16/10/2010

Scrive a Carla Bruni la mamma del ragazzo morto in carcere in Francia

Scrive a Carla Bruni la mamma del ragazzo morto in carcere in Francia

La salma è arrivata in Italia in avanzato stato di decomposizione: difficile l'autopsia. Cira Franceschi, picchiata a Grasse, chiede aiuto alla moglie di Sarkozy per fare chiarezza

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03/09/2010

Maddie, pedofilo rivela: "Rapita da zingari e rivenduta"

Maddie, pedofilo rivela: "Rapita da zingari e rivenduta"

In una lettera di cui riferisce il 'Sun' l'uomo, sospettato per il rapimento della piccola, dice: "Fu presa da una banda di nomadi, su commissione, per una coppia che non poteva avere figli"

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14/04/2010

«Bergamo, c’è un regalino per te»

«Bergamo, c’è un regalino per te»

Calciopoli - Il figlio dell’ex capitano nerazzurro: inaccettabile falsificazione. La difesa di Moggi produce una telefonata tra Facchetti e il designatore

 

NAPOLI — Alla fine il colpo di scena è al contrario. Le telefonate inedite ci sono e si sapeva, i difensori di Moggi ne chiedono l’acquisizione — per ora solo di 75 ma dicono che ce ne saranno altre — e pure questo si sapeva, il tribunale è favorevole e la Procura non si oppone, ma nemmeno queste sono sorprese. La notizia semmai viene da tutt’altra parte rispetto al tribunale di Napoli dove ieri mattina si è svolta l’udienza del processo Calciopoli più affollata di sempre. La novità viene dall’apertura dell’inchiesta della Procura della Federcalcio, che chiederà al tribunale di Napoli la trasmissione dei nuovi atti e indagherà sul contenuto delle telefonate appena acquisite, in cui ci sarebbero conversazioni di dirigenti di Inter, Roma e di altre società.

Ma è un altro il colpo di scena all’incontrario. E lo fa venir fuori un uomo che con Calciopoli non c’entra niente e vuole che nemmeno il nome di suo padre venga tirato in mezzo a questa storia: è Gianfelice Facchetti, figlio del grande Giacinto, a spegnere la luce della ribalta mediatica messa in piedi dall’entourage di Luciano Moggi. Quando viene a sapere che in tribunale l’avvocato Paolo Trofino, per dimostrare che anche l’Inter telefonava ai designatori e parlava anche di «griglie » (il tris di nomi tra i quali sorteggiare l’arbitro di ogni partita), cita una conversazione tra Facchetti e Bergamo in cui — sostiene l’avvocato — il primo dice all’altro: «Metti dentro Collina», Gianfelice detta alle agenzie una dichiarazione in cui parla di «grave, vergognosa e inaccettabile falsificazione dei fatti», e spiega che «in quella telefonata non è mio padre che pronuncia il nome di Collina ma Bergamo». Lo scopre grazie all’ormai solita diffusione delle telefonate inedite scelta da Moggi come linea difensiva fuori dal tribunale. Ma stavolta invece dei testi, ai siti di tifosi juventini nostalgici dell’ex dg sono stati mandati i file audio, ed è venuta fuori la bufala. Qualche ora dopo ne hanno diffusa un’altra in cui, stando alla trascrizione fatta dalle stesse persone che hanno attribuito a Facchetti — cambiando il senso dell’intero discorso - una parola pronunciata da Bergamo, il compianto capitano di Inter e Nazionale parla al telefono con Bergamo (è il 23 dicembre 2004) e gli dice tra l’altro: «Se tu chiami Moratti... son stato... anche ieri da lui... abbiamo parlato». Bergamo: «Io non ho più il suo numero, se tu me lo dai... infatti ricordi... ne avevamo parlato ». Facchetti: «Sì dai perché voleva... se passi di qui un giorno... ». Bergamo: «Ma dov’è è a Forte?». Facchetti: «In ufficio, no no a Milano se ti capita di venire giù perché aveva là un regalino da darti». Bergamo: «Volevo sentirlo anche così anzi avevo piacere anche di incontrarlo, di incontrarvi, insomma per fare così qualche riflessione insieme».

Da questa strategia mediatica si è sempre dissociato l’avvocato Trofino che ieri in aula ha citato l’intercettazione tra Facchetti e Bergamo per sostenere che anche altri dirigenti parlavano con i designatori: «Se Facchetti e Bergamo parlavano di griglie senza commettere, cosa di cui io sono convinto, alcun illecito — dice —, lo stesso discorso dovrebbe valere per Moggi».

Fulvio Bufi


13/04/2010

Calciopoli, Moggi a centrocampo: «Mal di gola, parlano gli avvocati»

Calciopoli, Moggi a centrocampo: «Mal di gola, parlano gli avvocati»

Al Palazzo di Giustizia di Napoli l'ex direttore generale della Juventus. I legali hanno chiesto la trascrizione di altre 75 telefonate. Alcuni tifosi fuori dal Tribunale

 

(Ansa)
(Ansa)

NAPOLI - È il grande giorno. Comunque vada al centro del "campo" è tornato Luciano Moggi, con la sua ultima difesa: il lavoro dei suoi consulenti che hanno spulciato tra le 171mila telefonate intercettate durante l'indagine che ha portato al processo «Calciopoli».
Accolto dall'incoraggiamento di alcuni tifosi bianconeri, l'ex direttore generale della Juventus, ha fatto il suo ingresso nel tribunale a Napoli. Battuta: «Non parlo. Parleranno solo i miei avvocati. Oggi ho un po' di raucedine e non posso sforzare la gola».

LE NUOVE TELEFONATE - L'attenzione di tutti è rivolta alla richiesta che hanno avanzato i legali di Moggi, Maurilio Prioreschi e Paolo Trofino, ovvero l'acquisizione di altre 75 intercettazioni che nel 2006 non furono trascritte e che per la difesa dell'ex direttore generale della Juventus dimostrerebbero invece che la tanto famigerata cupola non è mai esistita. I testi di alcune di queste intercettazioni sono stati diffusi nei giorni scorsi e per la prima volta sono comparsi presidenti e dirigenti di società rimasti estranei, del tutto o in parte, allo scandalo, da Moratti a Facchetti, passando per Cellino, Galliani e Spalletti.

LA TESI DELLA DIFESA - La tesi dei legali di Moggi è che queste telefonate, ignorate dagli inquirenti, dimostrano che l'allora dirigente bianconero non era l'unico ad avere contatti con arbitri o designatori e che anzi questa era una pratica comune. Una sorta di «tutti colpevoli, tutti innocenti» che punterebbe a scagionare Moggi, anche se l'accusa insiste sul fatto che sono i contenuti delle telefonate a fare dell'ex dg juventino il "grande burattinaio". In effetti, fin qui, di compromettente le nuove intercettazioni non hanno evidenziato granché ma c'è da scommettere che Prioreschi e Trofino abbiano i loro assi nella manica, tanto che Nicola Penta, consulente sportivo di Moggi, rivela che in una delle intercettazioni c'è un presidente di club che contatta uno dei designa­tori, invitandolo a passare «da casa del maggiore azionista della so­cietà che ti deve dare un rega­lo».


09/04/2010

Moggi scrive a John Elkann: «Ti sei comportato come l'Innominato»

Moggi scrive a John Elkann: «Ti sei comportato come l'Innominato»

«Con questo suo inaspettato e tardivo ravvedimento, mi ricorda il personaggio dei Promessi Sposi», la lettera sarà pubblicata venerdì su libero.

 

Luciano Moggi (Ansa)
Luciano Moggi (Ansa)

MILANO - E' ormai guerra aperta tra la vecchia dirigenza juventina e i principali azionisti bianconeri. Materia del contendere, l'operato della famiglia Agnelli durante lo scandalo di Calciopoli. Così in una lettera aperta al numero uno della Juventus, John Elkann, lettera che Luciano Moggi ha affidato all’edizione di domani del quotidiano Libero, l’ex direttore generale della Juventus scrive: «Caro Elkann, con questo suo inaspettato e tardivo ravvedimento, mi ricorda l'Innominato dei Promessi Sposi».

LA LETTERA - Moggi, all’indomani della prima presa di posizione della Juventus sulle nuove intercettazioni telefoniche diffuse proprio dai legali dell’ex direttore generale, accusa Elkann di non avere difeso la vecchia dirigenza, spazzata via dalle durissime condanne che la giustizia sportiva decise nel 2006 per lo scandalo Calciopoli. «Lei - scrive Moggi all’erede Agnelli - addirittura ha accusato me e Giraudo di comportamenti illeciti in ambito economico-gestionale, poi puntualmente smentiti dal giudice. Quell'assoluzione vale per Lei come una condanna». Moggi è attualmente sotto processo a Napoli per lo scandalo di quattro anni fa. Giraudo, ex amministratore delegato del club bianconero, nel dicembre dello scorso anno è stato condanato a 3 anni di reclusione in primo grado con rito abbreviato dal Giudice di udienza preliminare. Giraudo, per il quale l’accusa domandò una condanna a cinque anni, ha presentato ricorso. Moggi e Giraudo nel 2006 furono condannati a cinque anni di inibizione con proposta di radiazione dalla giustizia della Figc per il loro ruolo centrale nello scandalo Calciopoli, la vicenda più grave nella storia dello sport italiano.

Redazione online


01/04/2010

«Il Pd è in piedi, ora deve accelerare»

«Il Pd è in piedi, ora deve accelerare»

 

Con una lettera ai coordinatori dei circoli del partito, il leader replica a critiche interne. Bersani: «La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla capacità di offrire un'alternativa credibile»

 

Pier Luigi Bersani (Ansa)
Pier Luigi Bersani (Ansa)

ROMA - Una lettera di risposta ad un'altra lettera, quella di 49 senatori del suo partito. Nonostante la «delusione» per la perdita del Lazio e del Piemonte «per una manciata di voti», il Pd «è in piedi», e ora deve «accelerare» sulla strada della costruzione dell'alternativa al governo del centrodestra. È quanto scrive il leader del Pd Pier Luigi Bersani proprio in una lettera ai coordinatori dei circoli del Pd.

LA MISSIVA - «La possibilità di cambiare il corso delle cose - si legge nella sua lettera - è legata alla nostra capacità di offrire un'alternativa positiva e credibile, di dare un'altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente. Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell'elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare più gravi».
«Le recenti elezioni regionali - scrive Bersani - sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte. Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico». Prosegue Bersani: «Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e quindi pur dentro a elementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro. Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c'è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi». «Il principale responsabile di questa situazione - continua la lettera di Bersani - è il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi». «Dobbiamo servire il Paese - sottolinea il leader democratico - raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione. Il Partito democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese. È il partito che non accetta che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista. È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità nazionale. Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi».

Redazione online


16/12/2009

E Veronica scrive al marito Il biglietto: sono addolorata

E Veronica scrive al marito Il biglietto: sono addolorata

 

La moglie. Ha preferito evitare di andare di persona a trovarlo:«Assurdo, non me lo sarei mai aspettato»

 

Veronica Lario (Ansa)
Veronica Lario (Ansa)

MILANO — Una lettera breve. Scritta come d’abitudine in stilografica nera e con la sua calligrafia ordinata. Veronica Lario ha affidato il dispiacere per quanto accaduto a queste poche righe, fatte con­segnare al marito, ricoverato al San Raf­faele, da un uomo della scorta. Un gesto non dovuto, ma che la moglie del presi­dente del Consiglio ha ritenuto giusto fa­re perché le è sembrato l’unico modo, in una fase così complicata per la coppia, di far sapere a Silvio Berlusconi che, no­nostante tutto — nonostante il divorzio, le guerre legali, i rancori —, una cosa del genere non può che addolorarla. A chi l’ha sentita, Veronica Lario ha confessato stupore e incredulità per quanto è accaduto: «Assurdo, non me lo sarei mai aspettato. Sono addolorata. Per uno come Silvio, abituato a stare tra la gente, non sarà facile da questo mo­mento in poi». Come ha ricordato que­st’ultimo dal suo letto di ospedale, «so­no pur sempre il padre dei suoi figli».

Ma i due da mesi non si parlano. Neppu­re quando è nato Edoardo, il secondoge­nito di Barbara, si sono incontrati. Il grande gelo, tra loro, è calato dal giorno in cui la signora Lario ha annunciato pubblicamente la sua decisione di divor­ziare. Da allora, Veronica si sottrae al «palcoscenico mediatico» con meticolo­sa perseveranza. E anche su suggerimen­to dei suoi legali non parla con i giornali­sti né direttamente né indirettamente. «Interverrò solo se toccheranno i miei tre figli», ricorda sempre. Ecco perché chi la conosce bene spiega che, soprat­tutto ora, «non sarebbe stato opportuno andare al San Raffaele. Le telecamere, i cronisti, i fan, il via vai di politici e ami­ci: a Veronica tutto questo non piace». E anzi, lei avrebbe accolto con disappunto il fatto che il marito abbia detto aperta­mente che si sarebbe aspettato una sua visita in ospedale. Come non le è piaciu­ta l’indiscrezione, poi smentita da Palaz­zo Chigi, di una sua telefonata al pre­mier. Ha lasciato invece, come da sempre in­vita a fare, che i figli stessero vicini al pa­dre. Barbara, la primogenita, ed Eleono­ra, che ovviamente sono preoccupatissi­me.

Come lo è Luigi, il più piccolo, rag­giunto da questa brutta notizia mentre si trovava a Hong Kong, dove sta seguen­do il progetto Erasmus. Si è organizzato in fretta e furia, ha prenotato il primo vo­lo in partenza per l’Italia ed è atteso per oggi. Eleonora, invece, che dopo essersi laureata in Economia a New York sta tra­scorrendo un periodo a Milano, è già an­data più volte dal papà. Come anche Bar­bara, che ieri ha portato con sé Edoardo, di appena cinque mesi. Il primogenito, Alessandro, due anni e mezzo, ha preferi­to invece lasciarlo a casa, forse per non mostrargli il nonno con il volto ferito. Così, mentre lei ieri entrava al San Raffa­ele, da un’altra porta usciva la sorella Ma­rina. Una «staffetta» non casuale, che ha evitato in questo modo un incontro di­retto tra le due.

Angela Frenda


15/12/2009

Tartaglia scrive al premier «Un atto vigliacco ed inconsulto»

Tartaglia scrive al premier «Un atto vigliacco ed inconsulto»

 

L'uomo che ha colpito Berlusconi a Piazza Duomo si scusa dal carcere. Ha spiegato il gesto contro Berlusconi con il forte dissenso politico. Interrogato a San Vittorio

Massimo Tartaglia ripreso da Sky

 

 

Massimo Tartaglia, l'uomo fermato dopo l'aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (Ansa)
Massimo Tartaglia, l'uomo fermato dopo l'aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (Ansa)

MILANO - Massimo Tartaglia ha inviato una lettera di scuse a Berlusconi in cui esprime il suo dispiacere «per un atto superficiale, vigliacco ed inconsulto». La lettera è stata inoltrata tramite i difensori di Tartaglia, gli avvocati Daniela Insalaco e Gian Marco Rubino. Tartaglia, esprimendo il proprio «sentito dispiacere», come si legge in una nota firmata dai suoi legali - «ha dichiarato di non riconoscersi» in quello che lui stesso nella missiva ha definito come «un atto superficiale, vigliacco ed inconsulto». Nel frattempo sono in corso accertamenti sulle condizioni di salute di Massimo Tartaglia da parte di medici psichiatri nel carcere di San Vittore. Nella notte, l'uomo che ha colpito Berlusconi a Piazza Duomo, era stato trasferito nel carcere milanese, dove è in isolamento e guardato a vista.

L'INTERROGATORIO - Nelle oltre quattro ore di interrogatorio, prima del trasferimento nel carcere milanese, Massimo Tartaglia ha reso piena confessione. Davanti al pm e agli agenti della Digos, domenica sera, il 42enne che ha ferito il premier Silvio Berlusconi in piazza Duomo ha giustificato il suo gesto con motivazioni politiche: avrebbe parlato di una forte avversione nei confronti delle politiche del Pdl e in particolare della politica del premier. Martedì sarà interrogato dal gip, a San Vittore, che dovrà anche decidere se tenerlo in carcere oppure farlo custodire in una struttura specializzata. Nell' interrogatorio davanti agli inquirenti ha dichiarato «di aver agito da solo» e ha escluso «qualsiasi militanza o appartenenza politica». Gli investigatori hanno trovato nella piccola borsa dell'uomo arrestato uno spuntone di plexiglas lungo 20 centimetri, un grosso accendino da tavolo, un crocifisso di 30 centimetri e un soprammobile di quarzo del peso di diversi etti. La contestazione della premeditazione è scattata anche perché due di questi oggetti (l'accendino e lo spuntone di plexiglas) Tartaglia li aveva presi dalla propria abitazione. L'uomo è stato in cura per problemi psichici fino al 2003 al Policlinico di Milano. Nel suo racconto agli inquirenti ha spiegato che era andato al Duomo per assistere al comizio del premier e che se ne era andato quando ancora Berlusconi era sul palco, dissentendo da quello che il presidente del Consiglio stava dicendo. Il grafico 42enne stava raggiungendo la metropolitana quando ha visto la macchina del presidente del Consiglio parcheggiata, ma soprattutto ha sentito le grida di alcuni contestatori che hanno attratto la sua attenzione. A quel punto si è infilato in una strada laterale per tornare indietro e si è trovato davanti Berlusconi a cui ha lanciato il souvenir che aveva comprato poco prima su una bancarella.

IL PM PREPARA LA RICHIESTA DI CONVALIDA D'ARRESTO - Sul tavolo del procuratore aggiunto Armando Spataro è appena arrivata intanto l'informativa della Digos relativa all'aggressione a Berlusconi. Spataro sta preparando la richiesta di convalida dell'arresto del grafico 42enne al quale sono contestate le lesioni volontarie pluriaggravate. Se la prognosi del premier dovesse superare i 40 giorni si aggiungerebbe anche un'ulteriori aggravante, quella delle «lesioni gravi». Il gip che dovrebbe occuparsi del caso, e decidere sulla convalida dell'arresto, è Alessandra Cerreti.

SI INDAGA SULLE SUE CONOSCENZE - Gli inquirenti lavorano ora sulla rete di conoscenze e sulle frequentazioni dell'aggressore 42enne. Secondo alcune indiscrezioni, quello che preoccupa di più le forze dell'ordine è che, pur trattandosi apparentemente di un gesto isolato, Tartaglia, proprio perché psicolabile, possa essere stato manovrato da qualcun altro, anche se Tartaglia avrebbe ribadito anche agli agenti del carcere di San Vittore «l'ho fatto io da solo, non sono il killer di nessuno».

LA PSICOLOGA - L.M., la psicologa che saltuariamente segue Tartaglia da quando l'uomo non è più in cura al policlinico, è irremovibile nel suo silenzio e chiarisce di essere fermamente intenzionata a non parlare con i giornalisti: «Quello che ho da dire lo dirò solo ed esclusivamente alla Procura della Repubblica e alla direzione sanitaria dell'ospedale per cui lavoro. Vedranno loro cosa fare».

RISCHIA OLTRE 5 ANNI DI CARCERE - A questo punto se Massimo Tartaglia sarà dichiarato colpevole al termine del processo del reato che gli è stato contestato con l'arresto avvenuto in flagranza - lesioni personali pluriaggravate da premeditazione e dalla qualifica di pubblico ufficiale della parte offesa - rischia una pena da cinque mesi e mezzo a cinque anni e mezzo di reclusione. Questo, tuttavia, senza tener conto di attenuanti o diminuenti di cui Tartaglia potrebbe beneficiare e a prescindere da un'eventuale querela del premier dal momento che la contestazione dell'aggravante della premeditazione rende il reato perseguibile d'ufficio. Il reato di lesioni personali è punito dal codice penale con una pena da tre mesi e tre anni di reclusione. Bisognerà poi tener conto degli aumenti di pena previsti dalle due aggravanti: metà della pena per la premeditazione, un terzo per la qualifica di pubblico ufficiale di Berlusconi. Sulla quantificazione della pena avranno poi incidenza eventuali attenuanti che potrebbero essere concesse a Tartaglia: prima tra tutte le «generiche», dal momento che, secondo quanto è emerso, l'uomo non ha precedenti penali. Inoltre, bisognerà valutare se i giudici riterranno di approfondire, attraverso una perizia (circostanza molto probabile visto i lunghi periodi di cure), gli aspetti psichiatrici della personalità di Tartaglia, dalla capacità di stare in giudizio dell'uomo all'eventuale vizio parziale di mente, circostanza, quest'ultima, che avrebbe l'effetto di determinare una riduzione della pena. Il processo, tuttavia, per ora appare lontano: il primo passo dell'indagine sarà l'udienza, che il gip ha già fissato per martedì, per la convalida dell'arresto di Tartaglia, il quale sarà assistito dal difensore di fiducia. Secondo fonti giudiziarie, nel caso specifico la convalida sembra scontata, mentre è ampio il ventaglio delle ipotesi sulle mosse successive del giudice. Questi potrebbe disporre la scarcerazione di Tartaglia se non riterrà sussistenti esigenze cautelari; diversamente, potrà emettere ordinanza di custodia cautelare, in carcere (come richiesto dal pm Armando Spataro) o agli arresti domiciliari. Il gip, peraltro, valutato il quadro clinico del paziente, potrebbe anche disporre che la detenzione cautelare di Tartaglia avvenga in un luogo di cura.


26/09/2009

Fiorello: il rispetto, innanzitutto per Mike Bongiorno e la sua famiglia

Fiorello: il rispetto, innanzitutto per Mike Bongiorno e la sua famiglia

 

Lo showman interviene sul caso degli spot postumi


Fiorello con Mike Bongiorno (Infophoto)
Fiorello con Mike Bongiorno (Infophoto)

Non ho l'abitudine di scri­vere lettere ai giornali. Ma questa volta voglio pro­prio farlo perché sento la ne­cessità e anche il dovere di proteggere, in memoria del mio amico Mike, la sua fami­glia da sospetti maliziosi che serpeggiano in alcuni com­menti letti in questi ultimi giorni sui giornali. Mi riferi­sco alla vicenda degli spot che vedono protagonisti me, Mike e suo figlio Leonardo. La fami­glia ha spiegato in maniera molto semplice e chiara le ra­gioni della sua decisione di mandare comunque in onda gli spot, ultimo lavoro di Mike. Rispetto chi non condivide questa scelta che, al contra­rio, io ho condiviso e abbrac­ciato completamente; quello che però trovo davvero di pes­simo gusto è la volgarità di chi ha tentato di destare an­che solo il sospetto che questa scelta nascondesse un presun­to vantaggio economico a fa­vore della famiglia Bongior­no.

Mi prendo io l'onere di pre­cisare quanto evidentemente non è chiaro a chi è abituato, forse, a ragionare sempre al­l’ombra della malafede e a non considerare che esistono anche altri valori che regolano le azioni umane. La famiglia Bongiorno non trae alcun vantaggio ulterio­re, oggi, dalla messa in onda di quegli spot, se non la sereni­tà di aver interpretato la vo­lontà di Mike. Poi c'è persino chi ha volu­to leggere in questa decisione un tentativo di sfruttare un'oc­casione per una presunta car­riera di Leonardo nello spetta­colo, altra insinuazione bana­le e priva di fondamento. Io invece ci leggo semplice­mente molta tenerezza, una scelta guidata dal cuore e il co­raggio di tener fede ad una propria convinzione senza in­dietreggiare di fronte alle criti­che. Questa è la mia personale opinione, rispettabile, spero, come tutte le altre. Quello che non è rispettabi­le sono le ricostruzioni infon­date e maliziose che, comun­que, non riusciranno a sporca­re l'emozione autentica che ci regala vedere Mike ancora una volta in tv.

Rosario Fiorello

Fonte: Corriere della Sera