21/06/2011

Sterminata intera famiglia nelle campagne siciliane

Sterminata intera famiglia nelle campagne siciliane

OMICIDIO. Padre, madre e figlio uccisi a colpi d'arma da fuoco vicino a Gela: forse un raid punitivo

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27/06/2010

Sicari, tangenti e affari a Chinatown I tre omicidi che scuotono Prato

Sicari, tangenti e affari a Chinatown I tre omicidi che scuotono Prato

Omertà e dialogo ridotto tra le comunità. Su mille clandestini solo sette rimpatriati. I misteri dietro il trionfo del mercato sommerso. L’ambasciatore cinese in visita: troppi controlli

 

Per dirla con Mao, la trasferta pratese di venerdì 25 del nuovo ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, non è stato un pranzo di gala. Le notizie che filtrano parlano di un confronto piuttosto acceso tra il diplomatico e il prefetto della città toscana, Maria Guja Federico. Anche il colloquio con il sindaco di centro- destra Roberto Cenni è stato a tal punto «franco» che la Lega Nord di Prato ha emesso un comunicato nel quale invita il ministro dell'Interno Roberto Maroni a protestare con Pechino e a chiedere il richiamo in patria dell'ambasciatore. Mai, nei pur delicati rapporti tosco-cinesi, la corda si era tesa tanto e il motivo è lampante: nel giro di pochi giorni a Prato si sono verificati tre omicidi, prima due sicari incappucciati hanno sparato alla testa di un imprenditore cinese e pochi giorni dopo alle 17 nella centrale via Strozzi un commando di giovani asiatici è entrato in una tavola calda e ha ammazzato a colpi di machete due connazionali.

Le indagini sono in corso e poco si sa. Non ci sono elementi fondati sul collegamento tra i due fatti di sangue e non c’è nemmeno una vera interpretazione su cosa stia succedendo nella Chinatown del Bisenzio, quali equilibri di potere si siano rotti. La sensazione però in città e in Procura è che dall’illegalità merceologica si stia marciando a grandi passi verso un sistema radicato di criminalità economica. E martedì 22 parlando in pubblico a 300 suoi concittadini (piuttosto preoccupati) il sostituto procuratore Laura Canovai ha usato parole molto dure: «La comunità cinese non ci aiuta, non collabora con le istituzioni». Xu Qiulin, l'unico imprenditore cinese iscritto alla Confindustria pratese, espressione di una borghesia asiatica in passato propensa al dialogo, parlando con la stampa locale ha espresso dubbi sull'ipotesi di uno sbarco in Toscana di cosche mafiose dall'Asia ma ha detto che ci sono in città «tanti giovani che sono sbandati, non si rendono conto nemmeno di dove vivono, anzi pensano di essere in Cina».

La visita dell’ambasciatore, seppur improvvisa e non sufficientemente preparata, avrebbe dovuto gettare acqua sul fuoco e porre le basi di una collaborazione. Invece ha sortito l’effetto contrario perché Ding Wei si sarebbe innanzitutto lamentato per i controlli anti-illegalità messi in atto dalle autorità di polizia e avrebbe espresso preoccupazioni per l’incolumità dei cinesi di Prato. Il prefetto non ha nascosto la sua irritazione e il successivo ping pong durato un’ora e mezza, a differenza dei tempi di Richard Nixon, non è stato sinonimo di diplomazia.

Dietro gli omicidi e i ferimenti di questi giorni (un altro giovane cinese che fa da interprete per i carabinieri è stato aggredito all’uscita dalla discoteca Siddharta), c’è la realtà del distretto tessile parallelo, di una Prato che si lecca le ferite della sua industria declinante e vede invece fiorire il business dei confezionisti cinesi, che importano il tessuto dal loro Paese e grazie all’attività dei laboratori clandestini riescono a vendere jeans e maglie a prezzi stracciati a camionisti e intermediari dell’Est europeo. Il tutto nell’apoteosi dell’economia sommersa: ogni giorno aprono 4 aziende cinesi e 2 chiudono, partite Iva che vanno e vengono, un giro d’affari di 2 miliardi di euro per più della metà in nero. A tingere di mistero e corruzione l’attività cinese è arrivata a fine marzo anche un’inchiesta della magistratura ribattezzata Permessopoli, che ha portato in carcere due capi della comunità, Bangyun Dong e Zhouwen Ye, il vice questore Fabio Pichierri, quattro poliziotti e due carabinieri. I ricchi cinesi, secondo l’accusa, pagavano i funzionari italiani per il rilascio di permessi di soggiorno e per avere soffiate sui controlli programmati dalle forze di polizia. I due stranieri sono ancora in carcere mentre Pichierri resta indagato ma è in libertà.

In tanto bailamme e in pochi mesi quasi tutti i protagonisti delle vicende sino-pratesi sono saltati. Sono cambiati da poco sia l’ambasciatore cinese a Roma (Sun Yuxu) sia il console a Firenze e anche in Questura sta arrivando da Livorno un nuovo capo al posto di Domenico Savi. Questo tourbillon non sembra però finora aver prodotto risultati, cambiando la formazione il risultato resta però lo stesso. L’unica buona notizia è che, in virtù del calo dell’euro, i prodotti tessili pratesi hanno ricominciato ad avere un po’ di mercato e le esportazioni nel primo trimestre del 2010 hanno fatto segnare +7,3%. Per il resto si naviga nel buio. L’idea avanzata qualche mese fa dal sindaco Cenni, proprietario dell’azienda di abbigliamento Sasch e quindi ottimo conoscitore del settore, di integrare i due distretti obbligando i cinesi a comprare il tessuto da Prato e impegnandosi a vendere i loro prodotti pronto moda a una grande catena internazionale tipo H&M non ha fatto nessun passo in avanti. Anzi, oggi sembra totalmente irrealistica. Ma anche la strada di un dialogo politicamente corretto tra le due borghesie, sostenuta con forza dal presidente della Provincia Lamberto Gestri (centro- sinistra) sembra sbarrata. Il tavolo italo-cinese non si riunisce più e anche le cinque associazioni della comunità si sono limitate, dopo gli ammazzamenti, a emettere un comunicato ma nessun cittadino asiatico ha collaborato finora con gli investigatori.

Visto che le Chinatown esistono dovunque e tutti hanno da imparare dai casi-limite ogni tanto arriva a Prato un inviato di testate internazionali. I francesi de Le Point, il New York Times e il Financial Times, persino Al Jazeera e se ne vanno (stupefatti) scrivendo che gli uffici di money transfer ogni giorno movimentano da Prato 1,2 milioni di euro diretti in Cina, un flusso continuo a fine anno dà la bella cifra di 500 milioni. Nel 2009, che per noi italiani è stato l’anno della recessione, il distretto cinese di Prato ha visto crescere del 13% le aziende, del 20% le importazioni di tessuti dall' Asia e del 25% le rimesse verso casa. Cifre record nonostante da un anno si siano intensificati i controlli e su 156 ispezioni effettuate nei primi mesi del 2010 tutti i 156 laboratori sono risultati fuorilegge. Ma, come ha detto sconsolatamente il magistrato Canovai, dopo 5 anni di sequestri il fenomeno non è in diminuzione. Su mille clandestini fermati nel 2009 si è riusciti a rimpatriarne solo 7. Una beffa continua perché non declinando i lavoratori fermati nome e cognome e non potendo essere identificati, hanno di fatto l’opportunità di tornare nella clandestinità. L’unico spiraglio che la visita di Ding Wei ha aperto riguarda l’intenzione annunciata da parte della comunità cinese di stilare una lista di connazionali pericolosi da trasmettere al console fiorentino Zhou Yunqi e poi all’ambasciata per poterli rimpatriare. Una concessione che a Prato è stata interpretata come un’implicita ammissione di come nella Chinatown toscana si siano infiltrate bande criminali. In città comunque le autorità non hanno intenzione di mostrarsi buoniste e quindi è facile arguire che i controlli continueranno. Il lungo travaglio di Prato non conosce tregua.

Dario Di Vico


13/04/2009

Russia, la figlia usa la minigonna e il padre la fa uccidere

Russia, la figlia usa la minigonna e il padre la fa uccidere

 

Un azero di 46 anni, si era stancato di sentire i rimproveri dei suoi connazionali. Ha assoldato due sicari che hanno sparato alla giovane di 21anni, studentessa di medicina. Poi si è tradito

 

MOSCA - Ha assoldato tre connazionali per far uccidere la figlia di 21 anni, «rea» di vestirsi in modo succinto, violando la tradizione islamica: autore del gesto, nella nordica San Pietroburgo, un commerciante di origine azera, Gafar Kirimov, 46 anni, che si era stancato di sentire i rimproveri dei suoi connazionali. Se durante l'inverno i contrasti con la figlia erano stati attenuati dal più coprente abbigliamento invernale, il genitore è tornato a vedere rosso quando, con l'arrivo della primavera, la giovane ha deciso di sfoggiare una minigonna all'università di medicina, dove studiava.

UCCISA E GETTATA IN UN BOSCO - Così il padre ha accettato i suggerimenti di alcuni connazionali, che gli avevano consigliato di lavare col sangue quella che a loro sembrava una insuperabile vergogna e, come riferisce il tabloid Komsomolskaia Pravda, ha assoldato tre azeri per 100 mila rubli (2.200 euro). Quest'ultimi hanno rapito la ragazza a bordo di una Zhiguli e, una volta usciti dalla città, l'hanno uccisa con due colpi di pistola alla testa, gettando il suo corpo in un bosco. Nel denunciare la scomparsa della figlia, però, il genitore si è tradito dandola per già morta, attirandosi così i sospetti della polizia. Al primo interrogatorio è crollato e ha confessato. Due dei sicari sono già stati arrestati, mentre il terzo è latitante.


17/09/2008

RAGAZZO UCCISO PERCHE' RUBO' NELLA VILLA DI TOTO' RIINA

RAGAZZO UCCISO PERCHE' RUBO' NELLA VILLA DI TOTO' RIINA

Due pentiti svelano il mistero ai pm di palermo. Aveva 24 anni, forse vide qualcosa che non doveva. Il delitto dopo la cattura del boss

Angelo Gullo
Angelo Gullo
PALERMO — La madre non ha mai perso le speranze e crede che suo figlio sia ancora vivo. Eppure di Angelo Gullo non si hanno più notizie da 15 anni. Al momento della scomparsa ne aveva 24. Per due volte i magistrati hanno archiviato il caso e per due volte la donna è riuscita a far riavviare l'inchiesta, rivolgendosi pure alla trasmissione «Chi l'ha visto?». Ma alla terza riapertura del fascicolo è saltata fuori un verità agghiacciante. Angelo Gullo sarebbe rimasto vittima della lupara bianca perché avrebbe osato commettere un furto niente meno che nel covo del boss Totò Riina, all'epoca l'uomo più ricercato d'Italia.

Il giovane venne subito individuato dai sicari della famiglia di Pagliarelli, a lungo interrogato, torturato e poi ucciso anche se il suo cadavere non è stato mai ritrovato. A svelarlo sono stati due collaboratori di giustizia. Davanti al pm di Palermo Marcello Viola, che alla fine del 2006 ha riaperto l'inchiesta, il pentito Calogero Ganci, figlio del boss della Noce Raffaele, ha raccontato che «subito dopo il furto il ragazzo venne pestato, ma fu ucciso mesi dopo, a freddo». Una ricostruzione confermata dal pentito Salvatore Cangemi. Rivelazioni che fanno di questo caso uno dei tanti misteri che ruotano attorno alla latitanza e ai rifugi del capo di Cosa Nostra. Il giovane, lontanamente imparentato con un mafioso, venne infatti inghiottito dalla lupara bianca il 23 gennaio del '93. Esattamente otto giorni dopo la cattura di Riina, anche se il furto non era avvenuto nell'ultimo covo di Via Bernini, ma in quello di Borgo Molara, una villa di proprietà dello stesso boss. E non si può escludere che nella decisione del capo di Cosa Nostra di spostarsi dal primo al secondo rifugio possa entrarci anche quella misteriosa incursione di Gullo e di una seconda persona sulla quale non si è mai saputo nulla.

Cosa avevano rubato o visto gli incauti ladri? Ancor più strana la tempistica della feroce punizione del giovane che subito dopo il furto era già stato pestato. Una circostanza confermata anche dalla madre: «Una sera tornò a casa pieno di lividi, ma non volle spiegare cosa gli era successo, sembrava terrorizzato». A pestarlo era stato lo stesso Ganci ed altri due mafiosi. «Ritenevamo che quella fracchiata (scarica) di legnate bastasse — ha detto il pentito — e non ci fu spiegato perché a distanza di tempo venne poi eliminato». Perché non ucciderlo subito e eliminarlo solo dopo la cattura di Riina? Si possono fare mille congetture. Forse il giovane aveva visto qualcosa di scottante che, solo dopo l'arresto del capo di Cosa Nostra, rendeva necessaria la sua eliminazione. Gli inquirenti sono molto cauti. «È vero: in questa storia ci sono delle strane coincidenze — si limita ad osservare il pm Viola — ma al momento si possono fare solo illazioni. L'inchiesta non è ancora chiusa e ascolteremo ancora altri collaboranti».

Resta il fatto che il giallo sulla tragica fine di Angelo Gullo si somma ai tanti misteri che ruotano attorno all'altro covo di Via Bernini. Riina venne arrestato il 15 gennaio '93, ma fino al 2 febbraio nel suo ultimo rifugio non fu fatto alcun controllo da parte delle forze dell'ordine dando così tempo ai mafiosi di ripulirlo. In mezzo a quelle due date, il 15 gennaio e il 2 febbraio, si colloca la scomparsa di Angelo Gullo: eliminato «a freddo» per un furto commesso tempo prima, ma in un altro covo del boss. Come se qualcuno, dopo la cattura di Riina, avesse voluto fare piazza pulita di ogni traccia e testimone scomodo sulla sua lunga latitanza. E dunque oltre a ripulire la villa di Via Bernini era necessario eliminare anche chi poteva aver visto o rubato qualcosa di compromettente in altri covi.

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