18/02/2009

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

 

Il «day after» del segretario dimissionario tra rimpianti e prospettive future. «Ma il Pd resta un sogno che si è realizzato. Ora nessuno pensi di tornare al passato». «Basta sinistra salottiera»

 

Walter Veltroni durante l'intervento di addio alla sala Adriano (Lapresse)
Walter Veltroni durante l'intervento di addio alla sala Adriano
MILANO - Il Pd non è nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa». E' al contrario un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». Un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare «questa Italia da Gattopardo». E di sconfiggere una destra e un Berlusconi che hanno vinto «una battaglia di egemonia nella società» e che ora «hanno la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». Per fare questo occorreva dar vita ad un partito nuovo, mai visto nella storia italiana del dopoguerra. Tuttavia, «io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa». Walter Veltroni spiega così, in un intervento di commiato davanti alla stampa e a molti dirigenti del centro sinistra, le dimissioni da segretario del Partito democratico all'indomani della sconfitta elettorale in Sardegna. Un risultato, quello sardo, che ha certamente influito sulla decisione ma che non ne è stato la causa: «già nei giorni scorsi - sottolinea l'ormai ex numero uno del centrosinistra - era chiaro che si dovesse aprire una pagina nuova». Dario Franceschini assumerà il ruolo di reggente del partito fino a che non sarà presa una decisione sul nuovo vertice. E per sabato è convocata l'assemblea costituente del Pd che avrà all'ordine del giorno le dimissioni del segretario e gli adempimenti statutari conseguenti.

IL RIMPIANTO - Veltroni inizia il suo intervento nella sala Adriano di Piazza Di Pietra a Roma parlando di «rimpianto», per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché «il Pd doveva nascere già nel 1996», dopo la vittoria elettorale di Prodi. «L'idea alla base dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse stata portata a termine, tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso». E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge, è la «realizzazione di un sogno» perché dal dopoguerra «non c'è mai stato un ciclo veramente riformista». L'Italia, secondo Veltroni, è un po' quella da Gattopardo, una nazione che non riesce a cambiare mai nel suo assecondare vocazioni e privilegi e che il centrodestra a suo dire interpreta assai bene. «E qui sta, secondo me, la sfida principale del Partito democratico, ovvero la sua vocazione maggioritaria: conquistare il consenso con una maggioranza reale, perché dal 1994 noi non abbiamo mai avuto la maggioranza degli italiani ma è a quella che dobbiamo puntare. Perché se non creiamo una grande forza riformista, questo Paese non cambierà mai».

 

IL PARTITO-VINAVIL E L'EGEMONIA DI BERLUSCONI - «Il Pd - puntualizza Veltroni - non deve essere una sorta di Vinavil che tiene incollata qualunque cosa. E' nella società che deve essere chiara la nostra proposta. La destra ha vinto, il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti». Ma il vero problema, secondo Veltroni, non è la politica di Berlusconi, bensì il fatto che questa posizione riesca a conquistare consenso tra gli elettori.

«IL PD IO L'HO VISTO» - Il segretario uscente ha poi spiegato i tre punti su cui il Pd ha cercato di impegnarsi in questi mesi. A partire dalla semplificazione della vita politica e sociale del Paese, concetto, questo, che «non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida». Poi l' innovazione programmatica, il superamento dei vecchi schemi della sinistra, per affrontare le nuove sfide della società. E, terzo, l'innovazione della forma partito: «Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto» con una partecipazione forte dal basso, «non come nella destra dove c'è uno solo che decide». «Io a tratti il Partito democratico l'ho visto» sottolinea però Veltroni ricordando tutti i principali momenti di coinvolgimento della base popolare del centrosinistra, dalle elezioni dello scorso anno alla manifestazione del Circo massimo, passando per le iniziative a difesa della Costituzione.

«NON CE L'HO FATTA» - Viene poi il momento dell'assunzione di responsabilità. «Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano i 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie - dice con determinazione -. Non ce l'ho fatta e me ne scuso. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo costante di tenerci uniti». Del resto, «in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare». «Penso - evidenzia poi Veltroni - che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno "da dove vieni", ma solo "dove vai"». Alla manifestazione del 25 ottobre, ad esempio, «c'erano solo bandiere del Pd, non quelle dei vecchi partiti».

«BASTA CON LA SINISTRA SALOTTIERA» - Per Veltroni è necessario «passare da sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice» ad un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: insomma, «fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone».

«SCELTA DOLOROSA MA GIUSTA» - «Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte - ribadisce ancora una volta il segretario uscente -. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova». «Non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati» dice poi Veltroni, perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula». In Germania o in Gran Bretagna, ricorda poi Veltroni, i progressisti hanno perso le elezioni locali e nessuno si è dimesso. «Noi invece in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì, che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io forse non mi sono conquistato sul campo». C'è spazio anche per una citazione biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Anzi, a me è stato fatto, ma io non lo farò». Veltroni invita poi a recuperare l'orgoglio dell'appartenenza e considerando che il lavoro da fare per cambiare il paese è molto, puntualizza, «non si può mettere insieme tutto e il contrario di tutto», ma «è necessario che la spinta riformista prevalga».

«VERRA' IL TEMPO...» - «Il Pd dovrà unire il Paese - commenta infine l'ex segretario al termine del suo messaggio di commiato - mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta, al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice in conclusione Veltroni annunciando di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta e dedicando un lungo capitolo ai ringraziamenti di tutte le persone che hanno collaborato con lui in questi mesi (con un pensiero anche a i presidenti delle Camere, Fini e Schifani, definiti "interlocutori corretti) - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito. Adesso avrò modo di gestire il mio tempo». Poi un'esortazione finale: «Non bisogna tornare indietro. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza. Non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi».

 


17/02/2009

Veltroni rimette il mandato No dei vertici del Pd: «Resti»

Veltroni rimette il mandato No dei vertici del Pd: «Resti»

 

E Di Pietro attacca: «noi l'unica opposizione». Il segretario si prende altro tempo per decidere. Non escluse le dimissioni. Vertice nel pomeriggio

 

Walter Veltroni (Emblema)
Walter Veltroni
ROMA - Il pesante insuccesso alle regionali in Sardegna scuote il Pd e ora Walter Veltroni medita l'addio. Aprendo in mattinata il coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato proprio alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna, il segretario dei democratici ha messo il suo mandato a disposizione. «Se per molti sono un problema, io sono pronto ad andarmene per il bene del partito» avrebbe detto Veltroni, raccogliendo il secco "no" del vertice del partito.

DIMISSIONI NON ESCLUSE - I vertici del Pd infatti hanno respinto le dimissioni di Veltroni , confermandogli piena fiducia. Il leader dei democratici a questo punto ha scelto di prendersi un po' di tempo: un'ora e mezza per riflettere e decidere. La riunione del coordinamento è stata aggiornata alle 15.30 proprio per concedere al segretario un momento di riflessione. A quanto si apprende, Veltroni non escluderebbe di dimettersi nonostante la sua proposta di rimettere il mandato sia stata respinta all'unanimità dai big del partito. Durante il coordinamento, il segretario dei democratici avrebbe spiegato che il partito sta pagando il prezzo delle divisioni e dei continui distinguo, confessando anche di aver già fatto molta fatica a gestire quest'ultima fase.

MANDATO PIENO? - Nessuno dei partecipanti alla riunione, racconta chi era presente, avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di un congresso anticipato, mentre Anna Finocchiaro avrebbe chiesto la convocazione della direzione, non ritenendo il coordinamento la sede politica idonea per una vera discussione sull'analisi del dopo-Sardegna. È propobabile, azzarda qualcuno dei big democratici, che Veltroni alla fine opti per una sorta di nuova investitura, per avere un rinnovato mandato pieno così da ricalibrare la linea, ma allo stesso tempo, far rientrare le critiche interne, ricompattando il partito. L'obiettivo a quel punto diventerebbe quello di capovolgere il risultato sardo in vista delle elezioni europee e amministrative.

VELTRONI E CACCIARI - «Veltroni faccia quello che non è riuscito a fare finora. Ha il pieno rinnovo della mia fiducia per fare un partito nuovo» è la richiesta di Francesco Rutelli, mentre secondo il sindaco di Venezia Massimo Cacciari le responsabilità della sconfitta del Pd in Sardegna non sono da attribuire né a Soru né a Veltroni. «È il Pd nel suo insieme che non va» ha detto il primo cittadino di Venezia.

DI PIETRO - Da parte sua intanto anche il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro tira le somme del voto in Sardegna, senza risparmiare una stilettata al partito democratico: noi dell'Italia dei valori, sostiene l'ex pm, siamo «l'unica opposizione» rimasta nelle istituzioni e nelle piazze, che ora vuole «costruire un'alternativa al modello di dittatura sudamericana che sta portando avanti Berlusconi». «L'Idv sale e il Partito democratico scende. Ciò dimostra che quando si sta all'opposizione si fa opposizione e non si "fa ammuina". Se il Pd non decide se essere maschio o femmina, finisce per non essere nessuno» afferma ancora Di Pietro.

 

 

 


Il centrodestra conquista la Sardegna Cappellacci nuovo presidente. Soru ko

Il centrodestra conquista la Sardegna Cappellacci nuovo presidente. Soru ko

 

Affluenza in calo: ha votato il 67,58% degli aventi diritto contro il 71,2% nel 2004. Il governatore uscente indietro di nove punti. Il Pdl primo partito dell'isola. Crolla il Pd

 

Ugo Cappellacci esulta durante lo scrutinio (Passoni)
Ugo Cappellacci esulta durante lo scrutinio
CAGLIARI - Il centrodestra strappa la Sardegna allo schieramento avversario e Ugo Cappellacci diventa il nuovo governatore, scalzando Renato Soru che nel 2004 vinse con il 50,13%. Il dato pressoché definito arriva intorno alle 6 e mezza del mattino, 15 ore dopo la chiusura dei seggi. E quando le sezioni scrutinate sono 1658 su 1812, Cappellacci è al 51,90% dei consensi, mentre il presidente uscente si ferma al 42,89%, con un distacco di 9 punti che pesa come un ko. Irrompe un inedito «partito», quello dell schede nulle che diventano la terza forza della Sardegna: sono quasi 15.000, a cui si aggiungono le schede annullate volontariamente dall'elettore (circa 3300) e quelle bianche (più di 5000).

PDL PRIMO PARTITO, CROLLA IL PD - Crolla la coalizione di centrosinistra inchiodata al 38,67% contro il 56,66 del centrodestra. Ma Soru si conferma vincente nella leadership conquistando quasi cinque punti in più della sua coalizione. Cappellacci ne ha presi esattamente 5 in meno. Il Pdl diventa il primo partito nell'isola superando il 30%, il Pd al contrario affonda e non arriva al 25% (un anno fa alle Politiche si attestò al 33% e nelle Regionali del 2004 la somma dei tre partiti confluiti nel Pd, Ds-Dl-Progetto Sardegna, portò una dote attorno al 32%). Nelle fila del centrodestra crescono i Riformatori (dal 6 al 7% circa), si conferma la potenza dell'Udc che viaggia sempre sul 9-10%, mentre il contestato debutto del Psd'Az nello schieramento guidato dal Pdl premia la scelta dei suoi dirigenti (dal 3,83% del 2004 al 4,35 di oggi). Nella casa degli avversari, netto balzo in avanti dell'Idv che passa dallo 0,99% del 2004 all'attuale 5%. Al contrario, scende di un punto il Prc che si attesta al 3%. I dissidenti del Psd'Az, invece, raggruppati con i Verdi nella lista dei Rosso Mori si fermano al 2%. I Socialisti, cinque anni fa alleati con Soru, hanno fatto una corsa solitaria che li ha portati a superare di poco il 2% contro il 3,76 del 2004: una scommessa persa quella di rompere con il centrosinistra, perchè il partito vede sfumare la possibilità di conquistare anche solo un seggio. L'Irs dell'indipendentista Gavino Sale si conferma intorno al 2% come dato di lista, ma la sorpresa è il successo personale del leader che ha superato il 3% nella lista regionale.

SEGGI - A risultato ormai acquisito, una prima proiezione dei seggi ne assegna 54 al centrodestra e 26 al centrosinistra per un totale di 80 consiglieri che andranno a comporre la nuova Assemblea regionale contro gli 85 della precedente legislatura. La schiacciante vittoria dello schieramento guidato da Cappellacci non fa infatti scattare il premio di maggioranza che determina l'eventuale aumento del numero minimo di 80 consiglieri previsto dalla legge. Nella nuova maggioranza 26 seggi verrebbero attribuiti al Pdl, 7 all'Udc, 5 ai Riformatori, 3 al Psd'Az, 2 a Sardegna Unita-Uds e 2 all'Mpa. Nello schieramento dell'opposizione 17 seggi andrebbero al Pd, 3 all'Idv, 2 al Prc, uno ai Rosso Mori, uno al Pdci e uno a La Sinistra. Rispetto al Consiglio regionale uscente, il rapporto si capovolge: nel 2004 il centrosinistra aveva ottenuto 51 seggi (grazie al premio di maggioranza) contro i 34 dell'opposizione.

MANCANO I DATI DI 58 COMUNI - I dati definitivi potrebbero non essere disponibili neppure entro martedì. Finora è stato scrutinato, per le liste regionali, più del 90% delle sezioni, mentre per i voti delle liste circoscrizionali la percentuale è dell'81%. Sono ben 58 i comuni, in tutte e otto le province sarde, che non sono riusciti a trasmettere per intero al centro elaborazione dati della Regione i dati elettorali entro le quattro di martedì, probabilmente per contestazioni sul voto. I presidenti di seggio, in questi casi, hanno spedito i plichi con le schede ai rispettivi uffici elettorali circoscrizionali costituiti nei tribunali, che dovranno esaminare il materiale e stendere i rispettivi verbali di scrutinio. Fra i comuni che non hanno trasmesso entro i termini i dati alla Regione o l'hanno fatto parzialmente figurano Sassari, Villacidro (Medio Campidano), Sestu, Pula, Assemini, Quartu Sant'Elena e Selargius (Cagliari), Santa Teresa di Gallura (Olbia-Tempio) e Ozieri (Sassari). Le polemiche e le contestazioni ai seggi sono il frutto soprattutto del voto disgiunto sul quale si sono avute accese discussioni e richieste di consultazioni "in diretta" con gli uffici elettorali dei comuni. In pratica stanno emergendo dubbi interpretativi, nonostante la Regione abbia distribuito in tutti i seggi un apposito vademecum con le varie ipotesi. Soprattutto quando - come prevede la legge - vi è un voto di preferenza per un candidato in una circoscrizione provinciale e un voto diverso per il presidente, cioè non allo stesso candidato governatore a cui è collegata la lista.

CAPPELLACCI : «SI TORNA A SORRIDERE» - «La Sardegna sta tornando a sorridere» sono state le prime parole di Cappellacci nella sala stampa del suo quartier generale. «Le prime cose che farò? Risolvere le emergenze lavoro, occupazione, povertà e poi vorrei che questa Giunta si distinguesse dalla precedente perchè vorrei essere realmente vicino nei territori e dare la voce ai sardi». Quanto è stato determinante Berlusconi? «È stato determinante soprattutto per la popolarità - osserva Cappellacci - perché io rappresento il cambiamento, sono nuovo della politica, i più non mi conoscevo e lui mi ha dato una grande mano. L'ho sentito poco fa era molto contento. Credo che questa sintonia tra governo nazionale e regionale sia la grande opportunità per questa terra». «Ora modificheremo il Piano paesaggistico regionale» è la promessa del neo-presidente intervistato da Maurizio Belpietro su Canale 5. «Lo faremo sempre in nome della tutela del territorio -ha spiegato - che è la nostra più grande risorsa».

IL PREMIER: «VINCIAMO, C'HO MESSO LA FACCIA IO»- Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha fortemente sostenuto la candidatura di Cappellacci, si era detto già lunedì sera «fiducioso». «Se perdo, perdo io. Ma, non vi preoccupate, vinciamo. Ci ho messo la faccia io...» è il messaggio che il premier avrebbe fatto pervenire al quartier generale di Ugo Cappellacci in serata. «Sono ottimista, le cose stanno andando per il meglio», avrebbe spiegato al telefono ad alcuni deputati sardi. Martedì mattina però il presidente del Consiglio ha negato di aver fatto dichiarazioni sul voto. «In ordine all'andamento degli spogli e ai risultati delle elezioni in Sardegna, sino ad ora non ho rilasciato alcuna dichiarazione. Le frasi che mi sono state attribuite sono pura invenzione» ha detto Berlusconi.

 

 

SORU AMMETTE LA SCONFITTA - Il governatore uscente ha ammesso la sconfitta: il riconoscimento ufficiale è arrivato poco dopo l'una, quando a metà scrutinio (902 seggi scrutinati su 1812) è apparso ormai consolidato il divario di oltre cinque punti tra i due candidati. «Ho chiamato Ugo Cappellacci - ha spiegato Soru in una breve conferenza stampa - per augurare buon lavoro a lui e alla Sardegna per i prossimi cinque anni». E dal neo governatore è arrivata subito un messaggio di distensione.«Mi auguro che da questa sconfitta possa trovare - ha detto, riferito allo sconfitto - una ragione per lasciare dietro alle spalle veleni, un atteggiamento di contrapposizione e anche la convenzione che la ragione sia solo da una parte». Il presidente uscente non si sbilancia sul suo futuro («Cosa farò domani? Verrò qui in sede e ci penserò»). Ma ribadisce di voler essere parte attiva del Pd («ho messo tutto in questo progetto, mi sarebbe piaciuto essere ancora di più di aiuto e la vittoria avrebbe dato una mano in questo senso. Il Pd ha, comunque, un grande futuro davanti»). «È ovvio che la differenza di mezzi di comunicazione possa aver influito sul risultato» ha aggiunto poi Renato Sori rispondendo ai giornalisti che gli hanno chiesto quanto abbia pesato la partecipazione attiva di Silvio Berlusconi nella campagna elettorale sarda. «Questo, però, è il gioco. Volevo dire le regole del gioco, ma mi sono fermato. Siamo al giorno dopo - ha sostenuto - sono state elezioni che si sono svolte democraticamente e questo è il risultato. In futuro sarebbe meglio avere elezioni condotte diversamente, con qualche punte di eccessiva ostilità in meno. Sarebbe bello avere competizioni dove valgono le regole e non l'unica regola di vincere ad ogni costo».

AFFLUENZA IN CALO - In totale ha votato il 67,58% degli aventi diritto. Affluenza in calo dunque rispetto alle regionali del 2004, quando votò il 71,2% dei sardi chiamati alle urne (le consultazioni regionali in quell'occasione si svolsero in concomitanza con le europee e con una tornata di amministrative).

 

 


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ELEZIONI IN SARDEGNA: VINCE CAPPELLACCI, SORU RICONOSCE SCONFITTA

ELEZIONI IN SARDEGNA: VINCE CAPPELLACCI, SORU RICONOSCE SCONFITTA

 

CAPPELLACCI AL TRAGUARDO, IL PDL ESULTA. CAPEZZONE: PD HA SBAGLIATO A CRIMINALIZZARE BERLUSCONI; UDC: BENE

 

 



ROMA - Il centrodestra puo' esultare, mentre il Pd si lecca le ferite. Il ribaltone alla regione Sardegna, dove Ugo Cappellacci, stando agli ultimi dati, ha strappato la vittoria a Renato Soru con oltre 5 punti di scarto, e' un brutto colpo per il partito di Walter Veltroni, dove i piu' erano quasi sicuri della vittoria. Il Pdl ha tutti i motivi di far festa: si riprende una regione amministrata dal centrosinistra e vede confermato, ancora una volta, l'appeal elettorale di Silvio Berlusconi, che si e' speso in prima persona nella battaglia per la ''reconquista'' dell'isola fino al punto di far stampare il suo nome, e non quello del candidato del Pdl, sul simbolo elettorale. Il Pd, invece, deve fare i conti con una debacle che rischia di peggiorare il gia' fragile equilibrio sul quale si regge il partito di Veltroni. Le ambizioni di rivincita sul centrodestra, che qualcuno immaginava potessero ripartire dalla Sardegna, si schiantano sul muro dell'affermazione di Cappellacci. E naufraga anche il sogno di fare di Soru l'uomo che puo' battere Berlusconi, non solo in Sardegna ma anche a livello nazionale. La soddisfazione del centrodestra e del suo leader trapela dalle parole del portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone: ''Soru e il Pd hanno sbagliato due volte: prima a demonizzare Berlusconi, sgradevolmente descritto come 'colonizzatore', e poi a sottovalutare Cappellacci. Il centrosinistra puo' avere motivi definitivi per pentirsi di queste scelte''. Soddisfatti per il risultato anche i centristi dell'Udc, che hanno appoggiato il candidato di Berlusconi. Il segretario Lorenzo Cesa puo' gioire, perche' la vittoria e' arrivata anche grazie ai voti del suo partito, che si e' rivelato determinante. ''Le elezioni sarde - sottolinea - dimostrano che l'Udc cresce, che e' determinante e che senza l'Udc non si vince''. La decisione dell'Udc di aderire allo schieramento di centrodestra, e' stata presa, spiega Cesa, ''in coerenza con l'opposizione condotta alla giunta Soru'', ma e' chiaro che la possibilita' di un avvicinamento ai democratici, dopo questa prova, si allontana sempre di piu'. I democratici, frastornati dalla disfatta, hanno il non facile compito di rimettere insieme i cocci. Domani si riunisce il coordinamento, dove il perche' e il percome della sconfitta di Soru cominceranno a essere analizzate, con un occhio alle imminenti elezioni europee e al congresso del Pd, previsto per l'autunno.

               lista                                        voti                 %

SORU PRESIDENTE                   139.906          45,11
IRS-INDIPENDENTIA                      8.907            2,87
PARTITO SOCIALISTA                    4.465            1,44
IL POPOLO DELLE LIBERTA'    155.230          50,05
UNIDADE INDIPENDENTISTA       1.623            0,52

                       (sezioni: 640 su 1812)

 


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15/02/2009

Sardi al voto, Soru contro Cappellacci

Sardi al voto, Soru contro Cappellacci

 

AMMINISTRATIVE. Urne aperte per l'elezione del nuovo presidente e il rinnovo del Consiglio Regionale

 

Ugo Cappellacci (S) e Renato Soru (Ansa)
Ugo Cappellacci (S) e Renato Soru
CAGLIARI - Seggi aperti in Sardegna dove si vota per l'elezione del nuovo Presidente della Regione e il rinnovo del Consiglio Regionale. Alle urne sono chiamati 1.473.054 elettori. Oggi si vota fino alle 22 mentre domani i seggi saranno aperti dalle 7 alle 15.

I CANDIDATI - Cinque gli aspiranti Presidenti: Renato Soru ("Lista Soru presidente" appoggiata da Pd, Prc, Pdci, Idv, La sinistra e Rossomori); Ugo Cappellacci (Il popolo delle libertà sostenuto da Pdl, Udc, Mpa, Riformatori, Uds-Nuovo Psi e Psd'Az); Peppino Balia (Partito Socialista); Gavino Sale (Irs Indipendentzia Repubrica de Sardigna); Gianfranco Sollai (Unidade indipendentista).

SCHEDA UNICA, COME SI VOTA - Agli aventi diritto di voto sarà consegnata una scheda di colore verde divisa in ogni metà da due colonne verticali: in una sono stampati i simboli delle coalizioni e i nomi dei candidati alla Presidenza, nell'altra i simboli delle liste presentate nelle 8 Circoscrizioni provinciali e disposte in maniera tale da evidenziare il loro collegamento al candidato presidente. L'elettore può esprimere una sola preferenza scrivendo il cognome del candidato consigliere e può indicare un solo candidato presidente. È ammesso il voto disgiunto, ossia non è necessario che fra le due indicazioni sia rispettato il collegamento tra la lista e la coalizione di riferimento.

COME SI ATTRIBUISCONO I SEGGI - Diventa presidente della Regione il candidato che in ambito regionale ottiene più voti, il candidato presidente del listino regionale che arriva secondo diventa consigliere regionale. Per l'attribuzione dei seggi il sistema è uguale a quello adottato per le Regioni a statuto ordinario, ma con diverse variabili (a cominciare dalla possibilità di esprimere un voto disgiunto) e con l'attribuzione di un eventuale premio di maggioranza che viene assegnato al presidente eletto per permettergli di governare.

 

 


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03/02/2009

Berlusconi: «Soru? Un fallito»

Berlusconi: «Soru? Un fallito»

 

Intervista del presidente del consiglio a "studio aperto". Voto Sardegna, affondo sul candidato del centrosinistra, che replica: «Pensi a fare qualcosa per gli italiani»

 

 

Silvio Berlusconi (Inside)
Silvio Berlusconi
ROMA - «Soru? Un fallito in tutto». A poco meno di due settimane dalle elezioni regionali in Sardegna (15-16 febbraio), Silvio Berlusconi attacca duramente il candidato del centrosinistra. E per farlo, sceglie le telecamere di Studio Aperto. In un'intervista trasmessa durante il tg delle 12 e 30, il premier parla del Governatore uscente come di un «incantatore di serpenti». «È un fallito come imprenditore - è l'affondo del presidente del Consiglio - un fallito come politico e un fallito come governatore».

L'ATTACCO DEL PREMIER - «Come imprenditore - prosegue - ha messo su un'azienda che è riuscita ad inanellare undici anni di perdite continuative, per un totale di 3 miliardi e circa 300 milioni di perdite, di passività. Incredibile ma vero. Un'azienda che è stata quotata in Borsa e che ha raggiunto il valore per azione di oltre 100 euro, che adesso vale 38 centesimi: pensa quante persone sono state defraudate, impoverite da questa situazione. Un'azienda che sta dimezzando i suoi organici, che ha licenziato recentemente oltre 250 persone... Credo che un imprenditore che non è riuscito a far funzionare le sue aziende non possa presentarsi come colui che può portare sostegno e aiuto alle aziende della Sardegna». «Come politico - aggiunge il premier - ha distrutto con il suo carattere torvo e iroso la stessa coalizione di sinistra che lo sosteneva, in un teatrino di risse continuative con l'ultima farsa delle dimissioni. Come governatore, la Sardegna è arrivata a un record di famiglie sotto il livello di povertà e di disoccupati. Eppure - conclude Berlusconi - c'è la sinistra che continua a portarlo sugli scudi, i giornali di sinistra che continuano a fargli dei monumenti».

LA REPLICA - Soru, stando a quanto trapelato dall'entourage del Governatore uscente della Sardegna, è rimasto sconcertato dall'attacco del presidente del Consiglio. «Diversamente da Berlusconi io non sono più un imprenditore e faccio politica a tempo pieno da cinque anni, ovvero mi occupo della gente, dei sardi e dei loro problemi» ha poi replicato il candidato del centrosinistra alla presidenza della Sardegna, da Torino. «Pensi lui - ha detto Soru - a fare qualcosa per gli italiani, per gli "esuberi" di Telecom, Alitalia e tutte le aziende crisi», ha aggiunto Soru, parlando del premier anche durante il suo intervento al cinema Massimo di Torino. «Berlusconi e i suoi stanno facendo di tutto per "conquistare" la Sardegna - ha detto -: ogni giorno arriva un ministro se non lui direttamente. Non si era mai visto un tale schieramento. Ha anche coniato lo slogan "La Sardegna torna a sorridere". Ma sorridere per cosa mi chiedo io? Ogni volta viene - ha concluso Soru - parla per un'ora, racconta barzellette e scherza sul Milan, zittisce tutti quegli che gli stanno intorno e non accenna ad un solo reale problema. Insulta chi non è d'accordo con lui, come me, tanto sa di non essere perseguibile, e se ne va».

L'INTERVISTA DEL PREMIER - Intervistato da Studio Aperto Berlusconi ha poi toccato anche altri temi. A proposito dello stupro di Guidonia, e dei casi di violenza sessuale delle ultime settimane, il premier ha affermato che «nessuno può essere in disaccordo e nessuno può restare insensibile al grido dolore» che viene dai genitori dei ragazzi aggrediti: «lo stupro è un delitto imperdonabile, esecrabile». Il presidente del Consiglio definisce «errori» le decisioni «del gip di Roma e dell'altro gip che ha liberato dopo due giorni un ragazzo» responsabile di una violenza sessuale a Capodanno. Quanto alla crisi, il capo del governo ha poi confermato l'intervento del governo a sostegno dell'economia. «Abbiamo già messo 40 miliardi di euro, di soldi veri, per un periodo di tre anni». «Credo - ha aggiunto il premier - che il totale di tutti questi interventi, anche utilizzando fondi europei e regionali, credo che possa arrivare addirittura ad 80 miliardi di euro».

 


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09/01/2009

La sfida di Soru: se io vinco ripeto quel che riuscì a Prodi

La sfida di Soru: se io vinco ripeto quel che riuscì a Prodi

Il governatore chiede che il pd esalti «l'esperienza dell'ulivo». «In Sardegna si può tornare al successo e a battere Berlusconi»

 

ROMA — «La sconfitta non è per sempre». Adagio che dovrebbe suonare rassicurante per i vertici del Pd. E, certo, l'intento era quello, anche se il resto della frase, e l'autore, autorizza a una lettura più maliziosa: «Se vinciamo in Sardegna, si può tornare a vincere e a battere Silvio Berlusconi, come ha fatto Prodi due volte». Renato Soru, governatore della Sardegna, con un'intervista all'Espresso si accredita come l'uomo che può ridare fiducia al centrosinistra. E, sempre volendo trarne una lettura maliziosa, si erge contemporaneamente a futuro leader del centrosinistra per sconfiggere il Cavaliere. Dando qualche sostanza alle voci che da settimane lo vedono come il possibile uomo nuovo del Pd, pronto a uscire allo scoperto anche sul piano nazionale.

Il governatore uscente della Sardegna, dimissionario dopo una scontro interno nel Pd, attacca frontalmente Berlusconi, ignorando il suo sfidante, Ugo Cappellacci, considerato poco credibile: «Sarà uno scontro Soru-Berlusconi per interposta persona». Lo scontro comincia con un parallelo con Mussolini: «"Faccio sapere ai sardi che noi ci occupiamo amorevolmente dei problemi della loro isola". Sa di chi è questa frase? Di Benito Mussolini. Berlusconi dice la stessa cosa».

Ma sono i passaggi interni sul centrosinistra che fanno riflettere. Soru chiede al Pd «un forte segno di discontinuità», ovvero la non canditura di chi ha più di due legislature e di chi «non si riconosce nel programma». Bene il Pd, se non altro perché ha «cominciato una traversata nel deserto, strada senza ritorno ». Ma servirebbe una correzione di rotta: «Bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l'esperienza di Romano Prodi e dell'Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd». Quanto basta per entusiasmare Arturo Parisi, pronto a criticare chi, ovvero Veltroni, «ha provocato un disastro con l'illusione della solitudine: bisogna tornare all'Ulivo ». «Parole sante quelle di Soru», conferma un altro prodiano, Franco Monaco. E a giungere alle estreme conseguenze ci pensa «Il Regno», mensile dei padri dehoniani di Bologna, vicini alle posizioni prodiane, per il quale «il Pd di Veltroni e D'Alema, con corredo di ex popolari, è avviato al declino». Veltroni non commenta, anche se in largo del Nazareno si ricorda come nell'ultima Direzione sia stato lo stesso segretario a ricordare positivamente l'esperienza dell'Ulivo. Quanto a Soru, smentisce quanto scritto ieri da un quotidiano locale, secondo il quale avrebbe scoraggiato la partecipazione di Veltroni alla campagna elettorale sarda. Smentita alla quale si associa il commissario del Pd in Sardegna Achille Passoni. E infatti, Veltroni in Sardegna ci sarà, «regolarmente invitato» dal candidato ufficiale del Partito democratico.

Di parere opposto il candidato PDL che replica: "In Sardegna la sinistra ha lasciato un disastro, non avrà la riconferma". Nell'intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale, dice;


 
Ugo Cappellacci, subito dopo l’investitura Berlusconi ha sentenziato che lei sarà «il Gianni Chiodi sardo». È pronto alla sfida con Soru per la presidenza della Regione?
«Sento una grande responsabilità sulle spalle, soprattutto per la situazione in cui si trova la mia terra: 190mila disoccupati, 300mila vicini alla soglia della povertà, popolazione indebitata tanto che su uno stipendio medio di 1500 euro, 700 se ne vanno per pagare le rate dei mutui...».
 
Scenario allarmante. Ma Soru è un osso duro...
«L’analisi sugli ultimi cinque anni non l’abbiamo fatta noi ma esperti ed economisti. La sinistra non ha mantenuto gli impegni e non può pretendere di essere riconfermata».
 
Soru la attacca dicendo che lei si presenta come nuovo, ma non lo è. E che non conosce la Sardegna...
«Sono sardo al 200 per 100: genitori e nonni sardissimi. Conosco bene i problemi della mia terra a differenza di chi ha governato chiuso nel grigiore solitario delle stanze del palazzo. Mentre io riporterò al centro la famiglia, le imprese e il territorio, con i sindaci in prima linea».
 
Soru sembra snobbarla dicendo che «in Sardegna ci sarà uno scontro Soru-Berlusconi»...
«Se conterò lo diranno gli elettori e i fatti della mia azione di governo. Non ho alcun timore a raccordarmi con un governo che è e sarà amico della Sardegna. Se necessario chiederò interventi da Roma perché i miei disoccupati e i padri di famiglia in grave difficoltà possano vivere con dignità. Non mi vergognerò di chiedere aiuto al governo perché non sto chiedendo assistenza ma soltanto condizioni di pari dignità per i sardi».
 
La sinistra insinua che lei cura l’aspetto fiscale delle ville sarde di Berlusconi...
«Non curo alcun aspetto fiscale delle ville di Berlusconi. Sono solo figlio d’arte di un commercialista e ho lavorato per il gruppo Fininvest ma anche per il gruppo De Benedetti oggi, come noto, molto vicino a Soru».
 
Il modello Soru: dove ha fallito?
«Con la scusa di farsi paladino di principi di sardità ha di fatto imposto un sistema di governo centrato sul pensiero unico, sulla sua personale mono-cultura, sulla sua incommensurabile magnificenza di monarca illuminato. Deve vedere e controllare tutto lui, gli altri non contano nulla. Un modo dispotico di governare, inqualificabile per una moderna democrazia. Eppoi non sorride mai e non guarda negli occhi quando parla».
 
Piano paesaggistico regionale, ossia i vincoli allo sviluppo edilizio delle coste che è costato caro al governatore uscente... Le piace?
«Cinque anni fa Soru ha raccontato una bella storia fatta di principi sacrosanti legati alla struggente bellezza della nostra isola. Ci batteremo più di lui perché tutto questo sia salvaguardato ma noi siamo più credibili. La vicenda del piano paesaggistico ha dimostrato che è stata tolta ai sindaci la possibilità di essere protagonisti a casa loro. Quello che noi non accettiamo. Tutela dell’ambiente sì, ma concordata e condivisa».
 
Soru e il conflitto di interessi: dal caso Saatchi & Saatchi alla liaison con i De Benedetti. In molti, anche a sinistra, sono in imbarazzo...
«Non ho tempo per seguire questioni di cattiva amministrazione dei soldi pubblici, sui cui sta indagando la magistratura».

 

 


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26/11/2008

Veltroni: «Soru prosegua suo impegno»

Veltroni: «Soru prosegua suo impegno»

Il leader Pd chiama il governatore dimissionario: «Avrà l'appoggio pieno e comune del Pd», «verranno create le condizioni politiche perche' torni al timone della regione sardegna»

 

 

 

                                                  

Renato Soru (Ansa)
Renato Soru

 

 

 

 

 

 

 

ROMA - Il giorno dopo la rottura si ricerca di rimettere insieme i cocci. Il segretario del Pd Walter Veltroni ha telefonato stamane al presidente della giunta regionale della Sardegna Renato Soru, che martedì sera ha presentato le sue dimissioni. Veltroni ha espresso la propria vicinanza e solidarietà, e quella del gruppo dirigente del Pd nazionale, a Soru assicurando «l'impegno pieno e comune del Pd perchè l'esperienza di governo della Sardegna che in questi anni ha prodotto risultati importanti non si interrompa».

CONDIZIONI POLITICHE - «Il Pd lavorerà da subito - sottolinea Veltroni - per ricreare le condizioni politiche necessarie a riprendere il lavoro della giunta presieduta da Renato Soru guardando innanzitutto all'interesse della Sardegna». Soru però ha presentato le sue dimissioni proprio in polemica nei confronti del Pd che non ha appoggiato in consiglio regionale un suo emendamento relativo al nuovo piano urbanistico.