08/08/2010

Lady Diana: un libro svela 500 nuove prove sulla sua morte

Lady Diana: un libro svela 500 nuove prove sulla sua morte

Lo scrittore australianao John Morgan pubblica un libro in cui rivela che importanti fatti dell'incidente in cui perse la vita l'ex moglie del principe Carlo furono tenuti nascosti

 

 

Nuove rivelazioni sulla morte di Lady Diana. Secondo quanto riporta il Daily Express nella sua versione online, ci sarebbero almeno 500 prove di rilevante importanza che sarebbero state volutamente nascoste durante il processo di Londra del 2008. Il quotidiano britannico riprende le indiscrezioni contenute nel libro 'Diana Inquest: The Documents The Jury Never Saw' dello scrittore australiano John Morgan. Tra le prove nascoste ci sarebbero le testimonianze del patologo francese Dominique Lecomte e del tossicologo Gilbert Pepin che analizzarono il corpo della principessa e che si rifiutarono di comparire in aula. Inoltre si afferma che i campioni di sangue prelevati dal corpo dell'autista per confermarne l'eccessivo tasso alcolico, sarebbero stati presi da un altro cadavere.

Morgan chiede una nuova inchiesta, che sia indipendente, condotta dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma che venga fatta in Francia. Lady Diana mori' infatti in Francia e precisamente il 31 agosto di tredici anni fa in un incidente stradale sotto il tunnel dell'Alma a Parigi. Nell'incidente persero la vita anche il fidanzato, Dodi Al Fayed e l'autista della limousine, Henri Paul. "Nel mio libro vengono pubblicati piU' di 100 documenti importanti - ha spiegato Morgan al Daily Express - oltre ad una lista di altri 400 a cui la giuria avrebbe dovuto avere accesso se si voleva raggiungere un vero verdetto. Gli avvocati dicono che la giustizia e' cieca, ma ho le prove che sono stati i giurati ad essere stati bendati, visto che l'inchiesta ufficiale e' stata un'autentica farsa".


21/06/2010

Fonzie autore di best seller per bambini

Fonzie autore di best seller per bambini

L’ATTORE HA SOFFERTO DI DISLESSIA NELL’INFANZIA. Henry Winkler, star di «Happy Days», si è reinventato come scrittore. Ha venduto due milioni e mezzo di copie

 

Henry Winkler, lattore che intepretava Fonzie in «Happy Days»
Henry Winkler, lattore che intepretava Fonzie in «Happy Days»

Chi non ricorda il meccanico rubacuori in giubbotto di pelle della serie Happy Days che esclamava «Hey!» e faceva stragi di cuori? Diversamente da molti personaggi-icona rimasti incastrati in un ruolo per tutto il resto della loro vita, Arthur Fonzarelli al secolo Henry Winkler, ha saputo riciclarsi e rinnovarsi, scrivendo libri incentrati sul personaggio di Hank Zipzer, ragazzino dislessico che gli ha fruttato due milioni e mezzo di copie vendute negli Stati Uniti e che ora si prepara a conquistare il mercato britannico.

LA STORIA DI FONZIE – Approfondendo la sua storia non stupisce del resto che Henry Winkler, ex bulletto nato a New York, abbia una tale vena artistica e sappia parlare ai ragazzi e dei ragazzi con tanta sensibilità. Già dall’interpretazione della celebre serie si poteva intuire una certa vena comunicativa da parte del giovane Henry, oggi sessantaquattrenne padre di famiglia, tanto che Winkler riuscì a farsi scegliere per la parte di latin lover rivoluzionando i cliché estetici maschili al tempo in vigore.

LA DISLESSIA - Si aggiunga che lo stesso Fonzie soffrì di dislessia durante l’infanzia, ma all’epoca molte difficoltà scolastiche non venivano ricondotte a questo disturbo dell’apprendimento, tanto che in seguito a un test Fonzarelli venne catalogato come appartenente al 3% degli studenti più scarsi d’America e il suo disagio venne liquidato come semplice ignoranza. Fonzie insomma soffrì doppiamente per le proprie difficoltà, sentendosi oltretutto incompreso, e questa sofferenza lo portò nell’età adulta a impegnarsi con particolare forza contro la dislessia. Attraverso il suo amato personaggio Hank Zipzer, Fonzie tiene conferenze in tutto il mondo sull’argomento e promuove una sensibilizzazione capillare su questo tema che gli sta evidentemente molto a cuore. Winkler sta inoltre per iniziare una nuova serie, intitolata Ghost Buddy, che racconta la storia di un tredicenne e del suo amico immaginario. Un altro racconto che parla non a caso di ragazzini e del loro mondo, di quelle che appassionano lo spavaldo ex-meccanico Arthur Herbert Fonzarelli il cui motto era «Le ragazze si cambiano, gli amici no», ma che in realtà era pieno di timidezze e non sapeva guidare la moto.

Emanuela Di Pasqua


04/06/2010

Farefuturo: "La Rai taglia Saviano? Meglio nani e ballerine"

Farefuturo: "La Rai taglia Saviano? Meglio nani e ballerine"

La rivista online della fondazione vicina a Gianfranco Fini critica l'ipotesi di diminuire le trasmissioni del giornalista e scrittore: "Significa che nelle stanze che contano nessuno ha più a cuore le crescita culturale di una società"

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"Ma che servizio pubblico è? La Rai taglia Saviano: meglio puntare su nani e ballerine". In un editoriale di Filippo Rossi sulla rivista web di Farefuturo, si critica l'ipotesi di diminuire le trasmissioni del giornalista e scrittore Roberto Saviano. "Speriamo che non sia vero. Perché non è un bel paese quello in cui la propria televisione pubblica, la televisione di tutti, decide di tagliare un evento culturale prima che mediatico come la trasmissione di Roberto Saviano. Significa che lo stato abdica alle sue funzioni per accontentarsi di nani e ballerine, di zerbini e di veline. Significa che nelle stanze che contano nessuno ha più a cuore le crescita culturale di una società, che si vuole piuttosto allineata e coperta alle ragioni di un potere sempre più vuoto, sempre più stanco, sempre più vecchio".  

"Non lo diciamo per Saviano che ha la capacità e la forza di difendersi da solo - prosegue Rossi - Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l'idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda".




12/05/2010

Asta da record per la collezione di Mr Jurassic Park

Asta da record per la collezione di Mr Jurassic Park

Da Christie’s a New York. Venduta per 28,6 milioni di dollari la "Flag" di Jasper Johns appartenuta allo scrittore Michael Crichton

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Chi non ha visto Jurassic Park con i suoi fantastici e terribili dinosauri volanti? Un famosissimo film -del 1993- ispirato dal romanzo che lo scrittore americano Michael Crichton scrisse nel 1990 all’età di 48 anni. Laureatosi alla Harvard Medical School nel 1969 in medicina e chirurgia, Crichton tra il ’69 e il ’70 cominciò a scrivere bellissime storie di fantascienza iniziando una carriera straordinaria, terminata con la sua prematura scomparsa a Los Angeles il 4 novembre 2008. Oggi, dopo averlo celebrato come scrittore, si scopre l’altro lato della sua vita riservata. Un amore sfrenato per l’arte che lo dipinge come una persona dallo spirito vivace e sensibilissimo. «È persino banale affermare che alcuni uomini o donne sono persone del Rinascimento. Ma per quanto possa essere banale dirlo questo è il caso di Michael Crichton» ha scritto Michael Ovitz, talent agent di Hollywood.

 

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Il medico-scrittore iniziò giovanissimo e in solitudine ad amare e collezionare grandi artisti. A Los Angeles conobbe la gallerista Margo Leavin, e rimase letteralmente incantato dalla Pop Art. Nel 1971, la critica d’arte Barbara Rose racconta d’averlo incontrato negli studi della Gemini G.E.L. un rivoluzionario laboratorio-stamperia frequentato dai maggiori artisti ed epicentro della comunità creativa di L.A. Qui fece amicizia con Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Frank Stella, Claes Oldenburg e David Hockney. Legami che proseguirono per tutta la vita. Tanto che la sua ultima apparizione pubblica coincide con un intervento nell’aprile 2008 al MoMa di New York in occasione di una mostra di Jasper Johns.

Ieri sera alcuni capolavori della sua collezione sono andati in asta da Christie’s a New York. La forbice di stime complessive era tra i 40 e i 70 milioni di dollari. Ma la vendita ha avuto un successo clamoroso. Fuori da tutte le aspettative. Insomma la collezione di Mr Jurassic Park ha fatto Bingo. I 31 capolavori hanno attirato un folto pubblico di appassionati e collezionisti da tutto il mondo. E hanno fatto l’en-plein. Cento per cento di venduto. Per un incasso complessivo pari a 93,323,500 dollari (diritti d’asta inclusi). Il quadro più pagato è arrivato al lotto numero 7 del catalogo. Una piccola "Flag", una bandiera degli States, eseguita da Jasper Johns tra il 1960 e il 1966. Le bandiere di questo grande artista appartengono ormai alla raccolta delle grandi icone dell’arte moderna del Novecento. Un po’ come la "Guernica" di Pablo Picasso o le "Marilyn" di Andy Warhol. Questa versione, grande appena 45 per 68 centimetri, era stimata tra i 10 e i 15 milioni di dollari. In asta se la sono contesa quattro persone, di cui due ai telefoni e due in sala. Alla fine è stata aggiudicata a 25,5 milioni. Vale a dire 28,642,300 dollari, diritti d’asta compresi. Anche la piccola carta in bianco e nero di Roy Lichtenstein ("Girl in Water", del 1968) ha fatto centro. Partita da 500 mila dollari si è fermata a 1,874,500 dollari. Una versione dei “Mao” di Warhol, del 1973, stimata 700-900 mila dollari ha raggiunto 2,378,500. "Vase of Flowers", uno specchio inciso del 1988 di Jeff Koons, valutato 700 mila, è stato venduto a 2,322,500 dollari. Mentre il grande Robert Rauschenberg del 1960-61 “Studio Painting”, stimato 6-9 milioni, si è fermato all’ultima battuta di 11,058,500 dollari. Sempre ieri sera (alle ore 2 circa italiane), dopo i lotti della collezione Crichton, l’asta Christie’s proseguiva con altri 48 capolavori. Tra cui un enorme Lichtenstein del 1978, stimato 4,5-6,5 milioni, ma venduto per 10,162,500 dollari. Uno straordinario Yves Klein (del 1960) che ha raggiunto 12,4 milioni di dollari.

Un grande e raro Sam Francis del 1957, stimato 3-5 ma venduto a 6,354,500 dollari. Un "Achrome" del 1958 del nostro Piero Manzoni, che ha centrato la battuta finale di 4,338,500 dollari. Mentre una "Silver Liz" del 1963 di Warhol partita da 10 milioni è stata aggiudicata a 18,338,500 dollari. Il totale della serata ha fatto incassare a Christie’s in tre ore qualcosa come 231,9 milioni di bigliettoni verdi. Con una percentuale di venduto pari a circa il 94%. Sarà che l’arte ha sempre più il glamour del bene rifugio o per via dell’ampliarsi planetario del suo appeal, di fatto -almeno a New York- la crisi sui capolavori sembra essere sempre più alle spalle. E questa sera toccherà all’asta di Sotheby’s. Che tra l’altro presenta un iconico "Self Portrait" dell’eterno e magico re della Pop Art, Andy Warhol. Staremo a vedere che succede.

Paolo Manazza


07/01/2010

Nexus One gli eredi di Philip Dick contro Google

Nexus One gli eredi di Philip Dick contro Google

 

Nel romanzo da cui fu tratto blade runner aveva coniato il termine «Nexus 6». Il nome del nuovo telefonino viola le leggi sul copyright, secondo la figlia del noto scrittore di fantascienza

 

 

Il Nexus One in una foto pubblicata dal sito Usa Engadget
Il Nexus One in una foto pubblicata dal sito Usa Engadget

Non è piaciuto agli eredi di Philip Dick il nome del nuovo superfonino di Google. Secondo Isa Dick Hackett, figlia del noto scrittore di fantascienza, Nexus One è un esplicito riferimento agli androidi Nexus 6 di cui parla il romanzo «Il cacciatore di android», libro del 1968 da cui è stata tratta la pellicola-cult Blade Runner.

VIOLAZIONE - «Si tratta di una chiara violazione delle leggi sul copyright», ha dichiarato Isa Dick Hacket, annunciando di aver già spedito a Google una lettera ufficiale in cui chiede di smettere di utilizzare il nome. «Google prima fa quello che vuole e poi si preoccupa delle conseguenze», ha spiegato Isa Dick Hackett a Wired , sottolineando che «si tratta di una questione di principio», dal momento che non ha ricevuto nemmeno una telefonata informale da parte di BigG.

DUBBI - Secondo gli eredi di Dick, la scelta del nome non lascia adito a dubbi. Nexus One monta infatti un sistema operativo Android, riferimento fin troppo esplicito ai personaggi del romanzo. Eppure, diversi esperti di proprietà intellettuale si dicono perplessi. Innanzitutto, il termine Nexus non è protetto da copyright: «Un personaggio di un libro non diventa automaticamente un marchio registrato», ha spiegato l'avvocato Marc Reiner al Wall Street Journal. C'è poi anche un altro problema: a differenza di nomi come Topolino o Indiana Jones, il termine Nexus viene correntemente usato in inglese con il significato di «rete», «connessione». Google potrebbe far leva su questa accezione per difendersi dagli eredi di Dick.

PRECEDENTI - Ci sono molti altri precedenti di nomi presi in prestito da romanzi per il lancio nuovo gadget elettronico. È il caso per esempio di Droid, il nuovo cellulare di Motorola, il cui nome deriva dalla saga Star Wars di George Lucas. Droid è da tempo un marchio registrato e il distributore statunitense ha presentato una legittima richiesta per l'utilizzo, ricevendo una risposta entusiasta da parte di Lucas: «Siamo davvero onorati che abbiate scelto il nome Droid». Anche a Google, forse, sarebbe bastata una cordiale telefonata agli eredi di Philip Dick per evitare ulteriori grane legali.

Nicola Bruno


09/06/2009

Accuse al Cavaliere nel libro Einaudi rifiuta Saramago

Accuse al Cavaliere nel libro Einaudi rifiuta Saramago

 

CASO NOEMI. Il Nobel: con lui c’è da temere per la democrazia

 

MILANO — Einaudi non pubblicherà Il quaderno, il libro che raccoglie testi let­terari e politici scritti sul blog dallo scrittore porto­ghese José Saramago, pre­mio Nobel per la letteratura nel 1998. Ne dà notizia «L’Espresso» oggi in edico­la anticipando che l’editore della raccolta di saggi sarà sempre torinese, Bollati Bo­ringhieri, ma soprattutto svelando il motivo della momentanea rottura tra l’autore di Cecità e la casa dello Struzzo. «La nuova opera — scrive Mario Porta­nova — contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario». Sarama­go è severo con Berlusconi ma anche con gli italiani, il cui sentimento «è indiffe­rente a qualsiasi considera­zione di ordine morale». Ma «nella terra della mafia e della camorra che impor­tanza può avere il fatto pro­vato che il primo ministro sia un delinquente?». L’au­tore del Quaderno arriva a paragonare il nostro capo del governo a «un capo ma­fioso ».

Scrittore, poeta e critico letterario, José de Sousa Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Premio Nobel per la Letteratura nel ’98, da settembre ha aperto il blog http://caderno.jo­sesaramago. org
Scrittore, poeta e critico letterario, José de Sousa Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Premio Nobel per la Letteratura nel ’98, da settembre ha aperto il blog http://caderno.jo­sesaramago. org

«L’Einaudi — spiega per parte sua un comunicato della casa editrice che ha pubblicato quasi tutti i ro­manzi del premio Nobel — ha deciso di non pubblicare O caderno di Saramago per­ché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un 'delinquente'. Si tratti di lui o di qualsiasi altro espo­nente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’ac­cusa che qualsiasi giudizio condannerebbe».

Saramago, 87 anni, che in questi giorni è nella sua casa di Lanzarote, nell’arci­pelago delle Canarie, ha ac­cettato di rispondere via e-mail ad alcune nostre do­mande. «Non pubblico la mia nuova raccolta di saggi con Einaudi — ci scrive il premio Nobel — perché in essa critico senza censure né restrizioni di alcun tipo Berlusconi, il quale è il ca­po del governo ma anche il proprietario della casa edi­trice, come di tanti altri mezzi di comunicazione in Italia. La verità è che quella che si è creata potrebbe es­sere definita una situazione pittoresca se il fatto che un politico accumuli tanto po­tere non facesse temere per la qualità della democra­zia ».

Lo scrittore portoghese, che si rivelò nel 1982 con Memoriale del convento e che non ha mai nascosto le sue simpatie per la sinistra (si iscrisse clandestinamen­te al partito comunista por­toghese nel 1969 riuscendo a evitare le galere del ditta­tore Salazar), ci scrive che nessuno gli ha mai propo­sto di cancellare i passaggi su Berlusconi: «Ho cono­sciuto la censura durante la dittatura portoghese, l’ho sofferta e combattuta e nes­suno in una situazione di apparente normalità demo­cratica mi potrebbe chiede­re di amputare una mia ope­ra ».

Facciamo notare che cer­ti giudizi ci sembrano quan­tomeno eccessivi. Sarama­go non si scompone: «Le qualificazioni che ho dato di Berlusconi non nascono dalla mia testa ma si basa­no su informazioni giornali­stiche che ogni giorno appa­iono sulla stampa europea. Io semplicemente osservo e concludo. Con dispiacere, naturalmente». Insistiamo: perché arrivare a paragona­re Berlusconi a un «capo della mafia»? Saramago ri­sponde: «Davvero le sem­bra esagerato? È sicuro? Al­meno mi concederà che ha una mentalità mafiosa».

L’autore del Vangelo se­condo Gesù è severo anche con l’Italia: «Quando tutte le opinioni che si diffonde­vano sulla capacità creati­va, sulla modernità e talen­to artistico erano favorevo­li, non ricordo nessuno che si lamentasse di questi giu­dizi. Ora le cose sono cam­biate. L’Italia non è più il Pa­ese che emoziona, ma sor­prende non certo per le mi­gliori ragioni. Né l’Italia né coloro che amano questo Paese meritano lo spettaco­lo politico di fascinazione malata per Berlusconi».

Saramago pubblicherà il suo prossimo romanzo da Einaudi? «Del mio nuovo romanzo, che credo vedrà la luce in autunno, non si è ancora parlato e non so do­ve porterà questa faccen­da ».

Il premio Nobel non sa che altre opere di critica a Berlusconi sono state rifiu­tate da Einaudi, dalle poe­sie politiche postume di Giovanni Raboni al Duca di Mantova di Franco Cordel­li, sino al Corpo del capo di Marco Belpoliti, che l’auto­re ha preferito pubblicare da Guanda, però commen­ta: «Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però in­fine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo».

Dino Messina


11/04/2009

Il tribunale riconosce il figlio di Guareschi

Il tribunale riconosce il figlio di Guareschi

 

La conferma dal dna. Ha vissuto per 45 anni a Sydney: «Non ho mai voluto male a mio padre: lui non disse niente»

 

Giuliano Guareschi (Rastelli)
Giuliano Guareschi (Rastelli)

BRESCELLO (Parma) — «Fi­nalmente anche qui posso sentirmi a casa mia, senza bi­sogno di nascondermi». Per­ché mai il settantaseienne Giuliano, bello, onesto ed emi­grato in Australia nel lontano '62 pronuncia queste parole nella piazza dove si fronteg­giano le statue di Peppone e don Camillo? Perché quattro mesi fa, finalmente, una sen­tenza del tribunale di Parma ha posto fine ad anni di so­spetti e dicerie dichiarando che «Giuliano Montagna... è figlio naturale di Giovannino Guareschi... e accerta il diritto di Giuliano Montagna ad assu­mere il cognome paterno (Guareschi)».

Proprio così: il «papà» del parroco e del sindaco più fa­mosi d’Italia ha un figlio, in più tenuto celato per una vita intera e solo adesso ricono­sciuto anche dalla legge. «Ma sia chiaro che per questo non ho mai chiesto né chiederò un soldo» precisa Giuliano. Ci sono voluti un infarto e un ictus perché Giuliano uscisse definitivamente allo scoperto. «Per 45 anni ho vissuto a Sydney, ho fatto il giornalista alla Fiamma, il giorna­le della comunità italiana di laggiù. Nemmeno in Au­stralia ho rivelato di chi ero figlio. Pensate che nel '68 il mio capo mi chia­ma e mi dice: 'È mor­to uno scrittore italia­no che è delle tue parti: scrivi un pezzo'. Fu così che dovetti buttare giù l'arti­colo sulla scomparsa di Gio­vannino Guareschi».

Flash back necessario: si torna agli anni '30, quando il giovane Guareschi, non anco­ra sposato, non ancora scritto­re, nei paesi in riva al Po in­treccia una relazione con una diciannovenne, Luisa Carta, e nasce un figlio chiamato Giu­liano, che non viene ricono­sciuto dal padre.

«Erano tempi un po’ così, in fatto di morale — commen­ta oggi il «frutto di quella colpa» — e non ho mai voluto male a mio padre per questo. Forse nei suoi panni anch'io avrei fat­to lo stesso». Tocca a Luisa, nel frattem­po sposatasi con un certo Mon­tagna, rivelare a Giuliano ra­gazzo chi è davvero il suo geni­tore. «Rintracciai l'indirizzo dove Guareschi viveva a Mila­no — racconta il figlio — bus­sai alla sua porta. 'Di cosa hai bisogno?' mi chiese lui compa­rendo sull’uscio. 'Sono Giulia­no...' risposi. Lui capì e mi fe­ce entrare».

Nacque da lì un rapporto fatto di incontri saltuari ma sinceri. «Non gli chiesi mai nulla, se non di farmi entrare in qualche giornale a Milano. Lui non voleva, temeva che la storia del figlio illegittimo ve­nisse a galla e temeva soprat­tutto che lo venissero a sapere i comunisti, sempre a caccia di qualche argomento per at­taccarlo. Alla fine mi racco­mandò solo per un posto co­me operaio alla Barilla».

Nel '62 Giuliano prende so­gni, bagagli e fidanzata e va in Australia: «Da allora sono tor­nato raramente, nel 2000 sono rimpatriato per curarmi il cuo­re malato; pensando di essere vicino alla fine scrissi una let­tera ad Alberto e Carlotta, i fi­gli di Guareschi, ottenni una ri­sposta piuttosto fredda. Decisi di fare ricorso al tribunale di Parma perché dichiarasse che anch’io sono un Guareschi».

Nel dicembre scorso l'esa­me del Dna, confrontato con quello di Alberto e Carlotta, gli ha dato ragione. E lui è pu­re guarito dal mal di cuore.

Claudio Del Frate