20/03/2012
Primario non lavora e prende lo stipendio: «La Regione ha chiuso mio reparto un anno fa»
Primario non lavora e prende lo stipendio: «La Regione ha chiuso mio reparto un anno fa»Il caso di Domenico Scopelliti. Lo stop alla struttura di Villa Betania blocca il professionista a capo di Chirurgia maxillo facciale, che si autodenuncia: «Obbligato a timbrare il cartellino. Mi sento umiliato»
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10/12/2011
Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere
Pensioni, i privilegi nei palazzi del potereA Montecitorio lo stipendio medio annuo è di 131 mila euro. I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale rimasti quasi immutati
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16/07/2011
Csm: Papa sospeso da funzioni e stipendio
Csm: Papa sospeso da funzioni e stipendioIndagine P4 / la Procura di Napoli ha chiesto l'arresto. La decisione del Consiglio superiore della magistratura sul magistrato parlamentare del Pdl sotto inchiesta
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21/10/2010
Congedo obbligatorio: due settimane ai padri
Congedo obbligatorio: due settimane ai padriStrasburgo - Per entrambi i genitori stipendio al 100% e garanzie di reintegro. L'Europarlamento: neomamme a casa per cinque mesi. Costi, scettiche Germania, Francia e Gran Bretagna
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27/07/2010
Manovra, ai deputati tagli di 1000 euro al mese
Manovra, ai deputati tagli di 1000 euro al meseAlla Camera riprende la discussione sulla manovra finanziaria. I tagli incideranno sulla diaria e sulla quota per i portaborse
ROMA - Sarà di mille euro netti al mese il taglio sulla retribuzione dei deputati deciso dall'ufficio di presidenza della Camera sulla base delle indicazioni della manovra economica. Il taglio inciderà per 500 euro sulla diaria di soggiorno (oggi pari a 4.003,11 euro) e per i restanti 500 sulla somma destinata al «rapporto eletto-elettore», quei 4.190 euro destinati anche ai «portaborse».
GLI ALTRI TAGLI ALLA CAMERA - La Camera dei deputati, inoltre, taglierà complessivamente nei prossimi tre anni (tra il 2011 e il 2013), 60 milioni di euro, sul complesso di tutte le spese. La somma, si sottolinea, andrà ad aggiungersi ai risparmi, stimabili in 300 milioni di euro, conseguiti dalla Camera, in termini di riduzione della dinamica di crescita della dotazione, tra il 2006 e il 2010.
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11/07/2010
Soldi agli studenti più bravi anche se hanno redditi alti
Soldi agli studenti più bravi anche se hanno redditi altiUniversità, svolta in Germania. L'opposizione protesta. Dal prossimo autunno avranno diritto a uno stipendio di 300 euro mensili, assegnato sulla base dei voti e indipendentemente dal reddito dei genitori
BERLINO — Per la coalizione della Merkel colma un colpevole ritardo, per l'opposizione è l'inizio di una «lotta di classe alla rovescia». La legge approvata dal governo federale tedesco nell'ultima riunione prima della pausa estiva stabilisce che dal prossimo autunno gli studenti universitari più meritevoli avranno diritto a uno stipendio di 300 euro mensili, assegnato sulla base dei voti e indipendentemente dal reddito dei genitori. Nessuna distinzione tra studenti benestanti, che godono di un oggettivo vantaggio iniziale, e membri dei ceti più deboli: per i critici è l'ennesima deriva liberista di una litigiosa alleanza nella quale la cancelliera concede sempre più spazio alle pretese dell'Fdp di Guido Westerwelle. Il nuovo programma potrà coinvolgere fino a 160 mila studenti, pari, secondo le stime, a circa l'8 per cento della popolazione universitaria, e a pieno regime costerà allo Stato 300 milioni di euro l'anno.
| Angela Merkel e il ministro Annette Schavan (Afp) |
Ideatrice e promotrice, la 55enne ministra per l'Istruzione e la Ricerca Annette Schavan,membro dell'Unione cristiano-democratica guidata da Angela Merkel. I costi saranno coperti per metà dal governo federale senza ricadute sui Länder (diversamente da quanto previsto in origine) e per metà dalle singole università, che potranno contare su un 35 per cento di finanziamenti privati. Al termine del percorso di studi non sarà richiesto alcun rimborso, come invece accade per l'altro programma di sostegno del quale si è discusso venerdì, il «Bafög», la legge federale (già in vigore) per la promozione dell'istruzione: si tratta, in sostanza, di un incentivo destinato a tutti gli studenti, senza distinzione in base a merito o condizioni economiche, che il pacchetto originario presentato dalla Schavan proponeva di rafforzare. La decisione è stata rinviata alla seduta di settembre, quando la coalizione giallo-nera non disporrà più della maggioranza in Consiglio a causa della sconfitta subita lo scorso maggio alle elezioni in Nord-Reno Westfalia (nei prossimi giorni dovrebbe essere ufficializzato nel Land un governo di minoranza rosso-verde).
Gli osservatori diffidano della separazione del piano stipendi dalla legge federale, espressione di quel principio solidaristico che costituisce uno dei pilastri della Germania unita (i Länder occidentali continuano a finanziare lo sviluppo dei fratelli orientali sopravvissuti alla Ddr). La stessa Cdu è un partito a forte vocazione sociale. Partito socialdemocratico, verdi e Linke denunciano il provvedimento come «socialmente squilibrato». La Spd accusa la coalizione di «clientelismo», «spreco di denaro pubblico e politica redistributiva dal basso verso l'alto», nelle parole della numero due del gruppo parlamentare socialdemocratico Dagmar Ziegler. La Süddeutsche Zeitung, quotidiano di sinistra, accoglie positivamente lo spirito della legge che punta a «sviluppare una cultura del merito e preparare lo studente al mondo del lavoro» ma esprime preoccupazione per il cambio di sensibilità che potrebbe nascondersi dietro il mancato innalzamento del Bafög: «Che il nuovo programma non segni l'inizio della fine della legge federale per la promozione dell'istruzione». Più dura la liberale Frankfurter Rundschau: «I giallo-neri approvano gli aiuti per pochi e rinviano il sostegno per tanti». Di nuova lotta di classe parla Cem Özdemir, leader dei verdi di origini turche. Le disparità nell'istruzione sono uno dei principali problemi nella Germania multiculturale di Özil e Klose. In settimana un rapporto governativo sull'integrazione ha denunciato che il 13 per cento dei figli di immigrati lascia la scuola senza raggiungere il diploma, il dato peggiore degli ultimi anni.
Maria Serena Natale
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25/05/2010
«Guadagno 128 mila euro: meritati Se arrivano i tagli faccio ricorso»
«Guadagno 128 mila euro: meritati Se arrivano i tagli faccio ricorso»L'ALTO FUNZIONARIO. Pompeo Savarino, segretario generale del comune di Anzio
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| Pompeo Savarino, dirigente pubblico |
ROMA — Lui non ha problemi. «Guardi, ecco imiei cedolini dello stipendio». Quattromila euro netti e spiccioli la media mensile. Ma ogni quattro mesi arriva quasi a diecimila, grazie alle funzioni extra che svolge, più— se c’è— la cosiddetta "retribuzione di risultato" e, insomma, siamo a 128 mila euro lordi l'anno. Poi, ci aggiungi lo stipendio della moglie, dirigente dello Stato: «Non ho problemi, la mia famiglia non risentirà dei tagli. Ma se a pagare saranno sempre i soliti, cioè noi, gli statali, quelli che vengono chiamati la "Cassa", quelli che basta qualche riga in un decreto e devono farsi carico dei problemi del Paese... Ebbene, se mi ci portano non posso escludere un ricorso, nel nome dell'uguaglianza di tutti i cittadini. Dipende se alla fine la manovra sarà socialmente etica, oppure no». Pompeo Savarino, 42 anni, è un uomo contento. Fa il Segretario generale al Comune di Anzio, 50 chilometri da Roma, 52 mila abitanti tutto l'anno e 200 mila in piena estate. Laureato in Legge, cominciò a provare concorsi pubblici, finché nel 1994 vinse questo, segretario generale nei Comuni: 5000 domande e 100 posti soltanto.
«Ci sono arrivato per caso, ma ora mi piace molto». Il segretario generale controlla le delibere, si occupa del personale, tiene i rapporti con la giunta, svolge le funzioni di notaio nei rapporti fra Comune e cittadini (e questa è la funzione che raddoppia lo stipendio, tre volte l'anno): «Non è un lavoro da burocrate, se una città funziona meglio puoi pensare di aver dato il tuo contributo». Savarino è stato in due piccoli Comuni dell'Astigiano, poi a Capena, a Civitavecchia e infine sul mare di Anzio. Con quei suoi 128 mila euro l'anno, secondo l'ultimo testo del governo, dovrebbe subire la decurtazione del 5 per cento della cifra che supera i 90 mila euro. Un taglio da 1900 euro lordi l'anno. Se però Savarino superasse i 130 mila il "sacrificio" diventerebbe del 10 per cento, sempre della parte che supera quella soglia. «Va bene, sono d'accordo, affrontiamo la crisi. Non voglio che l'Italia crolli, come una seconda Grecia. Penso al futuro dei figli, che hanno 3 e 2 anni. Se si tratta di solidarietà nazionale, ci sto. Ma se si tratta di un puro e netto taglio, no. È come se lo Stato dicesse ai suoi uomini: non servite, qui abbasso gli stipendi perché tanto non cambia nulla». Savarino è seduto sul divano della sua casa in zona Eur, la stessa dove è nato, la piccola Chiara gli gioca attorno. Dice: «Quanto risparmierà lo Stato con i tagli ai dirigenti? Cinquanta milioni di euro? È un provvedimento più che altro utile a segnalare agli impiegati che veniamo toccati anche noi. Prima, taglierei altre cose...».
Esempi? «Certi enti. Noi dipendevamo dalle Prefetture, ma da qualche anno siamo gestiti da una Agenzia nazionale, 170 consiglieri d’amministrazione per 4000 segretari comunali, con un bilancio da 120 milioni di euro: posti per ex parlamentari, ex sottosegretari, segretari regionali di partito... Poi ci sarebbero da abolire le Province, trasferendo il personale a Regioni e Comuni, con un risparmio di qualche miliardo. Poi, la famosa lotta all’evasione fiscale: leggo che solo il due per mille degli italiani dichiara più di 200 mila euro l’anno, solo l’uno per cento fra 100 e 200 mila. Eppure...». Eppure? «Noi, ad Anzio, stiamo costruendo il nuovo porto turistico, mille posti, 120 mila euro l’uno, e abbiamo già duemila potenziali acquirenti. Gli impiegati statali non devono arrabbiarsi quando vedono in giro tutti questi Suv, queste Porsche, mentre l’80 per cento del gettito fiscale proviene dai lavoratori dipendenti?». Savarino insiste: contribuire va bene, ma devono partecipare tutti: «Siamo sicuri che gli stessi tagli toccheranno ai magistrati, all’Avvocatura dello Stato, ai diplomatici? Perché l’Italia è il Paese delle categorie privilegiate e di quelle sempre tartassate. Esempio: i funzionari delle Authority guadagnano più dei funzionari pubblici dello stesso livello. All’Inail guadagnano più che nei ministeri, nei Comuni, nelle Regioni». Savarino presiede l’Associazione dei giovani dirigenti pubblici e assieme alla Scuola superiore della pubblica amministrazione sta preparando un dossier: dati sui tagli, proposte alternative: «Siamo stanchi di fare la "Cassa" di ogni governo».
Andrea Garibaldi
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11/02/2010
Uno stipendio per non fare nulla
Uno stipendio per non fare nulla
Palermo, l'ente Fiere non esiste più, ma la Regione continua a pagare i dipendenti
PALERMO - Il segretario generale, Silvana Farinella, laurea in Scienze politiche, master per dirigenti d’azienda, è rintanata nella sua Atos rossa con un plaid sulle gambe e il riscaldamento a palla, a leggere libri e chattare su Facebook.
Accanto, c’è la station wagon blu di Valentino Sucato, per i colleghi «bi-dot» perché due volte dottore, in Economia e commercio e in Scienze statistiche. Qui, alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, era quello che progettava le manifestazioni. Adesso sta chiuso in macchina ogni giorno dalle 7,30 alle 15, e il mercoledì con orario continuato fino alle sei del pomeriggio, nel parcheggio dell’Ente fantasma: 83 mila metri quadrati di uffici e padiglioni espositivi dove hanno pignorato tutto, dalle scrivanie ai quadri, dalla cancelleria al cartellino segna-presenze (ci si arrangia con i nomi scritti a penna su un foglietto).
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| Gli interni dell'ente sono quasi tutti inagibilii, i dipendenti devono stare in poche stanze accessibili o in auto |
È la Spoon River dei vivi, oggi, la Fiera del Mediterraneo, nata nel 1946 per promuovere commerci e scambi nella Palermo ancora dilaniata dalle bombe. «Io ero il tecnico informatico», dice Sebastiano Puleo, stretto nel suo trench imbottito. «Io tenevo i contatti con gli espositori», racconta Vincenzo Carrozza con un cappello di lana calato sugli occhi. «Io mi occupavo delle fiere indirette, quelle ospitate e non promosse», si presenta Giuseppe Misiano. «Io ero il custode», dice Nino Temperino. Il vento si infila tra i capannoni, le cartacce fanno mulinello dove c’era il luna park, i cani randagi si inseguono nei vialoni dove generazioni di siciliani accorrevano ogni primavera per la Campionaria internazionale, come i salmoni risalgono il fiume, a stupirsi delle prime padelle antiaderenti, dei materassi ad acqua, degli oggetti arrivati dall’Oriente. Altri tempi, tanto che all’appuntamento annuale si erano affiancate nel tempo una serie di rassegne tematiche, dai mobili all’alimentazione. Adesso il silenzio è spezzato dai lavori di costruzione di un parcheggio, ultimo capitolo di una Sprecopoli senza fine. «I lavori sono stati finanziati nel 2001 con un milione e trecentomila euro e appaltati adesso, quando non serve più», spiegano i dipendenti con la faccia di chi ha visto tutto.
D’altronde un altro milione e mezzo è stato speso per ristrutturare due capannoni un paio di anni fa: megaschermi, soffitti di design, cabine di regia, impianti di climatizzazione nuovi di zecca e già marciti. Il 1999 è stato l’ultimo della gestione ordinaria, con un consiglio e una giunta nominati dai soci fondatori, il Comune e la Camera di Commercio di Palermo. Poi, nell’attesa che venissero rieletti, arrivò l’era dei commissari straordinari, tutti nominati dalla politica, attraverso l’assessorato regionale alla Cooperazione. E con uno stipendio, fino al 2008, pari al 75 per cento di quello del sindaco. Uno sorride ibernato sul sito Web, dove la Fiera è ancora «il più importante ente espositivo della Sicilia».
Dieci anni in cui è successo di tutto: dall’acquisto di un tris da scrivania per 2.500 euro a un’autoliquidazione da 250 milioni di lire, dalla creazione in barba allo Statuto di due società satellite con ventitré dipendenti assunti per chiamata diretta (licenziati nel 2006 e prontamente assunti nel carrozzone regionale della Multiservizi) alla svendita all’asta, per far fronte ai debiti, di due tele di Alfonso Amorelli che ne valgono il doppio, tra le ire della Soprintendenza. Qualcuno ha provato a rimettere in moto la macchina, ma - spiega il «bi-dot» Antonino Sucato - «a un certo punto mancavano le cento lire da investire per incassarne duecento». Di tutta questa storia sono rimasti loro, i trentacinque fantasmi. In terra di nessuno. «Una legge regionale del 2001 - spiega Sucato - dice che sono esclusi dalla mobilità i dipendenti degli enti pubblici economici, come il nostro. Sostanzialmente la Regione non ci riconosce come suoi figli. E allora perché ci paga gli stipendi? E allora in che senso siamo un ente pubblico?». L’ultimo segnale dalla Regione è stata una lettera con cui si chiedeva ai soci Comune e Camera di Commercio una collocazione provvisoria dei dipendenti nell’attesa di chiarire il futuro della Fiera. Un parcheggio temporaneo, insomma. Loro non ci stanno. Nel parcheggio, quello vero, ci stanno già da troppo tempo.
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17/05/2009
Ocse: salari, l'Italia agli ultimi posti
Ocse: salari, l'Italia agli ultimi posti
Guadagniamo in media il 17% in meno della media Ocse. Siamo 23esimi su 30, con uno stipendio netto di 21.374 dollari l'anno. Ci battono anche a Grecia e Spagna
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| Una busta paga (Fotogramma) |
MILANO - Cittadini italiani sempre più poveri e non solo a causa della crisi. Gli italiani incassano ogni anno uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 21.374 dollari, l'Italia si colloca infatti al 23esimo posto della classifica dei 30 paesi dell'organizzazione di Parigi.
AGLI ULTIMI POSTI IN EUROPA - Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche Grecia e Spagna. È quanto risulta dal rapporto Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008 e appena pubblicato. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia. È calcolato in dollari a parità di potere d'acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).
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17/11/2008
Se i giudici si danno l'aumento da soli
Se i giudici si danno l'aumento da soliIl secondo lavoro delle toghe. Il caso degli arbitrati: un emendamento del Pdl fa tornare la «giustizia parallela» dove lo Stato perde
Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.
Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.
Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.
Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.
Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.
16:28 Scritto in GIUSTIZIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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