23/03/2011

Palazzo Chigi dice sì al decreto anti scalate Dal governo prime misure per fermare i francesi

Palazzo Chigi dice sì al decreto anti scalate Dal governo prime misure per fermare i francesi

Ok del Consiglio dei ministri alla norma che protegge le società italiane da acquisizioni straniere. Nei giorni scorsi, l'annuncio che la francese Lactalis raggiungerà a breve il 29% delle azioni della Parmalat

Continua...


25/03/2010

Bin Laden: «Uccidere gli ostaggi Usa se sarà giustiziata la mente dell'11/9»

Bin Laden: «Uccidere gli ostaggi Usa se sarà giustiziata la mente dell'11/9»

 

Messaggio audio diffuso da al jazeera. Il leader di Al Qaeda: «Uccideremo i prigionieri se Khaled Mohammed dovesse essere condannato a morte»

 

Osama Bin Laden (foto d'archivio)
Osama Bin Laden (foto d'archivio)

Osama Bin Laden torna a farsi sentire. E lancia una nuova minaccia. In un messaggio audio diffuso dall'emittente Al Jazeera, il leader di Al Qaeda dichiara che tutti i prigionieri americani in mano alla rete terroristica saranno uccisi «se verranno giustiziati Khaled Sheikh Mahammed e i suoi compagni». Khaled Sheikh Mohammed è considerato il regista degli attentati dell'11 settembre ed è sotto processo negli Stati Uniti.

L'AUDIO
- «Oh popolo americano, questo mio messaggio riguarda i nostri prigionieri che sono ancora nelle vostre mani - afferma il terrorista saudita - la vostra amministrazione segue i passi dei suoi predecessori e prosegue la guerra in Afghanistan. Per questo vi diciamo che il giorno in cui gli Stati Uniti dovessero prendere la decisione di uccidere Khaled Sheikh Mohammed e i suoi compagni deciderebbero anche l'uccisione degli americani che finiscono nelle nostre mani».

Redazione online


16/01/2010

Parte la riforma dei licei, iscrizioni entro fine marzo

Parte la riforma dei licei, iscrizioni entro fine marzo

 

SCUOLA. Via libera anche alle iscrizioni per elementari e medie. Critici Pd, Cgil e studenti: rinviare

 

Bambini a scuola (Eidon)
Bambini a scuola (Eidon)

MILANO - Scatta il conto alla rovescia per l'avvio della riforma della scuola superiore voluta dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, anche se Pd, Flc Cgil e l'Unione degli studenti ribadiscono la richiesta di un rinvio di un anno dell'avvio dei cambiamenti.

È comunque finita l'attesa di famiglie e dello stesso mondo della scuola. Viale Trastevere ha dato infatti il via libera alle iscrizioni al prossimo anno 2010-2011, varando l'apposita circolare ministeriale: per la scuola primaria (elementari) e per la secondaria di I grado (le medie) le iscrizioni si svolgeranno entro il 27 febbraio. Per la secondaria di II grado, ovvero licei e istituti tecnici e professionali, le iscrizioni si svolgeranno dal 26 febbraio al 26 marzo, per «consentire un'adeguata informazione alle famiglie sulla riforma delle superiori». L'entrata in vigore della riforma ha avuto un via libera dal Consiglio di Stato che con tre diversi dispositivi ha dato il «parere positivo» sui regolamenti. Tra alcuni giorni, spiega il ministero dell'Istruzione, «dopo il parere delle commissioni parlamentari, sarà resa nota la versione definitiva dei regolamenti con i quadri orari». Lo stesso ministero procederà poi ad una «massiccia campagna di informazione verso le scuole e le famiglie sulle novità introdotte». «La riforma dei licei - spiegano dal ministero della Gelmini - può essere considerata epocale. L'impianto rivede complessivamente la legge Gentile del 1923. Si introducono due nuovi licei: il musicale-coreutico e quello delle scienze umane. Vengono inoltre rivisti e aggiornati i vecchi licei. Si supera la frammentazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni della scuola italiana. Le famiglie sono disorientate dalla miriade di indirizzi sperimentali, addirittura 396. Dal 2010 gli indirizzi saranno solo 6. L'obiettivo è quello di coniugare tradizione e innovazione».

I nuovi tecnici si divideranno in 2 settori (economico e tecnologico) e 11 indirizzi. «Più inglese, più ore di laboratorio, maggiore sinergia con il mondo del lavoro. I nuovi istituti professionali saranno articolati in 2 settori (Servizi e Industria e artigianato) e 6 indirizzi. Ci saranno più ore di laboratorio, saranno previsti tirocini e ore dedicate all' alternanza scuola-lavoro, per superare la sovrapposizione con l'istruzione tecnica e garantire una formazione immediatamente spendibile nel mondo del lavoro». Per Manuela Ghizzoni e Giovanni Bachelet del Pd, che chiedono il rinvio di un anno della riforma, «dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, si rafforza la richiesta già avanzata dal Pd di rinviare di un anno l'entrata in vigore della riforma della scuola superiore. Se questo non accadesse, la riforma comincerebbe nell'incertezza più assoluta, alimentando le preoccupazioni dei docenti, delle famiglie e degli studenti».

Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, «è opportuno il rinvio di un anno dell'entrata in vigore dei regolamenti sulla secondaria superiore e che i ritardi accumulati, i cambiamenti ordinamentali di orari e programmi, in assenza di un quadro certo producono conseguenze negative sulle scelte degli alunni e delle famiglie, anche per l'impossibilità di definire un piano di offerta formativa serio». Critica anche l'Unione degli studenti: «Ulteriore rinvio delle iscrizioni a marzo, parere del Consiglio di Stato con molte negatività, parere delle commissioni parlamentari ancora non pervenuto: cosa altro deve succedere perchè il ministro Gelmini si renda conto che la riforma delle scuole superiori non può partire dal prossimo anno? L'insistenza con cui il ministro vuole avviare da subito la riforma dimostra come l'unico scopo di tutta questa operazione sia solo finalizzato al risparmio, senza nessun obiettivo didattico o educativo» concludono.

(Fonte Ansa)


08/01/2010

La Gelmini: «Basta classi ghetto» Tetto del 30% di stranieri per classe

La Gelmini: «Basta classi ghetto» Tetto del 30% di stranieri per classe

 

Dal prossimo anno scolastico il limite previsto entrerà in vigore in modo graduale. Il ministro: «Favorirà l'integrazione»

 

Mariastella Gelmini (Ansa)
Mariastella Gelmini (Ansa)

MILANO - Dal prossimo anno scolastico scatterà il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi. Lo prevede una nota inviata dal ministero dell'Istruzione a tutte le scuole.

QUANDO - Il limite previsto entrerà in vigore in modo graduale: verrà infatti introdotto a partire dalle classi prime sia della scuola primaria sia della scuola secondaria, di primo e di secondo grado. «Stabilire un tetto - ha spiegato Mariastella Gelmini - è un modo utile per favorire l'integrazione, perché grazie a questo limite si evita la formazione di «classi ghetto» con soli alunni stranieri».

IL PROVVEDIMENTO - La nota («Indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non italiana») prevede che il ministero assegnerà risorse finanziarie ad hoc alle scuole per l'inserimento di bambini stranieri e ulteriori finanziamenti saranno previsti per le scuole dei territori con alta presenza di cittadini stranieri. Nella nota si ribadisce che i minori stranieri sono soggetti all'obbligo d'istruzione e che le modalità di iscrizione sono le stesse previste per i minori italiani. Per evitare concentrazioni di iscrizioni di alunni stranieri si dovranno realizzare accordi di rete tra le scuole e gli Enti locali.

IL TETTO - Gli Uffici scolastici regionali, di intesa con gli Enti territoriali, comunque, potranno autonomamente definire quanti bambini stranieri per classe si potranno iscrivere alle scuole del proprio territorio. Il limite del 30% potrà essere innalzato a fronte della presenza di alunni stranieri (come può frequentemente accadere nel caso di quelli nati in Italia) già in possesso delle adeguate competenze linguistiche. E lo stesso limite potrà, invece, essere ridotto a fronte della presenza di alunni stranieri che dimostrino all'atto dell'iscrizione una padronanza della lingua italiana ancora inadeguata a una compiuta partecipazione all'attività didattica, e comunque a fronte di particolari e documentate complessità. A

STRANIERI PROBLEMA DIDATTICO - Per il ministro Gelmini, la presenza di alunni stranieri nella scuola italiana «non è certo un problema di razzismo ma un problema soprattutto didattico» aggiungendo come spesso nel dibattito sul tema ci si è divisi «agitando una ingiustificata polemica di tipo ideologico». «La scuola deve essere il luogo dell'integrazione. I nostri istituti - assicura il ministro - sono pronti ad accogliere tutte le culture e i bambini del mondo. Alla stesso modo la scuola italiana deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese». La presenza di stranieri in classe ha risvolti prevalentemente didattici. «Lo sanno - osserva Mariastella Gelmini - le molte mamme che vedono la classe dei loro figli procedere a due velocità, con alcuni studenti che rimangono indietro e altri che riescono ad andare avanti meglio». «I bambini stranieri devono essere inseriti nelle classi con i bambini italiani per evitare, come accade in molte città - prosegue - che si formino scuole e classi composte solo da stranieri. Gli alunni non italiani hanno bisogno di stare con quelli italiani per potersi integrare al meglio. Credo che su questo punto sia destra che sinistra siano d'accordo, come dimostrano le esperienze di tante amministrazioni locali». Oltre al tetto, secondo il ministro, è fondamentale prevedere «classi di inserimento» di durata limitata per poter insegnare la nostra lingua a chi è appena arrivato in Italia. «Questi momenti di inserimento - spiega il ministro - si svolgeranno sia la mattina sia il pomeriggio, mentre nella scuola media una parte di ore della seconda lingua potrà essere usata per lo studio dell'italiano». «È necessario aiutare gli studenti stranieri a imparare bene la nostra lingua, perchè questa - conclude Mariastella Gelmini - è l'elemento fondamentale che consente ai ragazzi stranieri di non sentirsi in difficoltà e in imbarazzo con i compagni e di realizzare un primo importante passo verso la completa integrazione».


31/12/2009

Hillary è la donna più popolare in Usa

Hillary è la donna più popolare in Usa

 

Fra gli stranieri «vince» papa benedetto XVI. Solo terza Michelle Obama, preceduta anche da Sarah Palin. Fra gli uomini sorprendente secondo posto di George W.Bush, dietro l'attuale presidente

 

Hillary Clinton (Afp)
Hillary Clinton (Afp)

WASHINGTON – Non Michelle Obama ma Hillary Clinton e Sarah Palin sono le donne più popolari in America secondo un sondaggio Gallup. La first lady figura al quarto posto, battuta anche da Oprah Winfrey, la regina della tv, un effetto della caduta di popolarità del marito presidente. Hillary Clinton, terza segretaria di stato della storia americana, ex first lady ed ex senatrice, e Sarah Palin, ex candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati uniti, sono virtualmente alla pari: 16 per cento dei voti la prima, 15 per cento la seconda. Ma Hillary detiene un record quasi impossibile da superare: è ai vertici della classifica da 17 anni, dal ’93, quando mise piede alla Casa bianca. Questo mese, Michelle Obama ha perso il 7 per cento del proprio indice di popolarità, scendendo al 55 per cento, 5 punti in più del consorte. Ed è stata oggetto delle prime critiche per il proprio abbigliamento a volte inortodosso e per la franchezza che la distingue dalle tradizionali first lady. Ma la sua temporanea eclissi è dovuta soprattutto alla politica: la parte conservatrice dell’America, che è all’attacco, l’identifica con il marito.

LA RISALITA DI GEORGE W.BUSH - Questa parte non ha solo premiato Sarah Palin, ora probabile candidata alla presidenza nel 2012. Ha anche spinto il tanto contestato ex presidente George Bush al secondo posto, subito dopo Barack Obama – una vera sorpresa - riuscendo a inserire la moglie, la ex first lady Laura, tra le prime dieci. La forza dei repubblicani nostalgici si rispecchia nella graduatoria maschile. Obama è in testa davanti a Bush, e al terzo posto figura Nelson Mandela, l’ex presidente del Sud Africa, premio Nobel della pace. Ma quarto è un aggressivo neocon, Glenn Beck, un commentatore televisivo. E i grandi stranieri? Il più valutato dagli americani, sempre stando alla Gallup, è il Papa Benedetto XVI, quinto. Si dimostrano resistenti agli scandali Bill Clinton e il campione di golf Tiger Woods, decimi a pari merito. Woods, incidentalmente, patisce le conseguenze dei tradimenti coniugali che hanno infranto il mito del marito e padre modello: l’ultimo sponsor a lasciarlo è la At&t. Tutti segni che il 2010 rischia di essere uno degli anni più rissosi della politica americana, peggio che in Italia. Se ne ha riscontro nelle polemiche sul fallito attentato al volo 253 della Delta, che ha messo a nudo traumatiche falle dei servizi segreti e della sicurezza americani. Per tacere delle polemiche sul 2008 e 2009, i due anni terribili della economia.

Ennio Caretto


24/09/2009

La paura di insegnare dei nuovi professori

La paura di insegnare dei nuovi professori

 

Temono il rapporto con gli alunni stranieri e con i genitori. Elementari, il 66,9% dei maestri non è laureato


Hanno appena firmato un con­tratto di assunzione a tempo indeterminato, il che — so­prattutto di questi tempi — dovreb­be aiutare a mettere da parte una buo­na dose di pensieri e preoccupazioni. Hanno detto definitivamente addio agli anni di precariato, all’ansia da graduatorie, ai contratti che scadono con il suono dell’ultima campanella.

Eppure, gli insegnanti italiani non sono tranquilli. Li mette in ansia la difficoltà nel gestire classi dove è in aumento la presenza di bimbi e ragaz­zi stranieri, sfida affascinante ma complicata da gestire senza un’ade­guata preparazione. Li destabilizza la comunicazione sempre più zoppican­te con le famiglie, e non va granché meglio nel match con le nuove tecno­logie: alle scuole superiori, addirittu­ra il 49% riconosce di avere un rap­porto non facile con computer e Web.

E più di 2 su 5, tra le new entries che ce l’hanno (finalmente) fatta, non possiedono un titolo di laurea.

Ritratto di insegnanti in un inter­no, quello della scuola italiana ai tem­pi delle riforme che si accavallano e dei fondi che non bastano mai. Ritrat­to accurato, perché le pennellate so­no davvero molte, e fittissime: 15.071, per la precisione, pari al nu­mero dei maestri e prof che hanno (volontariamente) risposto al que­stionario di 223 domande diffuso dal­la Fondazione Agnelli in otto regioni italiane. Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia (che avevano già preso parte a una prima indagine, nel 2008); e an­cora, Lombardia, Veneto, Liguria, Marche e Campania. Otto gli Uffici scolastici regionali coinvolti. Com­plessivamente, 16.000 insegnanti ne­oassunti nell’anno scolastico 2008-2009 (il 64% del totale italiano). E quasi tutti, appunto, hanno voluto contribuire con il proprio personalis­simo tocco di pennello.

Le indagini precedenti, per dare l’idea, si aggiravano di norma intor­no alle cinquemila interviste. «Aver superato i 15 mila questionari compi­lati — ammette con un certo orgo­glio Stefano Molina, dirigente di ricer­ca della Fondazione e tra i coordinato­ri del lavoro — significa di gran lun­ga ottenere la più ampia analisi sugli insegnanti mai realizzata in Italia». Non solo: «In questi anni di vacche magre, di assunzioni a tempo indeter­minato se ne sentono poche. Qui, in­vece, parliamo di 50 mila ingressi in ruolo nel 2008, 25 mila nel 2009: stia­mo parlando del più grande fenome­no italiano di immissione a tempo in­determinato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sape­va bene chi fossero, queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne co­nosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio...».

I titoli di studio, ecco. Quella lau­rea che manca, ancora, al 40,7% degli intervistati. I picchi sono, ovviamen­te, nei primi ordini di scuola: nessun «pezzo di carta» per il 75,6% dei «nuo­vi » maestri d’asilo e per il 66,9% degli insegnanti delle primarie. Il motivo? Presto detto: «Si sta raschiando il fon­do del barile delle graduatorie — è la sintesi efficace di Molina —. I neoas­sunti arrivano, per la metà, dalle gra­duatorie di concorso: ma l’ultimo è del 1999, e queste sono persone che si trovavano in una posizione così bassa da vedersi passare davanti, ne­gli anni, moltissimi altri colleghi. L’al­tra metà, invece, viene dalle gradua­torie ad esaurimento, in questo mo­mento chiuse: supplenti che hanno avuto l’abilitazione in stagioni diver­se, con regolamenti diversi». Inse­gnanti del futuro, ma già da rottama­re? Certo che no, anzi: «Stiamo par­lando di professionisti che in media hanno superato i 40 anni di età, di cui quasi 11 di precariato. E se i titoli non sono sempre brillantissimi, han­no una buona esperienza e un’anzia­nità di servizio che sopperiscono in parte alla formazione iniziale inade­guata ».

Perché poi, in questo quadro a for­ti chiaroscuri che ritrae l’ultimo batta­glione schierato nelle aule italiane, spiccano dei dati incontestabilmente positivi. «Nel corso degli anni — con­ferma Laura Gianferrari, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna e coordinatrice in­sieme a Molina — abbiamo avuto la sorpresa di trovare sempre più la rap­presentazione di un lavoro che ha un’attrattività forte, che dà soddisfa­zione agli insegnanti. Nonostante al­cuni aspetti ben noti: la retribuzione bassa, il riconoscimento sociale che non viene avvertito, gli anni di preca­riato ».

E in effetti, se l’80% dei neoassunti ribadisce di aver fatto una scelta «per passione», ben il 95% — un dato in crescita rispetto al 2008 — rifarebbe la stessa scelta. I motivi di soddisfa­zione: il lavoro con i ragazzi (93%), l’interesse per la disciplina (89%), la consapevolezza della propria utilità sociale (84%). Il livello retributivo, per contro, è ritenuto soddisfacente solo nell’11,7% dei casi, mentre il rico­noscimento sociale si ferma al 31,1% — con picchi positivi al Sud: oltre il 40% in Campania, poco sotto in Pu­glia.

Il problema vero, però, è un altro.

Le nuove tecnologie

Nelle superiori il 49% dei docenti appena assunti ammette di non conoscere a sufficienza computer e Web Il giudizio «Per la prima volta chi sta in cattedra si sente fortemente inadeguato, soprattutto nel rapporto con gli allievi»

E va sotto il nome di «difficoltà nel­l’insegnare ». Una sensazione «in au­mento » e «fortemente trasversale», commenta l’economista Andrea Ga­vosto, direttore della Fondazione Agnelli. «L’impressione è che forse per la prima volta gli insegnanti italia­ni inizino a sentirsi fortemente inade­guati, soprattutto nel rapporto con gli allievi: c’è la percezione di un diva­rio generazionale, tecnologico, di vi­ta e di apprendimento, e loro non sen­tono di avere tutti gli strumenti per affrontarlo». Soprattutto, dati (nuova­mente) alla mano, nelle scuole supe­riori: il 63% degli intervistati confes­sa problemi nel gestire la multicultu­ralità in classe, il 55% non sa interagi­re come vorrebbe con i genitori. Per­sino lavorare in équipe, per il 48% dei neodocenti, è complesso.

«Il punto — prosegue Gavosto — è che il meccanismo di formazione produce una tipologia di insegnante sempre uguale a se stessa, che però inizia a rendersi conto di non essere più quello che serve ai ragazzi di og­gi ». E in questo senso, la programma­zione diventa fondamentale: «Più che annunciare tante riforme, l’obiet­tivo per il Paese dovrebbe essere inve­stire in una scuola di qualità. Sulla formazione iniziale, ad esempio: la bozza di regolamento del ministero punta molto su una preparazione di tipo disciplinare, mentre quella peda­gogica è ritenuta sovradimensionata. Bene, gli insegnanti ci stanno dicen­do esattamente l’opposto». Sarebbe il caso di prenderne atto.

Gabriela Jacomella


23/09/2009

Muttawakil: «Inevitabili altri attentati»

Muttawakil: «Inevitabili altri attentati»

 

«L'Europa pronta a negoziare, gli Usa no. Quindi nulla potrà cambiare». L'ex ministro degli esteri talebano: non è stata colpita l'Italia ma la coalizione di truppe straniere nel Paese

 

 

Ahmed Muttawakil, ex ministro degli esteri talebano (Reuters)
Ahmed Muttawakil, ex ministro degli esteri talebano (Reuters)

KABUL - «Non è stato un attentato specificamente contro gli italiani. Piuttosto l’ennesima azione di guerra contro le truppe della coalizione Nato-Isaf in Afghanistan, di cui anche gli italiani fanno parte». Così l’ex ministro degli Esteri talebano, Wakil Ahmed Muttawakil, commenta l’attacco contro il convoglio della Folgore del 17 settembre. Sebbene, dopo quasi tre anni di prigionia a Bagram, Muttawakil abbia preso nettamente le distanze dagli uomini del Mullah Omar e affermi di «non aver alcun contatto» con loro, la diplomazia occidentale e lo stesso Hamid Karzai lo indicano spesso come possibile esponente dei «talebani moderati» con cui intrattengono regolari contatti.

Dunque non c’è un accanimento anti-italiano?
«No, direi di no. I talebani stanno intensificando la loro offensiva militare a Kabul come nel resto del Paese. Lo avevano già annunciato ben prima del voto del 20 agosto. E gli italiani ne sono stati le vittime questa volta. Sono parte della coalizione di truppe straniere nel Paese, i talebani li vedono come invasori e li combattono in quanto tali».

Prevede nuovi attentati contro Isaf?
«Mi sembra inevitabile».

Il suo nome è stato più volte nominato dopo i colloqui della Mecca nell’autunno 2008. Pensa sia possibile una via negoziale?
«Quei colloqui furono del tutto informali, anche se Karzai mandò alcuni suoi rappresentanti. I sauditi volevano conoscere i nostri punti di vista su alcune questioni. Ma io ho sempre ripetuto che in quella sede non c’era alcun rappresentante talebano».

La diplomazia europea sta rilanciando la necessità del negoziato.
«Sì, gli europei sono aperti a questa eventualità. Ma non gli americani. E sino a che gli americani non saranno d’accordo, nulla sarà possibile. I militari del Pentagono sulla loro lista di terroristi da eliminare tengono tutt’ora i nomi di esponenti talebani con cui gli europei vorrebbero negoziare».

Chi sono gli europei con cui lei ha avuto contatti?
«Ho incontrato diplomatici francesi, tedeschi, inglesi».

Italiani?
«No con gli italiani ebbi solo un incontro, mi sembra tra la fine del 2004 e il 2005. Ero ancora nel carcere Usa di Bagram. E mi fu offerto di andare in esilio a Roma. Gli italiani sembravano disposti e parlammo di alcuni dettagli tecnici. Ma poi non se ne fece nulla. Gli americani dissero che era meglio restassi a Kabul, ero più controllabile».

Karzai ha già detto che, sa verrà confermato presidente, rilancerà la proposta di dialogo con il talebani. Che ne pensa?
«Che oggi funzionerà peggio di prima. Karzai uscirà molto indebolito da queste elezioni. Potrebbe addirittura cercare un compromesso con Abdullah Abdullah. E allora i due non riusciranno mai a mettersi d’accordo su un tema tanto vitale quanto i rapporti con i talebani. Sarà l’impasse. A meno che, ovviamente, gli americani no cambiassero idea. Allora sarebbe tutto diverso».

Lorenzo Cremonesi

Fonte: Corriere della Sera


23/08/2009

Gli svizzeri in Italia a 190 all’ora E nessuno li punisce

Gli svizzeri in Italia a 190 all’ora E nessuno li punisce

 

Burocrazia. Gli Stati stranieri non sono obbligati a fornire le generalità


Gli svizzeri sono poi così corretti (se­greto bancario a parte)? Noi italiani sia­mo davvero ingovernabili? Gli stereoti­pi nazionali vanno presi, smontati e stu­diati. Solo allora possono rivelarsi istruttivi. All’inizio di agosto, qui sul Corriere, avevo raccontato la sorpresa autostra­dale dell’estate 2009: auto italiane pre­occupate del Sistema Tutor, e in genere rispettose dei limiti; auto straniere ben più disinvolte, spesso oltre i limiti.

Autovelox (Emmevi)
Autovelox (Emmevi)

Il turbofanatico — quello che ti piomba alle spalle con gli abbaglianti, a 190 km/h, e chiede strada per la sua prepo­tenza — è spesso un forestiero. Di targa, almeno. Parecchi svizzeri, avevo notato. Qualche tedesco. Alcuni olandesi. Francesi, romeni, croati e resi­denti di Montecarlo. Le multe non gli arrivano? mi ero domandato. Oppure arrivano e vengono ignorate? Per saper­ne di più, ho scritto al Ministero dell’In­terno, che mi ha girato all’ufficio legale della Polizia Stradale, dalla quale è emersa questa stupefacente realtà.

Co­pio e incollo:
A) «Non esiste un meccanismo uni­forme e condiviso di notifica internazio­nale dei verbali relativi alla violazione delle regole della circolazione stradale. Fatta eccezione dei casi in cui c’è un ac­cordo bilaterale (come per l’Austria), non esiste un obbligo per lo Stato di re­sidenza dello straniero di comunicare all’Italia l’intestatario del veicolo che ha commesso la violazione. Anzi, alcuni Paesi si oppongono fermamente a que­sta operazione»;
B) «Non esiste un sistema di esecuto­rietà delle sanzioni nei confronti degli utenti che, avendo commesso violazio­ne in uno Stato estero, non abbiano provveduto al relativo pagamento. In tal modo le infrazioni stradali restano spesso impunite se commesse a bordo di un veicolo immatricolato in un altro Stato. Chi paga lo fa, sostanzialmente, per buona volontà». Buona volontà! Tanti svizzeri, eviden­temente, la perdono per strada, quando scendono in Italia. Scrive un lettore di Zurigo, Dino Nardi: «Da inizio 2008, ben 85.000 automobilisti svizzeri sono debitori di 1,4 milioni di euro per pe­daggi non pagati in Italia. La Società Au­tostrade, per incassare quei soldi, ha in­caricato una società svizzera specializza­ta nel recupero crediti».

Ho indagato. Secondo il Touring Club svizzero, si tratta di carte di credito scadute, man­canza di contante e passaggi indebiti nella corsia Telepass. Conclude amaro il signor Nardi: «Evi­dentemente gli automobilisti svizzeri (compresi noi stranieri che qui abitia­mo), in genere disciplinati e ossequiosi del codice della strada, non prendono seriamente l’Italia e le sue leggi. Confi­dano nella trasandatezza dell’applicazio­ne. Se ciò accadesse a parti invertite, al­tro che impunità: farsi individuare in Svizzera, anche dopo anni, dalle autori­tà di polizia (magari in un controllo o un pernottamento) significa pagare ca­ro, molto caro, il mancato pagamento di una multa, o altro. Provare per crede­re! ». Diciamolo, sarebbe sorprendente se i transalpini, dentro di sé, la pensassero ancora come i loro antenati del Grand Tour: l’Italia è attraente perché tutto è permesso. Ai tempi erano peccatucci sessuali, aborriti dalla morale protestan­te; oggi può essere un’Audi lanciata a 200 km/h su un’autostrada trafficata, al­la faccia delle regole, della sicurezza e delle multe. Giacomo Leopardi — uo­mo di Recanati, ma ha potuto evitare la A14 — aveva capito tutto: «Oggidì i viaggi più curiosi e più interessanti che si possono fare in Europa, cioè nel pae­se incivilito, sono quelli de’ paesi meno inciviliti». Un sospetto, quindi: è l’ambiente che crea il comportamento. Siamo ani­mali sociali, imitiamo quelli che ci stan­no intorno. Non esiste una predisposi­zione alla sciatteria civile, anche se in Italia ci fa comodo pensarlo. Chi viag­gia, lo sa: gli italiani nel mondo rispet­tano regole che ignorano in patria (dal fisco all’ufficio, dall’università alla stra­da). Che gli svizzeri, amici e vicini, fac­ciano il contrario è culturalmente e an­tropologicamente interessante (neces­sità di una pausa civica? voglia di va­canza morale?). Ma è inaccettabile. Aiu­tiamoli a correggersi, regaliamo loro i beati giorni del castigo. Ci saranno rico­noscenti, dai Grigioni all’Appenzello.

Beppe Severgnini

Fonte: Corriere della Sera


18/08/2009

La crescita degli immigrati non toglie lavoro agli italiani

La crescita degli immigrati non toglie lavoro agli italiani

 

STUDIO DI BANKITALIA. Evidenziata una «complementarietà tra gli stranieri e gli italiani più istruiti e le donne»

 

Immigrati al lavoro (Emblema)
Immigrati al lavoro (Emblema)

ROMA- La crescita della presenza straniera in Italia negli ultimi anni «non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani», ma ha al contrario evidenziato una «complementarietà tra gli stranieri e gli italiani più istruiti e le donne», favorendo maggiore spazi di occupazione.

L'ANALISI - È quanto afferma uno studio della Banca d'Italia contenuto nel rapporto sulle economie regionali secondo cui l'afflusso di lavoratori stranieri impiegati con mansioni tecniche e operaie ha accresciuto le opportunità «per gli italiani più istruiti» impiegati in «funzioni gestionali e amministrative», mentre le donne avrebbero beneficiato della presenza straniera, nel settore dei servizi sociali e alle famiglie, come per esempio colf e baby sitter, attenuando «i vincoli legati alla presenza di figli e l'assistenza dei familiari più anziani e permettendo di aumentare l'offerta di lavoro» femminile.

ANTIDOTO ALL'INVECCHIAMENTO - L’afflusso di immigrati dall’estero nell’ultimo decennio - secondo lo studio - ha sostenuto la crescita dell’occupazione in Italia, «contribuendo a contrastare il progressivo invecchiamento della popolazione». Gli stranieri, recita lo studio, «hanno un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani e redditi da lavoro significativamente inferiori». E a questo fenomeno contribuiscono «un più basso livello di scolarità degli immigrati, una maggiore concentrazione in imprese meno produttive, il prevalente utilizzo in mansioni a ridotto contenuto professionale». Gli stranieri residenti nel Mezzogiorno, inoltre, hanno un’istruzione, tassi di occupazione e redditi da lavoro inferiori rispetto a quelli del Centro-Nord.

ITALIANI PIU' ISTRUITI E DONNE - «La crescente presenza straniera - evidenziano, come sottolineato pocanzi, gli studiosi di Via Nazionale - non si è però riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani, che al contrario, sembrano accresciute per gli italiani più istruiti e per le donne. In particolare, l’offerta di lavoro femminile italiana si è giovata dei maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani». Per le donne, infatti, «la crescente presenza straniera attenuerebbe i vincoli legati alla presenza di figli e all’assistenza dei familiari più anziani, permettendo di aumentare l’offerta di lavoro». L’afflusso di lavoratori stranieri impiegati con mansioni tecniche e operaie «può inoltre aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative, che richiedono qualifiche più elevate, maggiormente rappresentate tra gli italiani».

DIFFICILE INTEGRAZIONE DEI GIOVANI - Le nuove generazioni di stranieri, avvertono però gli economisti di Bankitalia, «che rappresenteranno una componente rilevante della futura forza lavoro nel Paese, registrano significativi tassi di abbandono scolastico e un livello di competenze inferiore a quello, già modesto nel contesto internazionale, degli italiani». In particolare, «le difficoltà scolastiche degli stranieri sono più accentuate nel Mezzogiorno». Tuttavia, «il processo di integrazione economico e sociale degli immigrati migliora con il perdurare della loro permanenza in Italia».


07/07/2009

Tokyo è la città più costosa del mondo

Tokyo è la città più costosa del mondo

 

Analizza i prezzi di circa 200 articoli in 143 metropoli. La capitale giapponese supera Mosca nella classifica di Mercer, Milano undicesima. Meno cara: Johannesburg

 

Tokyo supera Mosca e diventa la città più cara del mondo. Lo rivela l'annuale studio condotto dalla società di consulenza Mercer che ha analizzato il costo della vita in 143 città del pianeta. Nonostante la recessione abbia colpito l'intero globo e la disoccupazione sia aumentata in tutte le metropoli, la vita in tante città internazionali continua a essere molto costosa. L'indagine, ideata per fornire indicazioni sui costi alle aziende che hanno dipendenti all'estero, analizza i prezzi di circa 200 articoli in ogni città, tra cui alloggi, cibo, abbigliamento, trasporti e tempo libero e prende come punto di riferimento New York alla quale sono conferiti cento punti. L'analisi conferma che la vita nel 2009 è molto più costosa nelle città europee e asiatiche rispetto a quelle americane, nonostante che quest'ultime, a causa delle forti oscillazioni dei cambi e del rafforzamento del dollaro, abbiano guadagnato posizioni in classifica rispetto all'anno scorso.

TOP TEN - Se si esclude New York, piazzatasi ottava, nella top ten vi sono solo città asiatiche e europee. Tokyo primeggia su tutte le metropoli con 143,7 punti, quasi il triplo rispetto a Johannesburg (49,6 punti), la città sudafricana che quest'anno è ultima in classifica e toglie ad Asunción il primato di centro più economico del mondo. La vita nella capitale giapponese è davvero cara visto che un biglietto di metropolitana costa 2,30 euro mentre per prendere un caffè e leggere un giornale bisogna sborsare quasi 9 euro. Tokyo è seguita da un'altra grande metropoli del Sol Levante, Osaka, che si piazza seconda con 119,2 punti mentre sul gradino più basso del podio si ferma Mosca, primatista l'anno scorso, che perde rispetto al 2008 ben 27 punti. Seguono in successione Ginevra, Hong Kong, Zurigo, Copenaghen e New York. Chiudono la top ten Pechino e Singapore.

ITALIANE - Rispetto all'anno scorso le città europee in generale hanno perso diversi posti in classifica. Oltre alla già citata Mosca passata dal primo al terzo posto, possiamo notare che Londra e Oslo, che nel 2008 erano entrambe nella top ten, nella classifica di quest'anno si piazzano al sedicesimo e al quattordicesimo posto, perdendo rispettivamente 13 e 10 posizioni. Anche le città italiane scendono in classifica: Milano, che l'anno scorso era l'ultima della top ten, quest'anno perde una posizione e si piazza undicesima. Roma invece, che era sedicesima, nel 2009 si ferma al diciottesimo posto. Discorso opposto per le città americane e del Medio Oriente che in generale guadagnano posizioni: Los Angeles passa dal cinquantacinquesimo posto al ventitreesimo, Chicago dall'ottantaquattresimo al cinquantesimo, mentre Dubai balda dal cinquantaduesimo al ventesimo posto. Nathalie Constantin-Métral, senior researcher di Mercer, commenta: «Tra le principali conseguenze della recessione dello scorso anno abbiamo osservato delle fluttuazioni significative nella maggior parte delle valute mondiali, il che ha segnato profondamente la classifica di quest’anno. Molte monete, tra cui l’euro e la sterlina, si sono fortemente indebolite rispetto al dollaro, facendo perdere molte posizioni alle città europee».

 

Francesco Tortora