14/07/2010

Intrigo Usa-Iran, lo scienziato Amir: “Così mi hanno rapito”

Intrigo Usa-Iran, lo scienziato Amir: “Così mi hanno rapito”

Parla Shahram Amiri, il fisico nucleare misteriosamente scomparso nel 2009 e riapparso lunedì a Washington. L’Iran ha accusato la Cia di averlo prelevato con forza. Stati Uniti: nessun sequestro, era in America di sua volontà

 

 

“Ho attraversato due strade, un furgone bianco si è fermato davanti a me. C’erano tre persone nel veicolo: un autista, un’altra persona con la barba vestita in modo formale e una terza sul sedile posteriore. Anche questa era vestita in modo formale. In lingua Farsi mi hanno detto di far parte di un gruppo di pellegrini e hanno aggiunto: andiamo verso una moschea e saremo felici di portare anche te”. Così Shahram Amiri, lo scienziato nucleare iraniano misteriosamente scomparso nel 2009 e riapparso lunedì a Washington dicendo di esser stato rapito dalla Cia durante un pellegrinaggio in Arabia Saudita e trattenuto per 14 mesi, racconta a una televisione danese alcuni dettagli del suo sequestro.

E continua: “Stavo per entrare nel furgone e quando ho aperto la porta per sedermi la persona sul sedile posteriore mi ha puntato una pistola e mi ha detto: stai tranquillo non fare rumore. Il governo israeliano vuole assumersi tutte le responsabilità di questa vicenda. Hanno detto: se non l’obbligate a cooperare siamo pronti a prenderci le responsabilità di questo rapimento, prendere in custodia questa persona e obbligarla a parlare. Se non parla lo terremo nelle nostre prigioni segrete e daremo informazioni false a suo nome ai media, che verranno usate per danneggiare la repubblica islamica dell’Iran”.


Lo scienziato iraniano nucleare, Shahram Amiri, ha lasciato ora gli Stati Uniti e ha annunciato che al suo arrivo a Teheran racconterà ai media iraniani tutti i particolari del suo "sequestro". Amiri è partito da Washington con un volo diretto verso un Paese terzo, da cui prenderà una coincidenza per l'Iran. La repubblica islamica ha accusato gli Stati Uniti di aver rapito lo scienziato, che ha lavorato per l'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran, ma secondo altre fonti avrebbe scelto liberamente di collaborare con Washington fornendo informazioni sul programma atomico iraniano e in questo ultimo anno avrebbe vissuto in Arizona, prima di decidere il rimpatrio per le pressioni ricevute dalla sua famiglia. Per il Dipartimento di Stato Usa Amiri non è stato né rapito dalla Cia, né imprigionato negli Usa né torturato. Amiri era negli Stati Uniti "di sua volontà ed è libero di andarsene se vuole", ha detto il segretario di stato Hillary Clinton. E il portavoce del Dipartimento ha sottolineato: "Non posso dire se Amiri abbia dato informazioni sul programma nucleare iraniano”.


25/04/2010

Hawking: «Gli alieni? Esistono, ma sarebbe molto meglio evitarli»

Hawking: «Gli alieni? Esistono, ma sarebbe molto meglio evitarli»

La posizione dello scienziato in un documentario. L'astrofisico britannico: «Il contatto con la vita extraterrestre potrebbe essere disastroso»

 

Stephen Hawking
Stephen Hawking

Gli alieni? Certo che esistono, è quasi sicuro. Parola di Stephen Hawking, l'astrofisico britannico famoso per le sue tesi spesso anticonformiste. Lo scienziato però avverte: l'umanità non deve in nessun caso entrare in contatto con loro - ciò potrebbe essere devastante. La star della fisica presenta in un nuovo documentario tv i suoi pensieri sull'universo e le forme di vita extraterrestri.

RAZIONALE
- In un universo con cento miliardi di galassie, ciascuna contenente centinaia di milioni di stelle, è improbabile che la Terra sia l'unico luogo dove si sia evoluta la vita. È ciò che sostiene Stephen Hawking, 68 anni, matematico e fisico con un quoziente intellettivo di 160, fino all'anno scorso titolare a Cambridge della cattedra lucasiana di Matematica e Fisica, carica ricoperta anche da Isaac Newton. Hawking, che soffre di atrofia muscolare progressiva - costretto a vivere su una sedia a rotelle e a comunicare con un sintetizzatore vocale - è uno dei cosmologi più noti. Ebbene, da ricercatore qual è ha spiegato che «per il mio cervello matematico i numeri da soli fanno pensare che è perfettamente razionale l'esistenza di alieni», riporta il Sunday Times. Le teorie del ricercatore verranno presentate in una serie di documentari che dai prossimi giorni andranno in onda sull'emittente britannica Discovery Channel.

RISORSE DELLA TERRA
- La vita extraterrestre, spiega lo studioso, è concepibile nei modi come la conosciamo - dal microbo al bipede intelligente. Le forme più probabili di vita potrebbero essere microrganismi e animali semplici; in fin dei conti, queste specie avrebbero dominato anche la Terra per milioni di anni. Ciò nonostante, Hawking mette in guardia l'umanità dal possibile incontro con forme di vita intelligente: «Il contatto con la vita aliena potrebbe essere disastroso per la razza umana». Il motivo? Gli alieni potrebbero tentare di sfruttare la nostra Terra per le sue risorse, per poi proseguire. Lo scienziato paragona tale situazione con la quella della scoperta dell'America nel 1492: «Quando Colombo sbarcò in America, le cose non sono più andate così bene per gli indigeni». Hawking ha in mente degli alieni-nomadi che, dopo aver esaurito tutte le risorse del proprio pianeta, vanno a caccia attraverso le galassie di altri pianeti da sfruttare. Oltretutto, immagina l'esperto: «Questi esseri potrebbero sottomettere e colonizzare i pianeti a bordo di navi giganti». E sottolinea: «Basta guardare a noi stessi per vedere come potrebbe svilupparsi la vita intelligente in qualcosa che non vorremmo incontrare».

PRUDENZA
- Già in precedenza l'astrofisico aveva messo in guardia dagli incontri ravvicinati con gli altri inquilini dello spazio. «Se mai vi dovesse capitare di incontrare un alieno, state attenti: potreste essere contagiati da un virus contro il quale non possedete alcun anticorpo», aveva sostenuto Hawking in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo della Nasa.

Elmar Burchia


15/05/2009

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

Lo scienziato italiano che guarderà l’origine dell’universo

 

Remo Mandolesi 64 anni, da 17 lavora a questo progetto, seguirà il telescopio lanciato dall’Esa in Guyana

 

Remo Mendolesi
Remo Mendolesi


KOUROU (Guyana France­se) — A volte i sogni si realiz­zano. «Sì, è vero, e ci ho sem­pre creduto, nonostante le difficoltà. Adesso finisce una storia durata diciassette anni e ne inizia un’altra per la quale mi preparo da una vita». Reno Mandolesi, 64 anni, capelli bianchi e sguardo tor­nato sorridente dopo la ten­sione per il lancio, ha appe­na visto alzarsi nel cielo del­la foresta amazzonica e vola­re nello spazio il grande raz­zo Ariane-5 con nascosti nel­la punta i due telescopi co­smici Herschel e Planck del­l’Agenzia spaziale europea Esa. Mandolesi, direttore del­l’Istituto di fisica cosmica dell’Istituto nazionale di astrofisica a Bologna, è l’ita­liano che viaggerà nel tem­po perché sotto la sua guida è nato uno dei due strumen­ti imbarcati su Planck con i quali scrutare nelle nostre origini. L’altro è il francese Jean-Loup Puget dell’Insti­tut d’Astrophysique Spatiale di Orsay. Alle loro spalle ci sono 400 scienziati in tutta Europa. «In realtà — precisa Man­dolesi — si tratta di due par­ti di uno stesso occhio, che permetteranno di raccoglie­re una precisa fotografia del­l’universo 380 mi­la anni dopo il Big Bang, quando era appe­na grande come un’arancia, formato da atomi di idroge­no, particelle varie e molta radiazione».

LA SCELTA - L’impresa non è stata faci­le. «Proposi l’idea all’Esa an­cora nel 1992. Quando ven­ne scelta quattro anni dopo, fra 55 giunte da tut­ti i Paesi, brin­dai: è stato uno dei momenti più belli. Non tutto, però, è filato liscio». Vedere che cosa è succes­so poco più di 13 miliardi di anni fa, perché tanto ha im­piegato la luce ad arrivare si­no a noi, è stato, innanzitut­to, una sfida tecnologica. «Mi ero innamorato dell’ar­gomento sentendo che negli Stati Uniti Penzias e Wilson avevano ottenuto, per caso, a metà degli anni Sessanta una grande scoperta: l’uni­verso era permeato della ra­diazione fossile rimasta do­po il Big Bang. Vi dedicai la tesi di laurea e da allora di­venne la ragione della mia esistenza». Ma era solo l’inizio. «Ave­vo stretto un buon rapporto di collaborazione con l’ameri­cano George Smoot. Le cose, però, cambiavano quando lui decideva di costruire con la Nasa il satellite Cobe per ottenere un’im­magine di quel mon­do primordiale di cui la radiazione fossile era la trama. Ci riusci­va e nel 2006 conqui­stava il Premio Nobel».

LA SFIDA - La sfida era solo alle pri­me battute; il risultato servi­va soprattutto a confermare un’idea. Bisognava dunque andare oltre. A questo (dopo un secondo piccolo passo compiuto da Wilkinson, un altro satellite Nasa) rispon­de Planck, costato 700 milio­ni di euro, costruito dalle in­dustrie europee guidate da Thales Alenia Space e inte­grato anche nelle camere bianche di Torino. Lassù, in un punto lontano 1,5 milio­ni di chilometri dalla Terra il telescopio misurerà variazio­ni di temperatura di un mi­lionesimo di grado. «Così— aggiunge Mandolesi — riu­scirà a mostrare in dettaglio la struttura dell’Universo con l’obiettivo di spiegare pure la natura della materia e dell’energia chiamate 'oscure', perché se ne igno­rano le caratteristiche».

LE DIFFICOLTÀ - Ma in 17 anni ci sono sta­te anche sorprese spiacevoli. «Purtroppo ad ogni cambio di amministrazione dell’Asi che sosteneva la partecipa­zione al progetto europeo con 29 milioni di euro, tutto vacillava ed era rimesso in discussione. Intorno al Due­mila ho temuto il peggio. I fi­nanziamenti venivano bloc­cati per due anni: ero terro­rizzato di dover chiudere. Venne in soccorso Thales Alenia Space che, proseguen­do comunque il lavoro, ci permise di sperimentare lo strumento nei suoi laborato­ri di Milano. Ciò consentì di rispettare gli impegni euro­pei e quando venne installa­to sul satellite funzionò alla perfezione. Ho un ricordo di grande felicità: dallo spettro del baratro alla vittoria. Po­co dopo, purtroppo, venni sconfitto — prosegue Man­dolesi —. Si doveva aggiun­gere all’apparato una nuova parte ad altissima tecnologia e doveva essere italiana. In­vece l’Asi lo impediva la­sciando che la fornissero gli americani. Il rifiuto mi fece molto male». Superati gli ostacoli, ora è il momento della scienza e nel team europeo di Planck ci sono anche Marco Bersa­nelli dell’Università di Mila­no e Andrea Zacchei che al­l’Osservatorio di Trieste co­ordinerà il centro dove sa­ranno raccolti i risultati. Si aspettano scoperte.

Giovanni Caprara


16/03/2009

Il papà del Web truffato online

Il papà del Web truffato online

 

La curiosa beffa raccontata da tim berners-lee, «Volevo comprare un regalo dal sito di un'azienda che mi sembrava ottima. Abbiamo bisogno di nuove leggi»

 

Truffato dalla sua stessa «creatura». E’ il paradosso accaduto a Sir Tim Berners-Lee. Il papà del world wide web, in un’intervista al quotidiano britannico The Telegraph, ha ammesso di essere stato vittima di un raggiro online. E propone leggi più severe e accordi internazionali per contrastare i reati sul web.

UN PACCO – «Volevo comprare un regalo di Natale dal sito di un’azienda che mi sembrava ottima, ma che invece si è rivelata pessima. Il pacco non è mai arrivato. Ho tentato di farmi restituire i soldi, ma non c’è stato verso», dice sconsolato Tim Berners-Lee. Che aggiunge: «Ho addirittura provato a contattare il numero di telefono che compariva sul sito: mi ha risposto una voce molto gentile informandomi che il numero in effetti esisteva, ma aggiungendo, per dovere di correttezza, che non serviva allo scopo per il quale avevo chiamato». Insomma, una bella fregatura che, per la verità, non è costata molti soldi allo scienziato britannico.

ATTENZIONE – Scottato dalla triste esperienza, Tim Berners-Lee mette in guardia dai rischi della sua stessa invenzione: «Il web è fatto di cose molto positive e orribili. Puoi trovare sì la cura per alcune malattie, ma anche il modo di fabbricare una bomba». Il professore del Mit di Boston chiede quindi che per i crimini sul web si applichino leggi più severe, già previste per altri tipi di reato, e che vengano stipulati degli accordi internazionali in grado di individuare facilmente i colpevoli e la loro provenienza: «A volte abbiamo bisogno di nuove leggi, ma in altri casi quelle che ci sono vanno benissimo, basta solo applicarle al web».

VENTI ANNI DI WWW – Lo scorso 13 marzo il word wide web ha compiuto 20 anni. Con l’idea di creare uno spazio che permettesse ai ricercatori di condividere documenti elettronici, lo scienziato del CERN di Ginevra ha trasformato Internet e ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare. Ma c’è il rovescio della medaglia. Da allora truffe e raggiri circolano sulla rete insieme a milioni di virus che infettano i computer di tutto il mondo con email spazzatura.

Maddalena Montecucco