08/04/2012

L'assalto dei pirati a colpi di kalashnikov. Video : ecco come vanno all'arrembaggio

L'assalto dei pirati a colpi di kalashnikov. Video : ecco come vanno all'arrembaggio

Incuranti dei tiri di sbarramento i predoni inseguono la nave. Immagini rare di un attacco a una nave mercantile mentre le le forze di sicurezza a bordo rispondano al fuoco

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21/12/2011

Somalia, libera la nave «Savina Caylyn». Da febbraio nelle mani dei pirati

Somalia, libera la nave «Savina Caylyn». Da febbraio nelle mani dei pirati

Natale a casa per i 5 italiani a bordo della petroliera. Sarebbe stato pagato un riscatto di 11,5 milioni di dollari

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11/10/2011

Mercantile sequestrato in Somalia. Blitz a bordo: l'equipaggio è libero

Mercantile sequestrato in Somalia. Blitz a bordo: l'equipaggio è libero

Il caso della montecristo. Arrestati i pirati somali. L'operazione delle forze speciali britanniche. Il cargo sequestrato lunedì all'alba

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10/10/2011

I pirati somali sequestrano la Montecristo

I pirati somali sequestrano la Montecristo

Barca con cinque persone armate attacca nave con 23 marinai, italiani, ucraini e indiani. La nave italiana ha lanciato l'allarme alle 6.45. Si trovava a 600 miglia est dalle costa della Somalia

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24/08/2010

Somalia, scontri a Mogadiscio: uccisi alcuni parlamentari

Somalia, scontri a Mogadiscio: uccisi alcuni parlamentari

Preso d'assalto da parte dei ribelli vicini ad Al Qaeda un hotel della capitale somala che ospitava diversi deputati. Ripresi gli scontri in città tra i miliziani e le truppe del governo di transizione e dell'Unione africana: decine di morti

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10/08/2009

Liberi i 16 marinai della Buccaneer

Liberi i 16 marinai della Buccaneer

 

Lo ha annunciato il ministro degli esteri Franco Frattini. La nave sequestrata da pirati somali l'11 aprile nel golfo di Aden con a bordo 10 italiani, 5 romeni e un croato

 

Il rimorchiatore Buccaneer
Il rimorchiatore Buccaneer

SOMALIA - Sono stati liberati i sedici marinai che erano stati sequestrati in Somalia a bordo della nave Buccaneer. Lo ha annunciato il ministro degli esteri Franco Frattini. Il rimorchiatore d'altura Buccaneer era stato sequestrato da pirati somali lo scorso 11 aprile nel golfo di Aden con a bordo dieci italiani (tra i quali il capitano), cinque romeni e un croato. Tutti i 16 membri dell'equipaggio sono stati rilasciati. Il rimorchiatore sta ora procedendo verso Gibuti accompagnato dalla nave della Marina militare San Giorgio, che da tempo si trova in zona proprio per seguire da vicino il sequestro.

«COMPIACIMENTO PER SOLUZIONE» - Frattini, ha espresso il suo «più vivo compiacimento per la positiva soluzione della vicenda», si legge in una nota della Farnesina. «Alle loro famiglie una partecipe vicinanza in questo momento di gioia, dopo mesi di comune attesa e preoccupazione». Frattini ha voluto ringraziare le autorità del governo di transizione somalo e in particolare il primo ministro della Somalia, le autorità del Puntland, il Dispositivo interforze di forze speciali imbarcato sulla San Giorgio e coordinato in area di operazioni dal Cofs (Comando interforze per le operazioni delle forze speciali) e «le diverse articolazioni istituzionali e di intelligence italiane che hanno aiutato lo sviluppo positivo del caso». Il ministro ha espresso anche «un sentito ringraziamento ai mezzi di informazione italiani per avere rispettato la linea di riserbo richiesta dalla Farnesina che si è ancora una volta rivelata giusta».

«NON È STATO PAGATO ALCUN RISCATTO» - «Non c'è stato blitz e non è stato pagato alcun riscatto. Al momento convenuto i militari sono saliti a bordo del Buccaneer e hanno preso possesso della nave». Lo ha detto Silvio Bartolotti, general manager della Micoperi, l'azienda ravennate proprietaria del rimorchiatore. La nave - ha aggiunto - è già in navigazione verso Gibuti, dove dovrebbe arrivare entro un paio di giorni, scortata da navi militari. «I miei uomini stanno tutti bene - ha precisato Bartolotti - e una volta arrivati a Gibuti valuteranno la situazione, secondo l'umore psicologico, se proseguire in nave o se rientrare in Italia in aereo. Io comunque prenderò il primo volo utile per Gibuti, perché voglio riabbracciare quanto prima i miei uomini».

BOTTI - L'incubo è finito: hanno appreso la notizia dalla Farnesina e ora sparano i botti di Capodanno per la gioia, sull'uscio di casa, i familiari di Bernardo Borrelli, il marinaio di 30 anni, di Ercolano (Napoli) liberato in Somalia.


20/06/2009

Sequestro Buccaneer, nuova telefonata «Un piatto di riso al giorno, liberateci»

Sequestro Buccaneer, nuova telefonata «Un piatto di riso al giorno, liberateci»

 

Il rimorchiatore catturato dai pirati al largo delle coste somale l'11 aprile. Giovanni Vollaro ha contattato la famiglia: «L'acqua scarseggia, siamo costretti a bollirla. Siamo stremati»

 

Il rimorchiatore Buccaneer
Il rimorchiatore Buccaneer

MILANO - Giovanni Vollaro, uno dei tre marinai iscritti alla capitaneria di porto di Torre del Greco (Napoli) e imbarcati sul Buccaneer, la nave in mano ai pirati somali dall'11 aprile, ha nuovamente chiamato la famiglia. «La telefonata è durata circa 11 minuti - racconta il padre - anche se la linea era particolarmente disturbata. Ancora una volta le parole di mio figlio hanno gettato su tutti noi una terribile angoscia. Mi ha detto che sono stremati, che non ce la fanno più. Che a bordo scarseggia tutto, perfino l'acqua, che sono costretti a bollire prima di berla. Anche le scorte alimentari sono ridottissime: adesso possono contare su un solo piatto di riso al giorno».

«TRATTATE CON ME» - Niente lacrime, tiene a precisare Pasquale Vollaro, ma solo una richiesta: «Liberateci, fate presto». «Loro non sanno realmente come vanno le cose qui in Italia. La Farnesina ogni volta ci dice di pazientare, che siamo prossimi alla liberazione. Ma intanto sono passati più di due mesi senza ottenere alcun risultato». Pasquale Vollaro ha anche ascoltato la voce di uno dei pirati somali che tiene in ostaggio l'intero equipaggio del Buccaneer: «Parla italiano e si è intromesso nella conversazione tra me e mio figlio. A telefono si è messo a ridere: "Se volete gli ostaggi liberi dovete trattare con me" mi ha detto. Ma chi ha la forza di trattare con questi soggetti? Noi non di certo, queste cose le deve fare lo Stato».


03/06/2009

Buccaneer, la minaccia dei pirati: «Entro 48 ore trattate, sennò faremo brutte cose»

Buccaneer, la minaccia dei pirati: «Entro 48 ore trattate, sennò faremo brutte cose»

 

Le due telefonate al Corriere della Sera pongono molti dubbi e interrogativi

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La telefonata arriva alle 20,34 ora di Nairobi, 19,34 italiane. La voce è quella del somalo che fa da interprete tra i pirati e l’equipaggio della Buccaneer, il rimorchiatore d’altura italiano sequestrato nel Golfo di Aden l’11 aprile scorso. La voce è chiara e l’italiano buono: «“Qui c’è uno dei capi. Dice che se entro 48 ore non cominciate le trattative faremo una brutta cosa».

La telefonata si interrompe e richiamare non è possibile. Il telefono squilla a lungo ma nessuno risponde. Le due telefonate al Corriere della Sera (la prima lunedì struggente e drammatica del comandante del Buccaneer, Mario Iarloi, “siamo senza cibo, acqua e stiamo impazzendo”, la seconda con l’ultimatum dei pirati) pongono molti dubbi e interrogativi. È vero quanto emerso nelle conversazioni? Che la voce di Iarloi fosse rotta dall’emozione e che alla fine della conversazione l’ufficiale fosse assai irritato è fuori di dubbio. Che l’equipaggio si lavi con acqua di mare è probabilmente altrettanto vero. Che manchi il cibo in una zona pescosissima dove basta lanciare un amo e anche senza esca si raccoglie qualcosa è meno probabile. Dubbi anche sull’affermazione, suffragata per altro da una mail inviata da Iarloi, che sei membri dell’equipaggio siano stati trasferiti a terra.

Fonti del Corriere della Sera raggiunte via telefono a Las Qorey confermano che non c’è traccia di bianchi nei villaggi della costa. Per altro fonti confidenziali della marina militare sostengono che dalla nave da guerra italiana San Giorgio, che tiene sotto stretto controllo elettronico la Buccaneer da cui la separano poche miglia, non è stato notato alcun movimento strano e se ci fosse stato un trasferimento di ostaggi a terra certamente non sarebbe passato inosservato. L’opinione che nelle parole di Iarloi ci fosse qualcosa di strano è condivisa da uno dei proprietari della Micoperi, Silvio Bartolotti. In una dichiarazione alla stampa Bartolotti sostiene che il comandante «ha detto solo ciò che gli vogliono fare dire i pirati per riuscire a esercitare pressioni». Margherita Boniver, inviato del governo italiano per le crisi umanitarie, sostiene che il nostro Paese continua a fare la sua parte pur mantenendo il massimo riserbo sulle operazioni. Nessuno ha spiegato però se ci sono trattative in corso (secondo i pirati non c’è alcun negoziato) e se esiste l’intenzione di pagare un riscatto, come preteso dai bucanieri somali. La marina comunque ha avuto l’ordine di inviare nelle acque del Corno d’Africa un’altra nave da guerra che si aggiungerà alla fregata Maestrale e alla San Giorgio. Si tratta di un pattugliatore (ancora non è stato fatto il nome) che dovrebbe arrivare nella zona di operazioni tra meno di un mese, subito dopo che saranno finiti i preparativi per la lunga traversata.

Massimo Alberizzi


28/10/2008

Somalia: lapidata adultera, un parente la aiuta e nel conflitto a fuoco muore bimbo

Somalia: lapidata adultera, un parente la aiuta e nel conflitto a fuoco muore bimbo

Sentenza eseguita dalle Corti islamiche. Ma per i familiari non ha ricevuto un processo coranico equo, e' il primo episodio di questo tipo avvenuto a chisimaio da quando e' tornata nelle mani dei ribelli

 

 

 

CHISIMAIO (SOMALIA) - Miliziani somali fedeli alle deposte Corti islamiche hanno giustiziato in pubblico una giovane donna accusata di adulterio, ricorrendo all'arcaico e macabro metodo della lapidazione: lo hanno denunciato testimoni oculari, secondo cui l'esecuzione è avvenuta nella tarda serata di lunedì a Chisimaio, città portuale situata circa 520 chilometri a sud-ovest di Mogadiscio, davanti a centinaia di spettatori, molti dei quali costretti ad assistervi, parenti della vittima compresi.

LA VITTIMA - La ragazza si chiamava Asha Ibrahim Dhuhulow e aveva 23 anni; tradizionale velo verde sul capo, il volto coperto da un panno nero, è stata condotta sul luogo del supplizio a bordo di un furgone per poi essere massacrata. Ai presenti è stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, e accettato il suo crudele destino: ma, al momento di essere trucidata, si è messa a urlare e a divincolarsi, mentre i carnefici la immobilizzavano legandole mani e piedi. A quel punto un congiunto le è corso incontro, tentando di aiutarla, ma gli integralisti di guardia hanno aperto il fuoco per fermarlo, e hanno ucciso un bambino. Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un processo coranico equo: «L'Islam», ha ricordato uno di loro, «non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non sono presentati pubblicamente l'uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto». I giudici fondamentalisti si sono però limitati a replicare che puniranno in maniera adeguata la guardia responsabile della morte del bimbo. È il primo episodio del genere di cui si abbia notizia in Somalia da due anni: da prima cioè che, alla fine del 2006, le truppe del governo transitorio di Mogadiscio sconfiggessero le Corti islamiche con il determinante appoggio militare dell'Etiopia. I ribelli hanno però intrapreso una guerriglia difficile da contrastare, e lo scorso agosto si sono reimpadroniti di Chisimaio, reimponendovi leggi ispirate alla più vieta concezione dell'Islam; in città, per esempio, è proibita qualsiasi forma di svago perchè considerata blasfema.


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27/09/2008

Cargo rapito, chiesto riscatto di 35 milioni

Cargo rapito, chiesto riscatto di 35 milioni


Il mercantile, dopo essersi fermato a Garahd, ha ripreso a navigare verso sud. Sequestrata anche una nave greca, teste di cuoio russe pronte ad entrare in azione


 

 

MOMBASA – I pirati somali si sono fatti vivi e hanno chiesto un riscatto di 35 milioni di dollari al governo keniota per rilasciare il cargo Faina, catturato con un carico di 33 carri armati e una montagna di armi leggere e pesanti (si calcola valgano almeno 30 milioni di dollari). La richiesta è stata avanzata dal portavoce dei pirati, Januna Ali Jama, intervistato dal servizio somalo della Bbc sabato mattina. «La nave contiene armi di tutti i generi - ha detto Januna -. Il governo keniota deve negoziare. Abbiamo trovato documenti interessanti a bordo. Assieme a 20 membri dell’equipaggio c’è un ragazzino di 14 anni». Non ha voluto dire dove la Faina è stata catturata. «Il mondo lo saprà domenica pomeriggio – ha sostenuto -. Avvertiamo francesi e americani di non tentare nessuna azione militare. Qualunque cosa accada sarà solo loro responsabilità. L’equipaggio della Faina ha tentato di resistere ma i nostri uomini hanno compiuto alcune manovre che hanno permesso l’arrembaggio». Infine Januna ha giustificato l’attacco: «Non stiamo sbagliando. Il nostro Paese è stato distrutto degli stranieri che hanno spedito qui i loro rifiuti tossici».

La nave cargo Faina
La nave cargo Faina
RUSSIA PRONTA A INTERVENIRE - Il mercantile si sta dirigendo verso sud, mentre teste di cuoio russe sono pronte a intervenire. I satelliti hanno mostrato che il mercantile, dopo essersi fermato a Garahd, un porto somalo a più o meno 600 chilometri a nord di Mogadiscio, ha ripreso a navigare verso sud e si è fermato a Obbia (la vecchia Itala). Durante la sosta i pirati hanno scaricato parte del loro prezioso bottino, ma non i carri armati. La Somalia è soggetta a un embargo sulle armi decretato dall’Onu. Intanto domenica mattina, tanto per non sementirsi, i pirati hanno sequestrato un’altra nave greca (la terza in due settimane). A Mombasa Andrew Mwangura, che coordina il monitoraggio delle acque dell’Oceano Indiano attraverso l’organizzazione East African Seafarers Assistance Programme, è certo che si stia preparando un blitz per sottrarre la Faina e il suo carico ai pirati e liberare l’equipaggio: «I russi sono agitatissimi e hanno fatto sapere che sono pronti a intervenire con tutti i mezzi. Oltre alla fregata Neustrashimy, che ha lasciato il Baltico un paio di giorni fa, Mosca ha altre navi nell’area». Fermento anche nelle basi francesi e americana a Gibuti alle quale i russi hanno chiesto ospitalità. Forse neanche i pirati si aspettavano un bottino così ricco ma anche così scottante. Chissà che faccia avranno fatto quando hanno aperto la stiva del cargo ucraino e hanno trovato 33 carri armati di concezione sovietica T-72, e poi mitra, lanciagranate, armi pesanti e leggere in genere e le loro munizioni.

CARICO DESTINATO AL SUDAN - Il carico era partito da Odessa diretto a Mombasa, in Kenya, e destinato probabilmente al governo autonomo del sud Sudan. Almeno a quanto sostiene Andrew Mwangura: «Non era mai accaduto. Quest’affare ha implicazioni politiche assai rilevanti – spiega -. Una fornitura di 20 carri armati destinati in Sudan era stata sequestrata a Mombasa in febbraio». Dall’Ucraina hanno assicurato che il carico era diretto in Kenya e a Nairobi Alfred Mutua, portavoce del governo, ha confermato che il materiale bellico è destinato all’esercito del suo Paese. Ma spesso le dichiarazioni di Mutua si sono rivelate non conformi alla realtà. Il mercantile, 2320 tonnellate, di proprietà della Redrick (Belize) e noleggiato dall’ucraina Tomex Team, battente bandiera del Belize e con 21 membri d’equipaggio (non 20 come ha detto Januna: tre russi, un lettone e il resto ucraini), è un Ro/Ro, cioè è dotato di una rampa che ribaltandosi facilita la salita e la discesa dei veicoli nella e dalla stiva. Sabato pomeriggio aveva gettato le ancore a Garahad. I pirati non avevano infatti potuto attraccare a Eyl perché la popolazione inferocita temendo un attacco li aveva cacciati. Garahad è un centinaio di chilometri più a sud.

15 NAVI SEQUESTRATE - In questo momento i pirati hanno in mano 15 navi (sulle 62 sequestrate dall’inizio dell’anno) e almeno trecento marittimi in ostaggio. Un numero difficile da gestire. Il timore è che rivendano le armi di cui si sono impadroniti, ai ribelli islamici che combattono il Governo Federale di Transizione e l’Etiopia sua sostenitrice e alleata. Certo i carri armati sono complicati da pilotare e, probabilmente, anche da portar giù dalla rampa di una nave, comunque in poco tempo si può rimediare un training. Alcuni degli ufficiali degli insorti islamici, infatti, comandavano le unità blindate ai tempi del dittatore Siad Barre e all’epoca hanno frequentato corsi di istruzione militare nell’Unione Sovietica. Non si esclude inoltre che tra i 21 membri dell’equipaggio ci sia qualcuno in grado di manovrarli e quindi di portarli a terra. Il rischio che il carico d’armi finisca in mani sbagliate ha messo in allerta il Pentagono. A Washington il suo portavoce, Bryan Whitman, citato dalla Reuters, ha confermato che gli americani seguono la situazione attentamente: «Stiamo considerando tutte le opzioni per rispondere al sequestro. È chiaro che la natura del cargo riveste un interesse particolare».

PROFUGHI IN FUGA - Per combattere la pirateria che spadroneggia al largo delle coste somale sono già presenti nell’area navi da guerra francesi, americane, canadesi e malesi e stanno arrivando spagnoli e tedeschi, oltre ai russi. Qualche mese fa anche l’Italia aveva una fregata da quelle parti. Nonostante la Somalia sia una nostra ex colonia noi non abbiamo più nessuno in quelle acque. Giovedì il comando della marina canadese ha fatto sapere che ha esteso di un altro mese la scorta alle navi del World Food Programme, l’agenzia dell’Onu che si occupa di distribuire cibo alla popolazione somala a causa della guerra minacciata dalla fame e dalle carestie. La missione avrebbe dovuto finire all’inizio di questa settimana. Attraversato da più di 20 mila mercantili all’anno, che trasportano il dieci per cento del traffico merci del pianeta, quel braccio di Oceano Indiano è considerato il più pericoloso in assoluto del mondo. A Mogadiscio l’ennesima battaglia dei giorni scorsi si è conclusa con gravissime perdite per i civili, si calcola un centinaio di morti. L’Onu ha lanciato l’allarme: un’ondata di 16 mila profughi è in fuga dalla capitale.

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