo residente a Roma.

NEL SUPERMERCATO - L'uomo aveva scelto come location della sua attività un supermercato della capitale dove, tra un espositore e l'altro, senza mai separarsi dal suo fido telefonino, era riuscito a rubare immagini «proibite» di ragazze e signore impegnate nella spesa quotidiana usando la tecnica conosciuta in gergo come «upskirt», ovvero la ripresa effettuata con fotocamera o una videocamera dal basso verso l'alto. Gli addetti alla vigilanza, insospettiti dagli atteggiamenti dell'uomo che da giorni vedevano aggirarsi tra i reparti, hanno chiamato il 112. E sono stati proprio i militari della Stazione Casal Bertone ad interrompere la frenetica attività del voyeur e a sequestrare il cellulare sul quale erano state archiviate centinaia di immagini e decine di video.


27/02/2009

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

 

Il libro di tre ostaggi delle Farc. Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo»

 

(Reuters)

 

Arriogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da metter a repentaglio le loro stesse vite,cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».


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