14/03/2011
Gelmini: «Più bidelli che carabinieri, ma aule sporche»
Gelmini: «Più bidelli che carabinieri, ma aule sporche»Il ministro dell'Istruzione polemico: chi era in piazza manda i figli alle private. «Gli insegnanti sono pagati poco? È vero, il problema è che sono troppi»
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28/04/2009
Le scuole private nella lista dei beni di lusso per il fisco
Le scuole private nella lista dei beni di lusso per il fisco
Lotta all’evasione Secondo l’Agenzia delle entrate sono indice di ricchezza. I genitori degli istituti cattolici: è roba da Soviet
ROMA — Le scuole paritarie insorgono contro il «Decalogo » antievasione messo a punto dall’Agenzia delle Entrate, che individua nelle scuole definite «private», un «servizio di lusso», e quindi un indicatore attendibile di ricchezza. Da controllare con attenzione e confrontare con la dichiarazione dei redditi, per stanare i ricchi che evadono le tasse, anche con la ricerca a tappeto di informazioni. Con lo stesso meccanismo, dunque, con cui la Guardia di finanza, il braccio operativo dell’Agenzia delle Entrate, si appresta a acquisire i dati dei clienti dei concessionari delle auto di lusso, dei cantieri navali, ma anche, si legge nella circolare del 9 aprile scorso, di «porti turistici, circoli esclusivi, centri benessere e agenzie di viaggio». È solo un affinamento del metodo di analisi degli agenti del fisco, perché i vecchi parametri del 1992, le banche dati classiche, non tengono il passo della furbizia in un Paese dove, come ricorda spesso il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, solo 15 mila contribuenti dichiarano più di 300 mila euro, ma si immatricolano 250 mila auto di lusso all’anno.
«Usi e abitudini sono cambiati », spiega l’Agenzia. «È roba da soviet!» replica Maria Grazia Colombo, presidente dell’Agesc, l’Associazione dei Genitori delle Scuole Cattoliche. «Ci devono spiegare innanzitutto cosa intendono per scuole private, un termine che non ha riferimenti legislativi. Temiamo che pensino alle scuole paritarie», insiste la Colombo, «e non capisco, perché queste fanno parte a pieno titolo del sistema scolastico pubblico. Mettere sullo stesso piano noi con chi possiede gli yacht è scorretto e discriminante» dice il presidente dell’Agesc. Il timore, spiega, è che la Circolare dell’Agenzia, «un documento interno, dischiuda la possibilità di fare controlli a tappeto, con un pregiudizio nei confronti di genitori che magari fanno grossi sacrifici e che vengono rubricati come possibili evasori».
Per la verità il «Decalogo» dell’Agenzia non fa un collegamento diretto tra l’accertamento della reale capacità di reddito, da parte degli agenti del fisco, cui serve come indirizzo operativo, e l’infedeltà fiscale. Anche se per gli istituti scolastici che riscuotono le rette non ci vuole molto a fare due più due. «È giusto combattere l’evasione fiscale, ma qui si sta andando contro un diritto costituzionale, quello della libertà di educazione dei figli» continua la Colombo. «E dire che chi ci governa — sibila — ha messo in piedi un partito che si chiama 'delle Libertà'. O mi sbaglio?». La presa di posizione è condivisa da tutte le associazioni che rappresentano il mondo della scuola paritaria. Nove sigle in cui si raccolgono gestori, genitori, studenti, alcune della quali laiche: oltre l’Agesc, Fidae, Agidae, Ciofs-Scuola, Cnos-Fap, Fism, Foe, Msc. E l’Aninsei, l’associazione delle scuole non statali che è anche iscritta alla Confindustria. «È una cosa molto antipatica: perché ci dobbiamo difendere dalla presunzione di essere evasori fiscali?» dice il presidente, Luigi Sepiacci. «Questa circolare suona quasi come una minaccia, e in Italia si sa, basta un avviso di garanzia per finire sul patibolo». «Nella mia scuola, che è paritaria, posso dire che solo il 10% delle famiglie ha redditi consistenti. Moltissime altre, la maggior parte, fanno grandi sacrifici per far studiare i loro figli. Mi pare una campagna mirata contro di noi» continua Sepiacci. «E non sarebbe nulla, se non avessimo tutti la sensazione, e anche un po’ di paura, di una macchina fiscale iniqua e inefficiente. Se paghi le tasse non dovresti avere nulla da temere, ma in Italia anche se le paghi sei martoriato, perseguitato dalle cartelle pazze». Ma alle Entrate ribadiscono che la circolare è contro chi evade le tasse.
Mario Sensini
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12/01/2009
Insegnare per anni gratis nelle private
Insegnare per anni gratis nelle privateAssunzioni regolari per il punteggio, ma stipendio uguale a zero o quasi. La tacita regola imposta ai giovani docenti in Campania. Tutti sanno, ma nessuna denuncia
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STATISTICHE - Secondo i dati Istat del 2006, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.
LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».
LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».
LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».
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