22/05/2009

Messico, fuga in massa dal carcere Con la complicità delle guardie

Messico, fuga in massa dal carcere Con la complicità delle guardie


La prova nelle immagini registrate dalle telecamere a circuito chiuso del penitenziario. In 53 evadono dal penitenziario di carcere di Cieneguillas, con l'aiuto de secondini

 

 

 

 

 

WASHINGTON – Il 16 maggio dal carcere di Cieneguillas, Zacatecas, sono evasi 53 detenuti, in gran parte legati al narcotraffico. Ieri il quotidiano Reforma ha diffuso le immagini registrate dalle telecamere a circuito chiuso del penitenziario. Un filmato che documenta l’evidente complicità delle guardie. Nel primo spezzone – senza sonoro - si vedono i criminali aprire la porta della cellula ed uscire in gruppo mentre i tre agenti in servizio non oppongono la minima resistenza. Nel secondo filmato compaiono dei militari, mitra in pugno. Ma non sono arrivati per stroncare l’evasione: si tratta, infatti, di banditi vestiti da poliziotti che sono entrati per aiutare i loro compagni. L’ultimo video riprende l’esterno del carcere ed una colonna di mezzi, alcuni dei quali hanno insegne della polizia e lampeggiatori. Viene aperto un cancello e i veicoli entrano, quindi parcheggiano indisturbati. Le sentinelle del carcere non si vedono. Poco dopo arrivano gli evasi che salgono sui veicoli e se ne vanno. Passa qualche minuto, il piazzale è ormai vuoto. Finalmente spuntano i secondini: due escono da una torretta dove erano rimasti senza muovere un dito, altri sopraggiungono con i fucili in pugno.

ARRESTATO L'EX DIRETTORE - Una messinscena. In seguito all’evasione, le autorità messicane hanno disposto l’arresto dell’ex direttore, del supervisore e di decine di agenti. L’episodio è solo una conferma dei legami tra i cartelli della droga e ampi settori delle forze dell’ordine. Un fenomeno che ha costretto il governo ad impiegare l’esercito contro i narcos.

Guido Olimpio


22/04/2009

Pedofilo violentato a San Vittore, condannati due agenti di custodia

Pedofilo violentato a San Vittore, condannati due agenti di custodia

 

L'accusa nei loro confronti è di non essere intervenuti per aiutarlo. Gli agenti dovranno risarcire 100 mila euro ad un ragazzo che fu picchiato e sodomizzato da altri detenuti

 

 

Il carcere milanese di San Vittore (Fotogramma)
Il carcere milanese di San Vittore (Fotogramma)

 

 

 

MILANO - Due agenti della polizia penitenziaria sono stati condannati a risarcire 100 mila euro a un uomo che, quando nel 2001 si trovava detenuto nel carcere milanese di San Vittore per violenza sessuale nei confronti di un minore, venne sodomizzato, picchiato e minacciato da altri carcerati, senza che gli agenti intervenissero per aiutarlo. Lo ha deciso la prima sezione civile della Corte d'appello di Milano.

LA RICOSTRUZIONE - I fatti risalgono all'ottobre 2001, quando l'uomo si trovava nel sesto raggio del carcere di San Vittore, perchè arrestato per una presunta violenza sessuale su un minore. I due compagni di cella lo costrinsero a ingerire una sostanza nauseante e l'uomo si sentì male. Chiese aiuto all'agente che piantonava la cella, che non gli diede retta. Il detenuto venne poi picchiato dagli altri con una caffettiera e, nonostante il mattino seguente fosse coperto di ematomi in viso, un altro agente, quello addetto alla consegna della posta, gli rispose «sono affari vostri» e si rifiutò di accompagnarlo in infermeria. Nel giudizio penale, in primo grado, i due agenti erano stati condannati, ma poi in appello erano stati assolti. La Cassazione, infine, aveva annullato la sentenza di secondo grado. Il giudice civile oggi ha deciso sul risarcimento.


09/03/2009

L'impero dei Casalesi a Modena: cinque fermi, in manette anche due «secondini»

L'impero dei Casalesi a Modena: cinque fermi, in manette anche due «secondini»

 

Le guardie carcerarie portavano messaggi in carcere, ad esponenti del clan sottoposti al regime del 41 bis

 

 

 

CASERTA - È in corso dalle prime ore della mattina una vasta operazione anticrimine della Polizia di Modena a carico di componenti del clan dei Casalesi. I provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Bologna sono cinque; due riguardano agenti della Polizia Penitenziaria in servizio presso il carcere di Modena. Le accuse sono di vario tipo tutte aggravate dalla partecipazione ad associazione di stampo camorristico. L’operazione arriva a conclusione di un’ indagine, avviata nel dicembre 2007, ed è lo stralcio di una più vasta indagine avviata dalla procura antimafia di Napoli, che ha consentito di riscontrare l’infiltrazione di esponenti del clan in provincia di Modena, oltre che nelle tradizionali attività estorsive, anche nell’apparato amministrativo ed in attività economiche di trasformazione, come la gestione di circoli privati. Secondo quanto è emerso, alcuni esponenti dei Casalesi, detenuti nella Casa Circondariale di Modena in regime di «alta sicurezza», con la compiacenza di due operatori della polizia penitenziaria di Modena, impartivano ordini e direttive, sia per mantenere contatti con l’esterno (con la provincia di Modena e con altri centri dell’Agro Aversano). Attraverso i due agenti i camorristi ricevevano visite anche di persone che non avevan o legami di parentela con loro. Numerosi i sequestri e le perquisizioni nell’ambito dell’operazione denominata «Medusa». Le due guardie carceraria in cambio dei favori avrebbero avuto la gestione di due club (in realtà la polizia sospetta siano state delle bische clandestine) realizzate con il denaro del clan dei casalesi. Tra le altre attività in cui sono coinvolti i casalesi quella dell'edilizia: le ditte legate ai clan si sono mimetizzate tra le imprese legali. Sono circa seicento le imprese edili con sede nell'agro Aversano che operano nel modenese e in altri centri dell'Emilia e della Romagna.

Minacce di rappresaglie nei confronti del magistrato di sorveglianza di Modena che non aveva concesso permessi premio richiesti da affiliati al clan dei Casalesi. È uno degli aspetti dell’operazione della Polizia di Modena e della Dda di Bologna contro i casalesi. «Non ne vuole sapere proprio dei casalesi... eppure lo dobbiamo buttare con la testa sotto, quello lo deve capire... deve passare quel guaio, deve passare quello...», sono le frasi intercettate in cui gli affiliati parlavano del magistrato. Sulla base delle minacce rivolte, il comitato provinciale per la sicurezza di Modena dal mese di ottobre 2008 ha disposto un servizio di vigilanza, che è ancora attivo. Intanto si è appreso che i due agenti della polizia penitenziaria arrestati (originari di Carinola e Caivano), facevano da tramite tra gli appartenenti al clan in carcere e gli altri affiliati e avrebbero mantenuto tutti i contatti con l’esterno per le necessità dei detenuti. I due avrebbero permesso l’accesso all’interno della struttura penitenziaria di persone mai autorizzate e che poi avevano colloqui proprio con i detenuti affiliati ai Casalesi: così - secondo le indagini - dettavano regole all’esterno. In alcune occasioni, i due operatori avrebbero poi informato i soggetti del clan detenuti a Modena della possibilità di essere intercettati. I favori resi in carcere da uno dei due agenti della Penitenziaria - secondo l’inchiesta - erano stati pagati anche con la partecipazione alle quote di uno dei due circoli privati del Modenese (uno a Castelfranco Emilia ed uno a Carpi) che facevano capo ai casalesi. L’operazione, che ha portato anche a cinque denunce e al sequestro di due club adibiti a sale da gioco, è il risultato di circa un anno di indagini svolte congiuntamente dal Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria di Roma e dalla Mobile di Modena, con la collaborazione del personale di Polizia penitenziaria della casa circondariale di Modena.