11/02/2011
Se l'Italia distrugge la Bellezza
Se l'Italia distrugge la BellezzaUn Paese da salvare: I 45 siti Unesco in Italia. In «Vandali» Rizzo e Stella raccontano come e perché l'Italia stia distruggendo la sua unica ricchezza: l'arte
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18/06/2010
Obbligo di rettifica per i siti: la Rete prepara emendamenti Blogger e parlamentari si sono alleati nel contrasto alla norma del ddl intercettazioni che prevede sanzioni per la blogosfera italiana fino a 12.500 euro. Modifiche elaborate sul Web, stanno pe
Obbligo di rettifica per i siti: la Rete prepara emendamenti Blogger e parlamentari si sono alleati nel contrasto alla norma del ddl intercettazioni che prevede sanzioni per la blogosfera italiana fino a 12.500 euro. Modifiche elaborate sul Web, stanno peBlogger e parlamentari si sono alleati nel contrasto alla norma del ddl intercettazioni che prevede sanzioni per la blogosfera italiana fino a 12.500 euro. Modifiche elaborate sul Web, stanno per essere presentate alla Camera
“Chiuso per rettifica”. E’ la scritta che tra qualche mese potrebbero trovarsi ad esporre siti e blog italiani. Costretti a interrompere le pubblicazioni per l’impossibilità di tenere testa a una piccola norma inserita nella legge sulle intercettazioni. Saranno limitati nella loro libertà di raccontare e commentare, dall’obbligo di soddisfare entro 48 ore ogni richiesta di rettifica, allo stesso modo di tv e giornali. Per chi gestisce una pagina web da solo, per passione, anche un fine settimana a computer spento potrebbe allora rivelarsi fatale: dopo due giorni dalla richiesta di correzione, scatterebbe una sanzione fino a 12.500 euro. Perciò l’allarme è alto. E, in vista del varo definitivo della legge alla Camera, la blogosfera italiana prepara le contromosse. Un anno fa oltre 800 blog e siti italiani aderirono all’iniziativa: “Alza la voce”. Una manifestazione e uno sciopero virtuale indetti per denunciare l’iniquità della nuova norma sulla rettifica in Rete, introdotta a Montecitorio nel ddl intercettazioni. Si nutrivano ancora speranze, allora, che la disposizione potesse essere stralciata o quantomeno modificata al Senato. Ma così non è stato. E ora che la legge sugli ascolti si avvia al varo definitivo, da Internet partono iniziative volte a tradursi direttamente in proposte di emendamento alla norma incriminata, il comma 29 dell’articolo 1. “È la tomba della libertà di informazione in Rete”, sostiene dalle pagine del suo blog Antonio Di Pietro. “Una cosa è pretendere rettifiche e chiarimenti da siti professionali – spiega il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti – un’altra richiederle a quelli amatoriali, il cui responsabile è chi ha registrato il sito ma spesso naviga su Internet saltuariamente”. “Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta?”, domanda il Partito democratico, che ha indetto per venerdì 18 giugno una giornata di discussione sulla libertà del Web. E che, per iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Giuseppe Civati ha lanciato una mobilitazione on-line. Il Pd annuncia alla Camera un emendamento abrogativo dell’obbligo di rettifica e lancia una sfida ad aderire ai colleghi del Pdl e della Lega che sono iscritti all’intergruppo parlamentare 2.0: “Nei convegni si esprimono sempre per la libertà d’espressione in Rete. Ora devono dimostrare che le loro non sono solo parole, da abolire a un cenno di Berlusconi”. Ma uno di questi colleghi, il deputato del Pdl Roberto Cassinelli, si è già mosso per proprio conto. E, raccogliendo l’invito a intervenire lanciato dalle pagine dei blog Il Nichilista e Byoblu, ha chiesto al Web un aiuto per elaborare un proprio emendamento. Il risultato è una proposta di modifica che lascia il limite di 48 ore alla rettifica sui siti di testate registrate, lo allunga a sette giorni per i siti non registrati e riduce la sanzione a un massimo di 2.500 euro per le pagine gestite senza fini di lucro. Cassinelli si dice ottimista sulla possibilità di far passare una modifica del genere. Ma se così non fosse, se la norma alla fine venisse davvero varata, il giurista Guido Scorza, uno dei primi a lanciare l’allarme sul rischio “chiusura” della blogosfera italiana, ha già elaborato una soluzione per rispondere colpo su colpo a una legge “stupida”, frutto “dell’ignoranza con la quale il Palazzo continua ad affrontare le cose della Rete”. “Sarà sufficiente pubblicare – suggerisce Scorza - in calce a ogni post un link che inviti chiunque abbia interesse alla rettifica a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato”. Fatta la legge, trovato l’inganno? No, risponde Scorza: si tratta soltanto di rendere automatico “un processo che già oggi, senza bisogno di alcuna legge, è alla portata di tutti”.
Serenella Mattera
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17/06/2010
Web 2010, boom di porno e giochi
Web 2010, boom di porno e giochiL’ultima ricerca che censisce i contenuti del cyberspazio. Esplosione dei siti per adulti: più di un sito su tre porta a contenuti a luci rosse. Anche i giochi crescono del 212%
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MILANO – Sarà l’anonimato (relativo), sarà la voglia di svago che il web continua a suggerire. Sta di fatto che i frequentatori del cyberspazio continuano a spendere molto del loro tempo a gironzolare, tra il serio e il faceto, per siti hard (soprattutto gli uomini), tanto che nel cyberspazio più di un sito su tre porta a contenuti a luci rosse. Dall'inizio del 2010 i materiali e siti pornografici sul web sono cresciuti infatti del 17 per cento e oggi rappresentano il 37 per cento del totale dei contenuti internet secondo i dati di una ricerca di Optenet. Ma sono i giochi a crescere più di tutti esponenzialmente, trainati da quelli di ruolo che hanno segnato nel primo trimestre un aumento del 212 per cento, mentre i siti legati al terrorismo sono cresciuti dell'8,5% e quelli con materiali violenti del 10,8%.
INTERNET E HARD - Il legame tra internet e porno è noto da tempo; esistono siti che sono in grado di intrappolare gli utenti, in larghissima maggioranza maschi, violandone il diritto alla privacy ed esponendoli al rischio di attacchi da parte di hacker. Uno studio della International Secure Systems Lab, pool formato da tre laboratori di ricerca specializzati in sistemi di sicurezza, ha dimostrato che molti dei siti a luci rosse contenevano adware, spyware e virus in grado di danneggiare i computer degli incauti visitatori.
LO STUDIO - Optenet è un'azienda leader dei sistemi di sicurezza dedicati al mondo della comunicazione e attualmente circa metà degli operatori sparsi per il mondo adotta sue tecnologie di difesa. Nel corso della ricercareport sottolinea inoltre come molti giochi disponibili online siano basati su comportamenti ad alto tasso di violenza, anche a sfondo sessuale, e mettano a disposizione dei giocatori numerosi canali di comunicazione, come chat, forum e Voip, che possono trasformarsi in vie d'accesso per cyber-bullismo e molestie sessuali rivolte ai minori. sono stati presi in considerazione 4 milioni di Url e il risultato dell'esame ha rivelato che nel primo quadrimestre del 2010 i siti per adulti e quelli con contenuti illeciti (pedo-pornografia e vendita di farmaci illegali) hanno avuto una crescita del 17% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Secondo Ana Luisa Rotta, direttore dei progetti di protezione dei bambini di Optenet, «se si considera che più di un terzo del materiale reperibile sulla Rete è pornografico e si combina questo dato con il numero di giovani e giovanissimi liberi di navigare su internet e la facilità con la quale si può accedere a qualunque tipo di sito, diviene un imperativo, per gli adulti, assumersi la responsabilità della gestione della sicurezza del pc di casa». Il
NON SOLO PORNO - Fortunatamente non tutti gli internauti rivolgono la loro attenzione a siti hard o illegali. Siti correlati a giochi di ruolo come World of Warcraft, Grand Theft Auto 4 e Final Fantasy hanno registrato un incremento di contatti pari al 212% rispetto all'anno precedente. Tra gli altri contenuti più ricercati spiccano lo shopping online (+9%), viaggi e turismo (+5,7%) computer science e sport (+4,2%) e svago e divertimento (+3,6%).
Emanuela Di Pasqua
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04/05/2010
Ultimi «domini» su Internet , si rischia il mercato nero
Ultimi «domini» su Internet , si rischia il mercato neroLa transazione durerà cinque anni. Nel passaggio dallo standard Ipv4, oggi in uso, all’Ipv6 le aziende bisognose di domini sono pronte ad acquistare a qualsiasi prezzo i siti, e gli economisti lanciano l’allarme
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MILANO – 20 settembre 2011. Ecco la data prevista per la fine dei domini che si basano sul protocollo internet oggi più utilizzato, Ipv4. E dopo cosa accadrà? Nella fase di passaggio verso il nuovo standard Ipv6, di cui già da molti anni si parla, il mercato impazzirà e per trovare un dominio libero tra quelli di vecchia generazione si spenderà sempre di più. Il soggetto è così ghiotto da far pensare a molti esperti che un mercato nero fiorirà e i prezzi saliranno alle stelle. Parola di economisti e studiosi della rete, come R. Kevin Oberman, che dichiara a Infoworld: «Un mercato nero è fuori controllo per definizione. Se possedete un bene, che ha un valore e una richiesta di mercato, il suo prezzo salirà e raggiungerà qualsivoglia livello i compratori saranno disposti a spendere». E per potersi accaparrare un dominio Internet (o ancor di più, una serie di domini) in periodo di interregno tra uno standard e l’altro, non resterà che acquistare a qualsiasi prezzo, permettendo che il mercato nero lieviti in maniera esponenziale. Tutta la partita si giocherà nei prossimi cinque anni, periodo necessario per migrare definitivamente da un sistema all’altro, attrezzando server, Pc, browser, apparecchi tecnologici connessi alla rete del proprio (ormai indispensabile) indirizzo IP.
INTERNET DELLE COSE – La crisi e l’esaurimento dei domini basati su standard Ipv4 è annunciata da anni da chi lavora in campo tecnologico. Nella pratica, questo significa che a furia di registrare domini, le varie combinazioni matematiche che permettevano di accedervi si sono esaurite. Complici i pacchetti di siti acquistati per compiere frodi, così come il bisogno sempre più pressante di siti da parte di aree geografiche prima assenti dalla partita (Africa, alcune zone asiatiche, America del Sud). Ma quel che più ha contribuito a questo veloce esaurimento è la diffusione di apparecchi tecnologici bisognosi di parlare tra loro: è il cosiddetto «Internet delle cose», cioè la comunicazione da macchina a macchina (machine to machine, m2m), che sfrutta la tecnologia a pacchetti tipica della rete per far comunicare tra loro due oggetti. E le «cose» bisognose di comunicare tra loro crescono sempre più, tanto da interessare un mercato allargato che proprio in questi giorni si incontra a Milano in fiera per l’annuale M2m Forum.
SITI INFINITI – Tecnicamente, il codice di un dominio basato su Ipv4 è fatto da 32 bit, ovvero da 4 numeri (con un punto tra loro a dividerli) di 8 bit, il cui valore massimo può essere 256. Il nuovo standard invece, Ipv6, viaggia a 128 bit: è cioè in grado di generare 2 alla 128esima potenza di indirizzi nuovi. Per fare un esempio spaziale, significa 666mila miliardi di miliardi di siti a disposizione per ogni metro quadrato di superficie terrestre: abbastanza per soddisfare qualsiasi richiesta di indirizzo, sia da parte di singoli che di aziende e oggetti. Più problematica resta invece la migrazione da uno standard all’altro. Se i sistemi operativi Windows, Unix, Linux, e Mac OSX supportano Ipv6 già da qualche anno, così come i browser sono pronti a riconoscere un sito composto da una stringa numerica più lunga, non tutto il mondo tecnologico è aggiornato per questa rivoluzione. Per questo una fiorente industria lavora a software che permettano a tutte le macchine di riconoscere gli indirizzi nei due differenti standard. E la partita di cui il mercato nero potrà profittare si gioca tutta sull’interregno: in tempi di esodo da uno all’altro, sarà necessario per continuare a «esserci», dotarsi di domini nell’uno e nell’altro mondo. Per ora, oltretutto, le grandi organizzazioni assegnatarie dei nomi di dominio tardano a creare regole per frenare la nascita di un mercato alternativo.
Eva Perasso
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Europa old economy: nessuna azienda nella top ten digitale
Europa old economy: nessuna azienda nella top ten digitaleSolo 4 delle 54 aziende più visitate della Rete sono europee. E la fibra ottica è un miraggio per molti. La Ue decide di correre ai ripari attraverso un piano per rilanciare lo sviluppo del Web, sia nei contenuti che nelle infrastrutture
Il Vecchio Continente è fuori dal mondo digitale. Nella top ten delle aziende di maggior successo nemmeno una è europea. In altre parole, in colossi come Google, Amazon, eBay e Facebook non c'è l'ombra di investimento made in Europe.
E a puntare il dito contro l'arretratezza digitale dell'Unione è proprio la Commissione Ue, che il 12 maggio approverà un piano per rilanciare lo sviluppo della Rete, sia nei contenuti che nelle infrastrutture, per dare a tutti gli europei Internet veloce (sopra i 30 Mbps) entro il 2020 e sbloccare un potenziale di un milione di posti di lavoro.
Ad oggi, infatti, solo 4 delle 54 aziende più visitate della Rete sono europee. E la fibra ottica è ancorta un miraggio per molti.
La Commissione chiederà agli Stati di spingere sulle reti di nuova generazione - abbassando i costi amministrativi - con un occhio di riguardo alle tecnologie mobili che, grazie a politiche di liberazione dello spettro reso disponibile dal dividendo digitale, aiuteranno a garantire la copertura nelle aree dove lo sviluppo delle infrastrutture è più difficile.
Anche per quanto riguarda i contenuti, l'Europa deve ancora abbattere qualche muro per costruire un mercato unico e poter fornire la stessa offerta a tutti i cittadini. Oggi, ad esempio, la musica on line è ostaggio di un complesso sistema di licenze che cambia da Paese a Paese. E rende difficile per distributori come i-Tunes e Amazon offrire la stessa scelta in tutti i 27.
Si tratta di un problema che esiste per la diffusione on line di tutti i contenuti dell'industria creativa protetti da copyright, un sistema che con l'arrivo dell'iPad farà sentire ancor di più i suoi limiti, costringendo la Apple a negoziare la diffusione di contenuti in ogni singolo Paese europeo e quindi impedendo ai cittadini Ue di avere accesso agli stessi contenuti.
Per questo, spiega Bruxelles, occorre affrontare il problema dei diritti d'autore, pensando ad un sistema europeo di licenze che semplifichi le regole e salvaguardi allo stesso tempo gli interessi dei proprietari dei contenuti. E la Commissione proporrà una direttiva sulla gestione collettiva dei diritti già l'anno prossimo.
15:31 Scritto in ECONOMIA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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17/03/2010
Facebook-Google, storico sorpasso
Facebook-Google, storico sorpasso
Financial Times: il sito di social network nell'ultima settimana è stato più cliccato del motore di ricerca
Facebook supera Google e si afferma come il sito più popolare fra i navigatori americani. Un sorpasso storico, raccontato dal Financial Times citando i dati della società di ricerca Hitwise, secondo la quale la scorsa settimana Facebook - per la prima volta - ha sorpassato Google catturando il 7,07% dei navigatori contro il 7,03% di Mountain View. Un totale del 14% dei clic statunitensi, ma ora a ruoli invertiti. Lo scorso anno solo il 2% dei navigatori americani frequentava Facebook: il balzo indica come la rete stia diventando più sociable e meno searchable. Anche perché chi si trova dentro il sottoinsieme della rete rappresentata dal sito di social network, spesso smette di utilizzare - o comunque frequenta molto meno - la Rete con la "r" maiuscola, Internet. Non è certo un caso che proprio Mountain View, il mese scorso, abbia lanciato ufficialmente Buzz, il proprio sito sociale.
Le visite al sito di Mark Zuckerberg nell'ultimo anno sono aumentate del 185%, mentre il traffico di Google sarebbe sostanzialmente invariato: la previsione degli analisti è dunque che il sorpasso non sia momentaneo, ma anzi sia destinato non solo a confermarsi, ma che le distanze tra i due colossi vadano man mano ad allargarsi nei prossimi mesi. Gli utenti di Facebook d'altronde sono raddoppiati in poco tempo, passando dai 200 milioni dell'aprile scorso ai 400 milioni di questo febbraio. E a livello globale, i navigatori rete hanno trascorso in media 5 ore e mezza sui siti di social network in dicembre 2009, ovvero l'82% in più rispetto all'anno precedente.
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19/02/2010
Gli attacchi hacker contro Google? «Partiti da due scuole cinesi»
Gli attacchi hacker contro Google? «Partiti da due scuole cinesi»
WEB E SICUREZZA. Il New York Times rivela: due istituti accademici dietro i cyber-assalti iniziati ad aprile
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| La sede Google a Shanghai (Afp) |
Ci sarebbero due istituti accademici cinesi dietro i numerosi attacchi informatici contro aziende occidentali, comprese le caselle di posta di Google di alcuni attivisti per i diritti umani. Secondo il New York Times gli attacchi sarebbero iniziati ad aprile le indagini della National Security Agency avevano portato prima a dei server taiwanesi per poi finire alla Jiaotong University di Shangai e a un istituto professionale di Lanxiang finanziato dalle forze armate. Secondo gli analisti l’ipotesi più probabile è che gli istituti siano stati usati dal governo cinese come base per gli attacchi informatici. È possibile però che questi servissero come copertura a servizi di Paesi terzi, mentre non è da escludere che possa trattarsi di una gigantesca operazione organizzata ai fini di spionaggio industriale.
TENSIONE WASHINGTON-PECHINO - Google aveva creato scompiglio nelle relazioni tra Washington e Pechino con il suo annuncio del 12 gennaio, con il quale svelava di aver subito dei «sofisticati e mirati attacchi informatici» partiti, presumibilmente, dalla Cina. Più di 20 aziende americane sono state colpite da questi attacchi, sebbene inizialmente questi fossero rivolti in particolar modo agli account mail dei dissidenti cinesi. Jill Hazelbaker, direttore delle comunicazioni di Google, ha detto che le indagini dell'azienda sono tutt'ora in corso, ma non ha voluto rilasciare ulteriori commenti.
Redazione online
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18/02/2010
Internet: maxi cyberattacco
Internet: maxi cyberattacco
Lo riporta il washington post. Una rete di hacker est-europei colpisce 2.500 aziende. Coinvolti 75mila computer in 196 Paesi: tra i più colpiti Usa, Messico, Arabia Saudita, Egitto e Turchia
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| (Reuters) |
WASHINGTON - Oltre 75 mila tra computer e server di circa 2.500 aziende violati in 196 Paesi: è il bilancio del più grande e sofisticato attacco hacker mai registrato sino ad oggi. Lo rivela il Washington Post. L'attacco telematico è stato scoperto da una ditta della Virginia, la Netwitness, ed è iniziato alla fine del 2008. La scoperta è avvenuta il mese scorso: sono state prese di mira email, dati aziendali, carte di credito, le credenziali di accesso dei dipendenti delle aziende della sanità e della tecnologia. Tra i Paesi più colpiti da una rete di hacker est-europei figurano gli Usa, il Messico, l'Arabia Saudita, l'Egitto e la Turchia.
COINVOLTI 196 PAESI - L'intrusione è stata scoperta il 26 gennaio scorso da Alex Cox, un ingegnere di NetWitness: l'esperto ha individuato il cosiddetto Kneber bot, un sistema interlacciato di almeno 20 server e computer gestito da un gruppo di hacker localizzati nell'Est Europa, che avevano creato un centro di controllo in Germania. Secondo gli esperti, gli attaccanti sono riusciti a far scaricare ad ignari dipendenti di molte aziende dei software da siti controllati dagli stessi hacker, oppure inviando mail infette che hanno aperto loro le porte dei sistemi informatici di migliaia di aziende. Per l'intrusione è stato utilizzato uno tra gli spyware più insidiosi, denominato ZeuS. Secondo il Wall Street Journal, l'attacco ha colpito anche dieci agenzie governative statunitensi. In almeno un caso, ha scoperto NetWitness, gli hacker sono riusciti ad entrare in possesso dei dati di accesso email di un soldato. Un portavoce del Pentagono sentito dal quotidiano Usa ha detto che i militari non sono usi commentare specifiche minacce o intrusioni. Tra le aziende colpite, i giganti farmaceutici Merck & Co. e Cardinal Health Inc., che hanno confermato l'attacco, ed altri colossi come la Paramount Pictures - che ha rifiutato di commentare l'episodio. La NetWitness, guidata da un ex ufficiale dell'aviazione americana, Amit Yoran, si occupa di sicurezza telematica e fornisce i propri servizi ad agenzie governative e a numerose aziende. (Fonte Agenzia Ansa)
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04/02/2010
Nucleare, il governo contro le Regioni
Nucleare, il governo contro le Regioni
L'esecutivo intende aprire nuove centrali, il veto dei governatori lo ostacolerebbe. Impugnate le leggi con cui Puglia, Campania e Basilicata hanno detto no a nuovi siti. Realacci: «Debole ritorsione»
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| La centrale nucleare mai entrata in funzione di Trino Vercellese |
ROMA - Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari nei loro territori. Lo riferiscono fonti governative. La decisione è stata presa su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e d'intesa con il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto.
CONFLITTO GOVERNO-REGIONI - Il governo ha più volte ribadito l'intenzione di riavviare un programma nucleare per l'Italia, dopo che la vittoria del referendum del 1987 aveva di fatto bloccato ogni possibilità in tal senso frenando anche i progetti già avviati a Montalto di Castro e Trino Vercellese. Ma alcune regioni avevano deciso di opporsi vietando con delle proprie leggi la destinazione del proprio territorio all'eventuale insediamento di nuovi siti nucleari. L'esecutivo chiede ora alla Consulta di dichiarare illegittimi quei provvedimenti che, di fatto, comporterebbero - soprattutto se poi seguiti da iniziative analoghe da parte delle altre regioni - l'impossibilità per il governo di individuare luoghi adatti alla costruzione delle nuove centrali.
LE MOTIVAZIONI - «L'impugnativa delle tre leggi è necessaria per ragioni di diritto e di merito», ha spiegato il ministro Scajola. «In punto di diritto - ha aggiunto - le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l'esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117 comma 2 della Costituzione). Non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso perchè si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese». «Nel merito - ha continuato il ministro - il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del Governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell'energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo». Il ministro Scajola ha inoltre ricordato che «al prossimo Consiglio dei Ministri del 10 febbraio ci sarà l'approvazione definitiva del decreto legislativo recante tra l'altro misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Scajola ha poi preannunciato che «il governo impugnerà tutte le eventuali leggi regionali che dovessero strumentalmente legiferare su questa materia, strategica per il Paese».
«RITORSIONE DEBOLE» - La prima reazione politica è di Ermete Realacci, deputato Pd ed ex presidente di Legambiente: «È una debole ritorsione, visto che già il governo è di fronte alla Corte Costituzionale per l'inaccettabile legge che impone, unico caso in un paese occidentale, anche attraverso la militarizzazione dei siti, la costruzione delle centrali nucleari contro il volere delle regioni e dei territori. Quello del governo - ha aggiunto l'esponente democratico - è un approccio che rischia di condurci solo in un vicolo cieco; non sarà con la forza che si farà digerire agli italiani una scelta costosa e sbagliata». Per il presidente dei Verdi, Bonelli «la decisione di impugnare le leggi delle tre Regioni che avevano detto no al nucleare è un atto fascista e fuori dalla democrazia. E' sempre più evidente, ormai, la volontà di mettere i cittadini italiani davanti al fatto compiuto rispetto alla costruzione delle centrali nucleari, imponendole con l'esercito ed ignorando completamente la democrazia e le scelte delle regioni. Viene da chiedersi dov'è finito il tanto declamato federalismo di cui una delle forze della maggioranza, la Lega, ha fatto il proprio oggetto sociale».
Redazione Online
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21/01/2010
Kindle, attenti a quel sito
Kindle, attenti a quel sito
La amazon: noi gli unici autorizzati a vendere e distribuire il lettore digitale. Un lettore ci avvisa: all'indirizzo www.kindle-italia.com ha acquistato un e-book che non è mai arrivato
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| Un esemplare di Kindle |
MILANO - Per adesso possiamo solo dire attenti a quel sito: a prima vista si presenta come lo store «ufficiale» della vendita del Kindle International e del Dx in Italia — sarebbe sufficiente il dominio per trarre in inganno chiunque, www.kindle-italia.com. Peccato che alla Amazon, la società produttrice e distributrice in esclusiva dell’e-book che abbiamo subito contattato, non ne sappiano nulla. Abbiamo scoperto il sito grazie alla lettera di un lettore del Corriere al nostro direttore in cui si denunciava l’acquisto di un Kindle International addirittura il 19 ottobre 2009.
NESSUNA CONSEGNA - Peccato che da allora per A.T., queste le sue iniziali, sia cominciato un inferno fatto di attese, risposte fumose, tentativi di contatto senza nessun frutto con un’unica certezza: il pagamento è avvenuto, ma il Kindle non è mai arrivato. L’Amazon ha risposto che l’unico sito da cui effettuare l’acquisto deve essere www.amazon.com e che l’operatività del sito sotto la lente è stata segnalata agli uffici interni di controllo. Nessun accordo di vendita è stato fatto con catene di distribuzione online né con megastore. Siamo allora andati a controllare: il sito risulta in effetti controllato da una società con sede legale in Gran Bretagna: la e-buy4you.com. In alcune sottopagine la società specifica di non avere rapporti con l’Amazon e di voler fare solo da «tramite» per l’acquisto del Kindle. Peccato che andando a cliccare sul sito www.e-buy4you.com non si cavi un ragno dal buco: una scritta fissa senza link si staglia su una pagina completamente bianca.
TELEFONATE SENZA RISPOSTA - Su segnalazione del lettore che ha tentato invano di contattare a lungo l’azienda abbiamo provato anche noi di telefonare ai due numeri che appaiono ricevendo in risposta solo la registrazione della Telecom: «L’utente non è al momento disponibile: vi invitiamo a riprovare più tardi». Anche il servizio cortesia clienti online non dà segni di vita. Abbiamo dunque fatto delle banali ricerche sul web: oltre a decide di pagine di documenti e contratti vari di vendita firmate dall’amministratore delegato ella società, «mister Jared Davil», su Twitter chatta anche una certa Sofia Bonardi di San Marino che si presenta come «incaricata del servizio feedback» del gruppo e che è subissata di richieste da parte di sfortunati «colleghi» del nostro lettore. Negli ultimi messaggi Sofia Bonardi comunica che l’«80% degli ordinativi sono stati evasi». In un altro post di Bonardi si scopre che lei può «solo confermare che oggi sono stati rimborsati gli ordini 309, 308, 243, 283, 319, 430, 431, 406, 408, 145, 401, 327, 189, 372 (Kindle)». Peccato che a giudicare dal web gli ordini non eseguiti — e dunque da rimborsare — siano centinaia. Forse di più. A questo punto non ci rimane che chiedere a qualche responsabile della società di contattarci per spiegare cosa stia succedendo.
Massimo Sideri
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