12/09/2010

La scuola «appaltata» alla Lega Il marchio del sole su banchi e cestini

La scuola «appaltata» alla Lega Il marchio del sole su banchi e cestini

In provincia di Brescia. Il sindaco di Adro: il paese mi segue Per poter acquistare gli arredamenti i 6.400 residenti si sono autotassati

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01/06/2010

Un gazebo nella villa di Lawrence, De Sica denunciato per abusivismo

Un gazebo nella villa di Lawrence, De Sica denunciato per abusivismo

La struttura rimossa dopo l’arrivo dei vigili. Capri: l'attore aveva costruito un veranda nella dimora di famiglia in cui visse lo scrittore inglese

 

Christian De Sica (Ansa)
Christian De Sica (Ansa)

NAPOLI — A farli scoprire, quasi certamente, è stato un condomino spione (ce ne sono anche a Capri), perché dal basso non si riesce a vedere granché. E così anche Christian De Sica e la moglie Silvia Verdone sono finiti nel lungo registro degli abusivi celebri. Colpa della veranda fuorilegge fatta costruire su uno dei terrazzi di Villa Quattro Venti, storica dimora caprese ormai da tempo divisa in lotti separati. Una struttura in vetro da 5 metri per 2, nemmeno troppo invasiva, però tirata su in violazione dei vincoli paesaggistici e ambientali dell’isola. E che, bisogna dirlo, già non esiste più. L’attore romano e la sorella del suo amico d’infanzia Carlo non hanno opposto alcuna resistenza, anzi hanno immediatamente abbattuto il gazebo, a spese proprie, senza aspettare l’ingiunzione. Con ciò hanno sanato l’abuso edilizio, evitando la procedura amministrativa. Ma non quella penale, che è partita in automatico.

I controlli sono partiti un mese fa, quando ai vigili è arrivata la segnalazione anonima: nella residenza arabeggiante a torre quadrangolare, che fu del pittore Elihu Vedder e in cui per un breve periodo ha soggiornato lo scrittore D.H. Lawrence, c’erano strani lavori in corso. I padroni di casa al momento erano assenti, perciò il sopralluogo è andato a vuoto. Non il secondo, pochi giorni fa. Christian e Silvia, che certo non potevano dichiararsi abusivi per necessità, hanno spiegato di avere agito in buona fede. Convinti che tre pareti in vetro fossero una miglioria consentita senza speciali licenze.
La porzione di villa, arredi tutti bianchi, comprende tre o quattro camere da letto, un soggiorno e i servizi. Christian e Silvia l’hanno acquistata circa dieci anni fa. La zona più bella sono proprio le terrazze affacciate sul golfo di Napoli, dalla parte di Marina Grande. Una veranda poteva persino passare inosservata. Non allo sguardo attento dei vicini di casa. Successe una cosa simile già nel 2004, sempre a Villa Quattro Venti. Un altro condomino tirò su un cubo di cemento da tre metri quadrati. La soffiata partì anche allora, implacabile.

Giovanna Cavalli


18/03/2010

Creato il mantello dell'invisibilità in 3D

Creato il mantello dell'invisibilità in 3D

 

Lo studio è opera di un gruppo di ricercatori tedeschi e britannici. Realizzata una struttura tridimensionale in grado di controllare la luce nascondendo alla vista gli oggetti

 

Harry Potter e il suo mantello (Ansa)
Harry Potter e il suo mantello (Ansa)

Arriva il primo mantello dell'invisibilità in 3D: non è il sottile velo che nei libri della Rowling Harry Potter usa per nascondersi, ma una struttura tridimensionale composta da una nuova classe di materiali capaci di controllare la luce rendendo così invisibili gli oggetti. La scoperta, pubblicata sulla rivista Science, si deve a un gruppo di ricerca tedesco e inglese coordinato da Tolga Ergin e Nicolas Stenger dell'Istituto di Tecnologia di Karlsruhe.

LA RICERCA - I ricercatori hanno utilizzato il mantello tridimensionale per rendere invisibile una protuberanza su una superficie d'oro, un po' come accade cercando di nascondere un piccolo oggetto sotto un tappeto ma facendo scomparire contemporaneamente anche il tappeto. Il mantello è composto da speciali lenti assemblate in una struttura polimerica che ricorda una catasta di legna. La loro caratteristica è di legarsi parzialmente alle onde luminose in modo da impedire alla luce di diffondersi. I primi test hanno avuto successo e hanno dimostrato che il nuovo materiale funziona, rendendo la parte schermata realmente invisibile. I mantelli dell'invisibilità finora ottenuti sono tutti bidimensionali ed anche questo era stato progettato inizialmente a due dimensioni, ha spiegato Ergin, ma poi ha dimostrato di poter funzionare anche nella terza dimensione. Che lavorino su un piano o su una struttura tridimensionale, i «materiali dell'invisibilità» appartengono al regno dell'infinitamente piccolo. Si tratta infatti di nanomateriali (delle dimensioni dell'ordine di milionesimi di metro). La loro caratteristica è la capacità di deviare le onde luminose, orientandole attorno a un oggetto fino ad avvolgerlo come un guscio che si comporta come un mantello dell'invisibilità. Il passo per trasformare queste ricerche avveniristiche in dispositivi di grandi dimensioni è ancora molto lungo, anche se la ricerca va avanti a grandi passi. Le prospettive sono comunque interessanti: secondo gli esperti si potrebbero rendere invisibili sonde da utilizzare in indagini di spionaggio, oppure componenti elettronici miniaturizzati più efficienti, lenti più efficaci, mantelli acustici per prevenire la penetrazione di vibrazioni, suoni o onde sismiche, e ancora si prospettano possibili applicazioni nella difesa e nelle telecomunicazioni. Con i futuri mantelli dell'invisibilità si potranno fare molte cose, ma fin da ora è chiaro che sarà molto difficile farne in tutto e per tutto l'equivalente del magico mantello di Harry Potter: è vero che, indossandoli, nessuno può vedere chi si nasconde all'interno, ma è anche vero che dall'interno non è possibile vedere nulla di quello che c'è all'esterno.

Redazione online


30/10/2009

L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone

L’ingegnere e la mamma in coda per il metadone

 

La Milano «normale» al Sert: «Le ville? Vendute per la cocaina». Anestesisti, televenditori, coppie sposate. Sono 90 i pazienti passati in 5 ore dalla struttura del centro

 

 

Strisce di cocaina (Fotogramma)
Strisce di cocaina (Fotogramma)

MILANO - «Una mia amica era incinta e continuava a pippare. 'Sei matta, non ci pensi al bambino?' domandavo. Rispondeva: 'Tran­quilla. Al massimo esce più picco­lo'. Quando ho saputo di aspettare la mia Ale, ho smesso. Ha nove me­si. Dico, giurano, che è nata sanissi­ma. Però ho usato cocaina per cin­que anni... Ogni dieci minuti, spe­cie la notte, la ispeziono. La visito, proprio come fossi un medico. Ho paura di trovare arti spostati, gli oc­chi che non si aprono, i riflessi spenti. Una ossessione. Io ho 29 an­ni».

«Mi guardi. Si vede che, insom­ma, vivo bene, una vita di un certo livello. Mi ci vede a finire dai ma­rocchini in stazione Centrale a cer­care l’eroina? Ci andavo ogni sera. Avevo schifo. E le parla uno che è ingegnere, ha cinquant’anni, ha passato una vita a costruire di tutto in Africa, conosce gente di livello, mia sorella, per dirle, lavora a... e io giravo a comprare l’eroina».

La mamma di Ale è una, l’inge­gnere è un altro, e siamo appena a due. Ieri mattina, al Sert di via Con­ca del Naviglio, il Centro servizi per le tossicodipendenze che serve il centro città, a ritirare il metadone sono passati in novanta. In cinque ore. Dalle 7.30 alle 12.30. Il Sert, che a Milano qualcheduno del Co­mune vorrebbe chiudere, ancora si porta dietro il ricordo e le immagi­ni dei decenni passati. Code di sche­letri spolpati dall’eroina; chi sveni­va, chi vomitava, chi cadeva a terra e ci rimaneva.

Nel primo semestre dell’anno il Sert ha seguito 3.466 persone. Si so­no visti un marito e una giornalista che si bombardavano di coca per ri­trovare l’intesa sessuale. È transita­to un tipo comparso nelle televen­dite. Si è fermato un anestesista che ogni giorno ha in mano i desti­ni di tanti di noi (l’ospedale è tra i più importanti). E si sono moltipli­cati i distinti signori che, invitati ad andare in bagno per il prelievo dell’urina, dalla tasca della giacca hanno tirato fuori un campione di pipì di un amico. Per camuffare l’al­ta concentrazione di droga. A ri­prenderli, la telecamera interna al­la toilette. Lo sanno che esiste, ci mancherebbe, vengono avvisati, è per la legge sulla privacy. La teleca­mera l’hanno messa per evitare che si imbrogli.

Il Sert, diretto dalla dottoressa Paola Sacchi, cura malati, e ci tiene che in giro si sappia. Non è un an­golo buio di reietti; piuttosto, è uno dei salotti di Milano. Dentro, si affollano gli invitati, insospettabili prigionieri di un male che la città ha diagnosticato eppure trascura­to. Per vergogna o per superbia.

Riccardo Gatti studia la tossicodi­pendenza da sempre. È stato a New York nel biennio ’89-’90: la droga invadeva le classi agiate. «Qui l’in­vasione», dice, «è già iniziata. Qua­si nessuno sembra volersene accor­gere. Anzi, chi denuncia questi pro­blemi dà fastidio. Noi proviamo a leggere cosa avverrà in futuro. In­crociamo i dati, studiamo. Sta tor­nando l’eroina. Cresceranno i con­sumatori. Si abbasserà l’età media. Mi chiede se ci sarà una presa di co­scienza? Non lo so. Mi domanda se devono scapparci i morti? Ma se si muore ogni giorno! Quanti giova­nissimi sono colpiti da infarto?».

Un 17enne di un liceo scientifico del centro è stato beccato dalla poli­zia che comprava cocaina. È finito al Sert. Ha confidato alla dottoressa che l’ha seguito: «Questa vicenda è stata un’occasione. Mamma e papà si sono accorti di me. Sono final­mente riuscito a spiegare loro per­ché da bambino avevo rifiutato quel corso sportivo che insistevano a farmi frequentare».

Al Sert, il grosso dei pazienti ha tra i 35 e i 40 anni; poi vengono i trentenni e i ragazzini. Cocaina, hashish, acidi, pasticche, e l’eroina, inalata o fumata.

L’ingegnere che emigrava in sta­zione Centrale dice: «Avevo dolori muscolari cronici. Il medico mi pre­scrive un farmaco. Divento dipen­dente. Fin quando esce dal merca­to. Cerco sostituti. Non funziona­no. Provo l’eroina. Funziona. E allo­ra continuo. Non mi crede?».

La mamma della piccola Ale è fi­glia di un imprenditore (marchio noto); i suoi divorziarono, lei andò a vivere da sola; posto in banca, no­ia, voglia di cambiare, e così disco­teche e locali (i soliti noti nomi) per fare la ballerina e la barista. «Al bancone mi pagavano un cocktail direttamente con una dose».

In certe feste, a casa sua, «girava­no i vassoi, quelli delle tartine, pie­ni di strisce di polvere. Ho iniziato perché volevo provare. Tanto smet­to appena voglio, mi dicevo. Ho avuto amici che per la coca hanno venduto tutto: uno aveva una villa spaziale non lontano da quella di Jo­vanotti e ora fa il barbone. Vivevo per la coca, pensavo alla coca. Io e le mie amiche. Due, brasiliane, alle feste si prostituivano, servivano soldi. Affittavo una delle mie stan­ze, in salotto si ballava, di là si face­va sesso. Un’altra amica era incin­ta ». Le è morto il bambino e «se l’è tenuto dentro per una settimana. Non voleva andare in ospedale. Aveva paura che la ricoverassero in­sieme ai tossici. Io sono stata una tossica. Sono finita in comunità. Ho bisogno di un lavoro. Ti lascio il curriculum, posso? Guarda che fac­cio anche le pulizie».

 

Andrea Galli


19/10/2009

Casa dello studente, 12 avvisi di garanzia

Casa dello studente, 12 avvisi di garanzia

 

TERREMOTO A L'AQUILA. Recapitati a chi avrebbe avuto delle responsabilità per il crollo della struttura dove sono morti 8 giovani

 

Alfredo Rossini (Ansa)
Alfredo Rossini (Ansa)

L'AQUILA - Sono 12 gli avvisi di garanzia relativi alla casa dello studente che stanno per essere recapitati ad altrettante persone che avrebbero avuto delle responsabilità per il crollo della struttura dove sono morti 8 giovani.

IL PROCURATORE - Lo ha reso noto il Procuratore della Repubblica, Alfredo Rossini. Le accuse formulate sono di omicidio e disastro colposo ma il Procuratore non esclude l'inserimento anche del dolo. «Entro oggi - ha detto il Procuratore - chiariremo anche questo aspetto per cui ancora non mi pronuncio». Rossini spiega anche che l’iscrizione degli indagati nel registro dei reati «avverrà entro oggi: nei prossimi giorni daremo comunicazione agli indagati, in modo che possano presentarsi e avviare una normale dialettica processuale». Sui reati ipotizzati il pm spiega che «sono sempre i soliti», ma su eventuali responsabilità dolose non si sbottona: «Di questo non posso parlare».

GLI INTERROGATORI - «L'interrogatorio è molto importante - ha spiegato il procuratore Capo dell'Aquila - perché queste persone per la prima volta potranno entrare in una dialettica processuale e dare le loro spiegazioni». Sarà proprio dopo gli interrogatori infatti che sarà possibile verificare «se sono estranei ai fatti o se dovremo procedere nei loro confronti per le indagini preliminari e il processo». Il procuratore ha spiegato inoltre che la Casa dello Studente è solo uno dei crolli su cui si indaga. Il passo successivo sarà il Convitto.


08/10/2009

Dna: la prima «foto» tridimesionale

Dna: la prima «foto» tridimesionale

 

Ricostruita al computer la struttura «3D» della doppia elica, fondamentale per regolare l'attività dei geni, si attorciglia a formare un «frattale»


(Per gentile concessione Science/AAAS)
(Per gentile concessione Science/AAAS)

ROMA - «Fotografata» per la prima volta la struttura in 3D del Dna, ovvero la forma che assume la lunghissima doppia elica nel ripiegarsi su se stessa per occupare lo spazio ridottissimo, appena un centesimo di millimetro di diametro, del nucleo della cellula. Il Dna si attorciglia a formare un frattale (oggetto geometrico la cui struttura è la ripetizione di una forma su scale diverse) a forma di globulo, hanno spiegato ricercatori della Harvard University di Boston e del Massachusetts Institute of Technology. Secondo quanto riferito sulla rivista Science, metà del globulo è formata dai geni in un certo momento in funzione nella cellula, l'altra dai geni momentaneamente spenti e i filamenti di Dna sgusciano da una parte all'altra del frattale quando si devono attivare altri geni e spegnere quelli fino a quel momento accesi.

NON BASTA CONOSCERE LA SEQUENZA - Non è quindi sufficiente conoscere la struttura a «una dimensione» del genoma, ovvero la sua sequenza di codice, per capire come funziona. Infatti la struttura in 3D è fondamentale per regolare l'attività dei geni: quando una porzione di Dna è snodata, è accessibile al macchinario per far funzionare i geni, altrimenti questi restano spenti. Il Dna contiene una quantità enorme di informazione, miliardi di volte maggiore di quella contenuta nel chip di un computer, ha spiegato Job Dekker che ha diretto lo studio, ma finora non era chiaro come tutta questa informazione riuscisse a stiparsi nello spazio ridottissimo del nucleo e, allo stesso tempo, a funzionare.

LA TECNICA - La chiave per scoprirlo è stata usare una tecnica chiamata «Hi-C» che consiste prima nell'appiccicare tra loro i pezzi di Dna vicini nel nucleo e poi nel tagliuzzare questa matassa in milioni di pezzi, un puzzle che poi, ricostruito al computer, ha presentato la struttura di frattale. La natura, rilevano gli esperti, ha dunque scelto per l'architettura del Dna il frattale, col doppio pregio di impacchettare una grossa quantità di materiale in poco spazio e farla allo stesso tempo funzionare.


16/02/2009

Si spacca la fontana di Toyo Ito

Si spacca la fontana di Toyo Ito

 


La struttura, costata oltre un milione di euro, è simile ad un grande bicchiere di vino, era stata inaugurata a pescara il 14 dicembre scorso

 

La fontana di Pescara (dal sito architecturephoto.net)
La fontana di Pescara (dal sito architecturephoto.net)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PESCARA - La fontana realizzata dall'architetto giapponese Toyo Ito, inaugurata il 14 dicembre dello scorso anno, in Piazza della Rinascita, a Pescara, ha ceduto. La fontana, battezzata Huge Wine Glass, per la sua somiglianza ad un bicchiere contenente vino, 20 metri cubi di materiale acrilico trasparente di 5 metri per 2, è come se avesse subito un cedimento strutturale. Le persone che, oggi pomeriggio, si trovavano in piazza hanno cominciato ad avvertire scricchiolii e poi hanno visto l'acqua, all'interno dell'enorme calice, come se fosse ghiacciata. La struttura, costata oltre un milione di euro, è stata transennata dai vigili urbani.

 


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28/09/2008

Così la società cambia la struttura del cervello

Così la società cambia la struttura del cervello

 

 

Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui. Oggi le neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività

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Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte di una società che possiede una cultura e una storia. In estrema sintesi: come singoli siamo animali — con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre animali — prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in nessun'altra realtà. Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che da trascurare. Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del linguaggio e della nostra razionalità. Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto dalla sua dimensione collettiva. Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più vera e letteralmente unica. Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un collettivo sì. Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo.

Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno di noi è perfettamente logico. Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra uomini e fra uomini e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Anche se ci impegnassimo allo spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali obiettivi. Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività. L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché vivere in comunità è utile per condurre una vita migliore, ma perché è il vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un essere umano un essere umano. Si direbbe piuttosto un animale sociale obbligato o meglio ancora un animale culturale obbligato, animale della famiglia, del gruppo e della polis. Se accettiamo la dicotomia, che è al tempo stesso anche una complementarietà, tra individui singoli e collettivo umano, sembra inevitabile una domanda: come può la dimensione culturale collettiva retroagire così profondamente sulla natura di ciascuno individuo da rendere tutti noi uomini quelle creature tanto uniche che siamo?

Alla nascita nessuno di noi è un figlio del suo tempo e forse neppure un uomo come ci piace intenderlo. A tre anni è certamente un essere umano a pieno titolo e a cinque-sei è generalmente un figlio del suo tempo, anche se ha ancora tante cose da imparare. Che cosa è successo in questo periodo? È successo qualcosa di molto particolare e veramente unico. L'interazione continua con le persone che lo circondano e la comunicazione verbale e non verbale che ha animato il suo piccolo mondo hanno materialmente cambiato il suo cervello e contribuito giorno per giorno a proteggere e rinsaldare i risultati di tale cambiamento. Non conosciamo tutti i dettagli dei processi che hanno luogo in ciascuno di noi durante questo periodo, ma sappiamo che alla nascita il cervello dell'essere umano non è ancora completamente sviluppato. Noi nasciamo con un cervello ancora piuttosto piccolo, rispetto a quello che sarà poi, e che ha bisogno di anni per raggiungere il suo pieno sviluppo. Come conseguenza di questa nostra particolarità, il nostro cervello finisce di svilupparsi mentre si trova già in contatto con il mondo esterno tramite gli occhi, gli orecchi, l'epidermide e tutti i terminali sensoriali. Quanto è potente quest'azione? E soprattutto che tipo di realtà instaura, che non ha l'eguale in nessun'altra? La trasformazione dell'animale uomo in un essere fondamentalmente culturale non è un prodotto diretto dei suoi geni, ma accade per ogni essere umano dalla notte dei tempi. È un evento necessario ma non geneticamente codificato e con uno sbocco necessariamente un po' diverso da epoca a epoca, da luogo a luogo, da individuo a individuo. Ha tutta l'aria di un corto circuito che s'innesca ogni volta partendo da zero e non lascia traccia. Un fenomeno nuovo, non facile da inquadrare, ma non impossibile da immaginare. Si consideri la scrittura. Diecimila anni fa nessuno scriveva e anche oggi c'è gente che non sa né leggere né scrivere.


Le potenzialità genetiche sono le stesse negli analfabeti di ieri e di oggi come in chi al presente legge e scrive quotidianamente. La differenza è fatta dall'ambiente umano nel quale ci si trova a crescere e poi a vivere. Quando nessuno sapeva scrivere era normale vivere una vita che prescindesse da tale attività. Tutto era organizzato in modo da funzionare anche senza la notazione scritta. Nelle regioni dov'è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un'opera d'informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto presto gli elementi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge tanto un apprendimento cognitivo esplicito quanto uno procedurale e irriflesso, si è così diffusa, mantenuta e propagata. Una volta inventata, la scrittura ha interessato e interessa un numero enorme di persone perché queste sono state precocemente immerse in un flusso di informazione che non si arresta. È utile che uno sappia scrivere, ma non è tuttavia necessario, né biologicamente né a volte purtroppo socialmente. C'è bisogno, per così dire, di un «innesco»; mentre una volta innescato, il processo si mantiene da solo, anche se a costo di un notevole sforzo organizzativo collettivo. Potrebbe anche darsi che pure il linguaggio parlato sia stato un processo che ha avuto bisogno originariamente di un innesco e che si mantenga attraverso il suo uso continuato. Ogni individuo di ogni generazione diviene quindi un individuo umano grazie alla sua precoce immersione in un ambiente di esseri umani che, nonostante le loro peculiarità e le loro tradizioni, condividono alcuni tratti cognitivi e comportamentali comuni inconfondibilmente umani. Quest'immersione ha luogo quando ancora il cervello di ogni individuo è immaturo e capace di andare incontro ad un complesso di micromodificazioni di un certo tipo piuttosto che a quelle di un altro. Il mondo umano circostante si stampa in sostanza nel corpo e nel cervello di ciascuno di noi.


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