12/11/2010

Granata sulla mozione Bondi «Da noi sfiducia o astensione»

Granata sulla mozione Bondi «Da noi sfiducia o astensione»

L'annuncio del deputato di Futuro e Libertà sull'iniziativa del Pd. Il ministro al Senato: «Rattristato per il livello di meschinità a cui è giunta la politica italiana»

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23/01/2010

Favara, crolla una palazzina «Morto un bimbo, due sotto le macerie»

Favara, crolla una palazzina «Morto un bimbo, due sotto le macerie»

 

I tre figli della coppia sono rimasti sotto i detriti: si scava per raggiungerli. Il crollo nel paese a una decina di chilometri da Agrigento. Coinvolta un'intera famiglia: salvi i genitori

 

 

AGRIGENTO - Un bambino di sei anni è morto nel crollo di una palazzina di tre piani nel centro storico di Favara, un paese a una decina di chilometri da Agrigento. Lo ha annunciato a Sky Tg24 il tenente Gabriele Treleani, comandante della stazione locale dei carabinieri. Nel cedimento dell'edificio è rimasta coinvolta un'intera famiglia: i genitori, Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello, sono riusciti a mettersi in salvo, mentre i tre figli di 2, 6 e 14 anni sono rimasti sotto la macerie. Ora si scava per trovare gli altri due bambini. Vi sono speranze per almeno uno dei due, il più grande, che ha dato segnali di vita. «È riuscito a telefonare col cellulare» da sotto le macerie, «prima a un amico e poi al 112», ha raccontato il comandante provinciale dei carabinieri Mario Di Iulio sempre a Sky. A Favara «si temono nuovi crolli», ha spiegato Treleani.

LE CAUSE DEL CROLLO - Le cause del crollo sono ancora in corso di accertamento ma l'ipotesi più accreditata è quella di un cedimento strutturale. Una sorella di Giuseppina Bello, la mamma dei bambini rimasti sotto le macerie, spiega che la famiglia Bellavia aveva presentato richiesta per ottenere una casa popolare ma senza alcun esito. Particolare confermato anche dal sindaco di Favara, Domenico Russello. «La famiglia Bellavia non era in graduatoria per l'ottenimento di una casa popolare, anche se aveva fatto la domanda» ha detto il primo cittadino del grosso centro vicino ad Agrigento. A Favara erano stati realizzati dieci anni fa 56 alloggi popolari che, nonostante la graduatoria, non furono assegnati e nel corso degli anni hanno subito atti di vandalismo. La giunta comunale ha ottenuto dalla Regione 1,5 milioni di euro per la ristrutturazione, ma i lavori non sono ancora cominciati. La famiglia Bellavia, che aveva fatto domanda per ottenere una casa, non rientrava comunque, secondo il Comune, tra i beneficiari di questi primi 56 alloggi: avrebbe dovuto aspettare la costruzione di nuovi appartamenti popolari. La palazzina crollata si trovava in una zona del centro storico di Favara particolarmente degradata e presentava numerose cedimenti strutturali e infiltrazioni di acqua. «Quanto è accaduto nel quartiere di Favara è una tragedia - ha aggiunto il sindaco - ma lì ci sono decine di stabili fatiscenti. Case pericolanti, vecchie catapecchie che rischiano di crollare da un momento all'altro. Potremmo fare un'ordinanza di demolizione, ma si tratta di immobili abitati da gente indigente che non avrebbero i soldi per demolire e non avrebbero alternativa di residenza».

ZONA AD ALTA RISCHIO, SCOPPIA LA POLEMICA - La zona di Favara in cui è avvenuto il crollo, detta «del calvario», è da tempo ad alto rischio. Erano già cadute le case adiacenti a quella crollata sabato. La palazzina della famiglia Bellavia era composta da un magazzino sotterraneo, un pianterreno e due piani superiori. Maurizio Cimino, della protezione civile regionale, che è sul luogo del crollo, sostiene che la casa era inagibile e che alcune opere di consolidamento effettuate sui piani superiori hanno reso ancora più critica la situazione. «Le fondamenta marce - dice - non hanno più retto e la casa si è accartocciata su se stessa». Per questi motivi il crollo di sabato mattina ha sollevato non poche polemiche. La tragedia di Favara è solo l'ultimo degli eventi luttuosi che dimostrano le gravi conseguenze delle carenze della politica urbanistica ed edilizia degli ultimi sessant'anni» ha detto Elisabetta Zamparutti, deputata radicale e prima firmataria della mozione sulla messa in sicurezza del territorio, la rottamazione edilizia e l'edilizia sostenibile che sarà in discussione dell'Aula di Montecitorio la prossima settimana. «Di fronte a ciò - aggiunge - è indispensabile avviare una nuova politica nazionale per il governo del territorio a partire dal recupero e dalla riqualificazione del patrimonio edilizio, favorendo la rottamazione (con eventuale 'delocalizzazione") degli edifici pericolosi che sorgono in zone a rischio o privi di qualità e riconoscendo priorità di intervento alle aree ad elevato rischio idrogeologico».

APERTA UN'INCHIESTA - La Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sul crollo della palazzina di Favara. L'ipotesi di reato è disastro colposo. Il fascicolo è stato aperto dal sostituto procuratore Lucia Brescia. L'inchiesta è coordinata dal procuratore capo Renato Di Natale e dall'aggiunto Ignazio Fonzo.

«HO PENSATO AL TERREMOTO» - «Alle 7 mi ero appena alzato, ero in vestaglia, ho sentito un boato e la terra tremare. Pensavo fosse il terremoto. Ho guardato prima il lampadario poi mi sono affacciato e ho visto che la palazzina di fronte era implosa. Ho chiamato subito i vigili del fuoco e sono sceso in strada». A raccontarlo è il geologo sessantenne Angelo Di Rocco che abita di fronte la palazzina crollata in cui abitava la famiglia Bellavia. «Ho gridato - ha aggiunto il testimone - per vedere se qualcuno mi rispondeva e ho cominciato a togliere qualche pezzo di cemento ma era un lavoro disumano. Sono arrivati subito i vigili del fuoco e i carabinieri che erano in zona. E sono cominciate le operazioni di soccorso. Era una scena apocalittica».

IL CORDOGLIO DI NAPOLITANO - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, appresa la notizia del tragico bilancio del crollo di una palazzina a Favara, ha chiesto al prefetto di Agrigento di rappresentare alla famiglia Bellavia i suoi sentimenti di partecipazione al dolore per la perdita delle piccole Chiara e Marianna. Anche il presidente del Senato Renato Schifani ha inviato al prefetto di Agrigento Umberto Postiglione un messaggio di cordoglio per la morte delle due sorelline. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano confida che sia fatta «immediata chiarezza sull'accaduto, perché non accadano mai più tragedie così terribili» e auspica che si intraprendano «tutte le iniziative possibili per assicurare un aiuto concreto alla famiglia Bellavia, colpita da un tale immenso dolore». «Quella che ha colpito la famiglia Bellavia è una tragedia terribile» ha detto il governatore Raffaele Lombardo, aggiungendo che la Regione Sicilia «intraprenderà tutte le iniziative possibili per stare vicini ai coniugi Bellavia e al piccolo Giovanni».


Redazione online


25/07/2009

I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia

I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia

 

Gli scavi sono fermi, la strada è costruita lungo le mura dell’antica Poseidonia. Invisibili per i visitatori antichi uffici, botteghe e abitazioni


I templi a Paestum (Corbis)
I templi a Paestum (Corbis)

Ho sempre avuto la sen­sazione che i grandi complessi archeologi­ci del nostro Mediter­raneo — da Segesta a Elea, da Oblontis a Tharros — quando sorgono nei pressi della costa, venga­no quasi vivificati dalla luce e dall’aria marina che li fa miracolosamente rivi­vere nonostante i millenni trascorsi. È per questo che da alcuni anni, cerco sempre di passare qualche settimana a Paestum, non solo per approfittare della sterminata spiaggia ma per rias­saporare la meravigliosa atmosfera dei tre templi greci del VI secolo a.C. (Nettuno, Cerere e la Basilica) sempre con la speranza che quella metà del­l’antica Poseidonia venga finalmente riportata alla luce.

La strada nella zona archeologica (Corbis)
La strada nella zona archeologica (Corbis)

Ed è qui, infatti, che mi sembra do­veroso fare qualche osservazione più archeologica che turistica senza nes­suna pretesa storico-scientifica. So­no davvero molti anni ormai, che mi chiedo — e chiedo agli specialisti e alle autorità locali — come mai la so­lenne città di Poseidonia sia ancora per più della metà sottoterra, anzi sot­to il granturco che la ricopre. Come mai non possiamo ammirare gli altri settori dell’antica città greca anche nel suo quartiere degli affari, delle botteghe e delle abitazioni? E come mai dell’anfiteatro solo un terzo appa­re visibile al di là della strada asfalta­ta, che ancora interrompe a mezzo la città? Perché tutto il resto sta esso pu­re sotto le «proprietà private» che, ovviamente, potrebbero — anzi do­vrebbero — essere requisite o co­munque liberate da ogni interferen­za data la ineffabile importanza di questo «sito archeologico»; certo il più solenne di tutta la Magna Grecia? Credo che nessuna scusante tecnica o politica possa giustificare questo stato di cose.

Ma c’è un altro episodio cui non posso fare a meno di accennare ed è la recente operazione mirante a crea­re lungo il fossato erboso che costeg­gia la base di tutte le mura, una sorta di viottolo in cemento e travertino. Si tratta di un’operazione che consiste nell’aver sollevato di quota il terreno esistente e, attraverso cordoli di tra­vertino, aver creato un percorso pedo­nale che s’ imposta a pochi metri dal­le antiche mura e il cui impatto cro­matico e tecnologico ferisce crudel­mente la misteriosa solennità della fortificazione grecoromana. Viene in questo modo squilibrata la percezio­ne che si aveva delle mura stesse, e viene alterato il rapporto fra la strada e la cinta muraria. Il che ovviamente finisce per sconciare crudelmente la «poesia» del luogo dove le antiche pietre e l’erba convivevano pacifica­mente e dove un’ampia strada asfalta­ta, già preesistente, era più che ido­nea a chi volesse percorrere l’intero perimetro murario.

Le mie, com’è ovvio, sono solo ele­mentari annotazioni di un incolto tu­rista o (se si preferisce) di un appas­sionato archeologo dilettante, ma spe­ro possano avere una minima eco al­meno perché riprendano i lavori di «sgombero» di tutta l’area dell’antica Paestum e perché si proceda con la massima delicatezza nel recupero del­le mura senza offenderle con manu­fatti escogitati da improvvide iniziati­ve delle autorità locali e delle diverse Sovrintendenze, che hanno, peraltro, provveduto a ricostruire parte delle mura con le pietre originali giacenti ai loro piedi. Una manovra che ripri­stina maggiormente il fascino dell’an­tica cerchia muraria. Ma, se la rico­struzione di qualche settore delle mu­ra è un fatto positivo, non si dimenti­chino le altre storture che purtroppo ancora incombono su questa zona: non solo per quanto concerne l’abusi­vismo edile — già segnalato sulle co­lonne del 'Corriere' — ma per quan­to si riferisce ad altri fondamentali in­sediamenti archeologici, sempre di questa area campana che non godo­no del dovuto rilievo. Mi riferisco al­l’area di Hera argiva — sito già scoper­to e studiato da Zanotti Bianco e Mon­tuori — che giace ai bordi del fiume Sele a pochi chilometri dai templi, quasi dimenticato. E più ancora ad al­tri due epicentri favolosi: il nucleo ur­bano di Velia (Elea) in minima parte «scavato», sul quale è da registrare il grande impegno nel restauro di Raffa­ele D’Andria. Questo acuto studioso oltre a ciò, sta recuperando la delizio­sa città sepolta (sotto un abitato di ca­solari anonimi) di Buccino, l’Antica Volcei; dove ogni casa presenta negli scantinati o sotto le fondamenta mira­bili mosaici di epoca romana.

A questo punto vien fatto di riflette­re, anche in chiave economico-turisti­ca (di cui certo non sono deposita­rio), su come sarebbe opportuno, da un punto di vista storico scientifico, ma anche turistico, attivare maggior­mente la presenza di visitatori in que­sta zona così poco «reclamizzata». Or­ganizzando degli itinerari archeologi­ci ad alto livello, guidati da speciali­sti, che permettessero di rendersi conto (anche ai visitatori stranieri og­gi purtroppo molto scarsi) non solo dell’imponente presenza dei tre tem­pli di Paestum, ma di quella dei siti archeologici citati: Velia, Buccino, Hera argiva, tutti ancora troppo «di­menticati» negli itinerari culturali del nostro Paese.

GILLO DORFLES


16/10/2008

Pompei: legami di famiglia col Dna

Pompei: legami di famiglia col Dna

Albero genealogico dei Polibi, morti nell'eruzione del 79 d. C.
 
 
 
                                               
 
 
 
 
 
 
 
NAPOLI, 16 OTT - La parentela degli abitanti della casa dei Polibi morti a Pompei nell'eruzione del Vesuvio del 79 dC e' stata ricostruita grazie al Dna. Nella casa furono trovati 13 scheletri. La studiosa Marilnea Cepollaro, che presentera' i risultati in occasione della conferenza sul Dna antico in programma a Pompei dal 19 al 22 ottobre prossimi, e' riuscita a risalire all'albero genealogico per via materna, grazie anche a una patologia, la spina bifida, di cui soffrivano due persone della famiglia.


03/10/2008

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Il vero Adriano, oltre la Yourcenar

Un lavoro d'eccellenza curato da Guido Bastianini e Rosario Pintaudi. Gli scavi dell'Istituto Vitelli nella città dell'amante Antinoo

 

 

 

Nel 1951 Marguerite Yourcenar ebbe la strana idea di far parlare Adriano con la profondità, il senso del dovere, il filosofico pessimismo di Marco Aurelio. E così nacquero le Memorie di Adriano. Un libro in verità piuttosto lamentoso, che risente ovviamente anche della cultura del tempo. Un esempio per tutti: quando Adriano «prevede» la caduta dell'impero romano ad opera dei «barbari dall'esterno e degli schiavi dall'interno» (p. 110 trad. Einaudi), non fa che riassumere un pensiero divenuto a torto famoso, ma formulato del tutto en passant da Stalin in un discorso del 1933 ai «colcoziani d'assalto», di lì passato nelle Questioni del leninismo (tradotte a Parigi per le Éditions Sociales nel 1947) e intanto «codificato» nella Storia di Roma di Sergej Ivanovich Kovaliov l'anno seguente (capitolo XVI).

 

A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani (Grazia Neri). A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C. (Corbis)
A sinistra, busto di Antinoo ai Musei Vaticani . A destra, busto di Adriano risalente al 135 d.C.
Alla fine degli anni Quaranta, nella Francia di Sartre, di Aragon e della colomba di Picasso, la cosa non deve stupirci. E poi, una scrittrice che si avventurava a far rivivere l'antichità sotto forma di romanzo doveva pur cercare fonti di ispirazione non ovvie! Ma c'era in lei anche un certo scrupolo topografico. La sepoltura di Antinoo gliene offre il destro. Il dolore di Adriano per la morte di Antinoo è, com'è ovvio, un «pezzo forte» del romanzo, e offre l'occasione all'autrice per parlare dottamente della «città di Antinoo» (Antinoupolis ovvero Antinòpoli) voluta e creata nel Medio Egitto da Adriano per celebrare ed eternare la figura dell'amato giovane. «Le barche ci condussero in quel punto del fiume dove cominciava a sorgere Antinopoli (...) Si profilava la pianta degli edifici futuri tra i mucchi di terreno sterrato. Ma esitavo ancora sulla località del sepolcro (...) Anche il monumento previsto, alle porte di Antinopoli, sembrava troppo esposto e poco sicuro. Seguii il consiglio dei sacerdoti. Essi mi indicarono, sul fianco d'una montagna della catena arabica, a tre leghe dalla città, una di quelle caverne che un tempo i re d'Egitto destinavano a servir loro da sepolcri (...) I secoli sarebbero passati a migliaia su quella tomba» (p. 199).

Quando Yourcenar scriveva queste pagine gli scavi italiani ad Antinoupolis, intrapresi nel 1935-36, languivano per la lunga interruzione dovuta alla guerra. Nel 1940 l'Italia aveva aggredito l'Egitto, e non era facile ripresentarsi nel dopoguerra a scavare come se nulla fosse successo. La ripresa avvenne soltanto nel 1965. Un'altra lunghissima stasi ci fu tra il 1993 e il 2000. Ed ora, finalmente, per merito, ancora una volta, dell'Istituto Papirologico «Vitelli» di Firenze, i risultati dello scavo vengono pubblicati in un primo prezioso ed imponente volume, Antinoupolis. In un momento particolarmente oscurantistico del nostro recente passato, l'Istituto «Vitelli» stava per essere proclamato «ente inutile», e conseguentemente penalizzato. La minaccia fu sventata, ma era sintomatica di un malcostume intellettuale che continua a dominare, nel segno di un'idea utilitaristica del lavoro intellettuale. Finanziamenti da parte dello Stato e visibili, tangibili risultati immediati, magari tali da farci su un bel «servizio» televisivo, sono considerati entità indissolubili. La necessaria lentezza della ricerca è malvista. Ebbene questo Istituto e le molte forze intellettuali che in vario modo e a vario titolo vi si riferiscono hanno dato alla luce quasi contemporaneamente due consistenti risultati. Da un lato questo primo volume su Antinoupolis, dall'altro l'ultimo nato (il quindicesimo) della serie dei Papiri greci e latini.

Scavare ad Antinoupolis fu un'idea di Girolamo Vitelli (scomparso nel settembre del '35). Vitelli aveva una notevolissima conoscenza storica e antiquaria dell'Egitto greco-romano e sapeva intuire dove convenisse orientare gli scavi italiani, dei quali egli era, insieme con Medea Norsa ed Evaristo Breccia, il vero e sapiente promotore. Negli anni Sessanta, alla ripresa, pur tra mille vicissitudini, un nuovo punto fermo lo mise Sergio Donadoni con il suo prezioso Promemoria sui «kiman» di Antinoe (1966). Ed ora i «dioscuri fiorentini» Rosario Pintaudi (cattedratico a Messina e custode dei papiri in Laurenziana) e Guido Bastianini (attuale direttore del Vitelli) hanno compiuto l'opera. Intorno a loro una schiera di giovani che sopperiscono con l'entusiasmo e la fiducia nella ricerca, e nei loro maestri, alla mancanza di una dignitosa e meritata collocazione nella sclerotica e pluririformata, e perciò boccheggiante, Università italiana. È ben vero che è tipico del nostro ceto intellettuale, soprattutto dei più giovani (che sono spesso tra i più bravi come Diletta Minutoli, «volontaria» a Messina e ad Antinoupolis) questo «idealismo» del lavoro fatto per «l'arte». Il che tanto più colpisce a fronte dell'elefantiasi burocratica dei nostri atenei ridondanti di uffici inutili.

Lo scavo archeologico è, per natura, uno dei luoghi dove più facile è che si realizzi la collaborazione internazionale. Nel caso dell'Egitto, terra d'elezione della papirologia mondiale, c'è un legame in più che si determina di necessità. È finita da un pezzo l'epoca della gestione «colonialistica» dei beni culturali sepolti sotto il suolo egiziano. Anche se ogni tanto qualche misteriosa (ma non troppo) esportazione clandestina si riaffaccia rumorosamente alla ribalta. L'argomento con cui un tempo veniva zittita la protesta dei nazionalisti egiziani contro il saccheggio era — anche da parte di caste locali infeudate all'Occidente — che gli egiziani non disponevano di studiosi competenti per valorizzare quei tesori. Forse l'argomento era già discutibile allora (ne parlammo diffusamente nel Papiro di Dongo, Adelphi), certo non è accettabile ora, quando l'Egitto dispone di forze notevolissime e qualificate e di un patron dell'Archeologia quale Zahi Hawas, che anche per gli scavi di Antinoupolis è stato e continua ad essere una sponda preziosa. Ma allo scavo partecipano anche ricercatori tedeschi, belgi, cechi. Insomma la missione italiana (anche se gli elargitori di fondi ministeriali non se ne sono accorti) è al centro di una rete internazionale di grande prestigio.

Vedremo presto gli altri volumi. E conosceremo la storia della città di Adriano come s'è sviluppata nei secoli: attraverso le monete, e poi il santuario di San Colluto. Uno spaccato della storia mediterranea attraverso un punto di osservazione privilegiato. Il volume quindicesimo della gloriosa serie fiorentina ci ripaga di una lunga attesa. Centoventidue testi editi con la acribia di sempre, dei quali solo settantasette erano già noti da pubblicazioni parziali. Quasi sessanta sono i testi letterari, e i quattro pezzetti figurati (1571-1574) fanno giustizia, al solo vederli, di tante recenti fantasie in questo campo, dove è così facile prendere abbagli. Tra tanta ricchezza di materiali piace qui ricordare, in conclusione, un caso cui già facemmo cenno nel Papiro di Dongo. Ancora una volta una intuizione testuale di Medea Norsa viene confermata. Parliamo dell'attuale nr. 1480, che è con tutta probabilità un nuovo pezzo di Menandro, come Norsa ben vide (e intendeva già pubblicarlo nel 1948 nel volume XIII). Dopo un vario «errare» tra altre ipotesi si torna a Menandro, come all'ipotesi più probabile. I padri fondatori della papirologia italiana possono andar fieri dei loro eredi.


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16/09/2008

COSI' E' NATA VENEZIA

COSI' E' NATA VENEZIA
Ricostruita l'antica Altino: da qui le pietre della Serenissima. Le foto della città segreta. «Così è nata Venezia»

Ora si potranno avviare gli scavi per portare alla luce quanto è stato «fotografato» nell'area protetta. La città da cui ha avuto origine Venezia ha finalmente un volto. È Altino, a una decina di chilometri a nord della «perla della Laguna », ed è (per il momento) nascosta sotto la campagna. Ma ora grazie alle nuove tecnologie di telerilevamento ed elaborazione, strade, palazzi, edifici pubblici, quartieri, hanno preso corpo e sono chiaramente visibili. Scavando, a circa un metro di profondità, si troverebbero le fondamenta degli edifici. In passato si era identificato il perimetro delle mura, adesso al loro interno si scorgono due teatri, il foro con possibili tracce di templi, il corso d'acqua che l'attraversava. E al di fuori un grande anfiteatro.

È quanto gli abitanti hanno lasciato dopo essersi portate via le pietre con le quali hanno poi costruito le case di Venezia. Accade nel VII secolo dopo Cristo dopo che Attila a capo degli Unni invade i territori veneti e dopo che i Longobardi scorporano, sotto l'esarcato di Ravenna, la parte marittima. Appunto per sfuggire alle violenze, Altino viene abbandonata e spoliata per rinascere sulle isole nel cuore della laguna più splendente protetta dalle acque. Il suo primo insediamento risaliva al VI secolo a.C. romanizzandosi pacificamente intorno al II secolo. Sorgeva lungo una grande strada, l'Annia, e il suo porto diventava uno dei maggiori scali commerciali romani dell'Italia Nordorientale e un nodo strategico tra le rotte marittime adriatiche e le vie consolari verso l'area danubiana. Quando arrivano i barbari la decadenza di Altino, comunque, era già iniziata da tempo ed era ormai inarrestabile. Il volto nascosto della città è frutto di una ricerca condotta dal Dipartimento di geografia dell'Università di Padova nell'ambito di un progetto finanziato da Arcus e sostenuto dalla Regione Veneto, dal Comune di Padova e dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto. «Elaborando le immagini fornite da Telespazio assieme a quelle da noi ottenute con ricognizioni aeree nella lunghezza d'onda del visibile e dell'infrarosso — spiega Paolo Mozzi, coordinatore della ricerca a cui ha partecipato Alessandro Fontana — siamo riusciti a costruire la mappa della città facendo emergere le strutture nascoste valutando diversi parametri comprendenti dalla disposizione della vegetazione all'umidità del suolo».


Ora con una convenzione in corso di definizione tra il Dipartimento di geografia padovano, l'Università di Venezia e la Soprintendenza ai beni archeologici e la collaborazione dell'Osservatorio geofisico di Trieste, si procederà agli scavi per portare alla luce quanto oggi è stato «fotografato» nell'area già protetta. Così sarà pure realizzato un identikit preciso degli abitanti che dovevano essere alcune migliaia (forse ventimi-la): ma il numero esatto uscirà solo dalle nuove indagini. Chi vuol vedere traccia concreta della storia, sul campanile di San Vidal, nel sestriere San Marco, un'incisione romana ricorda Altino come luogo d'origine del materiale lapideo. E, intanto, l'eredità popolare racconta che i nomi delle isole Torcello, Murano e Burano derivano da Torricellum, Ammurianum e Porta Boreana, tutti quartieri, in origine, di Altino.

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