19/05/2012

Brindisi, bomba colpisce una scuola. Almeno 6 studenti feriti, muoiono due ragazze

Brindisi, bomba colpisce una scuola. Almeno 6 studenti feriti, muoiono due ragazze

BRINDISI, una bomba davanti alla scuola: muoiono due ragazze. L'esplosione nell'Istituto Morvillo Falcone, il sindaco di Brindisi Consales: «Attacco della criminalità organizzata»

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03/01/2011

Palermo, minacce di morte al senatore Vizzini

Palermo, minacce di morte al senatore Vizzini

Il presidente della commissione affari costituzionali replica: «non ci fermeremo». Un suo collaboratore avvicinato da due uomini: «Scipperemo la testa a te ed a quel pezzo di m...»

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29/09/2010

Inchiesta Fastweb e Telecom Sparkle: indagati furono coperti da investigatori

Inchiesta Fastweb e Telecom Sparkle: indagati furono coperti da investigatori

Alcuni degli arrestati stanno collaborando con la procura di Roma. Nuovo filone dell'inchiesta sul maxiriciclaggio da 2 miliardi: nel mirino degli esponenti delle forze dell'ordine

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08/09/2010

Riciclaggio, l'ex senatore Di Girolamo: «Mokbel mi minacciava e mi picchiava»

Riciclaggio, l'ex senatore Di Girolamo: «Mokbel mi minacciava e mi picchiava»

«Dominava tutti per la sua forza economica e i rapporti con persone poco raccomandabili». I verbali dell'interrogatorio dell'esponente del Pdl, coinvolto nell'inchiesta dello scorso febbraio

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28/07/2010

Inchiesta P3, Dell'Utri non risponde I pm: «Il suo ruolo superiore a Verdini»

Inchiesta P3, Dell'Utri non risponde I pm: «Il suo ruolo superiore a Verdini»

Dura pochi minuti l'interrogatorio del senatore del Pdl. Bankitalia: «Gravi irregolarità nella banca di Verdini», sottosegretario Caliendo indagato. Berlusconi e Alfano: «Ha nostra fiducia»

 

ROMA - È durato pochi minuti l'interrogatorio di Marcello Dell'Utri davanti al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo. Il senatore del Pdl si è avvalso infatti della facoltà di non rispondere in merito all'inchiesta denominata P3. «A Palermo 15 anni fa ho parlato 17 ore e sono stato rinviato a giudizio sulla base della mie dichiarazioni. Ho imparato da allora», ha detto Dell'Utri dopo essere uscito dal tribunale. Il senatore del Pdl è indagato per la violazione della legge Anselmi rispetto alla costituzione di una presunta associazione che è al centro dell’inchiesta. Per i pm romani, invece, il ruolo di Dell'Utri sotto il profilo politico sarebbe stato superiore a quello del coordinatore del Pdl Denis Verdini, che è stato interrogato lunedì.

CALIENDO INDAGATO MA HA FIDUCIA DI BERLUSCONI - Nel registro degli indagati è finito anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, accusato di aver preso parte alla presunta associazione segreta messa in piedi da Carboni, Martino e Lombardi. In serata il premier Berlusconi, dopo un incontro con il sottosegretario, gli ha rinnovato la sua «piena fiducia» invitandolo «a continuare a lavorare con l'impegno fin qui profuso». Anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in una nota ha ribadito il proprio «sostegno del senatore Caliendo», rinnovandogli «fiducia e solidarietà».

CALIENDO: «MAI CONTATTATO GIUDICI CONSULTA» - Il sottosegretario ha replicato alla notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati assicurando di non aver «mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale favorevoli o contrari al lodo Alfano». Caliendo ha indicato Lombardi come «millantatore» e detto che al pranzo a casa Verdini del 23 settembre 2009 lui rimase solo mezz'ora e «solo successivamente ho appreso che si era parlato anche del lodo Alfano». Caliendo sarà ascoltato in procura in qualità di indagato.

IL RUOLO DEL SOTTOSEGRETARIO - Nelle intercettazioni fin qui rese pubbliche, in più di una circostanza Caliendo viene sorpreso a discorrere con alcuni degli altri indagati di alcune nomine ai vertici della magistratura. Dagli atti emerge in particolare il tentativo di Pasquale Lombardi di coinvolgerlo nelle manovre per ostacolare l'abrogazione del Lodo Alfano da parte della Consulta. I carabinieri definiscono in un'informativa Caliendo personaggio «vicino al gruppo» di Flavio Carboni, uno di quelli «che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d'interferenza». Un incontro, in particolare, è al centro degli interessi degli inquirenti: il pranzo in casa Verdini, con Dell'Utri e i magistrati Arcibaldo Miller e Antonio Martone. In quella sede si sarebbe discusso del lodo Alfano, ma probabilmente anche della nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d'appello di Milano e del ricorso presentato in Cassazione dall'ex sottosegretario Nicola Cosentino contro l'ordinanza d'arresto emesso dalla procura di Napoli. Inoltre, spesso il sottosegretario viene sorpreso a telefono con Lombardi, e i due sembrano intrattenere rapporti colloquiali: «Ormai guagliò ti è spianata la via per i' a fà o' ministro, o' vuoi capiscere o no?», gli spiega un giorno il geometra finito in carcere. Oppure, il 4 novembre scorso, al telefono con Marra, Lombardi precisa: «Poi ho parlato con Giacomino e... stiamo operando».

COMMISSARIAMENTO DEL CREDITO COOPERATIVO - Nel frattempo, dopo le dimissioni di Verdini da presidente del Credito cooperativo fiorentino, si è saputo che la Banca d’Italia ha chiesto con una nota scritta il commissariamento della banca per gravi irregolarità. In relazione ai risultati degli accertamenti ispettivi di vigilanza condotti presso il Credito Cooperativo Fiorentino - Campi Bisenzio - Società Cooperativa, la Banca d'Italia, con delibera adottata all'unanimità dal Direttorio il 20 luglio, «ha proposto al Ministro dell'economia la sottoposizione dell'azienda alla procedura di amministrazione straordinaria "per gravi irregolarità nell'amministrazione e gravi violazioni normative, ai sensi dell`art. 70, comma 1, lett. a), del Testo Unico Bancario». In serata si è poi saputo che il ministro del Tesoro Tremonti ha firmato il decreto di commissariamento del Ccf. Lo rende noto un comunicato di via XX Settembre che precisa che «la proposta di commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino, formulata dalla Banca d'Italia, è arrivata ed è stata protocollata nella giornata di mercoledì 21 luglio 2010 presso la segreteria del CICR. La pratica è stata immediatamente istruita dagli uffici ed è stata siglata dal Direttore generale del Tesoro - Segretario del CICR - nella giornata di venerdì. Lunedì 26 luglio è stata ritrasmessa al Gabinetto del Ministro per la firma. Martedì il Ministro ha firmato il relativo Decreto».

TRASFERIMENTO MARCONI
- Il plenum del Csm ha deciso all'unanimità, con la sola astensione del vicepresidente Nicola Mancino, il trasferimento d'ufficio a Napoli, per incompatibilità ambientale, del presidente della Corte d'appello di Salerno Umberto Marconi, coinvolto nell'inchiesta sulla P3. Lunedì la terza commissione di Palazzo dei Marescialli aveva accettato la richiesta dello stesso Marconi di essere trasferito a Napoli. Dunque il magistrato ricoprirà le funzioni di consigliere presso la Corte d'appello partenopea. Marconi, coinvolto nell'inchiesta per la presunta attività di dossieraggio ai danni del presidente della Campania Stefano Caldoro, aveva inviato la richiesta di trasferirlo subito presso la Corte d'appello napoletana, pur ricordando la sua «estraneità ai fatti», e parlando di una «macchinazione peraltro grossolana» che aveva infangato la sua persona e denunciata tra l'altro alla stampa. Marconi parlava anche di un «complotto che affonda le sue radici in altre vicende, connesse alla mia ben nota trentennale milizia associativa (Anm)». Infine l'ex presidente della Corte d'appello di Salerno chiedeva una convocazione da parte della terza commissione per spiegare meglio le sue ragioni, ma la stessa commissione ha ritenuto di doversi procedere subito al trasferimento. Anche la prima commissione aveva avviato nei confronti di Marconi la pratica di trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale.

ELEZIONI IN LAZIO - Intanto spunta un nuovo filone d'indagine sulla cosiddetta P3. Dopo l'interessamento di Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi per il ricorso che minacciava di far saltare la partecipazione delle elezioni alla lista Pdl in Lombardia, dagli atti dell'inchiesta emerge che analoghe manovre vennero tentate anche per correggere la decisione del Tribunale di Roma che non ammise le liste del Pdl per le regionali in Lazio. Lo scrivono i giudici del Tribunale del riesame che hanno negato la scarcerazione a Carboni e Lombardi. Secondo i magistrati Carboni, Martino e Lombardi erano riusciti a mettere in piedi «una metodica attività di interferenza svolta presso organi costituzionali e amministrazioni pubbliche». Per i giudici si è trattato di un'interferenza illegittima nel funzionamento degli organi dello Stato: «Pur in assenza di una qualunque competenza o incarico che minimamente la giustificasse, il gruppo ha portato avanti una metodica azione d'interferenza sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche, venendo incredibilmente accettato come interlocutore accreditato».

Redazione online



28/06/2010

Gli Stati Uniti preparano l'«interruttore ammazza Internet»

Gli Stati Uniti preparano l'«interruttore ammazza Internet»

Il provvedimento presentato dal senatore Joe Liberman. Il presidente Usa per gravi minacce potrà "staccare la spina" alla rete per un termine massimo di 120 giorni

 

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L'hanno ribattezzata Internet Kill Switch, l'interruttore ammazza Internet. O anche, con mirabile miscela di concisione e ironia, Kill Bill, ovvero la proposta di legge (bill) che potrebbe fare a pezzetti l'indipendenza della Rete. In nome, beninteso, della sicurezza nazionale americana. Si tratta del provvedimento sulla Protezione del cyberspazio come risorsa nazionale (Protecting Cyberspace as a National Asset Act) appena approvato dalla Commissione per la sicurezza nazionale e gli affari governativi del Senato Usa, e quindi in pole position per incassare il sì dell'assemblea.

LA PROPOSTA DI LEGGE - Una proposta legislativa che fa i conti con l'ossessione cyber-sicuritaria cresciuta negli ultimi mesi nell'amministrazione statunitense e che in buona sostanza conferisce al presidente l'autorità di adottare "misure di emergenza a breve termine" al fine di proteggere la rete Internet nazionale e le infrastrutture collegate da eventuali attacchi, virtuali e non. Tra i poteri concessi anche quello di chiedere alle principali aziende del settore di staccare la spina, sospendendo le connessioni per un limite massimo di 120 giorni (oltre il quale è necessaria l'autorizzazione del Congresso). A dover sottostare al provvedimento (e a una nuova agenzia creata ad hoc, il National Center for Cybersecurity and Communications) saranno dunque i fornitori di connettività, i motori di ricerca, ma anche case produttrici di software e hardware in base, pare di capire, alla discrezionalità del Dipartimento della Sicurezza nazionale. Per "infrastruttura informativa", si legge nella proposta di legge, s'intende infatti la cornice che supporta "l'elaborazione, la trasmissione, la ricezione o l'archiviazione di informazioni elettroniche, inclusi apparecchi elettronici programmabili, reti di comunicazioni e ogni hardware, software e dato associato". Una definizione tanto vaga quanto ampia che ha subito generato una levata di scudi non solo nella forte lobby hi-tech, ma anche tra le associazioni a difesa dei consumatori e delle libertà digitali.

LE PROTESTE - Queste ultime, tra cui la American Civil Liberties Union e il Center for Democracy & Technologies, hanno inviato una lettera pubblica al Senato, in cui chiedono proprio di specificare cosa s'intende per infrastrutture critiche e per misure d'emergenza. Pur riconoscendo che la legge non amplia la sorveglianza elettronica al di fuori dei limiti consentiti attualmente, per cui è comunque necessario l'avallo di un giudice - un timore che dai tempi dell'amministrazione Bush è rimasta una preoccupazione vigile tra gli attivisti digitali - la missiva sottolinea che "la legislazione sulla cybersicurezza non deve erodere i nostri diritti". E che dunque "le misure d'emergenza prese non devono, senza fondati motivi, interrompere le comunicazioni Internet".

IL MODELLO CINESE - Il provvedimento, presentato dal senatore indipendente filo-democratico Joe Liberman, non molto esperto di Rete ma vicino ai repubblicani sulla politica estera e la sicurezza, potrebbe avere anche conseguenze al di fuori dei confini americani, sia per la natura interconnessa di Internet, sia perché definisce "infrastruttura informativa nazionale" anche ciò che si trovi fisicamente fuori dagli Stati Uniti ma la cui distruzione possa provocare un danno catastrofico nel Paese. Certo non rassicura il fatto che Liberman, per difendersi dalle critiche, abbia preso a modello Pechino: «La Cina può disconnettere parti di Internet in tempo di guerra - ha dichiarato il Senatore -. Abbiamo bisogno di poter fare lo stesso».

CYBER-SICUREZZA PRIMA DI TUTTO - Tuttavia, a favore di Kill Bill, sono arrivate altre voci. Secondo alcuni commentatori, la legge non aumenterà affatto i poteri del presidente, anzi, potrebbe semmai limitarli. Il paradosso deriva dal fatto che, come sostiene Alan Paller, direttore dell'istituto tecnologico SANS Institute, non ci sarebbe nessuno interruttore ammazza Rete perché tale eventualità è già prevista dalla legislazione vigente, e precisamente dal vecchio pre-Internet Communications Act del 1934. Disquisizioni giuridiche a parte, è comunque chiara la volontà di Washington di mettere la cyber-sicurezza in cima alla lista delle proprie priorità. Una decisione accelerata probabilmente dall'attacco subito da Google e da una trentina di aziende americane lo scorso dicembre, quando degli hacker di probabile provenienza cinese violarono mail e sistemi di sicurezza blindati. E forse non è un caso che proprio in questi giorni il direttore della Cia Leon Panetta abbia definito la cyber-guerra la minaccia più grave tra quelle a cui gli Usa non stanno prestando la dovuta attenzione. Anche se ora, a ben vedere, di attenzione ce n'è fin troppa.

Carola Frediani


Mafia, i pm chiedono 10 anni per Cuffaro

Mafia, i pm chiedono 10 anni per Cuffaro

Il processo si svolge con il rito abbreviato. Richiesta di condanna per il senatore Udc. «Accuse gravi anche per il ruolo di governatore regionale che ricoprì»

 

Salvatore Cuffaro
Salvatore Cuffaro

PALERMO - Dieci anni di condanna per Salvatore Cuffaro: è la richiesta avanzata dai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene nei confronti dell'ex presidente della Regione siciliana e attuale senatore dell'Udc. L'ex governatore è accusato di concorso in associazione mafiosa nel processo che si svolge con il rito abbreviato davanti al gup di Palermo, Vittorio Anania. La pena richiesta tiene conto della riduzione di un terzo previsto dal rito abbreviato.

IL «SISTEMA»
- I pm hanno deciso di non chiedere le attenuanti generiche per Cuffaro «perché i fatti di cui lo accusiamo sono veramente gravi anche per il suo ruolo di governatore regionale: per questa sua veste poteva partecipare in alcuni casi al Consiglio dei ministri». «Abbiamo dimostrato - hanno detto - che il sistema di controinformazioni messo in piedi da Salvatore Cuffaro era puntato a scoprire indagini sui rapporti tra la mafia ed esponenti politici o a lui collegati. È proprio la natura delle informazioni che ci fa capire la portata di questo sistema e di come si possa configurare l'accusa di concorso in associazione mafiosa». Le testimonianze di pentiti e di soggetti vicini all'imputato hanno dato, secondo i pm, ulteriore conferma alle accuse. «Fin dal 1991 i contatti con Angelo Siino - ha detto Del Bene - dimostrano l'esistenza del patto politico-mafioso stretto da Cuffaro con esponenti di Cosa Nostra».

LA REQUISITORIA
- Durante la sua requisitoria, il pm Nino Di Matteo ha parlato dei rapporti tra Michele Aiello, imprenditore della sanità condannato per mafia, e Cuffaro. «Aiello costituiva un importante anello di congiunzione tra Cosa nostra e Salvatore Cuffaro - ha detto Di Matteo -. Aiello ha stabilito negli anni un vero e proprio patto di protezione con Cosa nostra che garantiva e tutelava l'espansione della sua attività imprenditoriale. Il rapporto tra Aiello e Bernardo Provenzano prevedeva una serie di prestazioni e controprestazioni di cui si agevolano entrambi. La ditta Aiello si è occupata, grazie alla volontà mafiosa, della costruzione di numerose strade interpoderali. Da parte sua Aiello assumeva personale indicato da Cosa nostra, ovviamente pagava la 'messa a posto'. Ma soprattutto Aiello aveva dei rapporti con rappresentanti istituzionali che interessavano a Cosa nostra e che gli consentivano di avere informazioni riservate su alcune indagini in corso». Tra questi rapporti, secondo i pm, c'era anche quello con Cuffaro «che in cambio - ha spiegato Di Matteo - aveva la possibilità di avere a disposizione le strutture sanitarie di Aiello per fare favori ad amici ed elettori. Possiamo sospettare quindi, anche se questo punto non è dimostrato, che ci fosse un rapporto societario di fatto tra Aiello e Cuffaro. È provata invece l'introduzione di un nuovo nomenclatore tariffario di radioterapia per le struttura convenzionate che includeva, guarda caso, le cinque principali prestazioni eseguite nelle cliniche di Aiello, prima non presenti nel tariffario».

LA REPLICA
- Cuffaro, dopo la richiesta di pena, è uscito dall'aula in silenzio accompagnato dai suoi legali. In precedenza, il senatore aveva negato di essere in "società" con Aiello. «Io facevo solo delle segnalazioni per alcuni esami diagnostici, così come facevano anche altri politici e magistrati. Per questo devo essere considerato socio di Aiello?». Il pm ha affermato che la moglie del senatore Cuffaro «è stata per poche ore socia di Aiello», avendogli ceduto quote di una società di un laboratorio di analisi. Ma Cuffaro si difende: «Se mai si può parlare di soci lo sono stati per un minuto, dal notaio». Parlando poi della requisitoria, Cuffaro ha aggiunto: «La Procura sta ricostruendo la sua verità, poi noi nelle arringhe difensive risponderemo punto su punto alle accuse».

Redazione online


04/05/2010

Truffa ai danni dello Stato, indagato l'editore Ciarrapico

Truffa ai danni dello Stato, indagato l'editore Ciarrapico

La Finanza gli sequestra immobili, conti e la barca. Il senatore del Pdl è accusato di aver percepito indebitamente contributi pubblici per 20 milioni

 

 

Giuseppe Ciarrapico (Emblema)
Giuseppe Ciarrapico (Emblema)

ROMA - Il senatore del Pdl e imprenditore Giuseppe Ciarrapico è stato indagato dalla Procura di Roma per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. La stessa accusa è contestata al figlio Tullio e ad altre cinque persone, tra cui alcuni collaboratori dell’ex presidente della Roma.

CONTRIBUTI PER 20 MILIONI - Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, dal 2002 al 2006 Ciarrapico avrebbe avuto contributi per l’editoria pari a circa 20 milioni. Medesima cifra è stata posta sotto sequestro dai militari del Nucleo speciale di polizia valutaria di Guardia di finanza.

L'INCHIESTA - I «gravi fatti di fraudolente percezioni di contributi all’editoria - è stato spiegato a piazzale Clodio - per importi complessivi pari a circa 20 milioni di euro dal 2002 al 2007 e per analoghi tentativi susseguitisi fino all’anno in corso, in danno dello Stato - presidenza del Consiglio dei ministri, dipartimento per l’informazione» da parte delle società editrici «Nuova Editoriale Oggi srl» e «Editoriale Ciociaria Oggi srl». Beni sequestrati e affidati a un curatore, che non dovrà comunque interrompere l'attività lavorativa delle due società. «Editoriale Ciociaria Oggi Srl», con sede a Roma, pubblica «Nuovo Oggi Molise» mentre «Nuova Editoriale Oggi Srl» pubblica il giornale di Frosinone «Ciociaria Oggi».

I SEQUESTRI - I militari della Guardia di finanza, nucleo speciale di polizia valutaria, diretti dal colonnello Leandro Cuzzocrea e su disposizione del pm Simona Marazza, responsabile dell’inchiesta, hanno eseguito sequestri preventivi a Roma, Milano e in altre città, di immobili, quote societarie e conti correnti ed una imbarcazione di lusso, che era ormeggiata a Gaeta. Gli accertamenti sono stati coordinati dal procuratore aggiunto della Capitale, Pietro Saviotti.

redazione online


16/04/2010

Mafia, chiesti 11 anni per Dell'Utri E lui: «Meglio mangiare uno sfincione»

Mafia, chiesti 11 anni per Dell'Utri E lui: «Meglio mangiare uno sfincione»

Il senatore del Pdl è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. La richiesta del procuratore generale Antonino Gatto a conclusione della sua requisitoria

 

Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)

PALERMO - La condanna a 11 anni di reclusione del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, è stata chiesta alla Corte di Appello di Palermo dal procuratore generale Antonino Gatto a conclusione della sua requisitoria.

LO «SFINCIONE» - Il senatore Dell'Utri ha commentato la richiesta del pg con una battuta: «Il procuratore generale può dire quello che vuole: non posso neanche ascoltare quello che dice e ho preferito andare a prendermi lo «sfincione» (una pizza tipica di Palermo, a base di cipolle, pomodoro, pan grattato e caciocavallo) a Porta Carbone. Qui non c'è fumus persecutionis, qui c'è una vampa, un incendio». «Il personaggio di cui parla il procuratore generale io non lo conosco, non esiste. Da 15 anni stanno processando una persona che non esiste», ha aggiunto Dell'Utri. Anche prima della richiesta Dell'Utri s'era mostrato ironico:«Faccio l'imputato da 15 anni, è diventato quasi uno stato dell'essere e sono stanco. Arriverà il momento in cui finirà tutto e mio mi chiedo 'ora che faccio?'. Mi sono insomma abituato a fare l'imputato, è diventata una cosa strutturale».

IN PRIMO GRADO - In primo grado Dell'Utri è stato condannato a 9 anni. Il senatore era presente in aula al momento della richiesta. Anche in primo grado la Procura aveva chiesto per Dell'Utri la pena di 11 anni, ma il Tribunale ne aveva poi comminati 9. Al termine della requisitoria, il pg Gatto ha anche chiesto ai giudici di dichiarare l'estinzione del reato per Getano Cinà, unico altro imputato del processo, frattanto deceduto. Dopo il rappresentante dell'accusa, ha preso la parola per le sue conclusione l'avvocato che rappresenta il Comune di Palermo, costituitosi parte civile. La Corte d'Appello, presieduta da Claudio Dall'Acqua, secondo i programmi dovrebbe entrare in camera di consiglio il 4 giugno per emettere la sentenza.

CIANCIMINO - La lunga requisitoria del pg è cominciata a settembre e interrotta a novembre per l'esame, a sorpresa, del pentito Gaspare Spatuzza. L'accusa ha chiesto, poi, a marzo, un nuovo stop della requisitoria per l'interrogatorio di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, ma la corte ha respinto l'istanza dichiarando la testimonianza «non assolutamente necessaria».

Redazione online

 

 


26/03/2010

Tangente per alzare il prezzo di un farmaco». Indagato senatore Pdl

Tangente per alzare il prezzo di un farmaco». Indagato senatore Pdl

 

L'INCHIESTA. Lui: falso. «Medici corrotti con 2,7 milioni»

 

MILANO — Una tangente di 100.000 euro stanziata nel 2005 dal colosso farmaceutico Ferring per un mediatore e per un senatore, allora sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi e oggi responsabile nazionale per la Sanità del Pdl, allo scopo di far registrare il nuovo farmaco anti-infertilità Meropur al prezzo maggiore (3 euro in più a fiala) voluto dalla società produttrice. E fondi neri aziendali per 2 , 7 milioni d i euro nel 2002-2006, creati con false fatture d’acquisto di decine di migliaia di «libri scientifici», per corrompere medici e far sì che sempre più endrocrinologi prescrivessero ai pazienti l’ormone della crescita commercializzato Zomacton dalla ditta. Per queste due imputazioni di corruzione la Procura di Milano, oltre a indagare il senatore del Pdl Cesare Cursi e i vertici dell’epoca della multinazionale farmaceutica Ferring (culla in Svezia, base in Svizzera, 3.700 dipendenti e 850 milioni di euro di fatturato in 45 Paesi), chiede al gip Gaetano Brusa che la divisione italiana, ora affidatasi all’avvocato Massimo Dinoia, sia temporaneamente interdetta dal contrattare con il Servizio Sanitario Nazionale.

L’indagine dei pm Laura Pedio e Antonio Pastore
nasce dalla scoperta, in una verifica fiscale della Guardia di Finanza, delle anomale fatturazioni tra l’azienda e una libreria di Chieti Scalo che le avrebbe venduto 86.000 libri scientifici quando il suo magazzino risultava aver trattato mille volumi in tutto. Spiegano ai pm il mistero alcuni dirigenti interni o responsabili regionali degli informatori scientifici, raccontando come chi non raggiungeva i budget prefissati venisse convocato e denigrato in pubblico: «La direzione commerciale ci chiese di stipulare una sorta di accordo nel quale la remunerazione del medico era in funzione al numero di pazienti che il medico procurava» nel mercato degli ormoni della crescita, conteso tra pochi prodotti e quasi tutti uguali, dove dunque era cruciale «fidelizzare» quanti più possibili fra i 650 specialisti del ramo. Anche con «un vero e proprio tariffario» della corruzione: « 2.000 euro per nuovo cliente acquisito, poi 1.500 euro all’anno per cliente mantenuto in terapia». Risultato delle vendite: +53% rispetto al 2000, con punte persino del 77%. La casa madre sapeva? L’amministratore delegato Michel Pettiglew, mette a verbale un ex direttore generale, «disse che, se era importante per il business, bisognava assumere il rischio e sistemare le carte, cioè dare una veste formale spendibile » . Che dal 2007, quando cambiano le normative sui libri, diventa invece un boom di «donazioni a Onlus collegate ai medici prescrittori del farmaco, e parametrate al numero di nuovi pazienti».

A un certo punto l’azienda, per sostituire sul mercato
dei farmaci contro l’infertilità il suo Menogon venduto a 7 euro a fiala, vuole registrare il nuovo Meropur a 18 euro a fiala; ma trova l’iniziale opposizione a 14 euro dell’Agenzia del farmaco (Aifa). Alla fine spunta un prezzo sui 17 euro. Come? «Nell’estate 2004 — ammette un ex direttore generale— Gilles Pluntz (vicepresidente per il Sud Europa, ndr) e Pettigrew ci chiesero di trovare un santo in paradiso, un Godfather per dirla proprio come dissero loro». C’è il senatore Cursi, propone il consulente di aziende farmaceutiche Matteo Mantovani, che da Ferring con false fatture si fa dare 100.000 euro, metà per sé e metà asseritamente per l’allora sottosegretario, poi membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza degli ospedali. Corruzione? O millanteria? «Non conosco la Ferring— dice Cursi, già capo della segreteria di Amintore Fanfani, interpellato dal Corriere —. Conosco bene Mantovani, promuoveva molte aziende, era persona amodo. So che poi ha avuto problemi, ma sono problemi suoi» (nel 2008 è stato arrestato a Roma con l’accusa d’aver corrotto un funzionario Aifa): «Non so cosa dicesse all’azienda, io di certo non ho preso soldi da lui, né avrei potuto intervenire sul prezzo». Alcuni dirigenti Ferring riferiscono però di un incontro tra Mantovani, Cursi e l’allora direttore generale di Ferring, nel quale il senatore avrebbe preso appunti sulla richiesta dell’azienda, domandato a Mantovani se l’altra persona fosse un amico, e, alla risposta positiva, spiegato che avrebbe avuto bisogno di un piacere, e cioè di un lavoro temporaneo per una parente. In effetti una stretta familiare del senatore risulta aver avuto 5.600 euro per un lavoro da giugno a settembre 2005 in una società collegata (Prex spa). E gli inquirenti stanno anche esaminando la natura di 97.000 euro di flusso da società di Mantovani alla familiare del senatore tra il 2004 e il 2007.

Luigi Ferrarella