07/08/2009
Nevica cemento sulle Alpi Dieci seconde case ogni una di residenti
Nevica cemento sulle Alpi Dieci seconde case ogni una di residenti
Dossier di legambiente e del ministero dell'Ambiente sulle località di montagna. E' il rapporto registrato in un Comune del Cuneese: ma il record è di Bardonecchia, con 7892 alloggi di vacanza
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| Bardonecchia Alta Val Susa |
Se i dati generali sulla cementificazione del territorio in Italia sono agghiaccianti, con un'area pari a Lazio e Abruzzo sepolta in 15 anni sotto case, capannoni e strade, anche prendendo in esame una zona che si immagina "vergine" come quella dell'arco Alpino, la situazione non migliora. Anzi.
CEMENTIFICAZIONE - Il cemento è dilagato anche tra le valli, infilandosi attraverso un pertugio che in alcuni casi è diventato un fiume in piena: le seconde case. In una località del cuneese, Frabosa Sottana, si è arrivati anche a stabilire il record di dieci abitazioni di vacanzieri di fronte a una di residenti, che probabilmente non ha uguali in altri parti del mondo, o almeno non in mezzo alle montagne. Sul sito del Comune, a scanso di equivoci, si legge infatti che «Frabosa ha un territorio molto esteso di 37kmq dai 490 metri di Gosi, la frazione al confine con il comune di Villanova Mondovi per arrivare agli oltre 2280 metri del Mondolè e comprende le frazioni di Pianvignale, Alma Ressia, Riosecco S. Giacomo e Miroglio. Il comune conta circa 1500 abitanti residenti, ai quali occorre aggiungere oltre seimila seconde case, che pongono il comune piemontese ai primi posti in Italia per numero di alloggi stagionali».
Nonostante l'indubbio impegno messo sul fronte dell'edilizia "turistica" da questo comune del cuneese, il record nazionale assoluto di seconde case sull'arco alpino resta ancora saldamente a un'altra località piemontese: Bardonecchia, che nel suo territorio ospita ben 7892 seconde case, a fronte di 1429 abitazioni occupate da residenti. Sono dati contenuti in un rapporto curato Legambiente, realizzato con il contributo del ministero dell’Ambiente, che si concentra proprio sulla qualità turistica delle località alpine dal particolare punto di osservazione costituito dalla quantità di seconde case, dette anche "letti freddi", per il fatto di essere alloggi chiusi e inutilizzati per gran parte dell'anno.
CRESCE IL MALESSERE TRA I RESIDENTI - «Abbiamo cercato di quantificare le dimensioni di un fenomeno, associato alla speculazione immobiliare, che nella percezione dei residenti è diventato sempre più un elemento di malessere – ha spiegato Damiano Di Simine, responsabile dell'Osservatorio Alpi di Legambiente – troppe seconde case producono degrado del paesaggio, oneri a carico delle amministrazioni locali, e spesso concorrono al declino delle stazioni turistiche montane, oltre che al generale scadimento delle condizioni di vita di paesi in cui, per gran parte dell'anno, le case chiuse prevalgono su quelle abitate dai residenti». Il problema dell'eccesso di seconde case è presente in tutto l'Arco alpino ma mentre altrove, soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, si sta cercando di arginare il fenomeno attraverso vincoli urbanistici e misure fiscali di disincentivo, da noi la speculazione immobiliare d'alta quota pare inarrestabile, ed è assecondata da provvedimenti come i condoni edilizi e l'attuale Piano casa. «Siamo estremamente preoccupati per le conseguenze che il Piano casa, per come attuato da regioni come Lombardia, Veneto e Friuli, potrebbe determinare sulla crescita insostenibile delle volumetrie e degli alloggi utilizzati come seconde case, e per questo ci appelliamo ai sindaci affinché, ove possibile, introducano limiti all'applicazione di questa norma per tutelare non solo l'ambiente, ma anche la qualità turistica del proprio territorio» ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri.
L'ESEMPIO POSITIVO DELL'ALTO ADIGE - Se parte delle Alpi si è "innevata" di costruzioni, spesso anche brutte e comunque lontane dalle tradizioni dell'architettura locali, secondo la fotografia offerta da Legambiente ci sono ancora zone dove si è saputo salvaguardare il rapporto tra turismo residenziale e paesaggio. Esistono intere regioni, come l'Alto Adige, dove le seconde case sono una presenza assolutamente marginale. La provincia sudtirolese è indicata infatti da Legambiente come un modello turistico di successo con una dotazione di posti letto superiore a un terzo dell'intera accoglienza turistica alpina, ma distribuita in modo così capillare da portare benefici all'intera comunità, e con una presenza di seconde case ridotta al 20% del patrimonio immobiliare delle 75 località turistiche altoatesine esaminate dal rapporto. Anche qui qualche nota dolente c'è, come in Val Badia e a Nova Levante, dove le seconde case hanno numeri simili o superiori alle residenze. Ma sono comunque "rose e fiori" rispetto al quadro nazionale che vede le località più cementificate concentrate nelle regioni del Nord-Ovest: i 25 comuni "top" per quantità di seconde case sono Piemontesi (8), lombardi (7), veneti (5), valdostani (3) e trentini (2).
Stefano Rodi
11:22 Scritto in AMBIENTE | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: ambiente, alpi, cementificazione, montagna, rapporto, legambiente, comuni montani, alloggi, vacanze, territorio, scempio, turismo, dati | OKNOtizie |
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25/07/2009
I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia
I tesori di Paestum sotto il mais. L’offesa infinita alla Magna Grecia
Gli scavi sono fermi, la strada è costruita lungo le mura dell’antica Poseidonia. Invisibili per i visitatori antichi uffici, botteghe e abitazioni
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| I templi a Paestum (Corbis) |
Ho sempre avuto la sensazione che i grandi complessi archeologici del nostro Mediterraneo — da Segesta a Elea, da Oblontis a Tharros — quando sorgono nei pressi della costa, vengano quasi vivificati dalla luce e dall’aria marina che li fa miracolosamente rivivere nonostante i millenni trascorsi. È per questo che da alcuni anni, cerco sempre di passare qualche settimana a Paestum, non solo per approfittare della sterminata spiaggia ma per riassaporare la meravigliosa atmosfera dei tre templi greci del VI secolo a.C. (Nettuno, Cerere e la Basilica) sempre con la speranza che quella metà dell’antica Poseidonia venga finalmente riportata alla luce.
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| La strada nella zona archeologica (Corbis) |
Ed è qui, infatti, che mi sembra doveroso fare qualche osservazione più archeologica che turistica senza nessuna pretesa storico-scientifica. Sono davvero molti anni ormai, che mi chiedo — e chiedo agli specialisti e alle autorità locali — come mai la solenne città di Poseidonia sia ancora per più della metà sottoterra, anzi sotto il granturco che la ricopre. Come mai non possiamo ammirare gli altri settori dell’antica città greca anche nel suo quartiere degli affari, delle botteghe e delle abitazioni? E come mai dell’anfiteatro solo un terzo appare visibile al di là della strada asfaltata, che ancora interrompe a mezzo la città? Perché tutto il resto sta esso pure sotto le «proprietà private» che, ovviamente, potrebbero — anzi dovrebbero — essere requisite o comunque liberate da ogni interferenza data la ineffabile importanza di questo «sito archeologico»; certo il più solenne di tutta la Magna Grecia? Credo che nessuna scusante tecnica o politica possa giustificare questo stato di cose.
Ma c’è un altro episodio cui non posso fare a meno di accennare ed è la recente operazione mirante a creare lungo il fossato erboso che costeggia la base di tutte le mura, una sorta di viottolo in cemento e travertino. Si tratta di un’operazione che consiste nell’aver sollevato di quota il terreno esistente e, attraverso cordoli di travertino, aver creato un percorso pedonale che s’ imposta a pochi metri dalle antiche mura e il cui impatto cromatico e tecnologico ferisce crudelmente la misteriosa solennità della fortificazione grecoromana. Viene in questo modo squilibrata la percezione che si aveva delle mura stesse, e viene alterato il rapporto fra la strada e la cinta muraria. Il che ovviamente finisce per sconciare crudelmente la «poesia» del luogo dove le antiche pietre e l’erba convivevano pacificamente e dove un’ampia strada asfaltata, già preesistente, era più che idonea a chi volesse percorrere l’intero perimetro murario.
Le mie, com’è ovvio, sono solo elementari annotazioni di un incolto turista o (se si preferisce) di un appassionato archeologo dilettante, ma spero possano avere una minima eco almeno perché riprendano i lavori di «sgombero» di tutta l’area dell’antica Paestum e perché si proceda con la massima delicatezza nel recupero delle mura senza offenderle con manufatti escogitati da improvvide iniziative delle autorità locali e delle diverse Sovrintendenze, che hanno, peraltro, provveduto a ricostruire parte delle mura con le pietre originali giacenti ai loro piedi. Una manovra che ripristina maggiormente il fascino dell’antica cerchia muraria. Ma, se la ricostruzione di qualche settore delle mura è un fatto positivo, non si dimentichino le altre storture che purtroppo ancora incombono su questa zona: non solo per quanto concerne l’abusivismo edile — già segnalato sulle colonne del 'Corriere' — ma per quanto si riferisce ad altri fondamentali insediamenti archeologici, sempre di questa area campana che non godono del dovuto rilievo. Mi riferisco all’area di Hera argiva — sito già scoperto e studiato da Zanotti Bianco e Montuori — che giace ai bordi del fiume Sele a pochi chilometri dai templi, quasi dimenticato. E più ancora ad altri due epicentri favolosi: il nucleo urbano di Velia (Elea) in minima parte «scavato», sul quale è da registrare il grande impegno nel restauro di Raffaele D’Andria. Questo acuto studioso oltre a ciò, sta recuperando la deliziosa città sepolta (sotto un abitato di casolari anonimi) di Buccino, l’Antica Volcei; dove ogni casa presenta negli scantinati o sotto le fondamenta mirabili mosaici di epoca romana.
A questo punto vien fatto di riflettere, anche in chiave economico-turistica (di cui certo non sono depositario), su come sarebbe opportuno, da un punto di vista storico scientifico, ma anche turistico, attivare maggiormente la presenza di visitatori in questa zona così poco «reclamizzata». Organizzando degli itinerari archeologici ad alto livello, guidati da specialisti, che permettessero di rendersi conto (anche ai visitatori stranieri oggi purtroppo molto scarsi) non solo dell’imponente presenza dei tre templi di Paestum, ma di quella dei siti archeologici citati: Velia, Buccino, Hera argiva, tutti ancora troppo «dimenticati» negli itinerari culturali del nostro Paese.
GILLO DORFLES
12:31 Scritto in ARCHEOLOGIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: archeologia, paestum, tesori, antichitaà, sommersi, mais, scempio, offesa, scavi, tempio, strada, mura, poseidonia | OKNOtizie |
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