15/06/2009
All’asta i palazzi «storici» di Ricucci «Tesoretto milanese da 150 milioni»
All’asta i palazzi «storici» di Ricucci «Tesoretto milanese da 150 milioni»
Nelle case anche statue, affreschi e resti romani. Colpiti da pignoramento dopo l’indagine gli edifici di via Borromei, via Silvio Pellico, via Bassano Porrone
| Via Borromei, il palazzo di Ricucci (Fotogramma) |
MILANO - Volendo, uno può scegliere. Comprarli tutt’insieme oppure uno appena. Come si dice in questi casi: via alle danze. Sarebbe meglio: fuori i soldi. In ogni modo, l’asta giudiziaria è stata fissata, e sarà il 16 luglio. La base di partenza è di 149 milioni di euro: 86 milioni per il primo complesso immobiliare, 56 per il secondo, 7 per l’ultimo. L’agenda del notaio, per incontri di approfondimento e per preparare la strategia, ancora dispone di buchi liberi. Fatevi sotto. L’asta riguarda tre palazzi (colpiti da pignoramento) di Stefano Ricucci, l’odontotecnico di Zagarolo, paese appena fuori Roma. Ricucci è diventato immobiliarista, milionario (molto milionario), scalatore (non di montagne, bensì di aziende), fidanzato di donne note e belle (l’ultima è Debora Salvalaggio), persona in manette, protagonista di inchieste giudiziarie, testimonial e/o paradigma di una certa Italia, eccetera eccetera.
| L'immobile dell'800 in via Pellico (Fotogramma) |
I tre complessi sono situati (per tutti c’è la medesima geografia, ossia centro puro di Milano) al 5 di via Borromei, al 4 di via Silvio Pellico e al 4 di via Bassano Porrone. Il primo è un civico famoso, in quanto già sede di Meliorbanca. È costituito da tre edifici: due di quattro piani, uno di sette. Nel piano interrato ci sono parti delle mura di un palazzo imperiale di epoca romana; altrove ci sono statue settecentesche in pietra, affreschi, una stele di Pomodoro; non trascurabili — l’architetto che ha compiuto la perizia tecnica, nella relazione vi dedica un apposito passaggio, e percepiamo ammirazione, o forse invidia? — le «boiseries di alto pregio negli uffici dirigenziali». Come superficie di balconi e terrazzi, i metri quadrati sono cinquemila. Base di partenza dell’asta, ricordiamo, 86 milioni. La regola: si rilancia a colpi di 10mila euro. Via Pellico vale meno, e vale tanto. I milioni sono 56. L’immobile (di sette piani) risale all’Ottocento. Marmi e ceramiche. In via Bassano Porrone il palazzo ha tre piani. Solai in legno a cassettoni, sopraporte dipinte, «pregevoli vetrate artistiche ». Un problema c’è, però: va verificata la messa a norma dell’impianto elettrico. Scusate un po’, cosa credevate mai, che fosse tutto un sogno?
Andrea Galli
12:48 Scritto in CRONACA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: asta, tesoretto, ricucci, sequestro, immobili, proprietà, statue, affreschi, resti romani, pignoramento, indagine, edifici | OKNOtizie |
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04/05/2009
L’ex Alitalia degli sprechi: 60 sedi all’estero da chiudere
L’ex Alitalia degli sprechi: 60 sedi all’estero da chiudere
A Hong Kong 15 dipendenti in hotel senza alcuna rotta. Il commissario Fantozzi trova depositi sconosciuti per 50 milioni
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| Augusto Fantozzi (LaPresse) |
ROMA - Immagina se stesso, Augusto Fantozzi, nei panni di Fausto Coppi sullo Stelvio. Ma a differenza del Campionissimo il commissario di quella che fu l’Alitalia non alza mai la testa dal manubrio. «Condannato a pedalare e basta», ripete tutti i giorni ai suoi collaboratori. La salita è ripida e a ogni tornante c’è una sorpresa. Un nuovo creditore, o una rogna che nessuno poteva prevedere. Per esempio quella, pazzesca, con cui Fantozzi è alle prese adesso: le sedi dell’ex Alitalia all’estero. Sapete quante? Sessanta.
Tante erano ai tempi d’oro, per intenderci quando (fino a poco tempo fa) all’aeroporto londinese di Heathrow la compagnia di bandiera italiana stipendiava 300 (trecento) persone, e tante sono rimaste dopo, quando le destinazioni internazionali dell’Alitalia si erano ridotte a una sparuta quindicina. Magari ci sarà una spiegazione. Ma che questo possa essere considerato accettabile, no davvero. Soprattutto considerando i costi assurdi che ancora adesso gravano sulla liquidazione della compagnia di bandiera. C’era una sede in Libia, chiusa giovedì scorso. Una in Senegal. Addirittura due in India: a Mumbai e Nuova Delhi. E via così. Abbassare la serranda di quegli uffici è complicatissimo, come sta sperimentando Fantozzi. Si deve liquidare il personale, battagliare con i sindacati, risolvere le grane con il fisco locale. Ma non è soltanto per questo che l’Alitalia ha continuato a far correre per anni gli stipendi, i conti dell’albergo, i bonifici ai fornitori. Talvolta si è giustificato il mantenimento in vita di quelle costose strutture con la necessità di conservare gli slot, cioè i diritti di decollo e atterraggio: per una rotta abolita! In altri casi è stata solo inerzia. Costosissima inerzia. Prendiamo la sede di Hong Kong, dove l’Alitalia non vola più da tempo, e dal 2008 ha soppresso anche i collegamenti cargo. Quindici dipendenti e un conto di 1.200 dollari al giorno per il lussuoso hotel Hyatt. Per ironia della sorte, la filiale di Hong Kong dell’Alitalia, cioè una compagnia aerea fallita, aveva 7 milioni e mezzo di euro, liquidi. Erano depositati in una banca locale.
Un tesoretto che a quanto pare c’è anche in Brasile, Argentina, Venezuela e chissà in quanti altri posti. Fantozzi e i suoi hanno calcolato che nelle banche in giro per il mondo l’Alitalia abbia depositi per molti milioni di euro. Quanti? Decine. Forse una cinquantina. Non saranno la soluzione, ma perché lasciarli lì? Soprattutto, perché non fermare al più presto l’emorragia degli uffici esteri? Tanto più che ogni euro speso per mandare avanti quelle baracche è un euro sottratto ai creditori. Nessuno è in grado di dire quale sia esattamente il loro numero. Ma non sono meno di 23 mila, compresi i dipendenti che devono avere circa 205 milioni di liquidazioni. Di conseguenza, non si può sapere con precisione quanti soldi servano per pagarli. Unica certezza: i debiti con migliaia di fornitori accumulati dall’Alitalia prima del commissariamento, il 29 agosto 2008, saranno gli ultimi a essere onorati. Se ci saranno ancora soldi. È la dura legge delle liquidazioni. Prima si paga la «prededuzione», cioè i costi della liquidazione e gli impegni contratti dai liquidatori dopo il commissariamento. Poi i dipendenti. Quindi gli enti di previdenza, gli avvocati e i consulenti. In fondo, gli altri. Cioè i fornitori «ante» 29 agosto. E lo Stato, verso cui l’Alitalia in liquidazione ha un debito di 300 milioni: il «prestito ponte» concesso per evitare il fallimento dopo che era saltata la trattativa con Air France. Che a questo punto sarebbe forse meglio chiamare «regalo ponte». A complicare ulteriormente le cose c’è la prospettiva di un contenzioso immane.
Dalle piccole cause di lavoro dei dipendenti (molti anche obbligazionisti) alle controversie internazionali. Un assaggio? L’Alitalia si era coperta dal rischio di cambio sul prezzo del petrolio con derivati del Credit Suisse. Al commissariamento, la banca ha esercitato il diritto di recesso incamerando 50 milioni. Almeno 7, sostiene Fantozzi, non dovuti. Così inevitabilmente si è arrivati alle carte bollate. La fotografia degli sfortunati creditori scattata il 29 agosto 2008 è la sconcertante premessa di una liquidazione destinata a battere ogni record di durata. Roba da far impallidire la procedura dell’Itavia, compagnia del Dc9 abbattuto nel 1980 sui cieli di Ustica: iniziata nel 1981, ventotto anni dopo è ancora aperta. Per la gioia di avvocati e consulenti. I pochi che in queste situazioni guadagnano davvero. La lista dei vecchi fornitori che vantano soldi è tanto sterminata quanto (pare) incompleta. Al punto che balla pure la cifra totale: 320 milioni? 350? O 400? Boh. Ci sono società aeroportuali (gli Aeroporti di Roma hanno pendenze per una quarantina di milioni), compagnie petrolifere, albergatori. Autonoleggi, ristoranti, bar degli aeroporti, editori: dal Financial times (39.091 euro) al gruppo l’Espresso (667.567), alla Rcs quotidiani che edita il Corriere (293.333), al Messaggero (15.069). Poi Telecom Italia, con 3,5 milioni di bollette arretrate. Ma anche le autorità aeroportuali di mezzo mondo. La Coca Cola (574.505 euro). Il profumiere Yves Saint Laurent (14.605 euro). Non manca nemmeno Peccati di Capri, la piccola ditta napoletana che forniva i cioccolatini di benvenuto ai passeggeri (3.852 euro). E neppure la Ince 2002 srl, società alla quale venne affidato durante la gestione di Giancarlo Cimoli il restyling della rivista di bordo, Ulisse 2000, e che era posseduta al 50% dall’attore Pino Insegno. Credito: 77.259 euro. E 60 centesimi.
Sergio Rizzo
12:03 Scritto in ECONOMIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: alitalia, sprechi, sedi, chiusura, depositi, dipendenti, commissario, fantozzi, tesoretto, uffici, esteri, alberghi, hotel | OKNOtizie |
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